Helgi (terza e ultima parte)

Helgi

seconda parte

C’era un re potente che si chiamava Granmarr e viveva a Svarinshaugr. Costui aveva molti figli. Uno di loro di nome Höðbroddr andò a un convegno di sovrani e lì gli fu promessa in sposa Sigrún, figlia di Högni. Quando lo seppe, la fanciulla cavalcò per cielo e per mare insieme alle valchirie alla ricerca di Helgi.

Helgi si trovava a Logafjöll, dove aveva sconfitto i figli di Hundingr. Stanco per le molte battaglie, stava seduto sotto Arasteinn. Vide allora una luce da Logafjöll e da essa venivano dei lampi: erano le valchirie con gli elmi e le corazze macchiate di sangue. Il principe diede loro il benvenuto e domandò se quella notte volessero andare alla loro dimora. Sigrún rispose: «Io credo che ci tocchino altri compiti piuttosto che bere la birra con colui che spezza gli anelli». Ella lo aveva trovato e, gettategli le braccia al collo, lo prese per mano, lo baciò e gli riferì le notizie. Il re fu attratto da quella donna. Sigrún gli rivelò che lo aveva amato ancora prima di vederlo; tuttavia aggiunse che suo padre l’aveva promessa a Höðbroddr contro il suo volere e che ella temeva l’ira dei congiunti poiché aveva rovinato i piani di suo padre. Pregò perciò l’eroe di sfidare il suo pretendente: se non l’avesse fatto, questi dopo poche notti sarebbe venuto, a meno che la fanciulla non gli venisse sottratta. Helgi la rincuorò: non doveva temere poiché egli piuttosto sarebbe morto. E poiché avrebbe vissuto con lui non doveva neppure aver paura dell’ira di suo padre.

ValchiriaQuindi Helgi mandò dei messaggeri per terra e per mare a chiedere uomini e navi e raccolse una grande flotta, offrendo ricchezze: solo da una parte gli vennero ben milleduecento uomini fidati e altrettanti se ne contavano da altri luoghi. Le navi erano maestose, i guerrieri intrepidi: partirono dunque da Varinsfjördr e si diressero verso Frekasteinn. Ci fu fragore di remi, stridio di metalli, gli scudi cozzavano l’uno contro l’altro, remavano i vichinghi, avanzò impetuosa lontano da terra la flotta al comando dei prìncipi. Allora si alzò contro di loro una violenta tempesta, le onde si frangevano sulle fiancate delle navi, e tuttavia essi avanzavano impavidi. Videro nel cielo cavalcare nove valchirie e riconobbero Sigrún. Allora la tempesta si acquietò presso Gnipalundr ed essi giunsero sani e salvi a terra.

I figli di Granmarr stavano su un monte mentre le navi veleggiavano all’approdo; preoccupati, spiavano l’esercito. Goðmundr balzò a cavallo e cavalcò in perlustrazione sul monte presso il porto: i Völsungar stavano calando le vele. Goðmundr domandò: «Chi è il signore che guida la truppa e porta i guerrieri minacciosi alla riva?» Sinfjötli gli rispose agitando lo scudo rosso bordato d’oro. Egli era di guardia e poteva scambiare parole con i prìncipi: «Di’ questo stasera, quando dai cibo ai maiali e alletti con la brodaglia le cagne: che gli Ylfingar sono giunti da oriente, avidi di battaglia in Gnipalundr. Là Höðbroddr troverà Helgi, principe alieno alla fuga, fra le navi. Quello che spesso ha saziato le aquile mentre tu, presso le mole, baciavi le schiave». Goðmundr ribatté che Sinfjötli mentiva, rimproverandogli cose false. Egli piuttosto aveva mangiato ghiottonerie da lupi ed era divenuto assassino di suo fratello, aveva succhiato le ferite con gelida bocca e ovunque odiato aveva strisciato su cumuli di detriti. Ci fu tra i due uno scambio di insulti. Sinfjötli disse che Goðmundr era stato un’indovina in Varinsey, donna intrigante e menzognera, che diceva di non volere come sposo alcun guerriero se non Sinfjötli medesimo. Era stato una strega perversa, una valchiria terribile e potente presso Alfoöðr, gli Einherjar tutti si erano battuti per lei, donna caparbia. Nove lupi essi avevano insieme generato ed egli ricordava di esserne stato il padre. Goðmundr rispose che Sinfjötli non poteva essere stato il padre di quei lupi: sapeva infatti che le donne dei giganti lo avevano castrato davanti a Gnipalundr su Pórsnes. Era figliastro di Siggeir e aveva giaciuto all’aperto, abituato all’ululare dei lupi: tutte le disgrazie gli erano venute da quando aveva trapassato il petto del fratello. La sua fama era legata a quelle infamie! Era stato sposa di Grani, pronta alla corsa con un morso d’oro: egli stesso aveva cavalcato per molti tratti su di lei – proprio una vacca! – stanca ed estenuata giù per il monte.

Sinfjötli ancora ribatté che Goðmundr era parso un giovane depravato, quando un tempo mungeva le capre del gigante Gullnir,» un’altra volta poi era stato figlia di Imðr, una stracciona: volevano ancora continuare? Goðmundr rispose che avrebbe voluto saziare i corvi col suo cadavere piuttosto che allettare le cagne con la brodaglia o dare cibo ai maiali; che gli spiriti malvagi lo portassero!

Allora intervenne Helgi e disse che sarebbe stato meglio per entrambi dare battaglia e rallegrare le aquile anziché altercare con inutili parole, sebbene l’odio li dividesse. I figli di Granmarr non gli parevano prodi, tuttavia i prìncipi dovevano dire solo la verità; essi avevano dato prova d’avere coraggio nel maneggiare le spade.

Goðmundr e i suoi tornarono al galoppo dal sovrano che li attendeva sulla porta della corte e gli annunciarono che il nemico s’avvicinava in armi; Höðbroddr stava fuori con l’elmo sul capo e osservava i cavalieri della sua stirpe: perché era preoccupato l’aspetto dei Hniflungar?

Goðmundr riferì che molte navi erano giunte a riva, e con esse molti guerrieri, truppa cospicua di prìncipi, Ylfingar felici. Quindici erano le schiere che scendevano a terra, ma di uomini ve n’erano altri settemila: nel porto stavano ancorate le navi neroazzurre adorne d’oro. Là il loro numero era ancora più grande: Helgi non avrebbe ritardato l’assemblea delle spade. Accorressero con i destrieri tutti gli uomini capaci di combattere per resistere ai Völsungar!

Divampò dunque la battaglia in Frekasteinn e Helgi era sempre in prima fila, bramoso di lotta, alieno alla fuga: forte era il cuore del principe. Vennero allora dal cielo le donne con l’elmo – crebbe il frastuono delle lance – quelle che proteggevano il guerriero. Allora Sigrún parlò – volavano le valchirie feritrici -: disse che Helgi, salvo, avrebbe gioito insieme agli uomini e sarebbe vissuto felice; aveva abbattuto un principe alieno alla fuga che aveva provocato la morte di un pericoloso avversario. Ora insieme gli spettavano anelli d’oro rosso e la potente fanciulla: salvo, avrebbe gioito, con la figlia di Högni, di Hringstaðir, della vittoria e delle terre; ormai la battaglia era conclusa.

In quello scontro morirono re Granmarr e tutti i suoi figli, eccetto uno di nome Dagr. Egli ebbe salva la vita e prestò giuramento ai Völsungar.

Sigrún si recò fra i caduti e incontrò Höðbroddr morente. Gli disse che non sarebbe stata fra le sue braccia, passata era la vita; di nuovo i lupi, grigie cavalcature delle streghe, avevano avuto cada-veri: erano i figli di Granmarr.

Poi incontrò Helgi ed era tutta contenta. Egli disse che le cose non erano andate del tutto bene per lei – tale era la decisione delle norne -: in quella battaglia erano caduti suo padre e i suoi fratelli: lui stesso li aveva uccisi. Molti erano morti, sebbene valorosi; uno addirittura aveva combattuto col tronco, essendogli stata mozzata la testa. Giaceva ormai cadavere la maggior parte dei suoi congiunti, ella non aveva potuto impedire la strage; per lei era stabilito che fosse motivo di contesa fra i potenti. Allora Sigrún pianse. Helgi disse tuttavia che doveva consolarsi, ella per loro aveva significato battaglia, ai prìncipi non era dato di opporsi al destino. Egli avrebbe voluto ridar vita ai caduti prima di rifugiarsi fra le sue braccia.

Helgi sposò Sigrún ed ebbero dei figli. Helgi non era vecchio. Il figlio di Högni, Dagr, innalzò un sacrificio a Odino per vendicare il padre. Odino prestò a Dagr la sua lancia. Dagr trovò Helgi, suo cognato, nel luogo che si chiama Fjöturlundr e lo trapassò con la lancia. Là Helgi morì; Dagr invece cavalcò verso le montagne e riferì la notizia a Sigrún. Disse di essere triste nel doverle riferire cose dolorose, costretto aveva fatto piangere una della sua stirpe: quella mattina era caduto sotto Fjöturlundr il re migliore che ci fosse, che in forza sovrastava gli altri guerrieri. Sigrún gli rispose con parole di odio: lo lacerassero i giuramenti che aveva pronunciato; non potesse navigare la nave da lui comandata, anche se avesse vento propizio; non corresse il destriero che sotto di lui galoppava, anche se dovesse sfuggire ai nemici; non mordesse la spada che egli brandiva, a meno che non cantasse sulla sua testa. Allora sarebbe vendicata la morte di Helgi, se egli come un lupo fosse cacciato nella foresta, senza beni, senza gioia; se non gli restasse altro cibo che i cadaveri. Dagr disse: «Pazza sei tu, sorella, e fuor di senno, che al fratello auguri sventura: Odino solo ha potere su tutto il male, poiché tra i congiunti pose rune d’alterco». Egli le offrì in compenso anelli d’oro rosso e terre e la metà del regno, che ne disponesse lei con i suoi figli. Ma Sigrún rispose che per lei ormai non c’era più diletto: ora non c’era più luce sui soldati del principe, ora non correva il destriero del principe dal morso d’oro, ora ella non poteva con gioia salutare il guerriero. Helgi – ella ricordava – aveva intimorito tutti i nemici e i loro uomini: essi fuggivano come le capre dalla montagna, in fretta e in preda al terrore davanti al lupo. Helgi sovrastava tutti i guerrieri come un frassino splendidamente cresciuto fra i rovi, o come un cervo bagnato di rugiada, che sopravanza ogni altro animale e le cui corna risplendono contro il cielo stesso.

In memoria di Helgi fu eretto un tumulo. E quando egli giunse nella Valhalla, Odino lo invitò a decidere su ogni cosa insieme con lui. Helgi decise allora che Hundingr doveva lavare i piedi a ogni uomo, accendere il fuoco, legare i cani, guardare i cavalli, dare la brodaglia ai maiali, prima di andare a dormire.

L’ancella di Sigrún passò di sera presso il tumulo di Helgi e vide Helgi cavalcare verso il tumulo con molti uomini. Ella domandò se si trattasse di un inganno, quel che le pareva di vedere, o se fosse la fine del mondo; gli uomini morti cavalcano, incitando i destrieri con gli sproni: era concesso agli eroi il ritorno a casa? Helgi rispose che non si trattava di un inganno, quel che le pareva di vedere, né della fine del mondo, anche se ella li vedeva incitare i cavalli con gli sproni: né era concesso il ritorno ai guerrieri. L’ancella tornò indietro e disse a Sigrún di uscire e lasciare la casa, se voleva trovare il principe: il tumulo era aperto, Helgi era venuto, sanguinavano le ferite e il signore chiedeva che ella placasse il sangue che ne sgorgava.

Andò allora Sigrún al tumulo di Helgi e disse che era assai felice per il loro incontro: come i corvi di Odino, avidi di cibo, quando sanno di morti, tiepidi bocconi, o quando lucidi di rugiada vedono l’alba. Voleva baciare il re ormai senza vita, prima che egli togliesse la corazza macchiata di sangue; i suoi capelli erano intrisi di brina, il principe era tutto coperto della rugiada della morte, le mani ghiacciate: come avrebbe potuto trovare un rimedio? Solo lei – rispose Helgi – era la causa per cui era coperto della rugiada della sventura; ella allora adorna d’oro, splendida come il sole, creatura del Sud, pianse lacrime amare prima di andare a dormire; ciascuna cadeva sul petto del principe, ghiacciata, cocente, gravata di dolore. Insieme avrebbero bevuto sorsi preziosi di buon vino, anche se ormai avevano perduto i possedimenti e il potere. Nessuno più avrebbe cantato canti di morte, pur vedendo sul petto le ferite; le spose avrebbero giaciuto nel tumulo accanto a loro, le donne dei guerrieri accanto ai loro morti.

Sigrún preparò un giaciglio nel tumulo e disse a Helgi che ora ella desiderava addormentarsi fra le sue braccia, come nell’abbraccio del re quando ancora era in vita. Helgi rispose che non presto, ma neppure tardi, ella, bianca figlia di Högni, avrebbe preso sonno nel tumulo sebbene ancor viva. Ora era tempo per lui di cavalcare per sentieri arrossati di sangue, guidare il cavallo pallido per le vie del cielo; passare a occidente i ponti della volta celeste, prima che Salgofnir destasse il popolo dei vittoriosi.

Cavalcarono dunque Helgi e i suoi per i loro sentieri, mentre le donne tornarono alla fattoria. La sera dopo Sigrún mandò l’ancella a fare la guardia al tumulo. E al calar della sera, quando Sigrún venne al tumulo,… disse: «Ora sarebbe venuto, se avesse inteso venire, il figlio di Sigmundr dalle sale di Odino; io dico che si offusca la speranza che il sovrano giunga, quando le aquile siedono sui rami dei frassini e tutta la schiera si volge all’assemblea dei sogni». L’ancella disse che ella non doveva agire da pazza e recarsi da sola nella dimora degli spettri: di notte, più che alla luce del giorno, si fanno potenti gli spiriti dei morti che ritornano.

Sigrún ebbe vita breve per il dolore e per l’angoscia.

Nei tempi antichi si credeva che gli uomini rinascessero, ma questa è ora considerata una stupidaggine da vecchie. Si dice che Helgi e Sigrún siano rinati. Helgi ebbe allora nome Helgi, nemico dei Haddingjar, ed ella Kára, figlia di Hálfdan, così come è detto nel Canto di Kára, ed era una valchiria.

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