Nuova tessera dell’Associazione
Comunichiamo che, al fine di snellire gli adempimenti relativi ai rinnovi annuali delle iscrizioni all’Associazione, le tessere di iscrizione/rinnovo rilasciate a partire dalla data odierna avranno validità sino al 31 dicembre 2012. Terminato l’allineamento in tale data, le iscrizioni/rinnovi seguenti decorreranno dal 1° gennaio di ogni anno ed avranno validità sino al successivo 31 dicembre.
Contestualmente, presentiamo la nuova tessera.
Giacomo Tognacci


Statuto e Modulo d’Adesione
Approfittiamo dell’ospitalità sul portale di Thule per indicare ai fruitori di questo sito che è stato messo on line lo Statuto e il Modulo d’Adesione del Movimento di Transizione Nazionale sul sito: www.movimentotransizionenazionale.org
Siamo quindi giunti all’otto settembre e – come già qui e altrove preannunciato – è in tale data che viene presentato lo Statuto nonché il Modulo di adesione al Movimento di Transizione Nazionale. Questo passo, nonché l’avvio del tesseramento segna l’effettivo inizio del cammino del Movimento. E permetteteci quindi di spendere qualche parola definitiva. Tale cammino non dipenderà da nessun altro se non dalla volontà del singolo. La vittoria o la sconfitta non saranno perciò ascrivibili a nessun fattore esterno, a nessun incubo che alberga nei nostri sonni, a nessun potere occulto. Non ci saranno giustificazioni di sorta. Il lavoro, lo studio, la famiglia, gli amici, i passatempo sono aspetti fondamentali dell’esistenza di ognuno e nessuno chiede di rinunciarvi. Quello che si chiede è di domandarvi in piena coscienza e consapevolezza quale posto darete con la vostra adesione al Movimento. Se siete soddisfatti della vostra esistenza e dell’attuale società, è ovvio che il Movimento non faccia per voi. Così come se temete di mettere in pericolo il vostro equilibrio, quello status quo verso il quale a parole si è spesso insofferenti ma che nei fatti rappresenta un sicuro rifugio. Non si può fare una colpa se nonostante un epidermico malessere poi alla fine si ritiene il male minore: siamo comunque – nolenti o volenti – figli di questa società. Però diviene una colpa quell’atteggiamento di adesione spirituale “part-time”. Questo sì che è deleterio per un gruppo che si sta formando poiché chi vi sarà vicino si fiderà di voi, della vostra presenza – subordinata ovviamente alle personalissime faccende pratiche della quotidianità -, del vostro apporto per poi ritrovarsi solo, nuovamente solo potremmo dire. Perciò come atto di rispetto verso coloro che in questo Movimento credono fermamente soffermatevi e chiedetevi se questo sia il vostro cammino. E infine ricordiamo che il Movimento non è in competizione con alcuno, né in contrapposizione con altre realtà che in modo complementare, simile o alternativo lottano (o tentano di lottare) contro questa società. Il Movimento è nato per porre su un tavolo un progetto basato su un Programma sensato e se ciò è stato visto come pericoloso da chi avrebbe dovuto esultare per la nascita di qualcosa di serio e di ponderato che potesse fornire uno stimolo non può essere un nostro cruccio. Il compito del Movimento è chiaro, le sue finalità sono chiare, quindi c’è spazio per chiunque riconosca nel progetto del MTN una validità e voglia quindi collaborarvi.
E ora vi lasciamo allo Statuto e al Modulo di adesione con una premessa di carattere pratico. Ovvero lo Statuto e l’annesso Manifesto hanno iniziato l’iter burocratico del quale bisogna attendere il termine previsto – ci teniamo larghi per la settimana prossima – prima di raccogliere le quote. Quindi, già da oggi potrete inviare il Modulo completato ma sapendo che le nostre risposte con i relativi estremi per il tesseramento vi giungeranno a partire da martedì 20 settembre.
Per il Movimento!
In occasione del genetliaco di Degrelle proponiamo questo articolo che abbiamo accuratamente trascritto. Buona lettura ma soprattutto buon insegnamento.
DEGRELLE RISPONDE a dieci “perchè,, de La Stampa
Inchiesta, nel Belgio rexista.
(Dal nostro inviato speciale)
Bruxelles, dicembre.
— Vedete questo telefono? — chiede Degrelle puntando l’indice sull’apparecchio e gli occhi su di me. — Ebbene non avrei che da staccare il ricevitore, ordinare al centralino che mi mettano in linea con Van Zeeland, il primo ministro, dirgli che son pronto a far patti… e due o tre portafogli sarebbero immediatamente messi a mia disposizione.
Leon Degrelle mi ha ricevuto nel suo ampio studio subito dopo aver pronunciato uno dei suoi quotidiani discorsi in provincia e prima di scrivere il suo quotidiano editoriale per il suo giornale.
Siamo al numero 83 di Rue desi Chartreux: più che un palazzo, o anche una casa, il quartier generale del movimento rexista sembra un baraccamento. C’è bensì, una parte in muratura dove hanno sede gli uffici di quel complesso di organizzazioni che dipendono dal Rex, ma tale sezione è divenuta tanto ristretta che hanno dovuto prendere un cortile, coprirlo di vetri ed intorno ad esso costruire, su tre piani, scale ballatoi e stanzette di legno. Qui hanno sede gli uffici della stampa rexista.
Niente mezzi termini
In fondo al ballatoio dell’ultimo piano c’è l’ufficio del Capo. Questo è l’unico locale che ha qualche segno di eleganza: il pavimento è coperto can un tappeto moderno ma bello, dal soffitto la luce scende da lampade non nude e non appese alla treccia che porta la corrente, la scrivania è larga lunga e nuova, per i visitatori ci sono delle poltrone comode e coperte di velluto dispendioso.
Degrelle riprende il filo del discorso che era stato troncato da una telefonata:
— Vi dicevo dunque: siamo così forti che i nostri avversari non desiderano altro che un compromesso. Ma il rexismo non accetta mezzi termini. Non abbiamo bisogno di ricorrere a combinazioni con la coalizione governativa che abbiamo deciso di combattere per ripulire il Belgio. I consensi e lei adesioni al nostro movimento si fanno più vaste e più profonde ogni giorno più. Dopo l’alleanza col Vlaamsch Nationaal Verbond — il partito nazionalista fiammingo — alleanza che, a marcio dispetto dei nostri avversari, ha dimostrato di essere solida fattiva e duratura, abbiamo attirato nella nostra orbita un’altra importantissima organizzazione, il Katholieke Vlaamsche Volkspartij — il partito del popolo cattolico fiammingo. Mentre le file del movimento rexista continuano a farsi più numerose per l’accorrere di nuovi convinti al nostro ideale, intere forze potentemente organizzate si mettono al nostro fianco. E non abbiamo che un anno di vita. La vittoria finale è sicuramente nelle nostre mani.
— Quanto tempo credete vi sarà necessario per conquistare il potere?
— Se i partiti che attualmente si dividono il governo continueranno in avvenire ad accumulare errori su errori come hanno fatto finora, la vittoria del Rex è vicina. E sarà una vittoria come quel-la che noi vogliamo: totale e definitiva. Degrelle tace per qualche istante: poi, con voce più ferma, con l’atteggiamento più severo, afferma:
— Coglieremo il momento giusto; e sarà il momento buono.
Mi chiede se mi piace il suo giornale, mi raccomanda di assistere a uno dei suoi comizi, vuol sapere se l’organizzazione del suo quartier generale mi è sembrata snella efficiente giovane antiburocratica. Poi si dichiara pronto a rispondere a qualunque domanda.
— Perchè avete scelto « Rex » come nome della vostra crociata?
— Esisteva una società editoriale al servizio dell’Azione Cattolica. Quella società si chiamava «Christus Rex»: agli inizi del movimento abbiamo assorbito tale azienda ed abbiamo adottato la i seconda parte della sua denominazione.
— Sul vostro distintivo, accanto alla parola Rex ci sono una corona e una croce: siete legati, in un qualunque modo, all’Azione Cattolica?
— No.
— Quanti sono gli aderenti al « Rex » ?
— Ottocentomila.
— Quale classe sociale ha dato il grosso dei vostri effettivi?
— I primi rexisti furono reclutati nelle classi medie e soprattutto a Bruxelles e in Vallonia. Oggi nei nostri ranghi c’è una grande massa di contadini e di operai di tutto il Belgio, vallone e fiammingo. Vi ripeto: venite in piena Fiandra, a Gand per esempio, mentre si svolge un comizio rexista. Ci saranno migliaia di rexisti che faranno con la loro presenza e col loro entusiasmo testimonianza certa alle parole che vi ho testé detto.
— A quale fatto attribuite il rapidissimo successo del Rex ?
Il programma
— Ci siamo gettati nella lotta con un programma di rinnovazione politica economica e sociale che rispondeva alle aspirazioni del popolo. Ma un programma non poteva essere sufficiente. Bisognava suscitare l’entusiasmo delle folle. Siamo riusciti a ciò grazie al dinamismo delle nostre idee e alla prontezza della nostra azione.
— Perchè voi, Capo del Rex, non avete voluto essere eletto alla Camera dei rappresentanti ?
— Ciò avrebbe, in un certo modo e in una certa misura, consacrato da parte nostra il parlamentarismo. Orbene il Rex è contro questa istituzione tale quale è ora e tal quale funziona (o, meglio, non funziona) oggigiorno. Il Rex ha dimostrato il suo disprezzo per il Parlamento attuale e la sua superiorità su di esso è tale che non è stato nemmeno necessario per me di scendere in quella arena — o in quella cloaca — per consolidare ed aumentare la nostra potenza politica. Il popolo è stufo dei parolai: il popolo non ha mai ascoltato gli oratori di parlamento.
— Quale sarà l’organizzazione politica sociale economica dello Stato rexista?
— Non aboliremo il Parlamento, ma confineremo la sua attività entro quei limiti che sono fissati dalla costituzione. Cioè: votazione del bilancio e delle leggi militari, controllo sulla gestione finanziaria dello Stato. C’è un certo articolo della costituzione dove è scritto che il Parlamento dovrà sedere per quaranta giorni all’anno, Noi applicheremo questo articolo alla lettera: e in quaranta sedute i signori deputati avranno tutto il tempo per assolvere i compiti affidati loro dalle leggi costitutive.
Il nostro sistema corporativo provvederà a trattare ed a risolvere quei problemi che ora sono usurpati e insoluti, o malrisolti, dal Parlamento. Non accadrà più quel che accade troppo frequentemente ora: che una legge — supponiamo — sul lavoro portuale sia preparata discussa e applicata da gente che non ha mai visto i capannoni di un molo o le stive di una, carboniera.
« Quanto all’organizzazione economica i nostri principi sono: lotta contro l’ipercapitalismo. Controllo delle banche e delle fabbriche di armi. Niente monopoli di Stato. Rinnovamento totale del nostro sistema commerciale soprattutto in quanto concerne gli scambi con l’estero. Creazione di nuove industrie. Sfruttamento massimo delle nostre risorse coloniali.
«Terzo. Organizzazione sociale: i sindacati saranno mantenuti, ma senza il carattere politico che hanno assunto. Carta del Lavoro e Magistratura, del Lavoro. Incoraggiamenti alle famiglie numerose. Limitazione della mano d’opera straniera».
Degrelle pausa: ho l’impressione netta che aspetti un mio commento alle sue frasi brevi e secche.
— E’ un programma nettamente totalitario. Quanti anni vi ci vorranno per realizzarlo?
— In vent’anni il nuovo Stato belga sarà stabilito in ogni più minuta funzione e funzionerà appieno. Con questo è implicitamente detto che il rexismo una volta al potere, manterrà il potere per almeno quattro lustri. Sarà un governo forte, di quelli che sanno dove vogliono arrivare e che non ammettono trabocchetti sul proprio cammino.
— Voi escludete il ricorso alla forza per la conquista del potere. Ma se sarete attaccati con la forza come difenderete il vostro piano di conquista?
— Noi contiamo sulla giustizia che ha per missione la protezione dei diritti di tutti i cittadini. E’ vero che la giustizia belga sembra poco disposta ad agire contro i facinorosi e i provocatori… Può darsi che un giorno i rexisti si trovino costretti a non contare che su se stessi per difendersi. Noi non abbiamo, checché dicano gli avversari, né milizia né depositi di armi. Ma possiamo contare sull’appoggio totale di certi organismi fortemente preparati ed anche sulla simpatia attiva di certi corpi armati.
La politica estera
— E quale sarà la vostra politica estera?
— Non perderemo mai di vista due scopi principali. Primo: tenere il Belgio al di fuori di qualsiasi conflitto che potesse scoppiare in Europa. Seconda; stimolare la nostra espansione commerciale. Vogliamo vivere in buona armonia con tutti i nostri vicini e concludere con essi dei patti di non aggressione se questi potranno servire a consolidare la pace. Non vogliamo assolutamente che la nostra politica sia rimorchiata da quella di un paese straniero. E ciò tanto meno quando tale paese è manovrato dai marxisti.
— Questo, salvo l’ultima precisazione, è stato detto nell’ormai famoso discorso del Re, discorso che il governo di Van Zeeland ha fatto suo…
— Sul discorso del Re c’è da parlare piuttosto a lungo: quanto al governo, questo ha bensì detto di voler far proprie le dichiarazioni del Sovrano. Ma io non gli credo. E vi dimostrerò perchè non ci si può credere.
Il Capo del rexismo ha appena cominciato a parlare quando un’altra telefonata, la settima durante mezz’ora, lo interrompe. E questa volta il messaggio telefonico, seppure non grave, è tale da far sospendere l’intervista.
— La polizia, una ventina di agenti — mi dice sorridendo Degrelle — sono entrati nell’edificio. Hanno ordine di interrogare, perquisire e, magari, arrestare… Sapete perchè? Perchè abbiamo pubblicato nomi fatti e documenti sull’invio di armi e di « volontari » in aiuto dei comunisti spagnoli. Notate bene: noi abbiamo stampato il nome dell’esimio socialista che organizza queste spedizioni di carne belga al macello di Barcellona e di Madrid. Abbiamo dimostrato quanto, in che giorno, da quale banca, per conto di quale rappresentante straniero, gli è stato pagato in compenso dei suoi servizi… Ebbene voi pensate che quel signore sia stato fatto arrestare dal suo « compagno » Van Zeeland o dall’altro compare che regge il ministero della giustizia ? Neanche per idea: vengono da noi ad interrogarci ed a perquisirci perchè vogliono sapere come abbiamo fatto a sapere e come abbiamo fatto per avere le prove…. Evidentemente i nostri avversari appartengono a quella scuola secondo cui per far sparire la febbre bisogna spaccare il termometro..
Due estratti da “Conversazioni a tavola di Hitler” edito dall’ottima Libreria Editrice Goriziana.

2 agosto 1941, durante il pranzo.
Giuristi e ribaldi. – I castighi corporali. – Semplificazione necessaria dell’apparato repressivo.
Come i cacciatori si danno pensiero, molto tempo prima, della selvaggina che uccideranno al tempo della caccia, così i giuristi si danno pensiero dei furfanti.
Il maggior vizio del nostro sistema repressivo sta nell’importanza esagerata attribuita a una prima condanna. Una pena corporale sarebbe spesso di gran lunga preferibile a una pena detentiva. In carcere, e nei penitenziari, il delinquente impara troppe cose. I recidivi che egli avvicina cominciano col dimostrargli che si è comportato stupidamente e gl’insegnano come far meglio la prossima volta. Il soggiorno in carcere non costituisce in fondo che un insegnamento ininterrotto dell’arte di fare il male.
A Berlino è stato commesso un assassinio. La stampa ne parla diffusamente e Schaub domanda al Führer quanto tempo passerà prima del processo.
In un caso simile trovo assurdo un lungo processo in piena regola per accertare la responsabilità o l’irresponsabilità. Secondo me, l’autore di questo delitto, responsabile o non, dev’essere eliminato.
Notte dal 14 al 15 settembre 1941.
Della criminalità in tempo di guerra – Gli attentati nei Paesi occupati -Mansuetudine dei giuristi. – La via della durezza estrema.
Il trionfo della delinquenza nel 1918 si spiega. Durante quattro anni di guerra, dei grandi vuoti si erano scavati tra i migliori di noi. E mentre noi eravamo al fronte, la criminalità si era sviluppata all’interno. Poiché le condanne a morte erano rarissime, il giorno in cui si vollero dare dei capi alla massa rivoluzionaria bastò aprire le porte delle prigioni.
Ho ordinato a Himmler, qualora un giorno si avesse ragione di temere disordini interni, di liquidare tutti coloro che si trovano nei campi di concentramento. Così, d’un tratto, la rivoluzione verrebbe a esser privata dei suoi capi.
Il vecchio Reich sapeva già agire con fermezza nelle regioni occupate. E con fermezza il conte von der Goltz punì i tentativi di sabotaggio delle ferrovie nel Belgio. Fece bruciare tutti i villaggi per un raggio di parecchi chilometri, dopo aver fatto fucilare i borgomastri, imprigionare gli uomini ed evacuare le donne e i bambini. Ci furono in tutto tre o quattro attentati, poi più niente. Tuttavia nel 1918 la popolazione civile tenne un contegno ostile nei riguardi delle truppe tedesche che andavano in linea. Mi ricordo di un ufficiale che ci incitava a proseguire il cammino mentre noi volevamo dare una lezione ad alcuni ragazzacci che ci mostravano la lingua. La truppa avrebbe avuto facilmente ragione di questi incidenti, ma i giuristi difendevano sempre la causa della popolazione. Non posso dire quanto io odii questa nozione artificiale del diritto.
Oggi è la stessa cosa. Durante la campagna di Polonia i giuristi hanno tentato di prendersela con la truppa perché questa aveva fucilato sessanta civili in una regione in cui alcuni soldati feriti erano stati massacrati. In casi simili un giurista apre una istruttoria contro X. Naturalmente la sua inchiesta non dà alcun risultato, perché nessuno ha mai visto niente, e se qualcuno conosce il colpevole, sì guarderà bene dal denunziare uno della “resistenza”.
I giuristi non possono capire che ben altre leggi entrano in vigore nei periodi di emergenza. Sarò proprio curioso di sapere se avranno condannato a morte lo squilibrato che ha appiccato il fuoco alla Bremen – per vizio, si dice, per il gusto di produrre un incendio. Ho dato istruzioni per l’eventualità che quest’uomo non fosse condannato a morte. Verrebbe immediatamente fucilato.
Di solito il procuratore generale chiede la pena di morte, ma i giudici, nel dubbio, trovano sempre le circostanze attenuanti. Così, quando la legge prevede come pena la morte, l’ergastolo, i lavori forzati o il carcere, essi applicano quasi sempre la pena del carcere.
Ogni anno in Germania duemila persone all’incirca scompaiono senza lasciar tracce, per lo più vittime di maniaci e di sadici. Si sa bene che questi sono generalmente dei recidivi – ma i giuristi, che li vezzeggiano, hanno cura di non infligger loro che delle pene molto miti. E tuttavia questa sottoumanità è il fermento che mina lo Stato! Non vedo alcuna differenza tra costoro e i bruti che popolano i nostri campi di prigionieri russi.
Di solito i giuristi fanno di tutto per scaricare sul legislatore la responsabilità della loro mansuetudine. Questa volta abbiamo aperto loro la strada della durezza estrema, e tuttavia comminano pene carcerarie. Perché temono la responsabilità, perché mancano di coraggio.
L’inverosimile è che a coloro che non vogliono rispettare le leggi di un Paese si permetta tuttavia di fruire dei benefici di tali leggi.
Di Piero Sella – Tratto da l’Uomo Libero - Numero 55 del 01/04/2003
Estate 1942. La riconquista della piazzaforte di Tobruk – 21 giugno – consegna alle forze dell’Asse un enorme bottino in materiale bellico, mezzi corazzati e meccanizzati, viveri. I prigionieri sono 33.000, con 7 generali. Hitler nomina il comandante dell’Afrika Korps, Erwin Rommel, Feldmaresciallo. Gli italo-tedeschi hanno le ali ai piedi: puntano verso Alessandria, il Cairo – dove gli inglesi sono in preda al panico – e il Canale di Suez.
È forse l’unico momento della guerra nel quale la fortuna sembra arridere, nel suo complesso, al Tripartito, l’alleanza tra Germania, Italia e Giappone. In estremo Oriente i nipponici occupano, oltre alla Manciuria e a gran parte della Cina, un’immensa area del Pacifico, con le Filippine, già colonia USA, le Indie olandesi con Sumatra, Giava e Borneo, e i possedimenti britannici di Hong-Kong, di Singapore e della penisola di Malacca. Un’intesa politico-militare è raggiunta dai giapponesi con le autorità coloniali dell’Indocina francese. Gli inglesi vedono in pericolo anche la Nuova Guinea e l’Australia. Sentimenti di rivolta contro l’occupante si fanno manifesti in Birmania e nell’impero indiano: il nazionalista Chandra Bose, (1) già seguace di Gandhi, organizza, utilizzando i connazionali arruolati dagli inglesi e caduti prigionieri dei nipponici, un Esercito di Liberazione Nazionale.
Nell’Est europeo, dopo la sosta invernale, l’offensiva tedesca e degli alleati italiani, romeni e ungheresi si sviluppa nel settore meridionale del fronte. «Le notizie dalla Russia sono meravigliose» scrive Rommel, dalla Libia, alla moglie. Il 7 giugno cade Sebastopoli in Crimea, il 23 luglio, a Rostov, i tedeschi interrompono l’oleodotto del Caucaso. In quegli stessi giorni è raggiunto il Volga; il traffico dal Caspio è bloccato. I prossimi obiettivi sono Stalingrado e i campi petroliferi di Baku.
In caso di successo, dalla Russia meridionale le armate tedesche potranno, volgendo a Sud, incontrarsi con Rommel, il quale, dopo essersi lasciato alle spalle l’Egitto, conta di raggiungere prima la Palestina, poi la Siria, l’Iraq e l’Iran. Non solo nell’intero scacchiere le forze nemiche sono esigue ma, in ognuno dei paesi citati, i popoli oppressi dal colonialismo anglo-francese alzano la testa. Viva la simpatia degli arabi per i tedeschi: Hitler è popolarissimo. Sentono aria di libertà anche le genti dell’Asia centrale che la feroce utopia comunista ha tentato invano di snazionalizzare.
Le truppe dell’Asse sono attese ovunque a braccia aperte. Nel mese di ottobre la spinta del Tripartito però si blocca. È il momento cruciale della guerra. I successi assicurati alla Germania e al Giappone dall’impiego geniale e imprevisto delle proprie forze hanno raggiunto il culmine. Gli avversari hanno superato la crisi e il loro strapotere economico e industriale si avvia a rendere fatale l’esito del conflitto. In estremo Oriente il vento è cambiato. Ne sono un segno la battaglia del Mar dei Coralli, lo sfortunato scontro di Midway – dove i giapponesi perdono un’intera squadra di portaerei – l’offensiva americana nelle Salomone. Anche in Occidente sono gli Stati Uniti a fare la differenza.
I rifornimenti americani arrivano massicci via mare in Inghilterra e in Africa. Aerei, sorvolando il Sahara, passano dalla Nigeria a Khartum. Trasporti militari, via Capo di Buona Speranza, risalgono dal Mar Rosso fino a Porto Sudan e Suez. Questa è una rotta libera dalla primavera del 1941, da quando 1′AOI, l’Africa Orientale Italiana, è in mano nemica. L’America presta soccorso anche alla Russia comunista. Attraverso il Golfo Persico e l’Iran, la cui neutralità è stata violata dagli anglo-americani nell’estate 1941 subito dopo l’attacco tedesco all’URSS, una nuova ferrovia porta a Nord carri armati, automezzi, viveri e munizioni per l’Armata Rossa. Ma gli aiuti americani giungono anche da Nord e da Est, da Murmansk sul Mar Glaciale Artico, e da Vladivodstok sul Pacifico. In quest’ultimo porto, servito dalla Transiberiana, materiali americani d’ogni genere, caricati negli scali della California, arrivano su mercantili che battono bandiera sovietica. I rifornimenti transitano sotto il naso dei giapponesi, che non sono in guerra con l’URSS, e finiscono in Europa per essere utilizzati contro gli alleati del Sol Levante. Stalin ricambia i doni dei capitalisti autorizzando ad atterrare in Siberia gli aerei americani che bombardano Tokyo e le città giapponesi (2).
In Africa Settentrionale, l’offensiva italo-tedesca non può essere adeguatamente alimentata. Le linee di collegamento si sono allungate a dismisura; un’unica strada, la Balbia, corre lungo il mare per oltre 2.000 chilometri da Tripoli alla prima linea.
I porti di Bengasi e Tobruk, già infelici per i fondali e per aver subìto gravi danni dall’alterno muoversi del fronte, sono più vicini alla prima linea, ma il viaggio è più rischioso perché nella sua parte finale rientra nel raggio d’azione degli aerei inglesi di base in Egitto. Buona parte del carburante trasportato su strada è consumato prima di giungere a destinazione; gli automezzi che da Tripoli corrono verso l’Egitto sono anche attaccati senza sosta dagli aerei nemici. Spesso vengono colti di sorpresa dalle autoblindo inglesi che escono dal deserto e subito tornano a rifugiarvisi. Una crescente, considerevole percentuale dei materiali imbarcati nei porti italiani va inoltre persa nella battaglia per i convogli. È questo uno dei capitoli più inspiegabili e dolorosi della guerra. Per i primi due anni del conflitto infatti la superiorità della nostra marina fu schiacciante, essendo le navi inglesi inferiori per numero e tecnologicamente superate. La grande distanza tra le basi di Alessandria e di Gibilterra rendeva altresì rischiosa per gli inglesi ogni sortita che comportasse l’azione combinata delle due squadre. Malta, situata a poche miglia dalla Sicilia, era di continuo sottoposta a bombardamenti che l’avevano ridotta alla fame. L’intervento del II Fliegerkorps, il corpo aereo tedesco di base in Sicilia, l’ingresso nel Mediterraneo dei sottomarini germanici, (3) e la splendida azione dei mezzi d’assalto italiani contro il porto di Alessandria – nella notte del 19 dicembre ’41 erano state messe fuori combattimento la Queen Elizabeth e la Valiant – avevano privato, nella primavera del ’42, la marina inglese di portaerei e corazzate.
Della situazione che si era determinata a suo favore la marina italiana non aveva però saputo o voluto trarre profitto. E a fare intuire le sue grandi possibilità d’azione sul mare basterà la semplice elencazione delle unità a disposizione allo scoppio del conflitto. Quattro corazzate da 31 mila tonnellate con pezzi da 320 mm – Giulio Cesare, Cavour, Doria e Duilio – altre due corazzate – Littorio e Vittorio Veneto – da 42 mila tonnellate con pezzi da 381 mm, orgoglio della cantieristica nazionale e senza confronto al mondo. Sette incrociatori pesanti da 11.000 tonnellate con cannoni da 203 mm, 12 incrociatori leggeri; 59 cacciatorpediniere; 70 torpediniere, 50 Mas, 117 sommergibili. Ciononostante, per tutta la guerra, anche quando il rapporto delle forze lo avrebbe consigliato, i nostri comandi rifiutarono lo scontro col nemico, imponendo con sconcertante puntualità alla flotta inconcludenti spostamenti e il consumo di migliaia di tonnellate di nafta. Carburante che la Germania fiduciosamente continuava a fornire, così come veniva fornito tutto il carbone di cui l’Italia aveva necessità, oltre 10 milioni di tonnellate ogni anno.
Se si esamina il gran numero di uscite della flotta con formazioni adatte ad affrontare uno scontro decisivo con l’avversario e concluse invece tutte con un nulla di fatto, c’è da rimanere allibiti. A volte si rientra alla base perché le segnalazioni delle navi nemiche sono risultate, per colpa del comando o degli aerei osservatori, infondate; altre ancora perché da Supermarina subentrano valutazioni esagerate sulla forza nemica. Succede anche che il combattimento sia reso impossibile dal sopravvenire del buio o dal fatto che l’avversario si ripari dietro cortine di nebbia artificiale.
Pare impossibile che, nel corso di tre anni, il nemico non sia mai stato affrontato, neppure quando si era mosso dalle sue basi privo dell’appoggio di portaerei e di navi da battaglia, né quando si era spinto, in modo azzardato, a ridosso delle nostre coste. Fattostà che, come abbiamo detto, si consumavano a vuoto enormi quantità di nafta. Un solo esempio: alla fine di luglio del ’40 un convoglio diretto in Libia è protetto da ben 11 incrociatori, 23 cacciatorpediniere, 14 torpediniere, 14 sommergibili. Viene il sospetto che consumare nafta fosse l’obiettivo principale di Supermarina, tanto per mettere in difficoltà chi ce la dava, quanto per avere il pretesto, annunciando che i depositi erano esauriti, di evitare l’uscita dai porti delle grandi navi da battaglia. Ma diamo pure per buona la scarsità di carburante.
Doveva essere questo un motivo in più per impiegare le navi quando, all’inizio del conflitto, il nemico era in crisi e il combustibile abbondante. La marina aveva allora, nei suoi 32 depositi sparsi nei vari ancoraggi nazionali, oltre 2 milioni di tonnellate di nafta. La strategia adottata da Supermarina fu davvero disastrosa. Per non averli scortati in modo adeguato, vennero persi, sulle rotte africane, oltre 500 piroscafi, pari a 1.200.000 tsl. Nella battaglia per i convogli il contrasto con l’avversario venne prevalentemente affidato alle piccole unità che furono sacrificate con scarsi risultati. 1 cacciatorpediniere e i sommergibili vennero a volte addirittura declassati e, invece di agire come navi da guerra, furono adibiti al trasporto di pericolosissimo materiale infiammabile che, raggiunto dal fuoco nemico, causò la perdita delle unità e la morte di migliaia di valorosi marinai. Che senso aveva approntare grandi navi da battaglia e affrontare il nemico solo con quelle piccole?
Rommel, nelle irripetibili, favorevoli circostanze che la sorte aveva concesso alle nostre armi, dopo Tobruk si aspettava dalla marina italiana il massimo impegno.
Essa era in grado di offrire un duplice contributo: trasferite a Creta, le grandi navi da battaglia avrebbero potuto in poche ore di navigazione portarsi davanti a El Alamein e polverizzare, cannoneggiandole con proiettili da una tonnellata ciascuno, le difese inglesi; ma la marina era anche essenziale per la scorta ai rifornimenti, che dovevano assolutamente arrivare in prima linea, essendo per l’armata italo-tedesca questione di vita o di morte, di vittoria o di sconfitta. Le navi della regia marina invece non solo non cercano lo scontro, non solo non appoggiano dal mare i combattimenti a terra – una scelta tattica evidentemente sconosciuta ai nostri comandi – ma abbandonano i convogli privi della necessaria assistenza.
Le navi da carico, i trasporti truppa, le navi cisterna, sono mandate allo sbaraglio, in bocca al nemico. A Supermarina molti tra i cervelli più alti in grado lavorano infatti per il nemico, il quale, degli orari di partenza delle navi e della rotta loro assegnata è puntualmente informato. Ciò accade fin dall’inizio delle ostilità quando, in poche settimane, vanno persi ben 20 sommergibili, spediti in agguato in zone dove erano attesi. Gli ammiragli di Supermarina sono sempre attivi; se lo scontro col nemico offre possibilità di successo, essi intervengono a far ritirare le navi da battaglia. Così accadde nella cosiddetta battaglia di Punta Stilo, nella quale gli inglesi, che si erano spinti fin sulle coste della Calabria, avrebbero potuto essere duramente castigati. Eppure, non solo sono richiamate le navi da battaglia, del centinaio di sommergibili a disposizione se ne fanno uscire solo quattro, dei circa 1.000 aerei in grado di levarsi in volo, ne vengono impiegati appena un centinaio.
Sembrava che, con le incessanti perdite di navi mercantili, la sfortuna si accanisse contro la nostra bandiera; ma non si trattava di sfortuna. La colpa era del tradimento che si annidava nei massimi gradi della marina. Da sempre filo-monarchica e filobritannica, questa forza armata aveva nei suoi quadri un gran numero di ufficiali ostili al regime. A molti di loro, poi, un regolamento cervellotico e una dirigenza politica troppo accomodante avevano consentito di restare in servizio pur avendo sposato donne straniere. Gli ufficiali in queste condizioni erano, tra esercito e marina, qualche centinaio.
Sposato con un’americana, l’addetto navale italiano a Washington, capitano di vascello Alberto Lais, vende agli americani il cifrario della marina. Il generale Carboni, responsabile del servizio spionaggio dell’esercito, figlio di un’americana dell’Alabama, è un esperto nella disinformazione. Oltre a gonfiare sistematicamente le forze del nemico, ha l’opportunità di inserire elementi a lui graditi nelle varie strutture militari. Ed ecco che a Tolone, nella delegazione della Commssione Armistiziale con la Francia, troviamo l’ammiraglio Vittorio Tur, di padre francese e sposato a un’inglese, il quale, attraverso la resistenza francese, passa informazioni a Londra. In questo nido di traditori faceva da cerniera Enrico Paolo Tur, fratello dell’ammiraglio, già compagno di accademia a Livorno dell’ammiraglio De Feo che capeggia la Commissione di Armistizio.
Non può essere un caso che, quando viene programmato l’attacco a Malta, il comando dell’operazione sia affidato proprio all’ammiraglio Tur. Alle sue dipendenze, alla guida di una delle divisioni che dovranno sbarcare, la Friuli, c’è di nuovo il generale Carboni, il quale semina pessimismo e si muove per sabotare l’azione. Dopo il rinvio sirte die dello sbarco e l’occupazione della Francia «libera» seguita all’invasione alleata del Nord Africa – novembre ’42 – troviamo il Tur al comando della piazzaforte di Tolone. In questa stessa città, nel giugno ’43, il fratello dell’ammiraglio viene finalmente colto con le mani nel sacco dal nostro controspionaggio. Il responsabile dei servizi, generale Amè, si presenta con Senise, capo della polizia, al cospetto di Mussolini e gli mostra i documenti sequestrati al contatto francese di Enrico Paolo Tur.
Visto che i traditori sono marinai, il Duce passa i documenti al controspionaggio della marina, senza sapere che lì c’è il capobanda delle spie, l’ammiraglio Maugeri. Quanto all’ammiraglio Tur, invece di essere prudenzialmente messo in fortezza, viene trasferito al comando marittimo del basso Tirreno, con giurisdizione sulla Sicilia, proprio dove gli alleati sbarcheranno il mese successivo. Hanno saputo, guardacaso, che la flotta italiana, per l’occasione, non si sarebbe mossa per ostacolarli. Per le benemerenze che abbiamo ora ricordato, la spia Enrico Paolo Tur fu riammesso in servizio e gli fu concessa, nel dopoguerra, la pensione della marina militare (Libretto n. 397016).
Non c’è da meravigliarsi che, con simili comandanti, la flotta italiana continuasse a ricevere ordini che il più delle volte non le avrebbero permesso di confrontarsi col nemico. In 39 mesi di guerra, un bilancio davvero desolante, le nostre navi affonderanno a cannonate solamente due piccole motosiluranti inglesi (la MTB 639 e la MTB 316). A volte il risultato desiderato da Supermarina lo si può cogliere solo con la fuga. È quanto accade il 10 novembre ’41: 4 piroscafi e 3 petroliere portano in Libia 389 carri armati, 17.281 tonnellate di benzina e 1.579 di munizioni, oltre a 15.000 tonnellate di materiali vari. Di scorta al convoglio c’è la III divisione, con 2 incrociatori pesanti, il Trento e il Trieste e 10 cacciatorpediniere, al comando dell’ammiraglio Bruno Brivonesi.
I mercantili, che viaggiavano ciascuno protetto da due navi da guerra e per i quali era stata tracciata da Supermarina una rotta molto particolare, vengono sorpresi da 2 incrociatori leggeri e 2 caccia inglesi. Mentre i trasporti del convoglio italiano sono colpiti e affondano tutti, il Brivonesi, che durante lo scontro si era tenuto a distanza di sicurezza, si rintana con le sue 12 navi a Taranto.
Questo ammiraglio era uno degli ufficiali cui abbiamo accennato poc’anzi; la moglie, anche stavolta, un’inglese. La sua condotta gli costa la destituzione dal comando e il deferimento alla corte marziale, ma gli ammiragli che lo giudicano sono evidentemente della sua stessa pasta e lo assolse perché «il fatto non costituisce reato».
Nel dopoguerra, il Brivonesi querelò per diffamazione e vilipendio Antonino Trizzino, il quale, in Navi e poltrone, l’aveva accusato di codardia di fronte al nemico. Ebbene, nel 1954, la corte d’assise di Milano assolse il Trizzino con formula piena.
Un altro caso emblematico è quello della seconda battaglia della Sirte.
Gli inglesi nel Mediterraneo sono privi di portaerei dal maggio del ’41 e, dal dicembre, di corazzate. Per la scorta di un convoglio diretto a Malta, 1′MW10, che esce da Alessandria il 20 marzo ’42, dispongono solo di pochi incrociatori leggeri e di qualche cacciatorpediniere. Per intercettare il convoglio esce da Taranto, al comando dell’ammiraglio Iachino, la Littorio scortata dai caccia Aviere, Ascari, Oriani, Grecale. Da Messina, al comando dell’ammiraglio Parona, muovono gli incrociatori pesanti Gorizia e Trento, nonché il leggero Bande Nere coi caccia Alpino, Bersagliere, Fuciliere e Lanciere.
Affrontato dai caccia inglesi, il Parona comunica a Iachino di aver assunto rotta Nord e di essere inseguito dal nemico! Iachino si avvicina, e, a questo punto, le due squadre italiane vengono affrontate a più riprese, con salve di artiglieria e lancio di siluri, dai quattro caccia inglesi che difendono il convoglio. Per dare un’idea della sproporzione di forze, il peso della bordata italiana era di 11.000 Kg.; quella inglese di 2.500. Ma nessuna delle piccole unità inglesi è colpita. Dopo aver incassato sulla Littorio un colpo sparato da uno dei caccia che si era con grande coraggio avvicinato fino a 5.000 mt., Iachino decide di rientrare a Taranto. Il convoglio nemico è salvo. «Indescrivibile fu il nostro sollievo quando ci confermarono che gli italiani si stavano ritirando».
Così, ancora incredulo, l’ammiraglio Cunningham ad Alessandria. Con questa «battaglia» Iachino chiude la sua disastrosa esperienza di comandante della flotta. Delle altre sue imprese, il mancato inseguimento del nemico dopo il bombardamento di Genova (9-02-1941), la notte degli incrociatori a Capo Matapan (28-03-1941) parleremo più avanti.
Questa del marzo 1942 fu l’ultima ingloriosa uscita della flotta italiana prima dell’ 8 settembre. Una parte negli eventi che in questa data vivrà la marina tocca al contrammiraglio Massimo Girosi. Già uomo del SIM di Carboni, il Girosi è assegnato all’Ufficio Operazioni di Supermarina. Qui lo raggiunge una comunicazione da parte del fratello Mario che, a New York, stava collaborando col Naval Intelligence, lo spionaggio americano, al quale aveva fornito documenti definiti dalla marina USA «di valore inestimabile». Questa attività gli vale dal nemico la Silver Star.
Il messaggio del fratello, che Massimo Girosi riporta orgoglioso all’ammiraglio Raffaele De Courten, divenuto ministro della marina col 25 luglio ’43, contiene la proposta per la flotta italiana di ritirarsi di fatto dalla lotta e di prepararsi a passare dalla parte degli alleati. Il De Courten mostra di apprezzare l’invito e ne parla compiaciuto a Badoglio. La marina, prima e unica tra le forze armate, scavalca il proprio governo, e si dichiara pronta alla resa. Se, come abbiamo visto, il problema dell’Asse era il mare, fatalmente doveva conseguirne al fronte una situazione di stallo. A causa della penuria di mezzi bellici e di carburante, nell’estate le nostre puntate offensive, da El Alamein verso Est, risultano troppo deboli e vengono respinte. Le divisioni italo-tedesche non hanno più fiato: devono trincerarsi nel deserto. La guerra di movimento che Rommel a lungo era riuscito a imporre è ormai un ricordo.
Immensi campi minati, i «giardini del diavolo», sono posti a difesa della prima linea, che da El Alamein sulla costa a meno da 100 chilometri da Alessandria, si estende fino all’infernale, impraticabile depressione di El Quattara, a Sud.
La superiorità del nemico si fa intanto incolmabile. L’ 8° armata inglese, che comprende indiani, sudafricani, neozelandesi e polacchi (4), conta più di 230.000 uomini. La sua artiglieria può schierare 4.000 bocche da fuoco; 1.500 sono i carri armati, 1.800 gli aeroplani.
Sul versante dell’Asse due divisioni tedesche, la 90a e la 164° leggere, oltre alla 288′ brigata paracadutisti del generale Ramcke, sono schierate con le nostre Brescia, Trento, Trieste, Folgore. La fanteria è appoggiata da meno di 500 carri tra i Panzer germanici delle 15a e 21a corazzate e i nostri della Littorio e dell’Ariete.
Pesante anche l’inferiorità dell’artiglieria, drammatica quella dell’aeronautica. U80% degli automezzi dell’Asse sono quelli presi agli inglesi a Tobruk.
Col plenilunio, la notte del 23 ottobre ha inizio l’attacco nemico. I rifornimenti per le truppe italo-tedesche arrivano col contagocce (5). La flotta non partecipa a quello che la storia ha dimostrato essere lo scontro decisivo. E non ci possono essere scuse per il mancato impiego. Tener da conto le grandi navi non poteva servire a nulla. Era il momento di giocare il tutto per tutto, di gettare ogni risorsa sul piatto della bilancia. Gli inglesi vedono invece di continuo affluire nuovi armamenti: un convoglio proveniente dagli Stati Uniti scarica a Suez 300 carri armati Sherman e 100 semoventi con officine e ricambi. Ma arrivano anche, di continuo, truppe fresche. Gli uomini della prima linea possono così darsi i turni e riposare nelle retrovie. Bevono birra ghiacciata ad Alessandria.
Ai nostri manca l’acqua e le razioni del pane sono dimezzate.
Eppure, anche se abbandonate da Roma al loro destino, le truppe dell’Asse resistono. Gli inglesi cozzano contro una resistenza tenacissima; non riescono a sfondare e riportano perdite assai gravi. I battaglioni italiani e tedeschi, che si alternano, combattendo fianco a fianco, nei capisaldi della posizione di resistenza, tengono duro con la volontà di chi, fino a poche settimane prima, aveva creduto a una svolta vittoriosa del conflitto. Tra gli italiani, poi, c’è anche una gran voglia di riscattare le cattive prove fornite fin dall’inizio del conflitto. Ufficiali e soldati vogliono dimostrare di essere molto diversi da chi in patria sta remando contro, da chi, sul sangue del popolo, ha giocato con la «guerra parallela». Il tempo dei Badoglio, dei Graziani, dei Duchi d’Aosta è finito. Il soldato italiano dimostra di saper mantenere la parola data e, sul campo, alla prova del fuoco, non è secondo a nessuno. Si batte con coraggio e disciplina. La resistenza risulta tuttavia impossibile. È una battaglia di logoramento nella quale il più debole, chi non riceve rinforzi, è destinato a perdere.
Ai primi di novembre i corazzati inglesi travolgono la linea di difesa dell’Asse e il ripiegamento di quel che resta del Deutsches Afrika Korps e degli italiani è inevitabile. La ritirata, ordinata da Rommel il 4 novembre alle ore 15.30, si trasforma in una rotta che, in breve tempo, porta al definitivo abbandono di Tripoli. Le iene sentono già odor di cadavere. La gioia per la sconfitta è espressa con sfacciata sincerità dall’ebreo Leo Weiczen, alias Leone Waiz, più noto come Leo Valiani: «Senza El Alamein non ci sarebbe stato né lo sbarco in Sicilia, né la resistenza, né la lotta di liberazione». In queste poche repellenti parole c’è, già condensato, il concetto della «guerra sbagliata».
In quelle stesse settimane gli «alleati» sono intanto sbarcati in forze in Marocco e Algeria. La marina italiana, cui l’entrata nel Mediterraneo dei grandi convogli nemici era stata tempestivamente segnalata da Gibilterra, ancora una volta è assente. L’Africa a questo punto è perduta, la strategia in vista della quale lo sforzo offensivo era stato fatto è ormai fallita e il Continente appare minacciato da vicino. Eppure ecco nuovamente manifestarsi, macroscopica, l’insipienza del comando supremo.
Invece di mobilitare ogni energia per la difesa del territorio nazionale, ventre molle della fortezza europea, si decide di combattere in Tunisia e in quella testa di ponte vengono trasferite le ultime divisioni atte al combattimento.
Conoscendo la scarsa entità e l’inefficienza delle riserve a disposizione in patria, a Roma si decide di difendere, al posto della Sicilia, la Tunisia.
Mentre a El Alamein Rommel era stato lasciato solo, è davvero strano che, neppure un mese dopo, tre divisioni tedesche, di cui una corazzata, e due italiane, con armi, viveri, munizioni e carburante, vengano inviate in Africa. Ed è solo l’inizio: ancora a gennaio e febbraio ’43, a impinguare il futuro bottino nemico, arrivano nella trappola tunisina carri armati, artiglieria e truppe fresche. La flotta «non aveva nafta», ma riesce a trasportare oltremare 70.000 uomini e 300.000 tonnellate di materiale. Gli anglo-americani, nel frattempo, si erano enormemente rafforzati, sia sul mare che in aria.
E così, nonostante non vi fossero in Tunisia prospettive per una prolungata, valida battaglia di contenimento, l’esercito e la marina italiana continuano a dissanguarsi lontano da casa. Nell’inverno ’42-’43, perdiamo, affondati dal nemico, altri 151 piroscafi (6). Nell’ultima battaglia d’Africa, mentre gli americani al loro esordio danno pessima prova di sé e lasciano sul campo migliaia di prigionieri, i reparti italo-tedeschi si battono bene, ma il 13 maggio del ’43, ormai imbottigliati a Capo Bon, sono costretti ad arrendersi. È un disastro annunciato, e di una gravità epocale. Rommel aveva visto giusto.
Cadono prigionieri 130.000 tedeschi e 120.000 italiani, in totale 15 divisioni con tutto il loro equipaggiamento pesante. La marina, che si era prodigata a trasferire nel tritacarne tunisino uomini e mezzi, si guarda bene dall’attivarsi per riportarli indietro. Né qualcuno più in alto si preoccupa di dare ordini in tal senso. Le grandi navi restano anche questa volta al riparo nei porti del Nord, ben lontane dalla zona d’operazioni. E questo anche se la possibilità di una Dunkerque africana, (7) che portasse in salvo in Sicilia i veterani d’Africa e le armi più utili per la nuova campagna, non era affatto irrealistica.
Non solo il Canale di Sicilia è un tratto di mare assai breve, ma la vicinanza dei campi d’aviazione della Sicilia e della Sardegna avrebbe offerto un’efficace protezione alle navi impiegate nello sgombero. Di tale parere anche il comandante avversario, generale Alexander, il quale stimava che almeno 70.000 uomini avrebbero potuto essere evacuati in Sicilia. Mentre si consuma il calvario africano, in Russia crolla il fronte del Don; è coinvolto anche l’ARMIR, il corpo di spedizione italiano in Russia. Di lì a poco la VI armata di Von Paulus assediata a Stalingrado si deve arrendere. Su 230.000 prigionieri tedeschi e 100.000 italiani ne torneranno in patria solo 20.000, alcuni dopo 12 anni di durissima prigionia. Il tempo gioca a questo punto contro l’Asse, ma mentre in Russia il fronte è ancora lontano dalle frontiere del Reich, per l’Italia il pericolo è incombente.
Come si reagisce a Roma?
Mentre col tepore della sconfitta gli antifascisii riemergono dal lungo letargo, gli ambienti di Casa Savoia, i generali felloni, il conte Ciano e altri gerarchi come Grandi e Bastianini tramano per uscire dal conflitto. Vogliono evitare la «resa incondizionata» e credono di poter patteggiare, ma, nei confronti del nemico, l’Italia ha ormai perso qualsiasi forza contrattuale. Le nostre continue sconfitte hanno fatto capire agli anglo-americani che è inutile fare concessioni: il crollo totale è questione di settimane. Il 10 giugno cade senza combattere Pantelleria, presidiata da 12.000 uomini alle dipendenze dell’ammiraglio Gino Pavesi. È l’unica isola in tutta la storia militare che si arrende solo per un’azione aerea, eppure Mussolini così telegrafa al Pavesi: «Per vostra opera di comandante vi è conferita sul campo la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia».
Un ammiraglio che andava degradato e fucilato riceve la stessa decorazione che il re aveva consegnato a Mussolini nel 1936 in occasione della conquista dell’impero! Già da tempo il Duce viveva in un mondo permeato da un ottimismo di maniera assolutamente privo di legami con la realtà. Stampa e propaganda lo aiutavano a diffondere il proprio punto di vista, ma purtroppo era un rinviare fine a se stesso. Dietro non c’era assolutamente nulla, nessuna idea, nessuna reattività, nessuna prospettiva di cambiamento. Ne è un esempio la visita a Napoli del giugno 1942, durante la quale Mussolini rivolge elogi e distribuisce ricompense alla squadra navale che, al comando dell’ammiraglio Da Zara, aveva partecipato allo scontro di «metà giugno» nel Mediterraneo. Gli inglesi, che cercavano di rifornire con un grande convoglio Malta, avevano subito gravi perdite. Peccato che le nostre navi avessero come al solito girato le terga al nemico senza combattere e che i racconti del Da Zara fossero un cumulo di fandonie. Gli affondamenti subiti dagli inglesi erano stati infatti tutti causati dagli aerosiluranti S.M.79 della nostra aeronautica, dagli JU87 Stuka della Luftwaffe, e da un campo minato nel quale le navi nemiche erano incappate.
Possibile il Duce non fosse stato informato? Che continuasse a fidarsi di ammiragli decisi solo a non battersi, di un millantatore come Da Zara?
La Sicilia, dove la mafia si è riorganizzata al servizio degli americani, (8) è il nuovo obiettivo degli «alleati». Il nemico è atteso ma alle smargiassate verbali – il discorso sul «bagnasciuga» – non segue alcuna mossa concreta. Quando è il momento dello sbarco, il 10 luglio ’43, la flotta non modifica la sua strategia. Non va incontro al nemico, non si muove dai porti. Era già scritto che le grandi navi da battaglia dovessero restare intatte per il «dopo». Con la sua rete di ammiragli traditori, la regia marina aveva concluso col nemico un armistizio privato, sulla falsariga della proposta dei fratelli Girosi.
Le regole dell’intesa dettate a Lisbona dagli anglo-americani agli uomini di Maugeri, i capitani di vascello Cippico e Cugio, quest’ultimo già addetto navale a Washington, erano queste: la marina italiana non doveva intervenire nelle operazioni militari, gli anglo-americani non avrebbero bombardato i suoi porti. Un simile gentlemen’s agreement sarebbe certamente stato un’ottima base per una cordiale collaborazione, da instaurarsi non appena le navi si fossero trasferite a Malta. Il «contratto» concluso da Supermarina era disciplinatamente applicato a livello locale. Come a Pantelleria c’era stato Pavesi, così in Sicilia, ad Augusta, al comando di una delle basi navali più munite del mondo, si trova un altro uomo d’onore, l’ammiraglio Leonardi. La sera del 12 luglio, 2 caccia nemici e altri mezzi da sbarco entrano nel porto di Augusta e attraccano alle banchine. Le cisterne di carburante, le prese d’acqua, i magazzini, sono intatti. I cannoni della piazzaforte, tra cui 16 pezzi da 381 mm e 29 batterie di grosso calibro, oltre a un treno blindato, non sparano un colpo. Al crollo delle forze armate, mal guidate, male armate, oppresse nel morale da una serie infinita di continui rovesci, seguirà di lì a poco la defezione dell’Italia.
A questo punto la Germania è sola.








