feb 092010

I nuovi confini dell’Italia

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, con il trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 l’Italia, nazione sconfitta, dovette accettare tutte le pesanti condizioni stabilite dalle potenze vincitrici. Oltre alla per­dita delle colonie in Africa, delle isole del Dodecaneso e di altri posse­dimenti minori, vennero modificati sia il confine occidentale con la Fran­cia (Briga, Tenda e alcune vallate alpine) sia, soprattutto, il confine orientale, con la Jugoslavia.

A Parigi fu sancita, in particolare, la cessione di buona parte della Ve­nezia Giulia alla Jugoslavia di Tito e la creazione del Territorio Libero di Trieste (T.L.T.), suddiviso in due zone: la Zona “A” sotto amministrazione militare angloamericana e la Zona “B” sotto amministrazione militare ju­goslava. Le intere province di Pola, di Fiume, di Zara e la gran parte di quelle di Gorizia e Trieste furono assegnate alla Jugoslavia al termine di un duro e lungo contenzioso che comunque avrebbe avuto degli stra­scichi, per la questione di Trieste e del relativo Territorio Libero, ancora per molti anni.

La Venezia Giulia si trovava, comunque, già dai primi giorni di maggio del 1945 di fatto separata dal resto d’Italia, essendo stata occupata mi­litarmente dalle truppe dell’Armata Popolare Jugoslava giunte prima del­l’arrivo dei reparti angloamericani.

Quest’occupazione influenzò profondamente gli avvenimenti successivi pregiudicando le aspettative della popolazione italiana che cercò, peraltro inutilmente, di far valere le proprie ragioni davanti alle potenze vincitrici. La regione giuliana venne visitata nel marzo 1946 da una Commissione interalleata avente lo scopo di delimitare i confini tra l’Italia e la Jugo­slavia. Ne facevano parte delegati inglesi, americani, francesi e russi e, al termine, della loro visita, ogni delegazione fece una proposta rispondente alla volontà dei propri governi. Le linee ipotizzate differivano molto una dall’altra e il risultato finale deciso a Parigi, con la cessione della gran parte della regione alla Jugoslavia e la creazione del Territorio Li­bero di Trieste, sancì l’abbandono da parte italiana di territori che ave­vano gravitato per secoli nella sfera culturale nazionale.

Esodo

Per una gran parte degli abitanti della Venezia Giulia, Istria e Dalmazia il cambio di sovranità tra Italia e Jugoslavia fu traumatico e portò al­l’esodo della quasi totalità della popolazione di lingua italiana. Su un totale di circa 500.000 persone almeno 300.000 scelsero di ab­bandonare le proprie case con punte del 90% per alcune località della costa e dell’immediato entroterra.

L’esodo coprì un periodo di oltre 15 anni, senza una specifica organiz­zazione tranne che nel caso di Pola, dove la presenza dell’amministra­zione militare alleata fece sì che nell’inverno del 1947 le partenze po­tessero essere organizzate dal Comitato per l’esodo. Grazie soprattutto ai viaggi compiuti dalle motonavi Toscana e Grado, in poche settimane lasciarono Pola circa 28.000 abitanti su 32.000. Si possono attribuire diverse cause al drammatico fenomeno:

-   la paura generata dal diffondersi delle notizie degli eccidi, degli infoi-bamenti e dei campi di prigionia politica ai danni degli italiani;

-   il passaggio a un regime totalitario di stampo comunista che comportò tante e tali differenze nel modo di vita dei nostri connazionali sul piano economico, politico, sociale, amministrativo, religioso e culturale;

-   l’introduzione della lingua slovena e croata nella vita di tutti i giorni;

-   le confische e la nazionalizzazione dei beni, il cooperativismo, il “lavoro volontario” e la socializzazione forzata contribuirono a far crollare la base economica di molte persone, privandole del necessario sostentamento;

-   l’apparato repressivo poliziesco instaurò un clima di tensione e so­spetto che portò alla negazione delle libertà individuali fondamentali;

-   molti cittadini furono bollati come “nemici del popolo” e dovettero su­bire angherie e soprusi di ogni genere, fino a giungere ai processi-farsa della cosiddetta “giustizia popolare”, con condanne spesso del tutto spropositate e immotivate.

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