Le SA in azione. Come ti «converto» un museo pacifista

Aprendo il giornale di “oggi”, 25 aprile 1933, c’imbattiamo in un resoconto che abbiamo ritroviamo anche sull’Angriff. Ci sono vari modi di conoscere la Storia, questo è per noi uno dei più adatti. Non vi sarà difficile rivivere in questo resoconto i rumori, i suoni, le emozioni di quelle SA. E, se proprio volete andar oltre, resterete di certo colpiti da quelle pennellate di “romanticismo d’acciaio” che anche in un quadro d’azione, come quello qui tratteggiato, non possono mancare in certi spiriti. E chi ha letto sia Michael che Horst Wessel saprà di cosa parliamo.

Dal museo contro la guerra, al museo della guerra delle SA

AngriffL’orologio della chiesa parrocchiale segna le otto del mattino. Dall’angolo della Jüdenstrasse una truppa della SA svolta sulla Parochialstrasse, fermandosi di fronte a una piccola, insignificante casa al civico 29. La saracinesca della vetrina è abbassata, la porta è chiusa. Sull’entrata un fucile rotto è rappresentato in stucco. Un elmetto tedesco e uno inglese sono utilizzati come vasi per i fiori. In grandi caratteri c’è l’iscrizione “museo contro la guerra”.

Lo Sturmführer annuncia con brevità che d’ora in poi questa casa sarà impiegata come circolo della SA. L’ingresso viene aperto, due uomini della SA salgono rumorosamente le scale, tra un caos di carte e di ciarpame. Sulla strada l’ordine di comando: “Achtung!” – “Sull’attenti!”. Attraverso una botola si è lasciata passare un’asta per bandiera. Trionfalmente sventola dal tetto la bandiera rossa con lo svastica nero su campo bianco. “Wegtreten!” – “Rompete le righe!”. In un attimo gli uomini della SA si sbarazzano dei loro cappotti e i berretti giacciono appesi ai muri. Con i colletti aperti, nelle loro mani pale e pennelli, si mettono al lavoro. La serranda cigola, la luce del sole penetra nella stanza. Un vento fresco soffia per la casa.

Qui, ora, soffierà un differente vento. L’insegna sulla porta è subito rimossa con martello e scalpello. Dagli scaffali delle librerie volano i libri, sulla strada si accatastano manifesti e opuscoli, volantini e quadri. Gli elmetti d’acciaio, degradati a fiorire, scompaiono da davanti casa. La pulizia generale della casa ha inizio. Con un’impareggiabile solerzia l’“azione di epurazione” è eseguita. Il sudore cola dai volti. La scopa insegue la polvere. “Via, via, avanti! Lasciate perdere l’immondizia. Che cosa c’è li?”. Lo Sturmführer prende un libro dalle mani di un suo camerata. “Aha, cosa, letteratura pacifista?” – “Porcheria!”.

In pile sono già accatastati libri con vecchie immagini e contenuti osceni. “Oh così, Herr Ernst Friedrich,1 tutto sotto il motto: Guerra alla guerra”.2 “Sturmführer, sopra c’è una stamperia!”. Su una strettoia egli sale su ripidamente. Lì ci sono macchine tipografiche e congegni in fila, e in fila ordinati stanno cliché, copie di giornali esteri e immagini denigratorie, appelli e simboli dei comunisti. I raggi del sole cadono, attraverso le finestre oblique della soffitta, su immagini e ritagli di giornali. Lettere di “amici dalle comuni idee” giacciono tutt’intorno. Tucholski manda da lontano, al sicuro da Parigi, dei contributi. Mosca fornisce del “materiale”.Casa1

Fuori l’immondizia è rimossa su un carretto a mano e un’autovettura, che lì, i sudicioni e gli ebrei sobillatori, comunisti-pacifisti, hanno insieme raccolto. Un profumo gradito di Brezel attraversa la casa. La cucina è già messa in funzione. Gli uomini della SA dello Sturm 43 trafficano con cucchiaia e coltello, attizzano il fuoco e armeggiano nelle padelle. La porta più vicina reca l’iscrizione “Sturm 1, Werner Wessel”. All’interno, sul pavimento, giacciono accuratamente allineati i provvisori materassi a rimpiazzare i letti ancora assenti. Ma, dopo ventiquattr’ore di servizio compiuto, anche su questo giaciglio di fortuna, il riposo è ottimo per le stanche gambe. Sulla parete, vicino alla tavola, è appeso un manifesto dei tempi della lotta che riguarda la distribuzione del formaggio. Poco importa della distribuzione del cibo agli uomini della SA che, ancora adesso con lo stomaco brontolante, siedono intorno al tavolo.

Trascorrono il tempo prima della cena leggendo i libri di Ernst Friedrich, non lasciandosi sfuggire né le note a margine né le annotazioni. Non c’è pericolo che questo tipo di lettura possa trovare in loro un terreno fertile. Ora questi prodotti della stampa serviranno loro come cuscini. I raggi del sole giocano, attraverso le finestre blu, sul pavimento. Le ultime tracce di sporcizia non sono state ancora levate, a suggellare la conclusione del precedente utilizzo della casa. Presto lo saranno da ogni corridoio e passaggio come fatto dai camerati dello Sturm 1.

Qui gli scarabocchi e gli orrori della guerra sono stati già sostituiti da schizzi raffiguranti vicende della vita delle SA. Presto non vi sarà più alcun ricordo delle opere dei signori Friedrich, dei giudei Lewin e dei loro amici. I canti della SA, suonando dall’alto campanile della chiesa, sostituiscono le energiche canzoni militari e quelle vivaci dei lanzichenecchi. Il carillon, che già risuonava da secoli sulle vecchie strade, è sistemato.

Dopo l'inizio dei «lavori»

Dopo l’inizio dei «lavori»

E nel canto delle SA si mescola la melodia dell’inno composto da un campione dell’essenza tedesca. Le parole di Matin Lutero trovano risposta nel cuore di coloro che lottano come lui per il germanesimo: “Fosse il mondo pieno di diavoli. Vinceremo questa prova”.3

Traduzione di Marco Linguardo

Note

1) Ernst Friedrich (1894-1967), polacco, militante libertario e antimilitarista, obiettore di coscienza durante la Prima guerra mondiale.

2) Krieg dem Kriege! – Guerra alla guerra – viene pubblicato per la prima volta in Germania nel 1924. Interessante – ma per noi non inaspettato – trovare il nome di Gino Strada nell’introduzione per la pubblicazione del volume avvenuta nel 2004 per i tipi della Mondadori.

3) Si tratta del Ein’ feste Burg ist unser Gott [“Forte rocca è il nostro Dio”], il più famoso inno composto da Martin Lutero fra il 1527 e il 1529. La traduzione in italiano su Wikipedia, sebbene sia espressamente indicata quale adattamento, è inaccettabile.

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