Helgi (prima parte)

Helgi

Helgi, il «consacrato», è una figura mitica la cui storia ci è tramandata nei carmi antichi dell’Edda. Due figure forse in origine distinte vengono accomunate nell’unica vicenda esemplare di un eroe amato e protetto da una valchiria, ucciso come vittima offerta a Odino e da questi accolto nella Valhalla. Ma il tema dominante della storia è la straordinaria forza dell’amore, grazie al quale l’eroe e la sua donna sovrannaturale torneranno in vita per ben due volte.

C’era un re che si chiamava Hjörvarðr ed ebbe quattro mogli. Una era Álfhildr e aveva un figlio di nome Heðinn; la seconda era Særeiðr, madre di Humlungr; la terza era Sinrjóð, madre di Hymlingr.

Re Hjörvarðr aveva deciso di prendere in moglie la donna più attraente che ci fosse. Egli aveva sentito dire che re Sváfnir aveva una figlia di nome Sigrlinn che era fra tutte le donne la più bella.

HelgiLo jarl di Hjörvarðr si chiamava Iðmundr e aveva un figlio di nome Attila. Costui partì per andare a chiedere la mano di Sigrlinn per il re e rimase da Sváfnir per un inverno. Là c’era anche lo jarl Fránmarr, padre della fanciulla Álof e padrino di Sigrlinn. Alla fine lo jarl rifiutò la mano di Sigrlinn e Attila si rimise in viaggio per tornare a casa.

Un giorno Attila si trovava in un bosco: un uccello stava in alto sui rami sopra di lui e aveva sentito che gli uomini discorrevano fra loro dicendo che le donne di re Hjörvarðr erano le più desiderabili. L’uccello parlò e Attila si mise in ascolto di quel che diceva: «Hai visto Sigrlinn, figlia di Sváfnir? Ella è la più bella fra tutte le fanciulle nel Paese dell’amore, sebbene le spose di Hjörvarðr paiano colme di ogni grazia in Glasislundr». Attila chiese all’uccello sapiente di parlare ancora per lui. L’uccello rispose così: «Lo farò, se il principe vorrà innalzarmi un sacrificio e se potrò scegliere ciò che voglio dalla dimora del re». Attila lo pregò che non scegliesse il re né i suoi figli né le spose; meglio sarebbe stato accordarsi da amici. L’uccello rispose: «Sceglierò un tempio e molti altari, mucche dalle corna d’oro dalle stalle del re. Allora Sigrlinn dormirà fra le sue braccia e di buon grado seguirà il signore».

Questo avvenne prima che Attila partisse. Quando giunse a casa, re Hjörvarðr gli chiese notizie. Egli riferì l’esito negativo della missione: aveva faticato tanto ma senza risultato, invano aveva donato anelli d’oro alla fanciulla e i cavalli s’erano inutilmente sfiancati sulle alture e nel guado di un fiume.

Re Hjörvarðr decise che si sarebbero messi in viaggio una seconda volta. Giunti su una montagna, videro in Svevia incendi e nugoli di polvere alzati dai cavalli. Cavalcò allora il re giù dalla montagna, giunsero presso un fiume e si accamparono per la notte. Attila montava di guardia. Allora attraversò il fiume e trovò una casa: sul tetto c’era un grosso uccello che faceva la guardia, ma era addormentato. Attila lo trapassò con la lancia, uccidendolo. Nella casa trovò Sigrlinn, figlia del re, e Álof, figlia dello jarl, e le portò via con sé. Lo jarl Fránmarr aveva assunto aspetto d’aquila per proteggerle mediante la magia. Era accaduto infatti che un re di nome Hróðmarr, pretendente di Sigrlinn, aveva messo a ferro e a fuoco la terra e aveva ucciso il re degli Svevi. Il re Hjörvarðr prese in sposa Sigrlinn e Attila Álof. Hjörvarðr e Sigrlinn ebbero un figlio, robusto e bello. Tuttavia era taciturno e non aveva un nome. Una volta che sedeva su un’altura vide cavalcare nove valchirie; una fra loro era la più bella. Ella disse: «Ha cantato l’aquila nel mattino: passerà del tempo, Helgi, prima che tu, benché guerriero di animo coraggioso, disponga degli anelli o regga Roöðulsvellir, se te ne resti silenzioso». Helgi rispose: «Che cosa farai seguire al nome di Helgi, donna splendente, dacché me lo hai dato? Rifletti bene su ogni parola: io non accetterò altro che possedere te». La valchiria rispose che in un luogo detto Sigarshólmr c’erano delle spade, in numero di cinquanta meno quattro. Una fra tutte era la migliore, spada di rovina, in fodero d’oro. Sull’elsa c’era un anello, il coraggio nel mezzo, il terrore sulla punta, per chi la possedesse; sul filo un serpe rossosangue con la coda ritorta sul dorso.

La valchiria che aveva dato il nome a Helgi era Sváva, figlia di Eylimi: ella cavalcava nell’aria e sull’acqua. In seguito protesse spesso l’eroe nelle battaglie.

Helgi rimproverò a suo padre Hjörvarðr di non essere saggio, sebbene condottiero famoso: aveva appiccato il fuoco alle dimore di sovrani che non gli avevano arrecato offesa alcuna, mentre non aveva preso vendetta di Hróðmarr. A costui, principe impavido che pensava di amministrare un’eredità senza eredi, sarebbero rimasti i beni del padre di Sigrlinn. Hjörvarðr rispose al figlio che lo avrebbe aiutato a vendicare il nonno. Helgi allora cercò la spada che Sváva gli aveva descritto, poi partì insieme ad Attila: uccisero Hróðmarr e compirono molte imprese eroiche. Helgi uccise il gigante Hati che viveva su un monte. Poi gettarono l’ancora nel fiordo di Hati. Attila rimase di guardia per la prima parte della notte. Venne allora Hrímgerðr figlia di Hati e domandò chi fossero gli eroi impavidi che si erano ancorati nel fiordo innalzando gli scudi a riparo della nave e chi fosse il loro re. Attila rispose che Helgi era il nome del re: egli era un principe potente, le sue navi erano rinforzate col ferro, nulla avrebbero potuto le streghe contro di loro. Hrímgerðr domandò ancora chi fosse colui al quale il principe aveva affidato la guardia delle navi. Attila rispose con piglio minaccioso e senza tema rivelò il proprio nome; aggiunse, anzi, che molte volte aveva ucciso delle streghe. Poi, domandandole il nome suo e quello di suo padre, la insultò con queste parole: «Nove miglia dovresti stare sottoterra, e ti cresca un albero nel petto!» Hrímgerðr disse il suo nome e che Hati era quello di suo padre: egli era stato un gigante possente, e aveva strappato molte fanciulle alle loro case, prima che Helgi lo uccidesse. Attila e Hrímgerðr presero a insultarsi a vicenda: egli la accusò d’essere stata all’imboccatura del fiordo tentando di far naufragare le navi di Helgi e, se una lancia non l’avesse fermata, di inviare a Rán i suoi guerrieri. Ella ribatté che Attila era in preda al sonno e si sbagliava: sua madre era stata dinanzi alle navi di Helgi, mentre lei faceva annegare in mare i figli di Hlöðvarðr. Poi disse: «Nitrire dovresti tu, Attila, se non fossi castrato, Hrímgerðr rizza la coda; ben più indietro io credo che sia il tuo cuore, sebbene tu abbia il nitrito da stallone». E Attila di rimando: «Ti sembrerei uno stallone, se tu potessi provare e io venissi a terra dal mare; a morte saresti colpita se io facessi sul serio; allora abbasseresti la coda, Hrímgerðr».

Hrímgerðr sfidò Attila a battersi, perché di certo ella lo avrebbe dilaniato e ucciso. Attila disse che sarebbe andato, ma solo dopo che gli altri si fossero destati per montare la guardia al signore: sospettava infatti che una strega sarebbe venuta dal mare presso la nave.

Hrímgerðr si rivolse allora a Helgi, lo destò e chiese un compenso per la morte del padre: perché l’offesa fosse cancellata ella voleva giacere almeno una notte accanto all’eroe. Helgi per tutta risposta la apostrofò dicendola schifosa per gli esseri umani, solo destinata a Lodinn, gigante detestabile che aveva dimora fra le pietre: quello era l’uomo adatto per lei! Hrímgerðr rispose: «Quella vorresti piuttosto, Helgi, che perlustrò il porto, la notte scorsa, coi tuoi uomini; fanciulla riccamente ornata d’oro che a me parve superiore per forza; qui ella venne a terra dal mare e in tal modo rese sicura la vostra flotta. Lei sola ha potere acciocché io non possa uccidere gli uomini del sovrano». Helgi domandò: era una sola o più che avevano salvato le navi del principe? Questo Hrímgerðr doveva dire se voleva che egli facesse ammenda del male arrecato. Hrímgerðr rispose: «Tre volte nove fanciulle, tuttavia una sola cavalcava innanzi, bianca fanciulla con l’elmo; s’agitavano i cavalli, dalle criniere scendeva rugiada nella valle profonda, grandine in alto nel bosco: di là viene nei mondi l’abbondanza; tutto era per me odioso, ciò che vidi». Queste furono le sue ultime parole; il sole infatti stava sorgendo in quell’istante: ora, come disse Attila, ella sarebbe morta con lo sguardo rivolto a oriente; con rune di morte Helgi l’aveva sopraffatta, trattenendola fino all’arrivo del giorno; immagine di pietra, ella sarebbe rimasta oggetto di scherno, insegna del porto.

Re Helgi, guerriero potente, si recò da re Eylimi e chiese in sposa Sváva, sua figlia. Helgi e Sváva si amavano moltissimo e si giurarono fedeltà. Quando Helgi partecipava a una spedizione militare, ella restava a casa con suo padre. Come si è detto, Sváva era una valchiria.

Heðinn, fratellastro di Helgi, si trovava in Norvegia nella casa di Hjörvarðr suo padre. Avvenne una volta, la sera della vigilia degli jól, che Hedinn tornando a casa dalla foresta si imbatté in una strega che cavalcava un lupo e aveva per briglie dei serpi. Ella gli offerse la sua compagnia, ma Hedinn rifiutò. Ella allora lo minacciò così: «Me la pagherai», disse, «alla coppa del giuramento». La sera venne portato il cinghiale sacrificale e tutti dovevano formulare i voti. Essi stesero le mani e pronunciarono i voti sulla coppa del giuramento: fu allora che Heðinn giurò di possedere Sváva, figlia di Eylimi, amata da Helgi suo fratello; subito però se ne pentì molto. Così si incamminò per un sentiero selvaggio in direzione sud e incontrò Helgi suo fratello. Hejgi lo accolse con calore: che notizie portava dalla Norvegia? Perché era venuto a trovarli? Hedinn riferì quale sciagura gli era accaduta: egli aveva giurato di possedere Sváva sua sposa. Helgi rispose al fratellastro che non doveva angustiarsi: un principe lo aveva sfidato a duello in capo a tre notti su un banco ghiaioso ed egli sentiva vicina la sua ora; perciò tutto sarebbe andato secondo il destino. Heðinn pensava che il fratello avrebbe dovuto arrossare su di lui la spada; Helgi tuttavia aveva parlato così perché sentiva giungere la sua ora; aggiunse anche che dovevano essere stati i suoi spiriti protettori a visitare Heðinn quando questi aveva visto la donna che cavalcava il lupo.

Il re che aveva sfidato Helgi era Álfr, figlio di Hróðmarr: essi dovevano battersi in capo a tre notti nel campo di Sigarr. Là infatti si batterono e Helgi fu ferito a morte. Egli allora mandò Sigarr a cavallo a cercare Sváva sua sposa, dicendole di venire in fretta se voleva trovarlo ancora in vita. Quando Sigarr fece la sua ambasciata, Sváva con angoscia domandò che cosa fosse accaduto: era egli stato ghermito dal mare o morso da una spada? Ella disse che si sarebbe vendicata. Sigarr rispose rivelandole quanto era successo: Helgi era caduto presso Frekasteinn per mano di Álfr; questi, sebbene non meritevole, aveva conseguito la vittoria. Accorse dunque Sváva e Helgi ferito a morte la invitò a vincere l’angoscia di quell’ultimo incontro: non avrebbe dovuto piangere, ma piuttosto prepararsi ad accogliere Heðinn come sposo. Sváva tuttavia rifiutò: fin da quando Helgi le aveva donato l’anello nel Paese dell’amore ella aveva giurato che non avrebbe avuto altro uomo. Così Helgi morì e Heðinn si congedò da Sváva chiedendole un unico bacio; inoltre giurò che non sarebbe tornato se non dopo aver vendicato l’eroe.

seconda parte

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