apr 052011

Miguel Serrano

NOI NON LO CELEBRIAMO !

L’ arrivo di Colombo nel suo quinto centenario

[ Traduzione a cura di Alchemica® ]


INTRODUZIONE

Durante la celebrazione dei cinquecento anni dalla cosiddetta “Scoperta dell’ America”, fui invitato a partecipare al Primo Incontro Internazionale “Salud, Historia y Cultura” che si realizzò a Quito, in Ecuador.
Mi si chiedeva di esporre i temi: “Il riscatto dell’ Identità dell’ America” e “La Storia Preincaica e il significato di Tiahuanaco”.
Scrivetti il seguente lavoro, che edito ora in questo libretto, viene da me dedicato alla memoria di Herman Wirth, autore della monumentale opera “L’ Aurora dell’ Umanità” e fondatore della Ahnenerbe, istituto di investigazioni molto specializzate delle SS hitleriste, al pastore Jurgen Spanuth, che si è messo in gioco totalmente nella rivendicazione del Mondo Iperboreo e
all’ antropologo francese radicatosi in Argentina, il professor Jacques de Mahieu, geniale e diligente studioso della nostra America vernacolare, quella degli Dei bianchi.
Questi tre eroi della ricerca storica, sono al presente i più grandi revisionisti, poco conosciuti disgraziatamente poichè la Grande Cospirazione fa tutto il possibile per farli ignorare.
Conobbi personalmente questi tre studiosi, e fu un grande onore per me stringere le loro mani. A loro dedico questo lavoro e, specialmente, al mio grande amico e camerata Jacques de Mahieu, con tutto il mio affetto e ammirazione senza limiti, in modo che il mio ricordo possa giungere sino a dove ora egli si trovi, dopo aver solcato le oscure acque di questo mondo.

Nel Vecchio-Nuovo Mondo

Questo astro, o meglio questa zona o minuscolo punto sperduto nell’ Universo visibile, nel quale oggi viviamo è un mistero per l’ uomo attuale, egli ha perduto la capacità di comprendere, di sentire che è un mistero. Gli uomini dell’ antichità lo sapevano e lo vivevano; i più antichi degli uomini, quasi i primi di questo astro. E lo ricordavano meglio di tutti noi e di coloro che vennero dopo. Gli uomini della pietra non levigata, coloro che innalzarono i grandi cromlesh, i dolmen e i menhir. In seguito ogni cosa inizia a oscurarsi. Senza dubbio il luogo in cui più si percepisce, si sperimenta questo mistero è in questa zona della terra chiamata America del Sud, sui monti e sulle vette delle Ande, nelle sue valli dimenticate, nelle sue conche; giù fino allo stesso Antartide.
Io vorrei presentare un lavoro mastodontico, con molte documentazioni, che si riferisce a tutto questo nostro mondo che ci è stato occultato dalla storiografia ufficiale e che culmina oggi nelle celebrazioni del “Quinto Centenario” della decantata “Scoperta dell’ America”. Vi è qui tutta una farsa, creduta dagli stessi che la sostengono, a causa dell’ ignoranza fomentata e mantenuta attraverso cinquecento anni, precisamente. Cinque secoli nei quali si son fatte sparire sistematicamente le tracce della verità affinchè si potesse, su questa demolizione edificare la menzogna con la quale la Grande Cospirazione ci nasconde la trascendenza di un’ immensa origine, extraterrestre, e che venne sommersa in una catastrofe della proto-storia, il cui retaggio e le cui impronte raccolsero solo nel mito e nella leggenda gli uomini sopravvisuti di Iperborea, di Atlantide, della Lemuria, di Gondwana. Leggenda e mito che ancora sopravvivevano in questo nostro mondo andino quando vi giunsero i cospiratori semiti, con una religione semita, con l’ unico e fermo proposito di far scomparire le sue vestigia e le sue immagini.
Porgo le mie scuse per non poter presentare un lavoro “documentato”, “scientifico”, come oggi è di moda dire, per essermi mancato il tempo sufficiente a realizzarlo.

Gli Iperborei

Non vi è nulla di più insipido nè di più falso che la storia ufficiale edificata su dati spurii, rimaneggiati. Questa storiografia definisce se stessa come “scientifica”. E guai a colui che pretenda allontanarsi un millimetro da essa. Lo si qualifica come “non serio”, “non scientifico”; “un immaginativo”, e lo si colloca al margine del “mondo accademico”. Così è successo ad esempio con il pastore tedesco Jurgen Spanuth e, tra gli altri, con l’ antropologo e studioso francese, radicato in Argentina Jacques de Mahieu. E questo, con tutto che entrambi si attenessero strettamente al metodo d’ investigazione “scientifica”, lavorando su dati concreti di scavi, graffiti, scheletri, mummie, reperti fossili e utensili.
Conobbi personalmente ambedue gli studiosi e, con il professor de Mahieu mantenni un’ importante corrispondenza fino alla sua morte.
Spanuth sostiene che l’ Atlantide di Platone era in verità Iperborea, un’ isola continente, ubicata nelle vicinanze del polo Nord, dove oggi appare Helgoland. La sua capitale era Basileia, o Abalus. Sarebbe scomparsa in una grande catastrofe, che si trova riportata nella “Cronaca di Ura Linda”, tradotta e divulgata dal professor Herman Wirth, fondatore in Germania dell’ Istituto di Investigazioni specializzate delle SS, Ahnenerbe e il quale conobbi alcuni anni prima della sua morte. Dal nord polare discendono gli Iperborei in ondate successive, spargendosi a ventaglio sino alle regioni dell’ odierno deserto di Gobi, dove fondano una grandiosa civilizzazione, i cui resti investigò il professor Wirth in Siberia. A ciò si riferisce anche Tilak, il politico e filosofo Indù nel suo importante libro La dimora artica nei Veda, sostenendo che è nei “Veda” che si rintracciano le prove che gli arii che conquistarono l’ India, ovvero Baharatha, la terra dei “Grandi Baharatha”, dei giganti, venivano dall’ Artico. Mohenjo Daro e Jarapa, con almeno più di settemila anni sono insediament iperborei tardivi. All’ altro estremo del ventaglio gli Iperborei scendono fino all’ Africa, molto prima di quello che pensa Spanuth, anche se lui stesso mi confermò che la battaglia tra gli invasori iperborei e Ramses II, faraone egizio, fu una “lotta tra parenti”, come quella dei tedeschi contro gli inglesi”. Cioè che le prime dinastie egizie furono di razza bianca, forse giunte dall’ India, come lo afferma il Conte de Gobineau. Bianche come le dinastie Inka, sino al governo impostore di Atahualpa.
Strano destino quello degli investigatori, uomini di scienza come Wirth, Spanuth e de Mahieu. Scoprono un tracciato e se lo seguono fermamente all’ improvviso si scontrano con un mondo di sabbie mobili e di magici miraggi, che loro non cercavano e dove non ci sono più sostegni nè un sentiero sicuro. O si volgono sui loro passi o dovranno affrontare un ambiente ostile, che con tutti i mezzi cercherà di combatterli e annichilirli. E’ questa l’ “ombra nera” della Grande Cospirazione storica. Thor Heyerdal dovette cedere e ritrattare le sue prime scoperte e ricerche nell’ Isola di Pasqua, potendo così trasformarsi in un “investigatore riconosciuto e di prestigio”; e cioè iniziare a guadagnare denaro. Il contrario accadde al dottor Wirth a causa della sconfitta in guerra del Terzo Reich, e con il pastore Spanuth che dovette interrompere le sue ricerche minacciato di perdere la sua canonica. Jacques de Mahieu è morto in povertà, senza un riconoscimento ufficiale nè un posto all’ Università dell’ Argentina, alla quale dedicò la maggior parte della sua vita.
Però il grande de Mahieu continuò sullo strano e misterioso sentiero che si era aperto difronte ai suoi passi, senza farsi intimorire, fino alla fine, come un buon guerriero, spada nella mano, aprendosi la via fino a dove le sue proprie forze e la sua formazione gli permisero. Fu così che, al termine dei suoi giorni, dovette confessarmi che il “Tiahuanaco vichingo del quale parlava, fu solo una tarda ricostruzione di un altro Tiahuanaco molto anteriore”. Perchè de Mahieu scoprì vestigia su pietre scolpite di un alfabeto pre-runico, potendo sostenere che gli aborigeni Comechingotes, della Sierra di Cordoba, erano i resti dei troiani sopravvisuti, fuggiti e mai più ritrovati. I troiani erano discendenti degli iperborei, in epoche remote giunti dal polo artico.
Quello che qui stiamo esponendo è di una tremenda antichità. L’ Europa perse la memoria di ciò con l’ avvento del cristianesimo. Le si fece perder la memoria. E anche prima. Lo prova Platone, che è l’ unico che ci parla di Atlantide; almeno, l’ unico a esserci stato tramandato dopo l’ incendio intenzionale della Biblioteca d’ Alessandria, voluto senza dubbio dalla Grande Cospirazione, visto che lì gli egizi parlavano delle stesse cose e anche di più.
Anche il navigatore e alchimista Pedro Sarmiento de Gamboa, uomo di tragico destino, nella sua “Historia de los Inkas” riporta conoscenze classiche di grande valore e che sono servite d’ ispirazione e come guida a de Mahieu e a me, fondamentalmente.

Huitramannland, la Terra degli Uomini Bianchi

La nostra “memoria storica”, per così dire, non risale più in là dei vichinghi, quegli straordinari uomini del nord che, tra le altre cose grandiose, hanno dato il nome alla stessa Russia. Rus, “remeros”, li chiamavano i mongoli, i Kazari e gli slavi, e cioè quelli che discesero remando il Volga, e conquistarono anche le vaste steppe. Da tutte le parti si sparsero come le sabbie nei grandi fiumi e nel mare. Nel mare delle razze di colore, tranne che in un luogo, nella nostra America del Sud, dove si preservano con l’ Impero Incaico, come una razza divina, solare, di Dei del Sole, in un Impero basato sulla purezza del sangue dei suoi governanti e su una scienza etnologica insegnata e preservata dai godis (gli amauti), i loro sacerdoti “godos” ( da Gott, Dio e “Dio buono” Gut): i Figli del Sole.
Diciamo che solo fino a loro giunge la nostra memoria storica perchè è fino a lì che persistono tracce runiche e di monumenti in pietra che gli si possono attribuire. Perchè vi è anche un apporto vichingo che ci segnala l’ esistenza in America, in questo continente doppio, del nord e del sud – come lo si chiama oggi – di qualcosa di anteriore, che esistette qui e forse prima che giunsero i vichinghi. Questi ultimi battezzano l’ America huitramannland, “Terra degli Uomini Bianchi” intendendo dire che, prima di loro, già vi erano uomini bianchi in questo continente; e di più, che era la Terra dei Bianchi. E questi ultimi non possono essere stati altro che gli Iperborei, dei quali anche de Mahieu ha incontrato le vestigia nel più profondo sud.
Quetzalcoatl è un vikingo nel Messico e Viracocha lo è in Tiahuanacu. Arriva qui nell’anno 1000 D.C. Tiahuanacu, esaminando radici filologiche danesi o norrene, significa “Residenza del Dio”. Prima fu denominato Chucara. Si installa nell’ isola di Titicaca da khakha, biondo, in aimará e cacca, in quichua. Lago di voi: biondo. Viracocha è un nome germanico, o norreno, composto da verr (uomo, al Latino vir) e da cocha, deformazione indigena di Gott, Dio in germanico, verr-gott, Uomo del Dio.
I Vichinghi di Tiahuanacu sono denominati atumanura, dalle genti di colore della regione; sembra significare bianco ed anche gigante, derivato dal norreno yötun. Giganti bianchi. Ed anche se i vichinghi adoravano il Sole, la particella ati (Luna) potrebbe scaturire da un epoca di molto precedente, dai Giganti della Luna che quando si distrusse l’ Antico Sole, si sprofondano nelle montagne, o nella terra interiore, alcuni dei quali sopravvivono e cercano rifugio nelle cordigliere dell’ Ecuador.
Tuttavia, i vichinghi non sono i costruttori di quei monumenti enormi di pietra le cui vestigia si conservano in incredibili mura ed in roccie dalla forma umana. Questa sì è stata un opera di giganti, di un mondo perduto. Ci sono iscrizioni nelle rovine “di Sete Cidades”, (oggi nel Brasile) che sono le Extersteine del Sudamerica, in cui un potere cosmico ha modellato le sue creazioni; o bene, uomini che erano nel vero senso della parola degli Dei.
Qui nel Cile inoltre vi sono traccie di un passato remotissimo e totalmente sconosciuto. Sulle spiagge di Santo Domingo appare un complesso enorme di rocce, molte di esse con caratteristiche così speciali che non sembrano opera della natura. E fra loro, un intihuatana, un monolite destinato a calcolare l’ ora, la posizione del sole e del cielo, con una grande sedia di pietra a suo fianco. Fu scoperto dal ricercatore dilettante, Oscar Fonck, che lo attribuì agli Egizi, quelli che secondo lui, sarebbero stato attaccati dagli araucani, che li forzarono a lasciare la zona e ripercorrere il fiume Maipo, fino alla cordigliera del vulcano di Tingiririca, dove si trovano oggi caverne con strane pitture rupestri. Anche io ho visto là, su quella cordigliera, un’ enorme mano aperta, intagliata apparentemente sulla roccia viva delle Ande e formazioni rocciose che sembrano il resto di muraglie ciclopiche. Un pò più a sud si incontrano terrazze con grandi “pastelones” di roccia, assomiglianti a mattonelle lucidate perfettamente. È nell’ Alto Vilches, e si potrebbe pensare che fosse una pista di atterraggio della proto-storia. Il complesso di roccia di Santo Domingo mi ha ricordato Stonehenge, per avere le stesse caratteristiche, situato in una zona vicina al mare e da venti impetuosi, che, come in Inghilterra, fanno vibrare la pietra “in stato critico”, la fanno “suonare” come una cetra, facilitando forse qualche cerimonia rituale dei godis, o dei druidi, che così giungevano a levitare, loro insieme alle pietre. I vimanas di pietra, dei testi sacri dell’ India e delle sue epopee, come il Ramayana.
Inoltre scambiai opinioni con de Mahieu su Santo Domingo e le Montagne di Tingiririca, con le teorie di Fonck sugli Egiziani in America del Sud. De Mahieu pensava che fossero “i biondi libici” (cioè, gli iperborei, che giunsero fino all’ Africa) quelli che nel remoto Cile crearono il “Complesso Culturale di Maipo-Rapel”, superando quelle correnti d’ acqua, dalla sua foce, sino alle sommità andine.
Anche questo un mondo di giganti.
Ancora più a sud di Alto Vilches, oltre Talca, in Mulchén, un agricoltore tedesco, di nome von Platte, trovò un oggetto sconosciuto mentre arava. Risultò essere una piccola statuetta, finemente lavorata, di un uomo bianco e barbuto, coperto da una specie di cappuccio e con la figura dell’ Irminsul sulla fronte. Si trova ora nel Museo Metodista di Angol, dove il tedesco ha avuto la mala idea di consegnarlo. Si sono consultati esperti di tutto il mondo e nessuno ha potuto dare un’ idea di chi l’ ha intagliata, né di cosa si tratti. Non è venuta dall’ esterno, perché il materiale è andesite, roccia vernacolare. Inviai una foto a de Mahieu e mi rispose dicendo che si trattava di “un iperboreo autentico, con indumenti dell’ epoca di Troia”. “un bevitore di idromele”.
Ho avuto questa meravigliosa opera d’ arte e di magia nelle mie mani e le sue vibrazioni ci riconducono verso un passato di superuomini, il cui messaggio siamo ancora lontani dal decifrare. In ogni caso, ci dicono che qui vi fu un mondo di giganti e di Dei e che il relativo segreto si conserva in qualche misterioso anfratto, o in una terra nascosta, che potrebbe essersi salvata dalla distruzione portata a questo mondo dalla Grande Cospirazione, tanto più grande e nociva che la scomparsa di Atlantide; perché di questa si conserva la memoria. E la cospirazione lo ha cancellato interamente.
I vichinghi della Groenlandia spariti da quella “Terra Verde” (Greenland), sono venuti a Huitramannland, perché questa era la “loro” terra. Con “il salto dei poli”, il Polo Sud diverrà il Polo Nord; l’ Antartide. Dall’ America del Nord, Vinland, “Terra delle Vigne”, vanno veloci verso sud; dal Messico e da Chichenitzá scendono all’ ancoraggio di Ilo, dove s’ imbattono nel misterioso popolo dei mochicas, sul quale esercitano una grande influenza nella loro mitologia, introducendo il Dio Güatan, della Tempesta, che è Wotan. Da lì arriveranno sino a Tiahuanacu, dove troveranno i resti di una grande civilizzazione già scomparsa. Durante trecento anni, creano l’ Impero degli Atumarunas (curiosamente, in norreno, Hatun, significa gigante), ricostruendo Tiahuanacu, di cui la storia mitica, divisa in quattro tappe, compare nelle cronache dell’ inka del secolo XVI, Phelipe Güaman Poma de Ayala, che è cronista degli atumurunas o aatumarunas, come l’ lnka Garcilaso lo è dell’ Impero Incaico.
Sintetizzerei tutta questa antica storia del nostro mondo precolombiano, per così chiamarlo, in un drammatico e nostalgico pellegrinaggio dei bianchi iperborei, sopravvissuti a tante tragedie e catastrofi, alla ricerca dei loro antenati e “del rifugio inespugnabile”, replica del Paradiso Perduto, di Paradesha, di Basiléia, di Aryanabaiji, di Iperborea e della sua capitale, Thule (nome che in seguito comparirà in posti innumerevoli del Centro e del sud America). Ed è così che essi hanno scoperto un luogo segreto e sicuro nella regione più australe del nostro mondo, nelle vicinanze del Polo Antartico, o nello stesso Antartide.
Dopo i vichinghi, verranno i templari, seguendo le loro orme e quelle dei normanni e le loro mappe accurate del Continente, che non ha scoperto Colombo. E ciò avviene quando già l’ atmosfera di questo nostro mondo, del Sole, delle Rune e degli Dei-Guerrieri, inizia a rarefarsi.
De Mahieu soteneva che sono i monaci templari coloro che tentano l’ evangelizzazione dell’ Impero degli Atumurunas di Thiahuanacu che si estendeva fino all’ Atlantico, attraverso quello che oggi è il Brasile ed il Paraguay, dall’ Amazzonia, essendosi imbatuttuto lì precisamente con le Extersteine di sete Cidades, costruzione molto più vecchia ( dei biondi libici ) di quello fino allora conosciuto. I templari inoltre vengono qui alla ricerca di un certo rifugio sicuro, al corrente che saranno distrutti in Europa; o forse essi stessi desiderano sparire, essendosi ricollegati a Wotan, nelle confraternite “godis” dei costruttori di pietra, e che saranno i loro architetti di cattedrali, e con Abraxa in Asia Minore. De Mahieu afferma che i templari iniziano l’ evangelizzazione dell’ impero di Tiahuanacu, in primo luogo fra gli elementi indigeni di colore, che vanno a far risollevare. L’ interesse templario, secondo lui, è lo sfruttamento delle miniere d’ argento e del relativo commercio con l’ Europa nella quale introducono lo sconosciuto metallo ed è con i suoi proventi che gli sono possibili la costruzione delle cattedrali gotiche medioevali di questo continente. Cioè monumenti odinici di adorazione a Wotan più che a Gesù Cristo, secondo quello che conosciamo oggi. La loro intenzione di introdurre il cristianesimo sarebbe stata intesa a debilitate i vichinghi, per arrivare così a dominare il loro impero e per stabilirsi saldamente in un posto della terra, con un Regno proprio templario. Di questa cosa non ne sono molto sicuro, anche se de Mahieu porta le prove di influenza templaria nelle costruzioni di Tiahuanacu, specialmente nella statua denominata “Il Monaco”, somigliante a quella di una cattedrale gotica francese. Insieme ai normanni ed anche ai templari sarebbero giunti predicatori irlandesi cristiani e, probabilmente, più di qualche “marrano”, o converso, a compiere la loro missione specifica a favore della Grande Cospirazione. Essi Erano l’ “Ombra degli Dei bianchi”. Uno di questi predicatori cristiani sarà il leggendario e mitico Pay Sumé in Brasile e il “primo” Quetzalcoatl, nel Messico, itzamna, al quale si attribuiscono le qualità degli straordinari conquistatori bianchi, Ullman, Viracocha e altri. Passerrano a essere gli “Dei Bianchi Americani”, trasposizione di Visigodo (“Godo Saggio”), traduzione castigliana di weissengott, Dio Bianco, in tedesco.
Presto, tutto viene divinizzato, si trasforma in mito e leggenda.
Senza dubbio, i templari difettavano di un forte spirito razziale, o razzista,non essendo esposti apparentemente al pericolo fatale del meticciamento con il mondo di colore, essendo casti. Ma insisto col credere che essi cercavano “un rifugio inespugnabile” principalmente, non soltanto per loro, ma in particolare, per il Graal. Von Eschenbach ci dice che Parsival sparisce verso Occidente, portando con sè il Graal, con un’ imbarcazione che porta la croce templare. I templari preferiscono già perdere, in un mondo decaduto senza rimedio, dominato dalla chiesa di Roma e da Jehovah. Si sono ritrovati, alla fine, o forse a metà del cammino, con Wotan ed Abraxa che probabilmente sono la medesima cosa, ontologicamente interpretati.
In qualsiasi caso, l’ Impero di Tiahuanacu, degli atumarunas, già sta facendo acqua – e non quella del Titicaca -, perché sono arrivati, in un modo o nell’ altro, i cristiani ed i loro monumenti. È il fatidico secolo XIII. Ed accade che un comandante di Coquimbo, oggi Cile, di nome Kari, li invade e li sconfigge, distruggendo Tiahuanacu. Ho sostenuto che avrebbe ben potuto essere qualche luogotenente vichingo, un certo Jarl, dal relativo nome dalla connotazione nordica, che desidera distruggere le influenze straniere di una religione proselitista, intollerante e antipagana, contraria al “vivi e lascia vivere”. Vi riesce e così potrà dare il via all’ immediata riconquista dei “Figli del Sole”, dei vichinghi sopravvissuti, gli Inka, che solamente anni dopo la distruzione dell’ Impero Atumaruna, possono ristabilirlo e, sulle sue rovine, costruire quella meraviglia del più puro “razzismo dell’ origine divina”, che fu l’ enorme Impero degli Inka, che dura appena duecento anni e del quale quasi niente sappiamo in verità e approfonditamente.
Alcuni vichinghi “viracochas” Kontiki-Viracocha si sono imbarcati, dopo la sconfitta, dai litorali dell’ Ecuador odierno verso Tepito-o-Tenua, la nostra mal tradotta Isola di Pasqua ( Eastern Island, Oester de Ostara, la luce Primaverile ). Là, gli Dei Bianchi ci lasciano la meravigliosa iniziazione del Manu-Tara alla quale mi sono riferito in vari dei miei libri.
Però l’ autentica élite degli atumarunas, quella che ha accettato la sconfitta per mezzo di Kari, come fecero allo stesso modo i templari con la chiesa di Roma e in seguito gli Inka con gli spagnoli, è sparita nelle Città Segrete delle Ande, con la speranza nel Gran Tempo della Resurrezione.

Gli Inka

Nella Cronaca di Ura Linda si dice che, dopo che il crollo di Astland (Hiperbórea), i re-marinai, accompagnati dalle “Madri” (Norme) Frisone, si disperdono nel mondo, arrivando a fondare Atene, tra le altre città classiche. Uno di questi re sarà denominato Inka. Naviga in direzione dell’ Occidente e non fa più ritorno. E quindi il nome Inka è molto precedente agli Inkas, che otto anni dopo la distruzione dell’ impero di Tiahuanacu, degli atumarunas, vanno a fondare quello Nuovo, salendo stranamente dall’ interno “di due spelonche”, fratelli e sorelle, come da una “Terra cava”, da un misterioso rifugio inespugnabile, per sposarsi solamente e procreare fra loro. Sono bianchi, sono nordici, discendenti forse di quei frisoni leggendari, dei medesimi dai quali la india araucana, Glaura, informatrice di Alonso de Ercilla e Zúñiga, disse di discendere.
Garcilaso ci dice di aver visto mummie inkas bionde e di alta statura. Inoltre sono mummie di giganti bianchi e biondi, dolicocefali, quelle ritrovate in Paraca, ( Perù ), e che daranno il primo impulso alle indagini del professor de Mahieu, facendolo diventare il più importante revisionista del nostro “mondo americano”. Queste mummie del Perù sono impossibili da vedere oggi, perché sono state fatte sparire dalla Grande Cospirazione per nascondere la pericolosa verità sull’ esistenza dell’ Impero Razzista più grande del mondo.
È stato scritto molto, senza dubbio, sull’ impero incredibile degli Inkas, sulle sue città misteriose come Machu-Pichu e la stessa Cuzco, [...] e che sostengo siano nascosti nei più profondi vulcani del nostro sud patagonico, con il suo favoloso tesoro mai ritrovato. Quando arrivano gli spagnoli, l’ impero, era già in decadenza ed il meticcio Atahualpa aveva fatto assassinare la nobiltà inka di puro sangue nordico. Ma non a tutti. In quel tempo già gli inkas più puri erano scomparsi, conoscendo ciò che si approssimava per il mondo pre-Americano. Hanno trovato nuovamente un rifugio nel mistero della “Terra interiore”, nella “Terra Cava”, come già l’ aveva fatto l’elite dei loro antenati, gli atumarunas, nella speranza di tempi più favorevoli, nell’ Eterno Ritorno della Grande Ruota. La leggenda della “città dei Cesari”, di “El Dorado”, di “Elellin”, di trapananda, ha la sua origine in cose reali, come la ebbe la Troia di Omero, per tanti secoli considerata solamente mito e leggenda.
Ma vi è qualcosa alla quale ancora non abbiamo dato sufficiente enfasi nella descrizione e nell’ analisi dell’ impero degli Inkas, come in quello che lo ha preceduto nell’ antica Tiahuanacu: fu un Impero essenzialmente razzista e basato sulla più rigorosa legge della selezione del sangue. Un impero di caste, come nell’ India aria, retto esclusivamente da una minoranza di razza bianca e nordica, che parlava una lingua segreta, sconosciuta al popolo e al conglomerato di colore, che governavano. Questa lingua era il norreno, o germanico, una lingua della Scandinavia, che parlavano i primi vichinghi giunti in America e la cui scrittura sacra era quella runica. Gli Inkas preservano la lingua e, forse la scrittura, per comunicare soltanto fra loro e con i loro capitani o curacas, che mantengono l’ ordine e la gestione del Grande Impero, tutti della razza più bianca e di sangue più o meno puro. Fanno sparire la scrittura, in modo che non arrivi al popolo, allo stesso modo degli ari in India, che non trascrivono i Veda per più di mille anni e per gli stessi motivi; li memorizzano soltanto le due prime caste dei guerrieri e dei sacerdoti. Solamente il quipus, una specie di esercizio mnemotecnico, scrittura o conteggio, a nodi, viene divulgato ed usato pubblicamente dai funzionari e dagli esattori delle tasse dell’ impero. Anche a Tepito-o~Tenua, o Isola di Pasqua, fino ad oggi è risultato impossible decifrare il Rongo~Rongo; le “Tavolette Parlanti”, comprensibili soltanto ai saggi sacerdoti e ai re che la Grande Cospirazione manda a morire come schiavi, nelle miniere del Perù, precisamente.
Come nell’ Impero Atumaruna di Tiahuanacu, estensioni enormi di terra e di popolazioni di colore sono controllate da una minoranza bianca, una elite razzista che preserva la purezza del suo sangue e grazie ad esso, riesce a dominare e a civilizzare. Ciò fu l’enorme Impero degli Inkas, un impero di caste e mantenuto dalla prima Casta come lo fu l’ India vedica, la Persia di Zoroastro e l’ Egitto delle prime dinastie. Nel governo degli Atumarunas e degli Inkas regnavano la pace, la giustizia e la felicità di tutti, compiendo ognuna delle caste il dharma del suo destino, con il loro proprio karma col loro dovere cosmico e naturale. In più, l’ impero degli Inkas, stabilì un sistema socialista di tipo germanico, come quello prussiano e quello del Terzo Reich dove non ebbe mai posto l’ usura né lo sfruttamento dei suoi cittadini.
Citiamo di proposito de Mahieu:
“La legge del sangue ugualmente costituisce la base dell’ordine economico”.
“In ogni regione, la terra è divisa in tre parti dalle proporzioni probabilmente variabili, che non conosciamo. Una è attribuita al Sole e cioè, alla Chiesa, l’ altra, all’ Inca ossia allo Stato, la terza all’ ayllu che la distribuisce, ogni anno, tra le famiglie, proporzionalmente al numero dei suoi membri. I coltivatori lavorano, in primo luogo, i territori del Sole e, dopo, quelli che corrispondono a quelli degli anziani, delle vedove, degli infermi e dei soldati in guerra. Successivamente, si prendono cura di quelli che toccano loro, ma il sussidio reciproco è legge e, infatti, coltivare, seminare e raccogliere si svolgono in comune. Per finire, coltivano quelli dell’ Inka. Ogni famiglia dispone liberamente del prodotto del suo lotto e i mercati permettono di certo lo scambio. Le raccolte condotte nei territori del sole e dell’ Inka servono ad assicurare la sussistenza del clero, della corte e dei funzionari. Ma la gran parte di esse è immagazzinata nei depositi che si trovano in tutti i villaggi e neitampu, destinate a coprire le necessità inattese della popolazione, perché a nessun abitante dell’ impero può mancare l’ essenziale, e quelle dei forestieri e dei viaggiatori, alloggiati gratuitamente nei corpahuasi. Con la sua parte, la Chiesa e lo Stato mantengono inoltre, i loro innumerevoli servitori e gli artigiani incaricati della costruzione dei templi e dei palazzi, dei lavori pubblici e del lavoro dei metalli. Le donne indigene filano e tessono, durante tutto l’ anno, la lana e il cotone che gli somministrano i rispettivi ayllu Ma inoltre ricevono materia prima che proviene dai greggi del Sole e dell’ Inka, per trasformarle negli articoli di vestiario, funzione alla quale dedicano soltanto due mesi all’ anno. Due mesi, ugualmente, consecratano gli artigiani del villaggio alla fabbricazione di oggetti di metallo o di terraglie destinate alla Chiesa o allo Stato, ed i giovani, a coloro che tocca, al lavoro delle miniere. Oro e argento non hanno alcun valore mercantile per la semplice ragione che non esiste, nell’ Impero, neanche il più piccolo commercio. Questi metalli preziosi, a cui conviene aggiungere il platino, allora sconosciuto in Europa, solo sono usati per la decorazione dei templi e dei palazzi, e anche, secondo norme gerarchiche codificate rigorosamente, per l’ ornamento personale. Il “Servizio di Lavoro” delle donne, degli artigiani e dei minatori non implica, quindi, alcuna esplotazione economica; è un tributo pagato sotto forma di lavoro manuale dagli ayllu e compensato tramite le distribuzioni di alimenti, di vestiti e di oggetti di uso corrente, che fanno la Chiesa e lo Stato ai lavoratori e a coloro che ne necessitano. Con ragione, allora, è stato possibile parlare di socialismo, con intenzione di dare a questa parola il suo proprio significato, che esclude del tutto lo statismo, e cioè tutto l’ accaparramento capitalista da una parte di una minoranza dirigente. Le tasse, in effetti, sono usate soltanto per la manutenzione dei funzionari ed a beneficio dei servizi pubblici. Tuttavia, questi, ancora indipendentemente dal culto e dalla guerra, sono considerevoli. L’ assitenza sociale è più importante. I lavori pubblici, comprese le scanalature di irrigazione, vengono secondariamente. La formazione assorbe una parte apprezzabile del preventivo.
Tutti i bambini degli incas e dei curaca vanno a scuola; in un primo momento, soltanto nella capitale, da Inca Roca, e successivamente in tutte le province, per ordine di Pachacutec. Agli allievi si insegnano la mitologia, l’ astronomia, le scienze naturali, la lettura dei quipos e, naturalmente, la morale e l’arte della guerra. Gli insegnanti sono amautas, membri del corpo “dei filosofi e dei saggi” che mantiene lo Stato. Abbiamo pochissime informazioni rispetto alle loro conoscenze, per la semplice ragione, che gli spagnoli erano incapaci di esporle, per mancanza di una cultura adeguata. La medicina incaica, per esempio, era di molto superiore a quello che si esercitava in Europa durante l’ Età Media e lo sappiamo perché si sono ritrovati negli scheletri segni di trapanazione condotti con successo, senza parlare degli strumenti chirurgici in bronzo che sono giunti fino noi. Alcune poesie si sono salvate, così come un intero dramma, che dimostrano un alto livello letterario. I pochi osservatori solari che i frati spagnoli non hanno fatto distruggere, costituiscono la prova di una ricerca costante nel campo astronomico.
Questa organizzazione sociale ed economica straordinaria, ci sta dimostrando la frode assoluta dei sistemi democratici moderni, applicata indiscriminatamente, fanaticamente, dovremmo dire, a tutte le razze e popoli della terra e creando -quelli si- il più aberrante sistema economico di caste, con la più grande ingiustizia e la ricchezza nelle mani di pochi, ossia nel capitalismo, nel libero scambio, nel sistema sociale di mercato o nel totalitarismo marxista. Niente di tutto questo è panacea per i popoli di colore, che vivono oggi nella più degradante miseria. Che differenza con il regime incaico e col Sistema Nazionalsocialista, e anche con quello dell’ antica India aria!
Per mantenere la purezza dei nordici bianchi, gli Imperatori si sposano anche con le loro sorelle, secondo quel che si dice. De Mahieu pensa che questo non sia un termine che si riferisce alla consanguineità probabilmente se non ad un Ordine iniziatico dei Coya. Di certo si sposavano con preferenza con le sacre sacerdotesse, con le Vergini del Sole”, le Coya (dal norreno Gydhja, da Godhi sacerdote e da Godho che viene da Goth, Dio. I Godi). Esse sono della più pura razza e bellezza nordico-polare, nelle loro più antiche origini. Èd è così che dall’ Ecuador fino al più distante sud ( io sostengo che un gruppo di Inkas giunse fino alla stessa Patagonia, dove si trova “l’entrata” “alla città dei Cesari”, degli Ankahuinkas, e dove anch’ io ho tentato di giungere) si estese un Impero Razzista enorme, governato da imperatori bianchi e biondi, dagli occhi azzurri, “Figli del Sole”. con generali e funzionari, con i curacas anche loro bianchi o poco meticciati, uomini di fiducia, ma non di origine divina, né “Figi del Sole”. E fino a che l’ Impero potè mantenersi ferreamente governato dal sangue puro (che è così divino), brillò “nella forma”, come fosse lo stesso Sole. La sua decadenza viene insieme con l’ impurità del sangue ed il meticciamento quasi inevitabile di una minoranza, che si distacca come una piccola isola in un mare crescente di colore. Ed è allora che arriva Colombo, il giudeo, con le sue “cospirazioni” e col sottile veleno di una religione semítica, che è un’ arma mortale anti-pagana, perché predica l’ uguaglianza delle razze e del sangue, fomentando gli inferiori contro i loro superiori, come già lo fece a Roma, in Grecia ed nel resto di Europa. Con la decadenza di questo Nuovo-Vecchio mondo, si estende a tutti gli angoli del pianeta il dramma e la catastrofe della fine di uan Grande Ronda, di un Ciclo. E’ il Crepusculo degli Dei in tutta la terra.

La Conquista Spagnola

Con le caravelle “Santa Maria”, “La Pinta” e “La Niña” arrivano i microbi ed i virus dell’ Europa cristianizzata, “l’uguaglianza”, “la fraternità” etcetera. L’ umanesimo, insieme con l’ intolleranza, il fanatismo, l’ Inquisizione, tutte cose sconosciute e ripugnanti al mondo pagano. I grandi paradossi della divisione, della contraddizione, della dicotomia “del peccato”, “dell’ inferno” e della lebbra dell’ anima. Anticipazioni delle democrazie attuali, con la loro tecnologia razionalista.
Furono errate le “le visioni di Papan”, la sorella di Montezuma, in Messico, della Principessa Sacerdotessa del Sole, questa Gydhja, pensandoeche fosse Quetzacoatl che ritornava, anziché Hernán Cortés? Forse lo credette perché era esistito un “primo” e un “secondo” Quetzacoatl, un sacerdote cristiano nel Messico, chiamato Itzamnaque non è Ullman, il Quetzalcoatl-guerriero, come pure all’ Impero degli Atumarunas arriva Pay Sumé, o il padre Gnupa, che non è Viracocha, Figlio del Sole, i cui “contorni” anche sono stati confusi con l’ arrivo di Francisco Pizarro.
Dall’ antichità si era a conoscenza nell’ impero degli Atumarunas e in quello degli Inkas dei fatidici successi del secolo XIII in Europa, grazie ad alcune navi normanne e per le memorie che gli Inkas avevano dell’ Antico Impero e delle sue relazioni con i templari che già erano stati ugualmente distrutti. È per quella ragione che l’ Inka Huayna Cápac, sul suo letto di morte si rivolge ai suoi bambini, ai suoi parenti, ai curacas e ai capitani ed avverte loro: tra molti anni, per rivelazione di nostro Padre il Sole, abbiamo ultimi dodici inkas, con i loro figli, verrà gente nuova e sconosciuta in queste terre e si appropierà e assoggetterà in suo potere il nostro Impero ed molti altri governi. Sospetto che saranno gli stessi che hanno navigato le coste del nostro mare. (Era Vasco Núñez de Balboa che navigherà difronte ai litorali dell’ Ecuador). Pochi anni dopo che io sia andato, verranno quelle genti e sottometteranno i nostri territori. Non potrete affrontarli, perché le loro armi saranno più potenti delle nostre. Vi ordino che obbedite loro e non li combattiate…”.
Queste parole sono già state riprodotte da me ne “L’ Ultimo Avatara” ed inoltre si trovano in de Mahieu, e credo anche in Pedro Sarmiento de Gamboa, nella sua “Storia degli Incas”. Furono così pronunciate da quell’ inka saggio e profetico ai suoi curacas, ai suoi suyri (da sir inglese, dallo sri sanscrito-indù, da syna del norreno -valente- da dove inoltre deriva sinchi, “capo”, in norreno dando origine al cínche araucano ed al principio del Cinche o Cinchecona, così uguale al Führer Prinzip). L’ inka era stato informato dalle sacerdotesse amautas, dell’ incanato, dei sapienti che conoscevano il futuro per l’ Eterno Ritorno, interpretando gli astri.
Per tutto questo, il conquistatore Francisco Pizarro non verrà combattuto. E saranno sue le parole “la gente o i popoli di questo regno del Perù erano di colore del rame e i loro signori e governatori, uomini e donne, più bianchi degli spagnoli”.
Gli inkas sapevano del futuro della conquista spagnola, in precedenza e, desiderando perdere (perdere ora per vincere successivamente) presero le misure per far sparire in tempo le loro elite razziali, non nella città delle sommità andine di Machupichu, ma nei rifugi più segreti dei loro antenati, gli iperbori, i frisoni, i vichinghi amutarunas e gli eroi giganti, guardiani del Gral, questa Energia Solare. L’ autentico “Tesoro degli Inkas”, che si mantiene inviolato, in “sincronismo” solamente con la divinità dal sangue più puro.
Senza dubbio, con i conquistadores spagnoli arrivano anche i resti dei guerrieri visigoti della Spagna iperborica, quella del Cid. E cioè, germanici parenti diretti dei vichinghi, degli atumarunas e degli Inkas. Ma sono la minoranza e quasi tutti si dirigono nel lugo più difficile della Conquista, la regione del Cile, o Chilli, dove un popolo di guerrieri, i Mapuches ( “Uomini della Terra”, che amano la loro terra ) offre loro una resistenza tremenda. Per questo la conquista del suo territorio arriverà a costare alla Spagna più del doppio in perdite di vite umane che di tutto il resto delle Americhe. E durante quattrocento anni di combattimento, continuo, ancora non si riesce a terminare la pacificazione di Arauco. Poiché anche qui vige il “Principio del Capo”, degli antichi germani, non essendo esistito mai un inka che ha chiesto di non combattere l’ invasore, o, se lo ha fatto, non fu ascoltato. È il sangue frisone degli araucani, che porta a quell’ epopea guerriera che spinge uno spagnolo visigoto a scrivere il primo poema di gesta di tutte le conquiste dei visigoti in Spagna. Il poeta-soldato. Don Alonso de Ercilla, sedotto dal valore di quella gente sconosciuta, che sembra più germanica del Tëutoburgerwald o dei greci di Sparta. Così scrive “L’ Araucana”. Atuca significa guerriero, precisamente. E aucapacha, “Tempo di Guerra”. E dura molto “quel tempo” ed è qui che giungono i guerrieri visigoti a combattere, in una terra che non gli offre ricchezze più grandi, fuori dallo stesso combattimento per l’ onore. E la guerra per la guerra, così amata dai goti. È così che l’ Imperatore Felipe II potrà affermare che il Cile o Chilli, gli è “costato il fior fiore dei suoi Guzmanes”. Ossia, dei suoi “uomini buoni”, dei suoi Gut man, in tedesco. I visigoti.
Disgraziatamente, essi certamente più non sanno che sono goti e che devono preservare il loro sangue. Si mescolano indiscriminatamente in questa nostra America ed anche in Cile, con le genti di colore, dando così origine al nostro mondo meticcio, con tonalità migliori o peggiori secondo le regioni. Nel mio paese si origina un meticciamento uniforme, di solo due componenti sessuali, il visigoto e l’ araucano. Ed abbiamo un libro straordinario sull’ argomento, “Razza cilena”, del dottor Nicolás Palacios, le cui conclusioni mi sono servite per scrivere il mio libro, “Il Ciclo Razziale Cileno”.

In questo momento della nostra storia, dell’ involuzione americana, se noi desiderassimo applicare una qualche politica per la “salute dei popoli americani”, mi sembra che l’ unica politica possibile sia cercare di rimontare l’ entropia del meticciamento, cercando di preservare i migliori, per la quale è essenziale annientare il mito cristiano e massonico dell’ uguaglianza e della protezione dei deformi, dei tarati e dei mongoloidi, dando, in cambio, la preferenza ai più adatti, a coloro che non si sono incrociati, ai più intelligenti e dotati fisicamente. Così ho sostenuto questo in Cile da sempre, dove oggi, purtroppo, la fertilità delle genti di colore e dei lumpen, più l’ immigrazione indiscriminata di orientali e giudei presto ci trasformerà, come il resto della nostra America, in un mosaico di razze africane ed orientali, dove il visigoto spagnolo, l’ inka e il vichingo atumaruna arii, come gi stessi tedeschi arrivati fra le due guerre mondiali, non saranno più che un pallido ricordo di ieri, nel centro di un maelstrom e di un naufragio causato dalla Grande Cospirazione, destinati alla distruzione finale di questo pianeta, per poter stabilire sulle sue rovine l’ Impero sinistro dei Savi di Sion.
Che cosa dobbiamo commemorare quindi, nel cinquecentesimo anno della “cosiddetta” “scoperta” dell’ America?
Per caso l’ arrivo del giudeo Colombo, che parte dalla Spagna il medesimo giorno nel quale “l’ ultimo giudeo non converso era stato espulso” e che veniva con la missione di distruggere l’ ultimo rifugio degli iperborei, per impadronirsi a favore della sua “anti-razza” delle “Città Segrete” inespugnabili dove si nasconderanno gli “Dei Bianchi”?
Noi non lo celebreremo.
I loro gesuiti vollero distruggere -e lo fecero- tutti i segnali e i documenti del mondo scomparso che avrebbero potuto contrastare con la loro visione del cosmo mutilata e tendenziosa. Tuttavia anche se i giudei ed i loro agenti cercano, ancora oggi, con disperazione, le entrate al mondo segreto, il rifugio degli iperborei, degli inkas, degli antenati degli inkas, gli atumarunas, dei templari e dell’ elite SS di Hitler e dello stesso Hitler ( che a sua volta volle “perdere per vincere” ), quel “Paradiso Terrestre inespugnabile” dove il Graal è custodito, non riescono ancora a trovarlo né lo troveranno mai. Fino a che la grande ora della Resurrezione degli Dei non giunga, giusto sul bordo della catastrofe finale, quando si crederà che tutto sia già perduto. E, così, la nostra America tornerà ad essere la Huitrammanaland dei Vichinghi, la terra degli Hatun, dei Giganti ritornati del Sole Antico, di coloro che si preservarono pietrificati sulle sommità e nelle roccie andine.
E questa, la Nostra Terra sarà una volta ancora abitata dagli Dei Bianchi.

apr 042011

Conversazione con Miguel Serrano:

PROTAGONISTA IN INDIA

Tutto sarebbe più facile se Miguel Serrano credesse nella reincarnazione. Così, la sua esperienza in India potrebbe attribuirsi a meriti di vite anteriori. Vissute in India, ovviamente. Quella che segue è una conversazione tra un protagonista ed un osservatore non allucinato.

di Juan Manuel Vial

[ in El Mercurio 8 aprile del 2001 - traduzione a cura di Avatara®]


Non avevo più di tredici anni quando sentii per la prima volta di Miguel Serrano e delle sue avventure – “ricerca” egli dirà – per l’India. Lo ricordo bene perché l’idea mitica dell’India era già un’ossessione per me. Si parlava di questo cileno esotico che vestiva alla maniera indù. Stralci delle sue conversazioni arrivavano dalla sua ambasciata nel continente dell’incantesimo. Si sapeva della sua amicizia con Nehru, e specialmente con sua figlia, Indira Gandhi. Il clima di questi ed altri aneddoti – peregrini in quanto a che erano figli della diceria – arrivavano sempre carichi di ammirazione. Qualcuno diceva che Serrano, l’ex ambasciatore cileno in India, si era innamorato di Indira Gandhi. La diceria si accresceva col passare del tempo, tutto l’episodio viene chiarito nelle sue memorie. Così venni a sapere di Miguel Serrano per sentito dire. Anni dopo lo conobbi di persona e ho letto le sue opere sull’India. Rimasi impressionato da “Il Serpente del Paradiso”, e più tardi, col terzo volume delle sue memorie (“Missione nel Transhimalaya”). Ambedue, fecero si che il suo autore condividesse una posizione di onore con altri grandi delle mie letture sull’India; vicino a Sir Richard Francis Burton, vicino a Kipling.

Cinque mesi fa lo chiamai da Parigi per dirli che finalmente doveva partire. “Cerchi il Maharajá del Kashmir”, mi consigliò. “Gli dica che vada dalle mia parti. Tutto il mondo lo conosce, non gli sarà difficile trovarlo”. E pochi giorni sono riuscito a trovarlo. Per parlare dell’India. La sua – quella di un protagonista che la visse per nove anni – e la mia, quella di un modesto osservatore di passaggio, non allucinato. Smettiamo di salutarci mi disse tra risate: “Ora ha l’aspetto di un indù… “. Lo presi come il complimento che era, ed aggregò: “sì, e delle caste più alte.”


Il colore dell’India

Due annotazioni nel mio diario, del momento in cui sono arrivato, sono utili per illustrare l’ossessione indù per il colore della pelle. La prima nel treno ultrarapido tra Delhi e Calcutta (19 novembre): “Feci amicizia con Satirtha Ghosh, un entusiasta delle camminate per l’ Himalaya che sapeva abbastanza del Cile. Mi chiese della Terra del Fuoco e si guadagnò la mia simpatia. Disse anche che io non sembravo cileno, bensì inglese, e non volli scoraggiarlo informandolo che qui poteva sembrare così, ma non a Londra…”. Due giorni dopo a Darjeeling, La regina delle montagne: “Conversando con l’amichevole manager della teleferica, il più vecchio dell’India, disse di non sapere che in Cile la gente avesse per natura la carnagione chiara. A nulla valse la mia interruzione antirazzista, non la conclusi neppure, lui riprese subito la parola e disse di immaginare i cileni più simili agli indios”. Il brillante scrittore bengalese Nirad Chaudhuri in “Nel Continente di Circe” scrive: “Qualunque difetto gli indù antichi abbiano potuto possedere, questi non fu mai l’ipocrisia. Gli indù dei tempi scorsi, discendenti degli ariani, non mascheraravano mai il loro odio agli aborigeni, e non ebbero problemi nel proclamarlo. Erano abbastanza sinceri e proclamavano: “Ciò che è scuro è scuro e ciò che è chiaro è chiaro, e non ci dovrà mai essere la mescolanza”. E ancora: “Tutti gli indù moderni sono ossessionati dalla carnagione chiara, e non vedono alcuna bellezza in una persona che non sia bianca. Gli indù antichi erano liberi da questa inibizione. Questo è significativo”. Chaudhuri afferma che durante la sua esistenza in India “gli indù ariani sono sempre stati leali alle quattro cose importanti. In realtà hanno adorato in quattro differenti maniere, e questa lealtà è inerente al loro modo di vivere. Le cose in questione sono le Proibizioni, la costituzione razziale chiara, i fiumi e le vacche.”

Nei suoi libri Miguel Serrano scrisse anche sul complesso indiano del colore. Ed ora commenta: “Gli inglesi come colonizzatori furono un disastro. In Africa preferivano mettersi con gli struzzi che mettersi con una nera. Nei miei tempi in India l’ hotel “Cecil” della vecchia Delhi aveva un’insegna che proibiva l’entrata ai cani e agli indù. Immagini Lei che gli indiani, nella propria patria, permettevano tale aberrazione! Era perché erano brutalmente vilipesi. Lei che stette in Sikkim, e che vide quei principi orgogliosi di Sikkim, (solo in foto, ma avevano maestà), quando arrivavano a studiare ad Oxford gli inglesi cercavano di farli sentire inferiori. Senza andar più lontano, al White Club di Londra, in St.James Street, volle entrare il Maharajá di Jaipur e non glielo permisero. La regina alloggiava nel suo palazzo quando visitava l’India…Io vidi una partito di polo tra la squadra del Maharajá e quello del Duca di Windsor…Credo che gli indù comprendessero con una certa logica questa posizione inglese, perché è quella che essi avevano mantenuto prima di meticciarsi.

Mi incoraggia la prima frase della sua risposta. Gli inglesi, disastro come colonizzatori. Secondo Dickinson, i suoi compatrioti furono “tra tutte le nazioni la meno capace ad apprezzare le virtù della civiltà indiana, ed i più capaci di apprezzarne i difetti”. È anche il tono di una recente e definitiva ricerca, “India. A History”, significativamente scritta da un scozzese, John Keay. Lì si trova il caso di Thomas Babington Macaulay che, inviato in India agli inizi del secolo XIX come Law Member on the Governor-General’s Council, lottò con l’obiettivo, secondo le sue proprie parole, “di creare una classe di persone indiane in colore e sangue, ma inglesi in gusti, in opinioni, in morali ed in intelletto. Che possano essere interpreti fra noi ed i milioni che governiamo”. Più tardi aggiungeva: “Un solo scaffale di una biblioteca europea vale più che tutta la letteratura nativa dell’India ed Arabia”… Ripeto la citazione a Miguel Serrano – con la dolce premura di chi accusa -, e gli domando se conviene con me sul fatto che l’unica cosa buona che lasciarono gli inglesi in India fu la lingua che facilita enormemente la vita del viaggiatore. “E non solo quello” conclude. “Krishna Menon non parlava indù, ma un dialetto del sud. L’inglese gli permetteva di comunicare con milioni dei suoi compatrioti. Ora, riprendendo le sue osservazioni, posso raccontargli che Indira Gandhi mi domandò una volta: “Perché gli inglesi ci odiano”?, domanda che gli uscì dall’anima. Gli risposi: Per la semplice ragione che voi avete una tradizione che essi hanno perso, la vera tradizione ariana nella filosofia”. L’inglese non potè penetrare mai né la mente né il pensiero indiano. E si sentì scartato. L’impero inglese che giunge in India, quello dell’East India Company, non fu un imperium, ma fu un impero commerciale maneggiato da pirati.”

Reincarnazione, Jung ed allucinati

Miguel Serrano, il cileno protagonista in India. Tutto sarebbe più facile se egli credesse nella reincarnazione. Così, basterebbe dire che nella sua vita precedente era già Maharajá. O Swami, o magari Siddha. Come pochi occidentali, Serrano si collegò coi personaggi più rilevanti dell’India della sua epoca, in questi momenti la sua corrispondenza privata con la quale fu creata la sua storia è stata rivista per una pronta pubblicazione. Ricordo che un paio di anni fa assistetti alla presentazione di un libro sull’India nella Freer Gallery, facente parte della Smithsonian Institution, a Washington. Comprai un volume e mi misi nella fila in attesa dell’autografo dell’autore. Quando arrivò il mio turno gli dissi che venivo dal Cile, e che avevo un amico scrittore che sapeva molto dell’India. “Are you talking of Miguel Serrano”?, domandò subito, sorpreso. Sì, lo stesso che partì in India in una ricerca mistica. La sua fu una missione. Raccomandata dal suo Maestro. Fallì, perché i cinesi ostacolarono l’entrata al monte magico, il Kailás tibetano. Ma non completamente. “Oltre al mio anelito di trovare le città sotterranee dell’ Himalaya, i Siddha ashrams della conoscenza millenaria, ricercavo l’origine della mitologia e delle leggende dei nostri paesi della Patagonia, specialmente dei selk’nam della Terra del Fuoco.”

- È possibile per un occidentale credere e vivere nel concetto della reincarnazione?
- Benché diciamo di credere nella reincarnazione, nel profondo di noi stessi non vi crediamo, abbiamo una sola vita. Ed in questa vita si gioca tutto. O si perde tutto. Invece, se gli indù affermassero di non credere nella reincarnazione sarebbe una fallacia. Sta dentro il loro essere. Del resto, la forma in cui il concetto di reincarnazione si diffuse in occidente ha acquisito un senso pervertito. Quando Madame Blavatsky parlava della reincarnazione nel secolo XIX lo fece con un senso romanzesco. Per esempio si dice: “io fui Napoleone”; o “lei fu Poppea”. Nessuno si reincarna in mendicante! Tuttavia, l’idea della reincarnazione non è estranea all’ Occidente: i Catari ci credevano. Ma quale tipo di reincarnazione? L’idea che presenta Nietzsche quando parla dell’ “eterno ritorno” è una reincarnazione, ma di tipo differente. Buddha parla della reincarnazione, ma non parla mai dell’anima. Quando gli domandano sull’anima non dà risposta. Allora, che cosa è ciò che si reincarna? Può essere l’eterno ritorno.

- Quando il professore Jung ritornò dall’India gli domandarono della sua esperienza. Egli rispose che per lui l’India fu “una gran dissenteria”…
- A me furono consegnati i manoscritti originali descriventi la sua esperienza in India. Egli considerava l’indù un essere non individuale ma archetipico. Non esisteva un’avventura individuale. Ogni personaggio era un archetipo di qualcosa. Neruda mi parlava dei miei impiegati nell’ambasciata: “Qui non si può fare niente. Non posso invitare qui nessuno perché questi stanno a controllare tutto, scrutano in modo permanente”. Io gli risposi: “È certo, loro sanno tutto, ma “non lo usano”. Non è nella loro natura perdersi in queste piccole cose. Quando fu offerto a Jung un intervista col Maharichi, rispose: “no grazie… con il motivo di aver già visto Rama Krishna. Sono tutti uguali. Sono un archetipo”. Jung pensava pure che lo yoga fosse dannoso per l’ Occidente.

Lo scrittore cileno sa delle orde di occidentali che visitano l’India in ricerca di una conoscenza che per ignoranza ed atteggiamento non comprenderanno mai. A suo tempo presenziò ad esse. Gli cito il caso deplorevole di Krishnamurti (usato e alla fine distrutto) da chi lo conobbe. Commenta: “Krishnamurti si perse. Lo pescarono qui, in Occidente lo deformarono. La stessa cosa succede oggi al Dalai Lama. Li attira la cosa commerciale. Gli occidentali sono colpevoli di aver rovinato con la loro intrusiva presenza l’ordine antico della saggezza indù. Quei gruppi mistici sono tutti formati da persone mentalmente deboli. Diventano matti, ed uno continua a trovarci donne che recitano mantra per il giorno intero…E’ un assurdità”. La vera cosa incredibile è la devozione dell’indù verso le sue credenze. Lo descrive Serrano in “Il Serpente del Paradiso” quando visita il Kumbh Mehla di Allahabad: “Quattro milioni di esseri si sono riuniti nella città di Allahabad. Grandi torri di acciaio si alzano affinché da esse possa contemplarsi lo spettacolo ed anche per controllare quella marea umana. Qui, in mezzo a tutto questo, mi sento come una goccia, perso, spinto da un indefinibile sentimento di rispetto davanti a forze che fuggono in ogni direzione e che si mischiano, si uniscono: gli astri, la terra, l’acqua, l’anima. Continuo a camminare con difficoltà tra la folla, trascinato dalla sua onda. Arriva la processione dei ‘sadhu’. Avanzano nudi, coperti di ceneri, con visi imbrattati, di colore verde. Un enorme elefante porta su di se un capo o un “guru” L’elefante ha le zampe incatenate e va dondolandosi, cadenzato. Alza la sua proboscide e sbuffa. I capelli del ‘guru’ sono intrecciati in un chignon inverosimile, rosso, caffè, con zafferano ed escrementi. E’ completamente nudo. È il dio Shiva.”

Gli parlo del fatto che nel febbraio passato il Kumbh Mehla di Allahabad riunì trenta milioni di persone lavandosi nella “confluenza sacra” lo stesso giorno. Non si sorprende. Lo informo che non ci sono più elefanti. Furono aboliti perchè tanti pellegrini sono morti schiacciati. Decido di non raccontargli più di un’esperienza impressionante avvenuta nella capanna di un guru sadhu – fui oggetto di una trasmissione telepatica poderosa -, gli domando se egli crede che questi asceti saggi siano ancora capaci di maneggiare tecniche di conoscenza antichissime che se fossero male usate sarebbero terrificanti. Mi risponde abbassando la voce: “Chiaro, ancora esiste quel potere di comunicazione telepatica, oltre le parole. Fu sempre così e continua a esserlo. Nei libri indù antichi si arriva a dire che i “vimanas”, cioè i dischi volanti, erano maneggiati col pensiero. Il potere della mente che si perse.”

Miguel Serrano non ha più sogni con protagonisti gli stretti vicoli multicolori dell’India. A volte sogna persone, “con amici affettuosi, come fu Nehru, come fu Indira Gandhi”. Ma così strano: “Un mondo, come sommerso all’acqua, dove le cose succedono in un tempo differente, e dove nessuno si annoia, perché sono sommersi in un inconscio collettivo. L’uomo non vive completamente nel presente. Ha dietro di lui cinquemila vite ed altre cinquemila davanti; non c’è difficoltà. L’attrattiva è immensa, perché implica un abbandono momentaneo del nostro Io.”

Chi è stato in India l’ha amata o l’ha detestata. E se l’ ha amata – e l’ ha capita -, il ritornarci sarà benefico. Quando per me arriverà quel momento non avrò più pudori adolescenziali: la prima cosa che farò sarà richiamare il Maharajá del Kashmir. Per parlare della sua India e di quella di Miguel. L’India di una “ricerca interiore.”

giu 302010

Savitri Devi
LE ROCCE DEL SOLE

[ Tratto dall'ultimo capitolo di: S.Devi "Pilgrimage" (Calcutta, 1958). - Traduzione a cura di VKK (Thule Italia) ]

Externsteine, 23 ottobre 1953, sera.

Abbiamo attraversato ed oltrepassato Horn, senza soste, svoltando a destra abbiamo raggiunto le periferie della cittadina e poi, dopo altre cinquecento iarde, abbiamo svoltato alla nostra sinistra, e abbiamo seguito una bella strada asfaltata costeggiata da alberi e prati oltre i quali si possono ammirare altri alberi ancora — la stessa, infinita Foresta di Teutoburgo nelle vesti d’autunno, che non potevo mai stancarmi di ammirare. Ho guardato a destra e a sinistra, e dritto davanti a me, senza dire una sola parola. Osservavo il calare della sera sulle foglie rosso fuoco e gialle e marroni pronte a cadere, pensando alle aquile imprigionate e alla Germania in schiavitù, e bramando il Giorno della Vendetta — “der Tag der Rache” — come ho fatto costantemente, in effetti, per gli ultimi otto anni e mezzo.

Poi, sbarrando all’improvviso la strada, una schiera di rocce verticali alte circa cento piedi — ma ancora più alte alla vista, specialmente da breve distanza — apparve, stagliandosi uniformemente grigia contro il luminoso sfondo del cielo al tramonto. Le riconobbi immediatamente avendo già visto delle immagini delle stesse, ed esclamai a bassa voce, con rapimento: “Die Externsteine!”

Scendemmo dall’automobile. Automaticamente, mi posi a parte dal resto dei viaggiatori, come se fossi cosciente del fatto che appartenevamo a due mondi diversi; che loro, anche se Tedeschi, qui erano solo turisti, mentre io, nonostante fossi straniera, ero già una pellegrina.

Guardai in alto verso le forme irregolari delle rocce che si frapponevano tra me e la foresta più lontano, in cui la strada conduceva. Le sagome, così familiari, mi affascinavano. Non che fosse la prima volta nella mia vita in cui visitavo un luogo marchiato dal prestigio di un antichissimo culto del Sole: era tutto fuorchè la prima volta! Avevo visto Delfi e Delo, e le rovine dell’Alto e del Basso Egitto: Karnak e le Piramidi. E in India avevo visitato la celebre “Pagoda Nera” costruita secondo la forma di un carro solare che giace su dodici enormi ruote, ognuna delle quali corrisponde a un segno dello Zodiaco, e che presenta in varie sculture le più belle illustrazioni in assoluto della Vita in tutti i suoi stadi — in tutta la sua pienezza — dalle più selvagge scene erotiche che adornano gran parte della superficie delle mura inferiori, alla serena fissità della meditazione solitaria –: la meditazione dello stesso Dio Sole, la cui statua domina in posizione seduta l’intera struttura. Ed anche avevo visitato lo straordinario tempio di Sringeri, ognuna delle dodici colonne del quale viene colpita a turno dai primi raggi del Sole, nel giorno in cui esso entra in una nuova costellazione.

A sinistra: “Pagoda Nera” (Tempio del Sole di Konarak), metà del XIII secolo d.c. Il tempio, ora per la maggior parte in rovina, fu ideato per rappresentare il carro celeste del dio del sole vedico Surya che attraversa i cieli, trainato da sette cavalli. A destra: Mithuna (figure erotiche) all’esterno della Pagoda Nera.

Ma mai sino ad oggi (salvo una sola volta, in Svezia) mi ero trovata in un luogo santificato dal Culto della nostra Stella Genitrice — l’antico culto della Luce e della Vita — in terra germanica. E queste Rocce, lo sapevo, erano state il centro dei riti solari germanici nella notte dei tempi. Mi sentii come una persona venuta da una terra molto, molto lontana — che aveva camminato molto a lungo e per tanto tempo — con uno scopo ben definito, e che alla fine raggiunge l’obiettivo. Ora avevo raggiunto, se non la fine (perchè non c’è una fine), almeno il climax del mio pellegrinaggio attraverso la Germania, ed attraverso la vita. Ed ero felice. Avevo raggiunto la Fonte in cui avrei potuto rifornire le mie forze spirituali per la Lotta eterna nella sua forma moderna: la Lotta delle Potenze della Luce contro le Potenze dell’Oscurità, di cui personalmente ho fatto esperienza nei termini della Lotta tra i valori del Nazionalsocialismo e quelli del Cristianesimo da una parte e del Marxismo dall’altra — rispettivamente, della più antica e della più recente dottrina giudaica per la consunzione ariana, che io avevo combattuto e che avrei continuato a combattere infaticabilmente.

Fissai il mio sguardo sulle irregolari Rocce grigio-scuro; e le lacrime mi riempirono gli occhi. E non appena le persone con cui avevo viaggiato mi salutarono per seguire la guida giunta per accompagnarle durante la visita, ne fui lieta: era mio desiderio vedere le Rocce senza fretta e per quanto possibile, da sola.

Proprio di fronte a me stava la roccia più alta; un lungo, rozzo cilindro — o piuttosto un prisma — di pietra, inclinato molto lievemente verso sinistra come il tronco di un enorme albero consunto dal tempo e mutilato dagli uomini, senza che gli stessi siano stati capaci di distruggerlo. Sapevo che alla sommità di quella roccia si trovava il santuario da cui gli antichi saggi erano soliti salutare la Prima Alba, la mattina del Giorno del Soltizio d’Estate. Da sotto, è possibile vedere il ponte dal quale oggi si accede ad esso — il ponte che ora unisce la roccia più alta, comunemente chiamata “la seconda”, a quella sulla sua sinistra, comunemente detta la “terza” (così detta, perlomeno, nello studio archeologico dettagliato sulle Externsteine che avevo letto in precedenza).

Lentamente ho camminato lungo le scale scavate nella viva roccia sul fianco della “terza” rupe, fermandomi qua e là per ammirare il panorama sul quale i miei occhi vagavano, da un pò più in alto ad ogni nuovo passo che muovevo: il laghetto nelle cui quiete acque la rupe più lontana sulla destra — la “prima” — si tuffa verticalmente; i folti boschi, dietro; l’ampiezza della strada dalla quale ero giunta, al di là del pendio sulla sinistra ed oltre il lago, nelle foreste lontane; e, sull’altro lato — a nord-est, da dove ero venuta — le colline fitte di boschi attorno ed oltre Horn e Detmold. Nel fuoco del tramonto, le tonalità di rosso nella foresta d’autunno apparivano più luminose, mentre le cromìe marroni sembravano più rosse. E il lago era una superficie liscia di lucente oscurità e di acceso arancio-oro, sul lato opposto della quale ero in grado di distinguere il riflesso a rovescio della foresta. Continuai a salire, sempre più in alto e, una volta oltrepassato il ponte senza osare lanciare una sola occhiata al vuoto sottostante, mi trovai di fronte all’antichissimo santuario che ero venuta a vedere. Ed ebbi un brivido, sopraffatta dalla sensazione di trovarmi su un terreno sacro.

E’ difficile dire come doveva apparire un tempo il santuario. Oggi, a quasi dodici secoli dalla sua sistematica distruzione ad opera del fanatismo cristiano, è possibile poggiare i piedi su un pavimento di pietra lungo circa sei iarde e largo neanche quattro, privo di tetto. A una estremità della sala, alla destra di chi entra, ossia a nord-est, è visibile un grande pezzo di roccia — una parte della rupe su cui ci si trova — intagliato in una cavità a volta, la pedata della quale è un piede più in alto rispetto al pavimento. Nel mezzo, intagliato nel medesimo blocco di pietra, c’è un pilastro, con un apice piatto, simile a un tavolo, largo circa un piede e lungo due e mezzo in profondità; e sopra di esso, intagliato nel solido, naturale muro di nord-est della sala misteriosa, una apertura, perfettamente circolare, del diametro di poco superiore a un piede (37 centimetri, per l’esattezza).
All’altra estremità del pavimento — alla sinistra di chi entra,provenendo dal ponte,ovvero a sud-ovest — è posta una nicchia rettangolare, più alta anche di un uomo di statura molto elevata, della larghezza di circa cinque piedi e lunga oltre un piede in profondità, con un pilastro ad ogni lato di essa. E nel muro di roccia opposto al ponte — a nord-ovest — c’è una finestra che guarda in direzione della rupe limitrofa e del lago alle sue spalle. I muri che un tempo esistevano tra la camera a volta e il resto della struttura, a sud-est e nord-ovest, sono ora rimpiazzati da ringhiere in ferro. Il tetto del santuario era la parte orientale della sommità della rupe stessa. E’ stata distrutta, lasciando l’intero posto, con la sola eccezione della cavità a volta, come ho avuto modo di dire, a cielo aperto.

Ciò che è rimasto della Camera del Sole, sulla sommità delle Externsteine.

Con le spalle rivolte alla parete sud-ovest, dietro la quale il Sole ora si stava posando, giunsi alle rovine della venerabile vetta. Qui, nello stesso tempo in cui grandi re egizi della Dodicesima Dinastia stavano erigendo i loro maestosi templi e le loro eterne tombe; al tempo in cui i misteriosi signori del mare di “Middle Minoan II” regnavano su Creta e le Isole dell’Egeo; prima delle più antiche conquiste ariane ad Est comprovate da datazione– oltre 4000 anni fa — i saggi, leader spirituali delle tribù germaniche, e guardiani dei Valori naturali che rendevano le loro vite degne d’esser vissute, si sarebbero riuniti, e avrebbero salutato la Prima Alba, nel Giorno sacro, in giugno.

Nel mezzo del pilastro nella camera a volta, è ancora visibile una cavità quadrangolare. Qui era collocata, incastrata in esso, un’asta, la sommità della quale si trovava su una linea retta il cui punto più basso si trovava sul bordo dell’apertura rotonda nella parete nord-orientale e un altro punto era nel mezzo della nicchia che avevo di fronte a me — la linea del Solstizio, che corre da nord-est a sud-ovest. In tal modo, allorquando il Sole nascente fosse apparso esattamente al bordo più basso dell’apertura circolare di pietra, e, al contempo, precisamente dietro l’estremità superiore dell’asta, ad un osservatore che si trova in piedi in un punto rigorosamente determinato nel mezzo della nicchia, allora si poteva dire con certezza che si trattava del Giorno del Solstizio d’Estate, dalla cui precisa determinazione dipendeva il calendario nella sua interezza — e di conseguenza le festività, e l’intera vita della comunità.

Per alcuni giorni precedenti e successivi al Solstizio d’Estate, l’Astro nascente avrebbe fatto la sua comparsa all’interno di un determinato raggio, sul bordo laterale dell’apertura circolare. Il punto della sua comparsa avrebbe dato l’impressione di viaggiare da un punto laterale del cerchio, giù verso la parte più bassa dello stesso, e poi di nuovo all’insù. I saggi erano soliti osservarlo giorno dopo giorno, in maniera tale da comprendere quando, con esattezza, si sarebbe manifestata la prima Alba — l’Alba rigorosamente in armonia con la linea immutabile del Solstizio. E non appena l’avessero vista — un punto dorato intensamente luminoso sull’orlo dell’apertura circolare; un raggio di luce nella camera oscura — essi avrebbero lanciato dall’alto di questa rocca la formula della vittoria che annuncia l’inizio della grande festa d’estate al popolo riunito sotto la rupe: “Siege, Licht” — “Trionfo, Luce”.

Ho pensato a ciò che avevo letto, ed a ciò che mi era stato riferito da quei Germani moderni fedeli all’antica Sapienza solare; quei Germani che, inaspettatamente, ad essa sono tornati, attraverso quella moderna Fede nel Sangue e nel Suolo — quella Fede Arya che chiamiamo Nazionalsocialismo — che a me li lega. Ho pensato a ciò, ed ho immaginato, o quantomeno ho cercato di immaginare, le scene solenni che hanno avuto luogo, anno dopo anno, per secoli, che dico?, per millenni, su questa rocca; scene, la regolarità delle quali sembrava eterna, proprio come quella della ricomparsa dei sacri Giorni. Ed ho pensato alla fine improvvisa del Culto della Luce; alla distruzione di questo santissimo luogo dell’antica Germania da parte di Carlo Magno e dei suoi fanatici Franchi cristiani. Ho immaginato la metà della sommità della Rocca — che un tempo era stata la culla di questo santuario — violentemente spaccata (in due) dal resto di essa e gettata giù, lì, dove i suoi frammenti ancora oggi possono essere visti: la sacra cella dissacrata; la Terra sacra perseguitata, la sua gente obbligata col ferro e col fuoco ad accettare il credo straniero della falsa mansetudine, di cui ancora oggi è schiava. Ho immaginato la soldataglia franca — uomini di sangue germanico, “crociati in Germania” in nome di un profeta straniero e di un potere terreno straniero — intenta a devastare queste Rocce consacrate; ad uccidere chiunque trovasse sul proprio cammino; ad appiccare il fuoco a tutto ciò che poteva bruciare; a spianare la strada, attraverso il terrore, ai suoi nuovi maestri: i monaci, i veri “rieducatori della Germania” nella peggior accezione di questa parola tanto detestabile, che avrebbero soffocato (se avessero potuto) ogni singola scintilla dell’antica Sapienza solare — della sapienza Arya — nella sua principale Roccaforte europea.

Questo accadeva nell’anno 772 dell’era cristiana — 1181 anni fa. Ma quanto tragicamente moderno appare, tutto ciò! Quei primissimi “crociati in Germania” apparvero ai miei occhi, in maniera più vivida che mai, come i precursori dei sinistri “crociati in Europa” di Eisenhower. Essi avevano combattuto nel nome dei medesimi odiati valori cristiani, in definitiva per il trionfo della medesima potenza internazionale, sia temporale che spirituale — la Chiesa — che era, ed è tutt’oggi, il potere dell’Ebraismo camuffato. Avevano combattuto contro i medesimi eterni valori della Paganità germanica — la naturale, eroica religione della gente più nobile d’Occidente, in cui, allora come oggi, l’Anima Ariana ha trovato la sua espressione più esatta in questo continente. Ed essi li avevano perseguitati con una simile ferocia, e forse con una ancor più grande efficienza; con una simile ed ancor più grande sistematicità tutta germanica. E ricordai che Eisenhower (che sia maledetto!) ha anche ascendenze germaniche. Ed ancora una volta ho odiato la follia che tante volte nel corso della storia ha scagliato popoli dello stesso buon sangue nordico in guerre fratricide per amore di infantili superstizioni che i Giudei — ed i loro agenti consci o inconsci — hanno instillato nelle loro teste senza che loro neanche lo sospettassero.

E allorquando il quadro complessivo della distruzione dell’antica religione e della cristianizzazione della Germania si impose tragicamente alla mia attenzione, non solo in tutta la sua crudeltà ma in tutta la sua completezza, realizzai — non per la prima volta, certo, ma forse in maniera più intensa che in passato — che le principali date della guerra di Carlo Magno contro i Sassoni, il 772 ed il 787, sono -dal punto di vista dei Germani, e ciò che più importante, dallo stesso punto di vista ariano- anche più nefaste del 1945. Poichè il marchio del credo straniero, ed in specie della scala di valori straniera, anti-naturale, anti-razziale, è visibile ancora oggi in tutti Germani, eccezion fatta per una minoranza; in tutti gli Europei, eccetto che in una minoranza ancora più ristretta. Lo spirito del vigoroso e saggio guerriero Arya — lo spirito della violenza distaccata esercitata al solo fine di compiere il dovere; il nostro spirito — ha attraversato un millennio per riaffermare se stesso attraverso una dottrina di pura ispirazione germanica, in una élite germanica, dopo il disastro inflitto, poi, a coloro i quali se n’erano fatti espressione. Mentre nel pieno disprezzo delle enormi perdite e delle sofferenze senza fine noi — la minoranza nazionalsocialista; il moderno tipus Pagano Ariano — siamo sopravvissuti a questo disastro; siamo sopravvissuti, grazie alla nostra fede ardente ed alla nostra volontà di ricominciare. E non avremo bisogno di altri mille anni, neanche di un secolo, neanche di un decennio (se le circostanze saranno favorevoli) per assurgere ancora una volta a piena potenza. Può darsi che il nuovo mondo che stavamo costruendo giaccia — per il momento — in completa rovina, ai piedi dei nostri vincitori. Ma la nostra Weltanschauung è intatta nei nostri cuori. E ci sono alcuni più giovani di noi pronti a portare avanti il nostro lavoro, quando saremo morti; giovani che un giorno sfideranno i “rieducatori” della Germania ed il loro programma, ed il loro insegnamento ed il loro spirito, anche se un tempo carico di collera negherà ad essi il piacere di uccidere le loro persone.

Al solo pensiero mi sentii esaltata. Mi guardai intorno, guardai in direzione del santuario solitario e dissacrato; volsi lo sguardo sopra di me, all’incombente, obliqua rupe, da cui la massiccia radice monolitica fu violentemente recisa, circa 1200 anni prima — la ferita permanente inflitta dai primi “crociati in Germania” su questo nobile altare del culto nazionale della Luce. E in un lampo rievocai alla mente la mia battaglia durata tutta la vita contro la piaga cristiana — in Grecia, nel nome dell’Ellenismo distrutto; in India, nel nome della mai infranta Tradizione Hindu; ovunque nel nome dell’orgoglio ariano e della verità della Natura. E immaginai il ruolo simile che mi sarebbe piaciuto giocare qui, tra la gente del mio Führer, dopo la ricostituzione del Nuovo Ordine Nazionalsocialista, un giorno, non importa quando. “Sì, noi siamo vivi”, pensai, pieni di fiducia in noi stessi e pieni di fiducia nei confronti di quella minoranza germanica che pensa e sente come io sento e penso. “La sconfitta non ci ha uccisi; ci ha solo resi un pò più accaniti e risoluti. Un giorno noi vi vendicheremo, Rocce ferite che da così lungo tempo rivolgete a noi il vostro grido, e voi, nostri fratelli ed antenati, voi guerrieri che siete morti difendendo gli accessi di questo nobile luogo! Ovunque io sia all’albeggiare del nostro Giorno, possano le Potenze celesti garantire il mio ritorno, affinchè io possa prendere parte attivamente alla vendetta!”

mar 012010

feb 242010

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