Hadingus

Hadingus

Nota solo attraverso il racconto «storicizzato» di Saxo, la storia di Hadingus ci presenta una figura di eroe tra i più misteriosi e affascinanti del mondo nordico. Egli, totalmente ignorato dalle fonti di area nord-occidentale, presenta molti tratti individualistici e spregiudicati caratteristici dell’eroe odinico; tuttavia taluni aspetti della sua vicenda hanno suggerito che in lui possa celarsi una rielaborazione eroica dell’immagine dei dio Njörðr.

HandingusHadingus e Guthormus erano i due figli del re danese Gram. Il Padre era stato ucciso da Svibdagerus, re di Norvegia. Ora avvenne che, mentre costui reggeva la Danimarca, i due giovani furono condotti in Svezia dal loro custode per essere allevati e protetti dai giganti Wagnhoftus e Haphlius. Dal momento che Gram era stato ucciso, Svibdagerus possedeva ora anche i regni di Danimarca e di Svezia. Poiché sua moglie, che era sorella di Guthormus, lo pregava insistentemente, egli richiamò Guthormus dall’esilio e, fattosi promettere il tributo, gli conferì autorità sui Danesi. Hadingus invece preferì la vendetta per il padre alla benevolenza del nemico. Egli dunque, favorito dalle doti che gli venivano dalla natura, si dedicò fin dalla prima giovinezza all’esercizio delle armi, reputando che per il figlio di un guerriero fosse un dovere raggiungere l’eccellenza nelle arti militari. Ma Harthgrepa, figlia di Wagnhoftus, che lo aveva allevato, cercò di indebolire il suo spirito risoluto con le lusinghe dell’amore, ripetendogli che egli aveva il dovere di ricompensarla per le sue cure. Per indurlo all’amore per lei, ella ricorse altresì al potere del canto e cantò per lui delle rime, paragonando la vita solitaria di uno scapolo guerriero a quella di un uomo allietato dai piaceri dell’amore. Quando Hadingus obiettò che le dimensioni del suo corpo di gigantessa rendevano impossibile l’unione con un mortale, ella replicò dicendo d’essere dotata del potere magico di mutare il proprio aspetto, estendendosi ora al punto di toccare il cielo, ora rimpicciolendosi fino alla misura di un essere umano. E riconfermò questa sua capacità decantandola in versi. Grazie a tali argomentazioni Harthgrepa convinse Hadingus a giacere con lei; ella era accesa da un amore così ardente per il giovane che, quando scoprì che egli desiderava rivedere il proprio Paese, non ebbe esitazioni nell’accompagnarlo e si travestì da uomo, considerando una gioia dividere con lui fatiche e pericoli. Partirono dunque insieme, Hadingus e Harthgrepa, e quando fu il momento di cercare un ricovero per la notte giunsero a una casa dove si stava tristemente celebrando il rito funebre per il padrone morto da poco. Per mostrare attraverso la magia il volere degli dèi, ella incise su un pezzo di legno degli incantesimi spaventosi e volle che Hadingus lo inserisse sotto la lingua del morto: questi allora, con voce terrificante, recitò dei versi. Il morto malediceva colei che lo aveva forzato a parlare, richiamandolo dall’aldilà, e su di lei invocava ogni male: fosse ella posseduta dai demoni, maledetta e destinata a morte miserabile; fosse perseguitata e lacerata da un turbine di vento creato da mostri. Hadingus solo avrebbe potuto salvarsi, ma lei morisse di morte miserabile placando in tal modo l’offesa arrecata!
In seguito, quando essi si furono costruiti un riparo di cespugli e si disposero a trascorrere la notte nella boscaglia, videro una mano di dimensioni enormi introdursi nella capanna. Hadingus atterrito invocò l’aiuto della sua nutrice. Allora Harthgrepa distese le membra e si gonfiò, ritornando alle dimensioni dei giganti, afferrò la mano e la trattenne e consentì al figlioccio di fuggire. Subito dopo però dovette scontare la sua azione poiché fu lacerata dai componenti della sua stessa razza e nulla valse a liberarla dalle unghie feroci degli assalitori.
Hadingus rimase dunque abbandonato a se stesso. Ora avvenne che un vecchio con un occhio solo provasse compassione per il giovane e gli facesse stringere un patto di amicizia con un pirata di nome Liserus. Quando ciò fu fatto, essi, legati dalla più stretta alleanza, dichiararono guerra a un sovrano di Curlandia, dal quale vennero tuttavia sconfitti. Nella fuga Hadingus venne soccorso dal vecchio, che lo fece montare sulla sua cavalcatura e lo ricondusse a casa propria. Là lo ristorò con una pozione calmante, dicendo che il suo fisico ne sarebbe stato rafforzato e rinvigorito. Inoltre gli cantò dei versi nei quali gli trasmise degli incantesimi per liberarsi dalle catene, lo istruì su come dovesse affrontare un mostro – suggerendogli tra l’altro di berne il sangue – e garantì infine che gli avrebbe spianato la via, inducendo al sonno i guardiani e prolungando l’oscurità.
Con queste parole lo fece montare a cavallo e lo riportò nel luogo in cui lo aveva trovato. Hadingus tremante si nascose sotto il mantello; tuttavia gettando occhiate furtive attraverso le fessure vide con grande stupore che sotto di loro si spiegava l’ampia distesa dell’oceano. Essendogli vietato di guardare, distolse gli occhi dalla vista di quel terribile viaggio.
Dopo essere stato catturato dal sovrano e aver constatato che ogni cosa si svolgeva esattamente come gli era stato profetizzato, egli portò un attacco militare contro un re dell’Ellesponto. Costui era difeso da un bastione robustissimo, ma Hadingus riuscì a sopraffarlo con l’astuzia:” tuttavia gli concesse la possibilità di riscattarsi pagando il proprio peso in oro, e in tal modo gli risparmiò la vita. In seguito, dopo aver sconfitto un grande esercito che proveniva dai Paesi dell’Est, Hadingus ritornò in Svezia, dove assalì e sconfisse Svibdagerus, prendendo vendetta del padre e del fratello e ritornando in possesso del regno.
Era quello il tempo in cui Odino, che gli Svedesi consideravano un dio, era andato volontariamente in esilio a causa del comportamento lussurioso della moglie Frigg, la quale non aveva esitato a concedersi a uno dei suoi servi e a utilizzare per il proprio piacere l’oro che i devoti avevano offerto al marito. Era stato allora che un tale Mithothyn, famoso mago, si era sostituito a lui, stabilendo anche nuove regole per il sacrificio. Morta tuttavia la moglie, Odino era ritornato e Mithothyn si era rifugiato in Fionia, dove era stato ucciso dagli abitanti del luogo.
Nel frattempo Asmundus, figlio di Svibdagerus, mosse guerra a Hadingus per vendicare il padre. Avvenne però che suo figlio mori in combattimento; allora Asmundus prese a desiderare la morte e, odiando la luce del sole, compose dei versi per esprimere il suo dolore. Poi, con la spada fra le mani, si gettò alle spalle lo scudo e senza curarsi del pericolo uccise molti nemici. Hadingus fu sollecitamente soccorso da Wagnhoftus, del quale aveva invocato l’aiuto. Asmundus vide il gigante avanzare con la spada curva, lo insultò e lo accusò di magia; ma Hadingus gli scagliò contro la lancia e lo trafisse. Tuttavia, in un ultimo guizzo di vita, Asmundus riuscì a ferire al piede il suo uccisore, mutilandolo e causandogli un’incurabile zoppia. Quando il cadavere di Asmundus fu portato solennemente a Uppsala per ricevere gli onori funebri regali, sua moglie non volle sopravvivergli e si pugnalò per seguirlo nella morte. Essi dunque furono tumulati l’uno nelle braccia dell’altro.
In seguito Hadingus prese a fare delle scorrerie in Svezia, mentre Uffo, figlio di Asmundus, che non aveva il coraggio di affrontarlo in battaglia, entrava in Danimarca, parendogli meglio fare una rappresaglia contro gli spiriti protettori del nemico ” piuttosto che rimanere di guardia a ciò che era suo; egli riteneva che fosse giusto respingere un’ingiustizia infliggendo al nemico il medesimo danno da lui subito. I Danesi furono dunque costretti a rientrare in patria per difendere i loro beni, il figlio di Asmundus invece tornò nel proprio Paese.
Quando Hadingus giunse a casa scoprì che il frutto delle sue campagne di guerra era stato depredato. Fece impiccare il guardiano, poi con la promessa di nominare per quell’incarico chi avesse restituito il maltolto indusse uno dei ladri ad autoaccusarsi. Ciò portò anche gli altri alla confessione, che dapprima fu accolta con benevolenza, in seguito punita con la tortura.
Ancora una volta Hadingus si preparò alla guerra e non appena l’inverno fu terminato si recò in Svezia e trascorse in quella campagna cinque anni. Fu una campagna lunga e difficile e i soldati danesi si ridussero alle condizioni più disperate: finite le provviste, furono costretti a cibarsi della carne dei cavalli, poi dei cani, infine, addirittura, di carne umana.
Avvenne una notte, quando ormai erano arrivati alla più cupa disperazione, che nel campo si udì una voce: recitava dei versi e parlava per loro di cattivo augurio, preannunciando una grave disfatta. E quel che la voce aveva profetizzato si verificò all’alba quando una grande moltitudine di Danesi fu annientata sul campo di battaglia.
La notte seguente tuttavia una voce simile di misteriosa provenienza fu udita nel campo degli Svedesi: preannunciava la morte del re. La notte stessa, quando gli eserciti si scontrarono, due figure di vecchi, più spaventose di qualsiasi altro essere umano, con la testa pelata e orribili alla vista, apparvero fra le stelle splendenti. Essi esaudirono le opposte preghiere dei due rivali, poiché dividendo i loro sforzi mostruosi combatterono l’uno dalla parte dei Danesi, l’altro da quella degli Svedesi.
Hadingus, sconfitto, fuggì in Hàlsingland e là, mentre una volta accaldato per il sole bruciante si stava immergendo nell’acqua fresca del mare, inseguì a nuoto un mostro, lo uccise con diversi colpi e ne portò la carcassa all’accampamento. Mentre si vantava di quell’impresa, si avvicinò a lui una donna e gli parlò in versi preannunciandogli l’ostilità degli dèi. Essa si sarebbe manifestata con l’opposizione della natura a ogni suo progetto. Vortici, bonaccia, tempeste e freddo lo avrebbero tormentato, poiché egli aveva ucciso con mani sacrileghe un essere celeste che aveva assunto un altro corpo: egli era infatti l’uccisore di una divinità benigna. Perciò sarebbe stato perseguitato da venti e da uragani, se non avesse placato la divinità con preghiere e sacrifici.
Fu così che durante il viaggio di ritorno Hadingus dovette sopportare incessanti disastri, poiché qualsiasi luogo, sebbene tranquillo, veniva investito dal caos al suo arrivo. Tempeste e crolli lo perseguitavano. Infine, tuttavia, per placare gli dèi egli offrì vittime scure al dio Frø e questo sacrificio fu poi ripetuto annualmente dai suoi discendenti: è quello che gli Svedesi conoscono con il nome di frøblot.
Hadingus venne a sapere che Regnilda, figlia di un re, era stata Promessa a un gigante; allora detestando il patto disdicevole che tale unione odiosa avrebbe comportato, impedì il matrimonio con una nobile impresa. Viaggiando verso la Norvegia combatté il pretendente abominevole della fanciulla e lo sopraffece. Tanto egli stimava il valore più degli agi che, sebbene potesse godere lussi regali, non trovava piacere maggiore che quello di allontanare il pericolo d» se stesso e dagli altri.
Benché non sapesse chi fosse il suo benefattore, dal momento che egli era ricoperto di ferite, la fanciulla si prese cura di lui e lo risanò. Tuttavia, per poterlo poi riconoscere in un secondo tempo, ella lasciò un segno, inserendo un anello dentro una ferita in una gamba.
In seguito, quando il padre le concesse la libertà di scegliersi da sé il marito, ella passò in rivista i giovani che si erano radunati al banchetto e tastò attentamente le loro membra alla ricerca del segno di riconoscimento che un tempo vi aveva lasciato. Avendo ritrovato traccia dell’anello nascosto, ella disdegnò gli altri e abbracciò Hadingus, sposando così l’uomo che non aveva permesso che un gigante la prendesse in moglie.
Quando Hadingus si trovava in quel luogo come ospite, avvenne un fatto straordinario. Mentre stava cenando fu vista, accanto a un braciere, una donna recante steli di cicuta, che alzava la testa dal suolo come per domandare in quale parte della terra quelle pianticelle fresche potessero crescere durante la stagione invernale. Il re era ansioso di trovare una risposta; allora, dopo averlo avvolto nel suo mantello, ella scomparve sottoterra con lui. Erano probabilmente gli dèi dell’oltretomba a volere che ella conducesse un vivente nelle regioni che avrebbe dovuto visitare da morto.
Dapprima essi passarono attraverso un velo fumoso di oscurità, poi camminarono lungo un sentiero consumato dal corso ininterrotto di viaggiatori e intravidero uomini in abiti preziosi e nobili vestiti di porpora; oltrepassati questi arrivarono in un luogo soleggiato dove crescevano le piante che la donna aveva colto. Procedendo oltre si imbatterono in un fiume dall’acqua blu-nerastra, che correva vorticoso lungo un ripido pendio e faceva roteare turbini di armi di vario genere. Essi lo attraversarono su un ponte e videro due eserciti di pari forza che si affrontavano. Hadingus domandò alla donna chi fossero. «Sono gli uomini che hanno trovato la morte con la spada», ella rispose, «e offrono un saggio perenne della loro distruzione; nello spettacolo che hai dinanzi cercano di eguagliare l’attività della loro vita passata.»
Proseguendo, trovarono un muro che sbarrava il cammino, difficile da raggiungere e da superare. La donna tentò di saltarlo senza tuttavia riuscirci, poiché neppure la snellezza del suo corpo esile e grinzoso glielo permise. Allora torse il collo a un gallo che casualmente aveva con sé e lo gettò oltre il muro di recinzione; immediatamente l’uccello resuscitò e con un alto grido diede prova di aver veramente recuperato il respiro.
Al ritorno, Hadingus, accompagnato dalla moglie, ripartì per il suo Paese e si liberò da una temuta imboscata di pirati grazie alla velocità con cui veleggiava. Sebbene essi avessero tante vele quante lui e fossero favoriti dai medesimi venti, non poterono raggiungerlo poiché egli fendeva le acque davanti a loro.
Nel frattempo Uffo, che aveva una figlia straordinariamente bella, emanò un proclama dicendo che l’avrebbe concessa a chiunque avesse ucciso Hadingus. Questa opportunità allettò grandemente un tale che raccolse una truppa di gente di Biarmia e si impegnò nel raggiungimento di questo scopo. Mentre costeggiava la Norvegia con la sua flotta, nell’intento di intercettarlo, Hadingus vide un vecchio sulla riva che agitava il mantello avanti e indietro invitandolo a dirigersi a terra. Sebbene i suoi compagni di viaggio protestassero sostenendo che questa deviazione dalla rotta sarebbe stata rovinosa, egli lo fece salire a bordo e trovò in lui la persona adatta per sovrintendere alla disposizione delle sue truppe. Dopo aver dislocato i soldati in una formazione a cuneo, questi prese posto dietro ai guerrieri; quindi, estratta da una piccola borsa appesa al collo una balestra che era sottile da un lato ma poi si apriva in un arco assai ampio, pose dieci frecce sulla corda e scagliandole rapidamente tutte insieme inferse altrettante ferite al nemico. Allora gli uomini di Biarmia tramutarono le loro armi con la magia e con incantesimi provocarono la pioggia dal cielo, rovinando con un infausto scroscio d’acqua la gradevole atmosfera. Il vecchio da parte sua affrontò e disperse la massa della burrasca che si era levata con una nuvola procurata da lui, e con questo ostacolo fermò quel rovescio.
Alla sua partenza, dopo la vittoria di Hadingus, il vecchio predisse che egli non sarebbe stato vinto dalla violenza dei nemici, bensì da un tipo di morte scelto volontariamente, e nello stesso tempo gli disse che avrebbe affrontato gloriose campagne di guerra, non combattimenti insignificanti, che avrebbe preferito condurre in regioni remote piuttosto che vicine ai suoi confini.
Dopo averlo lasciato, Hadingus fu convocato a Uppsala da Uffo per una falsa trattativa; i suoi uomini vennero tutti uccisi con l’inganno ed egli solo si salvò col favore delle tenebre. Accadde che cercando l’uscita di una sala in cui si erano riuniti, verosimilmente per far festa, essi vennero decapitati da qualcuno che stava appostato Presso la porta. Ricambiando questo oltraggio in battaglia Hadingus sopraffece Uffo; tuttavia, lasciato da parte l’odio, gli concesse Poi una solenne sepoltura, mostrando grande rispetto per un nemico che in vita aveva combattuto furiosamente. Poi consegnò il regno al fratello di lui Hundingus.
Morto il rivale, tutto fu tranquillo ed egli cessò l’attività militare per molti anni, dedicandosi alla coltivazione dei campi. Tuttavia, ebbe infine nostalgia della vita guerriera e prese a biasimare se stesso per averla trascurata. Allora recitò dei versi in cui paragonava la vita sul mare, che ora tornava a desiderare, a quella della campagna, che gli era ormai insopportabile. Sua moglie, al contrario, amava la vita agreste, stanca delle grida degli uccelli marini: anche lei espresse i suoi sentimenti recitando dei versi.
In quello stesso periodo, nello Jutland un uomo di umili origini venne emergendo a motivo della sua ferocia. Costui costrinse un condottiero di Sassonia a combattere con lui contro Hadingus. Hadingus fu sconfitto in uno scontro a terra, ma quando si trovarono sul mare riuscì a sopraffarlo, ricorrendo anche all’astuzia di farsi credere morto.
Il pirata, depredato del suo bottino, fu costretto a fuggire, ma meditò vendetta. Egli infatti riuscì a ricostituire con l’inganno le sue ricchezze e, alleatosi con un altro pirata come lui, ritornò al suo Paese. Questa volta però Hadingus lo affrontò in duello e lo uccise. Dopo questi fatti, a Hadingus apparve in sogno la moglie morta: ella gli recitò dei versi in cui gli preannunciava che un lupo avrebbe domato la furia degli animali selvaggi, ma al contempo lo avvertiva che un cigno, nato da lui, gli sarebbe stato di danno. Hadingus riferì il sogno a un veggente e questi individuò nel lupo il figlio del re destinato a diventare un fiero combattente; nel cigno invece riconobbe la figlia. Uno avrebbe annientato i suoi nemici, l’altra avrebbe complottato contro suo padre.
Ciò infatti si avverò quando Ulvilda, figlia di Hadingus, maritata a un uomo di condizione inferiore alla sua, ne sostenne le ambizioni disoneste incoraggiandolo a uccidere suo padre. Il marito promise che avrebbe preparato un agguato.
Ma nel frattempo Hadingus veniva avvertito in sogno di stare in guardia per un complotto del genero. Egli dunque si recò al banchetto – che la figlia aveva preparato come falsa testimonianza di affetto – solo dopo aver disposto nelle vicinanze una guardia del corpo armata, che potesse essere usata se necessario, qualora fosse stato preso in trappola. Mentre egli mangiava, uno schiavo entrato per compiere il tradimento attendeva tranquillamente il momento opportuno con un coltello nascosto sotto il mantello. Il re lo osservava e con una tromba lo segnalò ai soldati appostati nelle vicinanze. In un attimo essi vennero in suo aiuto e l’inganno si rivolse così contro il suo autore.
Hundingus, re di Svezia, aveva ricevuto il falso annuncio della morte di Hadingus e pensando di onorare il morto riunì i nobili. Fatta riempire di birra fino all’orlo un’enorme tinozza, ordinò che fosse posta tra gli ospiti per il loro piacere; inoltre, perché nulla mancasse alla solennità non esitò ad assumersi l’incarico dei servitori fungendo da dispensiere. Mentre stava attraversando la sala, nel compimento di questo incarico, inciampò, cadde nella tinozza e, soffocato dal liquore, morì. Forse in tal modo ricambiò l’oltretomba per averlo placato con finte esequie, o Hadingus per aver falsamente presunto la sua morte. Quando venne a sapere queste cose, Hadingus ricambiò la sua devozione con un uguale riguardo, poiché, non volendo sopravvivere al morto, si impiccò sotto gli occhi della plebe.

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