Siluro a lenta corsa

S.L.C. e M.T.M.

La storia della marina militare italiana è fatta di alti e bassi, specie quella riguardante il secondo conflitto mondiale: i fatti raccontano di generali che vendevano le carte nautiche al nemico da una parte e di militari che impegnavano tutto sé stessi in azioni spericolate dall’altra. Nonostante il pensiero comune, oggi dominante, sia quello di relegare l’Italia a nazione incapace di difendersi e di attaccare, occorre scrivere che in realtà le cose non stavano proprio così: addirittura più volte la marina militare italiana fu in grado di infliggere gravissimi colpi alla rivale marina inglese, ben più blasonata. Lo scrivente ricorda ad esempio gli accadimenti del 19 dicembre del 1941, quando ad Alessandria, all’alba, una petroliera e ben due corazzate inglesi (la Valiant e la Queen Elizabeth) vennero fatte esplodere causando danni tanto gravi da renderle inutilizzabili per tutto il proseguimento della guerra. Grazie a quest’operazione l’Italia era riuscita ad annientare del tutto la supremazia navale inglese nel Mediterraneo e così i convogli italiani, che rifornivano le truppe dell’Asse, poterono assolvere con piena sicurezza il loro compito.

Siluro a lenta corsa

Siluro a lenta corsa

Il lettore potrebbe credere che l’azione relativa all’affondamento di due corazzate e di una petroliera fosse stato frutto di una dispendiosa e magnifica manovra di guerra, magari condotta dai tedeschi. In realtà le cose furono ben diverse: l’azione venne infatti messa in atto da un manipolo sparuto di coraggiosi soldati italiani. Questi erano solo sei e scelsero di realizzare l’operazione mediante l’utilizzo di un mezzo subacqueo, il siluro a lenta corsa (S.L.C.), soprannominato dai militari “maiale”, progettato nel decennio compreso tra il 1930 ed il 1940 da Teseo Tesei ed Elio Toschi, due tecnici di primissimo livello la cui idea li rese degni eredi della tradizione tipicamente sprezzante del pericolo e coraggiosa che aveva marcato gli assaltatori del mare italiani durante il primo confitto mondiale.

Lo scrivente ritiene necessario ricordare i nomi di coloro che condussero quell’ingegnosa operazione che portò all’annichilimento della marina militare inglese nel Mediterraneo: i capigruppo dei tre S.L.C. che bucarono (quasi letteralmente) la sicurezza del porto d’Alessandria erano il tenente Luigi Durand de la Penne, il capitano Marceglia ed il capitano Marcellotta. Tutti e tre, insieme ai loro sottoposti, saranno catturati e fatti prigionieri dai nemici, ma finita la guerra, dopo il ritorno in patria, saranno premiati, silenziosamente, con una medaglia d’oro al valor militare.

SLC in navigazione

SLC in navigazione

Il mezzo utilizzato per quella operazione, il S.L.C., in realtà non era ben visto negli ambienti della marina: sperimentato per la prima volta nello stretto di Gibilterra aveva sì abbattuto oltre 30.000 tonnellate di navigli mercantili, ma non aveva del tutto convinto le alte sfere dirigenti. Il “maiale” comunque era un mezzo tanto letale quanto assolutamente semplice: la sua forma era chiaramente ispirata ad un siluro, ma lo scafo era dotato di un gruppo di motori elettrici che gli assicuravano una velocità pari a 2,3 nodi in immersione, con un’autonomia di 15 miglia, e 4,5 nodi nel viaggio sulla superficie dell’acqua, con un’autonomia ridotta a 4 miglia. La massima immersione possibile era certificata sui 30, al limite 35 metri di profondità. Sulla testata dello scafo vi era montata una carica di potente esplosivo di massa pari a 300 kg, che all’occorrenza poteva anche essere smontata ed “incollata” allo scafo delle navi da affondare, dopo avere opportunamente regolato il dispositivo a tempo che innescava lo scoppio della carica. La sua lunghezza complessiva era pari a 6,7 m e veniva pilotato da due uomini, che lo cavalcavano letteralmente in degli alloggi allo scoperto, muniti di mute e di respiratori.

Di norma i S.L.C. venivano trasportati dai sommergibili e sganciati in prossimità dell’obbiettivo da affondare, esattamente come avvenne ad Alessandria. A Gibilterra però, in seguito all’aumento della sorveglianza navale inglese, ci si dovette ingegnare per eludere i meccanismi difensivi della marina regale. Si pensò allora di far partire gli S.L.C. da un piroscafo italiano, l’Olterra, internato nel porto spagnolo di Algeciras, proprio di fronte la rocca inglese. Il piroscafo era stato abilmente attrezzato per fare in modo che non ci si potesse accorgere che i “maiali” uscissero da una paratia nella parte sommersa dello scafo e così i servizi segreti inglesi non riuscirono mai a capire il vero ruolo svolto da quella nave italiana e soprattutto la provenienza di quelle esplosioni che stavano distruggendo la loro flotta mercantile.

Spaccato della nave appoggio Olterra. I S.L.C. uscivano da una camera stagna ricavata nel fondo della nave

Spaccato della nave appoggio Olterra. I S.L.C. uscivano da una camera stagna ricavata nel fondo della nave

Il funzionamento del S.L.C. era quindi piuttosto intuitivo: sganciandosi dal sommergile o fuoriuscendo da una paratia nello scafo di una nave esso veniva pilotato da uno dei due sub sino a destinazione. Quindi l’altro sub si occupava di sganciare la carica dalla testata e di attaccarla allo scafo della nave obbiettivo, innescando il meccanismo di accensione. Infine i due sub si allontanavano mediante il siluro a lenta corsa, prima di venire colpiti dall’onda d’urto dell’esplosione. Esso divenne famoso, e forse anche l’arma emblematica, della X Flottiglia MAS, gloriosa unità d’assalto della marina militare italiana il cui nome è legato alle più ardimentose operazioni di assalto ed incursione.

Occorre scrivere, per completezza, che prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale la marina militare italiana aveva studiato la realizzazione di altri mezzi d’assalto, oltre al S.L.C. ed agli altri in dotazione. Lo scrivente in particolare ricorda il Motoscafo Turismo Modificato (M.T.M.), chiamato volgarmente “barchino”. Questo era un mezzo nautico piuttosto veloce, fornito di una testata esplosiva. Il suo funzionamento prevedeva che un uomo lo pilotasse sino alla distanza di pochi metri dal bersaglio da attaccare, momento nel quale sarebbe stato catapultato in mare, così da non essere colpito dall’esplosione.

Questi mezzi furono utilizzati, con discreto successo, nel mar Nero e nella baia di Suda, mentre l’azione che doveva coronarne il successo militare, il forzamento del porto di Malta, si concluse in un eccezionale fallimento.MTM in azione

Il M.T.M. era lungo 6,47 m, largo 1,67 m e pesava circa 1400 kg, comprensivo del carico d’esplosivo pari a 350 kg. Raggiungeva una velocità massima di 32 nodi, con un’autonomia di 100 miglia.

Pasquale Piraino

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