Tratto da “La Germania bombardata” di Jörg Friedrich.
Pag. 315-320

All’inizio di febbraio del 1945, a Dresda c’erano ottocentomila persone, forse un milione, fra residenti (circa 640.000) e sfollati. Il bombardamento del 13-14 febbraio 1945 ne uccise quarantamila, il più alto numero di vittime sofferto da una città tedesca durante la guerra aerea accanto a quello registrato ad Amburgo nel luglio del 1943. Allora, accanto all’impegno del Bomber Command, era stata fatale una combinazione di elementi, con un risultato altamente superiore a quello degli attacchi precedenti nell’ambito della campagna della Ruhr. Tanta distruzione andava oltre il potenziale stesso delle armi, richiedeva l’intervento di un fattore supplementare, come i problemi incontrati dai pompieri a Kassel.
L’attacco su Dresda è una cosa diversa, derivava dai piani alleati dell’estate 1944: l’idea di un massacro colossale nell’ordine delle centomila vittime, meglio se a Berlino. L’Operation Thunderclap era a sua volta una versione ridotta dell’offensiva a base di gas e armi batteriologiche ipotizzata da Churchill su sessanta città tedesche.
Quanto fosse difficile ammazzare centomila persone lo capì l’VIII forza aerea statunitense nel febbraio del 1945, quando l’operazione Fulmine a ciel sereno colpì Berlino solo a metà. Gli aerei impiegati erano 937 anziché duemila, le tonnellate di munizioni 2266 anziché cinquemila, i morti furono 2893 anziché centodiecimila. Fu il volume stesso della metropoli, per quanto carente dal punto di vista delle difese antiaeree e dei bunker, a scongiurare la distruzione totale. La tecnica alleata dello spazio di annientamento circoscritto si realizzava con il massimo dell’efficacia su superfici di cinque chilometri quadrati. Le piccole e medie città con un centro storico compresso erano vulnerabili alla tempesta di fuoco. E solo il fuoco aveva la capacità di sigillare l’area della morte.
Minori le dimensioni, più difficile prendere la mira. Debitamente addestrati, gli equipaggi del Bomber Group 5 erano diventati degli esperti dell’annientamento mirato; furono loro a condurre la missione su Dresda, un autentico fulmine a ciel sereno per una città così fuori mano, irrilevante dal punto di vista bellico, ignorata per quattro anni e mezzo. Dresda era lontana, ma non più lontana dell’impianto di idrogenazione di Brux (l’odierna Most, nella Repubblica ceca), su cui l’VIII forza aerea aveva sganciato quattromila tonnellate di bombe; diciottomila erano cadute su Leuna, più a ovest.
Mentre Churchill, Eisenhower, Harris e Portai elucubravano per iscritto sull’Operation Thunderclap, il Bomber Group 5 sperimentava metodicamente ciò che si poteva fare con i mezzi disponibili. Nelle mani della formazione d’elite del Bomber Command, i piani di sterminio estivi vennero forgiati in terribili armi autunnali. A differenza di quanto avvenuto ad Amburgo e Kassel, le stragi a cinque cifre non si producevano per caso, venivano debitamente programmate. L’11 e 12 settembre 1944, il Bomber Group 5 scatenò due tempeste di fuoco, a Stoccarda e Darmstadt. Stoccarda bruciò, ma gli abitanti riuscirono a rifugiarsi nelle gallerie. Darmstadt aveva un’estensione pari a un quarto, eppure lì le vittime furono tredici volte più numerose. Da quel momento l’attacco a Darmstadt divenne per il Bomber Command il modello di riferimento, anche per Dresda. Se Darmstadt è la prova generale dello spettacolo, Dresda è il luogo della prima. Per la prova si era scelto un palco più piccolo, perciò l’effetto sembrò maggiore. La percentuale dello sterminio arriva a 10,7, a Dresda ci si ferma a meno della metà. Solo Pforzheim, in proporzione, risulta più dissanguata.
A Darmstadt e Dresda viene impiegato il marchio di fabbrica del Bomber Group 5, la tecnica a ventaglio. Il ventaglio è un quarto di cerchio, o quadrante. A Darmstadt il vertice del quadrante è la piazza d’armi, a Dresda lo stadio del DSC (Dresdner Sport Club), nella Grafie Ostragehege. In entrambi i casi, per ingannare il sistema di allarme, si utilizzano più rotte dì avvicinamento. A Darmstadt fra le sirene e le bombe passano dieci minuti, a Dresda venticinque ma bisogna fare più strada per raggiungere i rifugi. A Darmstadt non ci sono le frecce che segnalano il percorso di emergenza, né lì né a Dresda ci sono bunker.
Alle 22.03, la valle dell’Elba e la città vengono illuminate da cascate di luce bianca. Due minuti dopo è il turno dei segnalatori verdi sullo stadio del DSC.
A Darmstadt le luci bianche vengono paracadutate sulla piazza d’armi alle 23.35. Gli aerei addetti alla demarcazione dell’obiettivo volano a mille metri d’altezza e contrassegnano la piazza illuminata a giorno prima in rosso, poi in verde; un segnalatore cade per sbaglio sulla stazione centrale. Il capo bombardiere si affretta a cancellare la luce verde con una gialla, come se si trattasse di matite colorate. Poi riprende quota e chiama in azione la sua squadriglia di bombardieri.
A Dresda, il capo bombardiere penetra al di sotto del sottile strato di nuvole e scruta l’obiettivo. È evidente che non c’è contraerea. I Lancaster possono scendere a tremila metri, l’addetto alla demarcazione a vista a duecentosettanta. Lo stadio viene segnalato con una croce rossa. Sono le 22.13, le operazioni di illuminazione e demarcazione vanno avanti da dieci minuti senza che si accenda un solo riflettore antiaereo.
Anche a Darmstadt i bombardieri possono lavorare tranquilli e indisturbati. Il ventaglio si apre a quarantacinque gradi. Il capo bombardiere fa entrare in azione innanzitutto tre squadriglie da ovest con un overshoot di sei secondi: devono sganciare sei secondi dopo aver sorvolato il vertice del ventaglio; le bombe ne disegnano il margine sinistro. In città si tratta della linea per il mattatoio. I bombardieri della seconda ondata disegnano il margine destro, in direzione dello sbocco meridionale del centro cittadino. La terza ondata, composta da quattro squadriglie, srotola un tappeto di morte e distruzione sulla superficie compresa fra i due bordi del triangolo.
Il 13 febbraio, a Dresda, la procedura è diventata più familiare. Ha funzionato a Heilbronn e Friburgo e presto distruggerà Wurzburg. A Dresda non si può perdere un attimo di tempo perché i diecimila litri di carburante che riempiono i serbatoi al decollo non lasciano alcun margine. Bisogna fare tutto dalle 22.03 alle 22.28, poi comincia il volo di rientro: 1400 chilometri. Al capobombardiere che è entrato in azione per primo restano dodici minuti dopo la fine delle operazioni di demarcazione. Le istruzioni vengono diramate attraverso la ricetrasmittente a modulazione di frequenza: «Capobombardiere a Plate-Rack, sganciare su luce rossa come da piano». Il ventaglio si apre. Il bordo sinistro incrocia due volte l’ansa dell’Elba, quello destro finisce sui binari del Falkenbrucke; l’arco che li unisce passa davanti alla stazione.
La qualità del bombardamento si vede dall’uniformità con cui l’area del ventaglio viene coperta dal fuoco, dalle onde d’urto e dalle esplosioni. È un po’ come stendere la pasta. Il capo bombardiere e il capo segnalatore controllano che non restino dei buchi che il fuoco non possa colmare. Tutto dipende dalla precisione dell’angolo di virata dell’aereo all’interno del ventaglio e dall’esattezza dell’overshoot, la distanza tra il perno e lo sgancio.
L’occhio del capo bombardiere è fisso sul ventaglio. «Pronto, Plate-Rack, attenzione, sgancio ritardato. Sgancio eseguito troppo lontano dall’obiettivo puntuale …. Ottimo lavoro, Plate-Rack, bombe a bersaglio … Pronto, Plate-Rack, adesso cadono a caso, cercate la luce rossa…» Lo sterminio di massa è un lavoro millimetrico, non si ottiene sganciando tonnellate di bombe a casaccio, sarebbe troppo facile.
A Darmstadt gli incendi impiegano circa un’ora a trasformarsi in tempesta di fuoco. Le tredici squadre antincendio cittadine si attardano a domare le fiamme che avvolgono la caserma dei pompieri. Prima che i loro colleghi di Mannheim, Francoforte e Magonza siano in arrivo si sono fatte le tre; alle sei sono pronti a entrare in azione tremila uomini con 220 motopompe antincendio, ma l’incendio è già sazio da due ore. Il fuoco deve essere più veloce dei vigili del fuoco.
Altrimenti non si ottiene l’annientamento dall’aria ma soltanto una serie di focolai.
A Darmstadt, al destino piacque recitare una parte ancora più crudele di quella delle bombe con spoletta ad accensione ritardata, utilizzate di solito per tenere la gente in cantina anche dopo la conclusione dell’attacco, finché il fuoco non ha chiuso ogni via di fuga; non vi era altro modo se si volevano raggiungere i centomila morti su cui fantasticavano gli stati maggiori… Milleduecento metri a sud della stazione centrale di Darmstadt prese fuoco un treno carico di munizioni. Le granate continuarono a esplodere per un’ora, inducendo in errore le persone rintanate nel sottosuolo, convinte che fosse ancora in corso il bombardamento.
Quando smisero di scoppiare le munizioni stipate sul treno, ormai la tempesta di fuoco aveva messo il catenaccio alle cantine. Il calore e il gas trasformarono i rifugi sotterranei in plotoni di esecuzione. Così morirono 12.300 persone, un abitante su dieci, una percentuale superiore a quella ipotizzata da Churchill in luglio per gli attacchi con i gas. Ma in confronto alle ambizioni dell’Operation Thunderclap anche 12.000 morti non sarebbero bastati. Rispetto al milione di abitanti di Dresda, si sarebbe trattato di perdite entro la media calcolata su tutte le città tedesche.
Il Bomber Group 5 se n’era andato da mezz’ora, e già dal ventaglio di Dresda spirava la tempesta di fuoco. Qualche lancio non era stato troppo preciso, ma sortì comunque l’effetto desiderato. La tecnica della formazione d’elite disegnò un ventaglio piuttosto stretto: due chilometri e mezzo nel punto di maggiore larghezza. Tre quarti della città vecchia. Acausa dei serbatoi pieni, non poterono essere caricate più di 877 tonnellate di bombe, proprio come per Darmstadt. Così Harris optò per il metodo del doppio attacco, già sperimentato a Duisburg, Colonia e Saarbriicken. Con il doppio attacco la strage non raddoppia bensì si moltiplica, le bombe tornano a colpire quando le vittime ignare tirano un sospiro di sollievo. A novanta minuti dal cessato allarme, gli abitanti di Dresda hanno avuto appena il tempo di trascinarsi al GroSer Garten e sui prati dell’Elba, le sirene ululano di nuovo, ma solo nei sobborghi: gli impianti del centro non funzionano più. Il doublé blow conta su simili inconvenienti per fare più vittime.
Il secondo attacco cominciò all’1.16; ovviamente ormai il suolo non era più visibile. La tempesta di fuoco aveva prodotto una nuvola di fumo alta un chilometro. Tuttavia era stato assegnato un obiettivo puntuale al centro del ventaglio: la piazza del Mercato Vecchio. Una scelta che rende manifesto il senso del doublé blow: il colpo di grazia. L’attacco numero uno fa rintanare la gente nei rifugi, il numero due la abbatte mentre si gode il sollievo di esserne uscita. La funzione protettiva delle cantine si esaurisce in due ore. Dopodiché nei sotterranei di un quartiere in fiamme la vita si spegne. Chi tenta di salvarsi dall’attacco numero due tornando in cantina difficilmente ne uscirà vivo. Ma anche chi cerca scampo all’aperto è condannato, come le persone in fuga nel GroSer Garten. La procedura dello sterminio di massa segue una logica precisa.
Il capobombardiere osservò la situazione a terra all’interno del ventaglio e la considerò sufficientemente mortale, così ordinò ai segnalatori di evidenziare un’area limitrofa al quadrante incendiato perché si potesse continuare a colpire: a sinistra verso la città nuova dall’altra parte dell’Elba, visto che il fuoco da solo non sarebbe riuscito a oltrepassare il fiume, a destra in direzione della stazione centrale e nel GroSer Garten, una superficie ben riconoscibile e non combustibile.
La riva sinistra dell’Elba è fiancheggiata da una linea verde lunga cinquecento metri, i prati dell’Elba, o Elbwiesen. In quella notte di febbraio soffiava un vento gelido, aveva anche cominciato a piovigginare. Dopo la fine del primo attacco, chi abitava lì vicino uscì dalla cantina e si affrettò a raggiungere il rinfrescante pantano del lungofiume attraverso il fumo denso, le scintille svolazzanti e il risucchio cocente della tempesta di fuoco in procinto di scatenarsi. Il personale sanitario dell’ospedale di Johannstadt si mise in spalla i pazienti nelle camiciole a righe e li portò là. Dal policlinico accorsero le puerpere. Questo fu il primo gruppo di persone su cui la tecnica del doublé blow ebbe modo di dimostrare la sua efficacia, basata appunto sulla possibilità di colpire quando la gente usciva allo scoperto.
Sulla riva opposta, quella della stazione, si stendeva un’altra isola alberata adatta alla fuga, il Großer Garten, dove cercò scampo il secondo gruppo di profughi della città vecchia. Elbwiesen e Großer Garten giunsero a ospitare in breve tempo decine di migliaia di persone che non avevano altra scelta. Per come si era spiegato il ventaglio, la geografia cittadina offriva solo quelle due possibilità. L’incendio a tappeto appiccato dal Bomber Group 5 costrinse la gente a infilarsi lì come in un sacco tenuto appositamente aperto, proprio dove si abbatté buona parte delle bombe del secondo attacco.
La stazione centrale era fuori dal ventaglio. Traboccava di profughi del fronte orientale. In occasione del primo attacco molti treni passeggeri erano stati smistati fuori città, ma poi vennero fatti tornare indietro quando il Bomber Group 5 se ne andò a lavoro apparentemente finito. Il secondo attacco ebbe anche la stazione tra gli obiettivi preferenziali. Così si vennero a creare tre centri di annientamento: le cantine nel sottosuolo della città vecchia in fiamme, le aree verdi e la stazione. In tal modo la perizia incendiaria del Bomber Group 5 e la tecnica del doublé blow produssero una frazione consistente di quell’esercito di morti vagheggiato dai capi dell’Operation Thunderclap.




