
Vi proponiamo una nuova riflessione su di un tema già trattato altre volte, la “democrazia”, e su come sia in atto un processo di sostanziale svuotamento del suo moderno significato ufficiale.
Nel corso di questi primi mesi dell’anno, siamo stati attirati da diversi fatti politici in varie parti del mondo, e che possono dare un quadro abbastanza esaustivo della questione in oggetto.
Partiamo dall’esempio offerto dalle presidenziali in Cile, svoltesi a Gennaio. La vittoria di un esponente di “destra” ha portato alla ribalta un atteggiamento che solo Thule ha evidenziato. Il Sud America sta vivendo un decennio di profondo mutamento politico, egemonizzato da forze progressiste di natura diversificata. Il fatto che proprio il Cile, per via della sua storia, abbia oggi “tradito” tale orientamento, affidandosi appunto ad un soggetto politico diverso da quelli in auge, ha innescato un curioso fenomeno di delegittimazione strisciante, da parte di coloro che, tanto dall’interno del Cile, che dall’esterno, tifavano per la continuazione del potere di “sinistra”, il cui grado di comprensione dei problemi del popolo era forse appannato.
In politica la delegittimazione del nemico/avversario è un più che giustificabile strumento di lotta e di affermazione, negarlo sarebbe oltremodo ipocrita. Ma proprio perché la democrazia moderna reca in sé virulenti i germi dell’ipocrisia, ecco che la delegittimazione del nemico/avversario, disconosciuta a parole ma non nei fatti, sembra ormai essere l’unico strumento nelle mani di chi si ritiene custode dei valori democratici stessi, enunciati spesso talmente astratti da risultare lontani dai bisogno reali dei popoli.
Una scelta politica, compiuta in ambito democratico, dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere sovrana e rispettata, visto che ad esternarla è sovente l’attore principale dell’agire democratico, ovvero il corpo elettorale. Invece così non risulta.
Per l’Europa il discorso si fa ancora più grave visto il processo, non sempre cristallino, di integrazione tra gli Stati dell’Unione Europea, attuato in modo para autoritario, ma spacciato con soavi concerti mediatici. Di fatti ogni “voce” dissenziente, o critica, nei riguardi di un fideistico abbandono di ogni dubbio sul radioso futuro dell’UE, viene bollata come portatrice di eresia pura, fuori dalla storia e dalla realtà, come ebbe a dir l’italica mummia presidenziale commentando, a sproposito, l’esito elettorale in Olanda.
Per gli attuali detentori della democrazia i popoli dovrebbero, per esser ritenuti affidabili su certi standard di maturità decisionale, scegliere SEMPRE quelli che sono i portatori esclusivi di una certa Weltanschauung. Pena l’esser considerati “politicamente immaturi” o “poco informati”.
Tale discorso lo si può evincere in numerosi contesti geografici, dove risultati elettorali non graditi ad una certa linea di pensiero vengono osteggiati, e maldestramente delegittimati da una polifonia di attori non certo disinteressati.
Qui sta il problema. Esiste un muro a difesa dell’ortodossia democratica, che limita di fatto le libertà decisionali dei popoli, che tenta di condizionarne la consapevolezza e le scelte. Un muro che annulla il senso stesso, ontologico, della democrazia moderna che, in teoria, dovrebbe tutelare la volontà popolare. Ma quando la volontà popolare non corrisponde a certe aspettative, ecco che viene eretto un muro a difesa della sedicente ortodossia democratica, che evidentemente tutela non tanto l’espressione di principi teorici, quanto l’autoconservazione del sistema vigente.




