Foibe. Dalla tragedia all’esodo (con breve introduzione polemica)

Ognuno ha il suo giorno.

Chi quello della memoria, trovandosi in nutrita compagnia, chi quello del ricordo, di fresca istituzione.

Un calendario dove c’è l’imbarazzo della scelta: dalla giornata della donna a quella del diabete, dalla giornata contro l’omofobia a quella contro l’AIDS o le droghe.

Ci sono giornate quanti sono i santi dell’anno. Per un giorno  – salvo rare, ma importanti eccezioni – ogni vittima ha il suo riconoscimento. E, meraviglia della democrazia, ognuno può scegliere il suo giorno identificandosi con il caduto in una sorta di transfert individuale, ma sovente di gruppo.

Caduti. Caduti per tutti i gusti.

Quanti?

Devono essere in numero sufficiente per avere diritto ad una giornata di costipamento collettivo.

Una catarsi purificatrice.

Liberiamoci. Sì, liberiamoci dal peccato, anche quello non nostro. Le colpe dei padri ricadranno sui figli e sui figli dei figli: le generazioni come infinite schede di un domino.

E allora, perché non approfittare di questa libertà e scegliere anche noi il nostro giorno?

In realtà, non ci interessa molto di ricordare per ventiquattrore e non è nemmeno il nostro compito. Di sicuro possiamo – ancora – scegliere di vivere il nostro non-giorno. Oppure, come faremo qui di seguito, anticipare – permetteteci il gioco di parole – di qualche giorno, il giorno.

Ed è perciò che posteremo degli estratti dal libro “Foibe, dalla tragedia all’esodo”. Forse finiremo prima dell’ora “x”; poco importa. Ciò che conta è fornire materiale per approfondire, studiare e ricercare senza vincoli di calendari.

PS: Vi sono parti che – personalmente – reputo poco condivisibili in questi estratti, ma hanno comunque una loro utilità, soprattutto per quanti credono di aver reso omaggio alle vittime delle foibe consegnando la loro memoria alle istituzioni. Ma questo discorso porterebbe ben lontano e a contare più nemici di quanti già abbiamo…

FOIBE DALLA TRAGEDIA ALL’ESODO

Il Carso

Carso deriva dal tedesco Karst, vocabolo che a sua volta trae origine dalla parola indoeuropea Kar che significa “rupe”, “roccia”. Dal punto di vista geografico, il termine Carso sta a indicare una vasta zona allungata in direzione nord-ovest sud-est ripartita fra Slovenia, Croazia e Italia.

Paesaggio carsicoL’area, molto particolare per caratteristiche chimiche e biologiche (piattaforma carbonatica), è costituita in prevalenza da rocce calcaree formatesi per l’accumulo di fanghi e resti di una miriade di organismi marini con guscio calcareo.

Il peso dei sedimenti che a mano a mano si accumulavano sul fondo schiacciava quelli sottostanti che in questo modo si compattavano fino a trasformarsi in roccia. Il fenomeno, che prende il nome di diagenesi, è molto lento e prevede l’accumulo di soli 2 o 3 cm di materiale roccioso in 1000 anni.

L’accumulo si protrasse per circa 100 milioni di anni arrivando a spessori di roccia di migliaia di metri superiori a quelli che misura attualmente il Carso, il quale, dopo la sua emersione, ha subito un significativo fenomeno di erosione e corrosione.

L’azione dell’acqua

Le molteplici e tipiche forme con cui si presenta il Carso sono dovute alla particolare roccia che lo costituisce: il calcare. Essa è formata da carbonato di calcio, un composto poco solubile nella sola acqua ma che, in presenza della stessa miscelata all’anidride carbonica, si trasforma in un composto molto solubile, il bicarbonato di calcio. L’anidride carbonica, presente nell’aria in quantità minima (rappresenta solo lo 0,03 per cento dei gas presenti), nell’acqua piovana si trova in concentrazione maggiore, soprattutto se l’acqua è fredda e se ristagna in particolari tipi di terreni.

Il carsismo si instaura in zone temperate e relativamente piovose in cui l’acqua agisce sulla roccia con intensità diversa a seconda della particolare disposizione degli strati e della loro purezza. Se la roccia è compatta, l’acqua meteorica esplica la sua azione solo in superficie trasformando e asportando il calcare fino a formare una serie di rivoli che si dipartono a raggiera dal punto più alto della struttura verso il basso. Le zone costituite da calcare puro (il calcare tanto più è “carsificabile” quanto più è puro), vengono scavate dall’azione dell’acqua piovana fino a notevoli profondità.

La morfologia

Il paesaggio carsico è disseminato di conche imbutiformi di larghezza variabile più o meno profonde, che danno al paesaggio un aspetto quasi lunare.

I versanti di questi avvallamenti circolari, di solito cosparsi di scarsa vegetazione, possono essere dolci o ripidi con il fondo generalmente coperto da terra rossa che nasconde il cosiddetto inghiottitoio, cioè la fessura centrale attraverso la quale defluiscono le acque mescolate a terriccio e pietrisco. Essi sono noti con il nome di doline, un termine che in lingua slovena vuol dire piccole valli. Quando la terra rossa trascinata dall’acqua avrà intasato lo smaltitoio centrale, questo cesserà di funzionare come punto idrovoro e altra terra rossa trasportata dall’acqua piovana colmerà il fondo.

Interno di una foibaUna dolina provvista ancora di profondo inghiottitoio verticale è chiamata foiba (dal latino fòvea che significa “fossa”). Dalla distruzione del diaframma di separazione di due o più doline contigue si forma un avvallamento molto caratteristico detto uvala, che significa anch’esso “valle”.

Le doline più estese e ampie si chiamano polije, e da esse prende nome il paese di Redipuglia.

In altre zone del nostro Paese le stesse formazioni prendono il nome di piani (ad esempio il Piano del Cansiglio nelle Alpi Venete) o campi (ad esempio Campo Imperatore sul Gran Sasso).

Altro tipico esempio di fenomeno carsico di superficie è rappresentato da solchi più o meno paralleli e più o meno profondi che gli studiosi tedeschi chiamano Karrenfelder e che noi abbiamo tradotto con “campi carreggiati” per la somiglianza che a volte queste formazioni hanno con i solchi lasciati sul terreno dalle ruote dei carri. Quando il reticolo dei crepacci è ben sviluppato, il campo tende a de-gradarsi fino a trasformarsi in una “griza”, ossia in una pietraia in cui si mescolano caoticamente massi, pietrisco e terra rossa.

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