Un articolo interessante che analizza pratiche attuali di “liberazione”…
COME LI HANNO “LIBERATI”
Il mondialismo all’assalto della Romania
La Romania entra nel GATT, nel FMI e nel BIRD.
Tra il 1967 e il 1968, alcuni passi intrapresi dal governo romeno gettarono le basi per un cambiamento significativo nei rapporti di Bucarest con Washington. Infatti nel 1967 la Romania mostrò la propria autonomia nei riguardi di Mosca con un paio di iniziative che vennero positivamente apprezzate dagli Stati Uniti: all’inizio dell’anno Bucarest stabilì rapporti diplomatici con la Repubblica Federale Tedesca e, in seguito alla guerra dei sei giorni, rifiutò di rompere le relazioni diplomatiche con Israele, come invece avevano fatto le altre capitali del Patto di Varsavia. Sempre nel 1967, in marzo, Ceauçescu organizzò una calorosa accoglienza per Nixon, che in quel momento vedeva declinare la propria popolarità negli Stati Uniti. Nell’agosto del 1968, Ceauçescu rifiutò di allinearsi con gli altri paesi del Patto di Varsavia nella questione cecoslovacca; anzi, condannò energicamente l’intervento sovietico, annunciò la mobilitazione immediata del popolo romeno per difendersi da un eventuale intervento di quel genere, si oppose alle manovre militari del Patto di Varsavia sul territorio romeno. In seguito a ciò, le relazioni tra gli Stati Uniti d’America e la Romania registrarono un cambiamento significativo. Eletto nel 1969 alla presidenza statunitense, Richard Nixon si recò in visita ufficiale a Bucarest e accolse Ceauçescu negli Stati Uniti nell’ottobre 1970 e nel dicembre 1973. In occasione di questa seconda visita, i due presidenti firmarono una dichiarazione comune, nella quale si parlava di relazioni basate su uguaglianza di diritti, di rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale, di non ingerenza nelle faccende interne e di vantaggio reciproco, di rifiuto dell’uso della forza. Negli anni successivi, Ceauçescu avrebbe citato spesso questi principi, allorché dovette respingere le richieste statunitensi relative ai “diritti umani”, appellandosi al fatto che esse rappresentavano un atto di ingerenza nelle faccende interne della Romania. Il presidente Gerald Ford ricevette Ceauçescu nel giugno 1975 e restituì la visita nell’agosto di quel medesimo anno. Nel periodo della presidenza di Ford, come già al tempo di Nixon, i ministri degli esteri romeni e i segretari di Stato statunitensi, ma anche altri membri dei due governi, effettuarono visite reciproche quasi ogni anno. Le relazioni tra i due paesi, a parte le manifestazioni di amicizia, ebbero anche una certa sostanza. Per esempio, il governo romeno fu utile all’amministrazione Nixon nell’instaurazione di rapporti confidenziali tra Washington e Pechino, nel periodo che precedette la visita di Henry Kissinger in Cina del 1969. I due paesi firmarono numerosi accordi economici e culturali. La Romania diventò membro di diverse istituzioni economiche e finanziarie internazionali, come l’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRD) e fu bene accolta dappertutto in Occidente, essendo considerata un paese indipendente nel quadro del Patto di Varsavia. Il commercio tra gli Stati Uniti e la Romania crebbe fino a superare, nel 1974, i 400 milioni di dollari; ma questa crescita era ostacolata dalla mancanza del trattamento speciale che viene accordato dagli Stati Uniti con la clausola della nazione più favorita. Tale clausola, che come è noto comporta un vantaggio nelle tariffe doganali, venne accordata alla Romania per la prima volta nel 1975, quando il Congresso statunitense adottò la “Legge del Commercio del 1974″ e permise al presidente degli Stati Uniti di estendere al campo comunista la concessione della clausola della nazione più favorita. La clausola diventò così il simbolo delle relazioni speciali tra gli Stati Uniti e la Romania, essendo la più importante concessione fatta a Bucarest dalle amministrazioni Nixon e Ford. Il Congresso di Washington approvò l’accordo commerciale con la Romania alla fine del luglio 1975 e le nuove tariffe entrarono in vigore il 3 gennaio 1976, in applicazione della clausola della nazione più favorita. Grazie alle basse tariffe doganali, le esportazioni della Romania negli Stati Uniti passarono, tra il 1975 e il 1977, da 133 milioni di dollari a 233,3 milioni di dollari. Nel 1985 ammontavano a 949,7 milioni di dollari. Inoltre, la clausola della nazione più favorita rese possibile che la Romania beneficiasse dei crediti della Banca di Export-Import. In una misura considerevole, il rinnovo annuale della clausola diventò il principale strumento dell’amministrazione statunitense per influenzare il comportamento della Romania. La Sezione 402 della “Legge del Commercio del 1974″, nota come emendamento Jackson-Vanik, vietava l’estensione della clausola a un paese che non avesse un’economia di mercato, come era appunto il caso della Romania, e negava ai propri cittadini la possibilità di emigrare; tuttavia, l’emendamento prevedeva che il presidente statunitense potesse ricevere assicurazioni che “le procedure di emigrazione porteranno in futuro, in modo considerevole, a realizzare lo scopo proposto circa la libertà di emigrazione”. Gli Stati Uniti usarono la Sezione 402 per convincere il governo romeno a consentire l’emigrazione di oltre 180.000 persone nel periodo compreso tra il 1975 e il 1988 – anno, quest’ultimo, in cui la clausola della nazione più favorita cessò di essere applicata alla Romania. In questi quattordici anni l’emigrazione dalla Romania si diresse essenzialmente verso tre paesi: Repubblica Federale Tedesca, Stati Uniti, Israele. L’emigrazione ebraica dalla Romania (soprattutto verso la Palestina e gli Stati Uniti) era già cominciata negli anni cinquanta; Ceauçescu lasciò che proseguisse, “in cambio di molto denaro, s’intende, e dell’aiuto della comunità ebraica americana per ottenere la famosa clausola di nazione più favorita negli scambi commerciali con gli Stati Uniti”1.In questo periodo gli Stati Uniti cominciarono a legare il mantenimento della concessione della clausola non solo alla questione dell’emigrazione, ma anche ad altri aspetti della dottrina dei “diritti umani”: la libertà religiosa, la liberazione dei dissidenti in stato d’arresto, le privazioni economiche. Inoltre, la “Legge del Commercio del 1974″ consentì all’amministrazione statunitense di estendere il Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) non solo ai paesi in via di sviluppo, ma anche a quei paesi comunisti che erano membri del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dell’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT), beneficiavano della clausola della nazione più favorita e non erano controllati dal “comunismo internazionale”. Il Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) consentiva in maniera legale agli Stati Uniti di godere di tariffe bassissime per certe importazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo. La Romania si inquadrava nella definizione prevista per i paesi in via di sviluppo, perché il governo degli Stati Uniti aveva stabilito che l’indipendenza della Romania nei confronti di Mosca era sufficiente per non considerarla come un paese controllato dal comunismo internazionale. D’altra parte, la Romania era membro dell’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Una volta ricevuta la concessione della clausola della nazione più favorita, la Romania si candidò a beneficiare del Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) e a tale regime essa venne ammessa per un periodo di dieci anni a partire dal 1 gennaio 1976. Un ostacolo nelle relazioni tra i due paesi insorse nell’ottobre 1982 (all’epoca della presidenza Reagan), quando il governo di Bucarest decretò che i cittadini romeni che desideravano emigrare dovevano pagare allo Stato una somma in valuta equivalente al costo della loro scolarizzazione media e superiore. Il decreto contrastava apertamente con quanto previsto dall’emendamento Jackson-Vanik, che escludeva dalla concessione della clausola della nazione più favorita quei paesi i quali imponevano ai loro emigranti una tassa che non fosse puramente simbolica. Dopo mesi di negoziati confidenziali che non diedero alcun risultato, nel marzo 1983 Reagan annunciò che non avrebbe rinnovato alla Romania la concessione della clausola, che sarebbe scaduta il 30 giugno di quell’anno, se la tassa per la scolarizzazione si fosse trovata ancora in vigore a quella data. Dopo oltre due mesi di intense discussioni, il governo romeno dovette cedere alle pressioni statunitensi e rinunciò all’applicazione della tassa. Così il 3 giugno 1983 Reagan annunciò che la clausola veniva prorogata alla Romania per un altro anno e il Congresso statunitense non si oppose alla decisione del presidente. La Romania conservò la clausola fino al 1988. Quando si trattava di prorogarla “il gran rabbino di Bucarest Moses Rosen dava l’impressione di essere un ministro degli esteri aggiunto (…) Rosen descrisse il proprio atteggiamento con il proverbio yiddish ‘Den Ganef vor die Tir stelln‘: mettere il ladro a guardia della porta”2. La crescita del debito estero della Romania aggiunse un nuovo motivo di irritazione nei rapporti di Bucarest con Washington. Nel corso del 1982 il debito estero romeno oltrepassava gli undici miliardi di dollari, sicché il Fondo Monetario Internazionale (FMI) intervenne ripetutamente presso Ceauçescu, per spiegargli che per far fronte a tale debito e risollevare le sorti dell’economia romena era indispensabile accettare un credito a interessi crescenti. Si riproduceva così, nel caso della Romania, quello che John Kleeves ha descritto come il copione di prammatica nei rapporti tra FMI e dittatori quali Marcos, Mobutu, Batista, Duvalier, Somoza ecc.: “… la figura del dittatore filoamericano pazzo è importante: con i suoi progetti megalomani di ‘sviluppo economico’ egli giustifica l’accensione del megaprestito da parte del suo paese, in genere finanziariamente poverissimo. Ma la sua parte non è finita. Egli sa che il prestito non deve mai essere restituito: il FMI, nonostante le raccomandazioni sulla carta, non lo vuole; vuole solo – e su ciò è intransigente – il pagamento in dollari degli interessi annui. E’ chiaro il perché: solo finché c’è il debito ci sono le condizioni capestro sull’economia interna. Egli sa anche che il prestito non deve assolutamente servire per scopi utili, per far decollare l’economia del paese: sarebbe di nuovo la fine del gioco. Quindi il dittatore cosa fa? Ciò che veniamo a sapere dai giornali: usa una quota del prestito per le sue opere inutili (i cui appaltatori sono in genere ancora le multinazionali); un’altra per soddisfare l’entourage locale di militari e politici che lo sostengono al potere, e il resto viene versato sui suoi conti all’estero, in genere negli Stati Uniti”3. A un certo punto, Ceauçescu non volle più stare al gioco. E ciò determinò la sua fine.
1. Richard Wagner, Il caso romeno, Manifestolibri, Roma 1991, p. 98.
2. Ibidem.
3. John Kleeves, Finanziatori Militar Imperialisti, “Lo Stato”, 3o giugno 1998.
Dodici anni fa: chi volle la caduta di Ceauçescu?
Il 22 novembre 1989 si apriva a Bucarest il XIV congresso del Partito Comunista Romeno. Il messaggio di felicitazioni inviato da Gorbaciov al “partito fratello” assomigliava, più che a una dichiarazione di solidarietà, a una sprezzante ingiunzione di cambiamento di rotta. Ma il 23 novembre, nel discorso di chiusura che precedette la sua trionfale rielezione alla segreteria del Partito Comunista Romeno, Nicolae Ceauçescu rispose per le rime, ricordando che il patto tedesco-sovietico, denunciato qualche settimana prima a Mosca per quanto riguardava la Polonia e i paesi baltici, sanciva anche un’ingiustizia commessa ai danni della Romania interbellica, alla quale erano state strappate e inglobate nell’URSS la Bucovina del Nord e la Bessarabia (che l’URSS trasformò in “Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia”). Ma, oltre a questo, il Conduc[tor metteva l’accento sull’indipendenza nazionale romena, ottenuta a prezzo di pesanti sacrifici che avevano portato finalmente al saldo del debito contratto con la Banca Mondiale.
E’ qui che deve essere cercata la causa della caduta di Ceauçescu?
Nel corso di un’intervista giornalistica uscita a suo tempo sulle pagine di “Orion”, l’autore di queste righe rivolse a Marian Munteanu (capo del Movimento per la Romania e animatore delle lotte studentesche di Piazza dell’Università) la seguente domanda: “In che misura si deve credere alla versione che ha presentato la caduta di Ceauçescu come l’effetto di un moto insurrezionale partito dal popolo? E in che misura si può invece legittimamente parlare di un colpo di Stato? In altre parole: non sarà che la fine di Ceauçescu debba essere ricondotta, principalmente, alla sua volontà di liberare la Romania da ogni dipendenza nei confronti della Banca Mondiale?” Risposta di Marian Munteanu: “E’ per me una gradita sorpresa constatare che Lei ha avuto un’intuizione rara”1. Quell’intuizione si fondava semplicemente sull’osservazione dei fatti. I personaggi che si erano insediati al potere dopo l’eliminazione di Ceauçescu rappresentavano, in maniera evidente, la convergenza di due linee. La prima era quella degli interessi statunitensi (Petre Roman, Silviu Brucan, Dumitru Mazilu, l’ex diplomatico Bogdan ecc.), la seconda era quella più propriamente “gorbacioviana” (Ion Iliescu, Nicolae Militaru ecc.). Gorbaciov voleva la fine di Ceauçescu perché questi era contrario ad accettare il programma di liquidazione dei regimi socialisti, sicché le esigenze del Cremlino in relazione alla Romania coincidevano con quelle degli ambienti usurocratici e mondialisti, danneggiati dalla politica autarchica di Bucarest. Veniva quindi spontaneo pensare che l’eliminazione di Ceauçescu fosse stata decisa da Bush e Gorbaciov nell’incontro di Malta, sui contenuti del quale è stato d’altronde osservato il massimo segreto. Fatto sta che la campagna per la demonizzazione di Ceauçescu, effettuata dalla stampa e dalle televisioni di tutto l’Occidente, ebbe inizio circa un anno prima della “rivoluzione” romena. Anche dall’osservatorio italiano era possibile, considerando i fatti con una certa attenzione, comprendere quali fossero le forze che ispiravano l’attacco contro “il Dracula di Bucarest”. Non è un caso, ad esempio, che in Italia l’avvio alla campagna di stampa sia stato dato dal noto sionista Wlodek Goldkorn, direttore del settore esteri dell’ “Espresso”. Marian Munteanu non poté negare che “effettivamente esisteva da tempo una congiura, ispirata da centrali politiche estere per rovesciare
il regime”, anche se, ovviamente, ci tenne ad aggiungere che “è esistita un’azione parallela, spontanea e indipendente, svolta da giovani che non disponevano di nessun supporto organizzativo”. Insomma: “l’insurrezione scoppiò in maniera, per così dire, naturale: solo in un secondo tempo venne utilizzata e strumentalizzata da gruppi già preparati che agivano secondo intendimenti propri. E questi gruppi avevano legami col capitalismo internazionale e con gli Stati Uniti: è un fatto che non è possibile negare”2. Tali legami, infatti, emergono evidenti dalle biografie di alcuni protagonisti della “rivoluzione” del dicembre 1989. Vediamone un paio. Silviu Brucan, (alias Samuil Bruekker o Bruckenthal), era l’ideologo del Fronte di Salvezza Nazionale. Nato nel 1916 da famiglia ebraica, si iscrisse al partito comunista nel corso degli anni trenta. Nel settembre 1944, quando apparve il primo numero ufficiale di “Sc`nteia”, organo del Comitato Centrale del Partito Comunista Romeno, Silviu Brucan fu segretario generale di redazione. Dopo la guerra, prese parte all’allestimento dei processi per la liquidazione degli uomini politici rivali del PCR. Secondo fonti dell’emigrazione romena, ebbe il compito di architettare artificiosamente una campagna antisemita pretestuosa3. Dal 1956 al 1958 fu ministro plenipotenziario della legazione della Repubblica Popolare di Romania negli Stati Uniti d’America (fino al 1964 la Romania non ebbe un ambasciatore a Washington). Quindi, fino al 1962, fu a New York, dove rappresentò la Romania presso le Nazioni Unite. In seguito a uno scontro con il ministro degli esteri Corneliu M[nescu, dovette andarsene dal ministero e accettare l’incarico di vicepresidente del Comitato di Stato per la Radio e la Televisione, incarico che tenne dal 1962 al 1967. Con l’arrivo al potere di Ceauçescu, l’uomo che aveva sostenuto Ana Pauker e Gheorghe Gheorghiu-Dej venne allontanato dalle funzioni politiche; benché privo di diploma universitario, ricevette un posto di docente di Scienze Sociali e di Sociologia all’Università di Bucarest. Pubblicò diversi libri di taglio politologico, che a partire dal 1971 sono stati sistematicamente editi negli Stati Uniti: The Dissolution of Power (Alfred Knopf, New York 1971), The Dialectic of World Politics (Macmillan, New York and London 1978), The Post-Brezhnev Era (Praeger, New York 1983), World Socialism at the Crossroads (Praeger, New York 1987), Pluralism and Social Conflict (Praeger, New York 1990, prefazione di Immanuel Wallerstein), The Wasted Generation. Memoirs (West View Press, Boulder 1993). All’inizio del 1988 fu messo agli arresti domiciliari per una dichiarazione che aveva rilasciata a Radio Europa Libera. Nel 1989 però era di nuovo in circolazione: era spesso ospite dell’ambasciatore statunitense Roger Kirk e di Michael Parmly, consigliere politico dell’ambasciata degli USA. Al momento degli eventi che portarono alla caduta di Ceauçescu, Brucan rientrava dagli Stati Uniti, dopo aver fatto scalo a Mosca e incontrato Anatoli Dobrynin, vecchia spia del KGB. Petre Roman, anch’egli di famiglia ebraica, si era tenuto nell’ombra fino ai giorni della “rivoluzione”. Suo padre Walter Roman (vero nome: Neuländer), “era stato uno dei veterani delle Brigate Internazionali in Spagna, per poi rifugiarsi, nel periodo della guerra, in Unione Sovietica. Ritornato in Romania, diventerà l’uomo di fiducia di Gheorghe Gheorghiu-Dej, predecessore di Ceauçescu. E’ uno dei fondatori della Securitate, dove aveva il grado di generale, al quale aggiungeva quello di colonnello del KGB. (…) Dopo il fallimento della rivolta ungherese del 1956, per ordine di Gheorghiu Dej incontrò Imre Nagy e lo persuase a rifugiarsi in Romania… da dove sarà consegnato all’Unione Sovietica. Walter Roman muore nel 1983, lasciando a suo figlio Petre un’eredità sociale e politica. Quest’ultimo conosce tutti i vertici della nomenclatura, tra i quali anche i figli di Ceauçescu. Ma è soprattutto un intimo di Brucan e di Iliescu”4. Il verbale5 della riunione tenuta la sera del 17 dicembre 1989 dall’ufficio esecutivo del Comitato Centrale del Partito Comunista Romeno, alla vigilia della partenza del Conduc[tor Nicolae Ceauçescu per Teheran, è fondamentale per interpretare la “rivoluzione” romena del 1989 come un vero e proprio colpo di Stato. Da questo verbale risulta che Ceauçescu rimproverò il ministro dell’interno Postelnicu, il ministro della difesa generale Milea, nonché il comandante in capo della Securitate generale Vlad, perché non avevano riportato l’ordine a Timiçoara, dove si trovavano solo poche unità, equipaggiate semplicemente con manganelli o con armi da fuoco sprovviste di munizioni. Il prof. Claude Karnoouh, specialista di questioni ungheresi e romene, ha dedotto che “i ‘massacri’ del 17 dicembre non furono niente altro che una montatura architettata dai mezzi di comunicazione: le agenzie di stampa e le stazioni radiofoniche jugoslave, ungheresi e sovietiche se ne fecero immediatamente strumenti, moltiplicando i dispacci sulla violenza degli scontri tra l’esercito e le truppe della Securitate. Ora, se veramente vi fossero stati a Timiçoara i 4.800 morti di cui si parlò, si sarebbero dovuti pure contare, come minimo, dai 25.000 ai 30.000 feriti! In condizioni del genere, non si sarebbe più trattato di una rivolta popolare, ma di una vera e propria guerra tra fazioni contrapposte che usavano armi pesanti e forze aeree - cosa che evidentemente non è stata. Inoltre, mentre il 22 e il 23 dicembre i dispacci dell’agenzia sovietica Tass segnalavano combattimenti con armi pesanti a Braçov, il bilancio tracciato poco dopo da un giornalista di ‘Le Monde’ si limitava a contare 61 morti e 120 feriti. A Cluj si sono avuti 20 morti; nessun morto a Iaçi, capoluogo della Moldavia romena, né a T`rgu Mureç, capoluogo della regione ungherese, né a Ploieçti e a Piteçti, le due grandi città industriali vicine a Bucarest. Nella stessa Bucarest, nessuno ha mai potuto vedere, né in televisione né altrove, i famosi pretoriani del regime. Tutt’al più si indovinava la presenza di qualche franco tiratore isolato, mai identificato, al quale soldati, miliziani e civili rispondevano con un autentico diluvio di fuoco”6. Quanto ai “mercenari” (libici, palestinesi, siriani, iraniani e addirittura nordcoreani) di cui si favoleggiò inizialmente, in capo a qualche giorno non se ne parlò più. Erano stati inventati per confermare il concetto che il tiranno era estraneo al popolo romeno (gli vennero attribuite origini turche o zingare!) e quindi poteva essere difeso soltanto da pretoriani stranieri. Inoltre, la leggenda dei “mercenari arabi” serviva perfettamente a collegare tra loro due equazioni: “securista=terrorista” e “terrorista=arabo”. D’altronde la demonizzazione di Ceauçescu, che nel corso di più d’un anno di propaganda mondiale era stato paragonato a Bokassa, a Idi Amin Dada e al vampiro Dracula, aveva predisposto gli animi, in Romania e altrove, ad accettare anche le menzogne più grossolane. Ma vi sono anche altri elementi, secondo il prof. Karnoouh, che rafforzano l’ipotesi del colpo di Stato. “Bisogna insistere a questo riguardo sulla cronologia della giornata del 22 dicembre, che suggella la caduta di Ceauçescu. Alle dieci e mezzo del mattino il capo dello Stato fugge. Un quarto d’ora più tardi Petre Roman, accompagnato da un gruppo di studenti, penetra nell’edificio del Comitato Centrale, considerato una delle fortezze della Securitate a Bucarest. Si può constatare, oggi, che l’immobile non reca alcuna traccia di proiettili. Chi era dunque a sparare? E su chi sparava? Nello stesso momento, con un sincronismo perfetto, Ion Iliescu, capo del consiglio del Fronte di Sicurezza Nazionale, arriva alla sede della radiotelevisione; qui il poeta Mircea Dinescu annuncia ai microfoni la caduta del tiranno. Strano sincronismo, per una guerra civile! In realtà, se davvero ci fosse stata una guerra civile, avremmo assistito a scene simili a quelle dell’invasione di Panama City da parte degli Americani, o ai bombardamenti di Beirut, cosa che invece non è avvenuta. Inoltre, se davvero una frazione dell’esercito e schiere di civili insorti si fossero trovati a combattere contro la Securitate, Ceauçescu e sua moglie non sarebbero fuggiti immediatamente su un elicottero dell’aviazione militare (e non su un aereo della Securitate) per atterrare poi a 40 chilometri da Bucarest e farsi immediatamente arrestare. Infine, qualora una tale ipotesi fosse reale, non si spiegherebbe come mai gli uomini del consiglio del Fronte di Salvezza Nazionale, che erano costretti alla residenza coatta o comunque sottoposti a una sorveglianza speciale, non siano stati giustiziati, o per vendetta o per privare il potere futuro delle sue élites potenziali, politiche o intellettuali. Al contrario, fin dal momento in cui fu dato l’annuncio della caduta di Ceauçescu, i poliziotti incaricati di vigilare su di loro sparirono come per incanto”7. L’interpretazione del prof. Karnoouh ha trovato una sostanziale conferma, con l’aggiunta di dati ulteriori, nelle dichiarazioni rilasciate nel corso di un’intervista giornalistica da Gelu Voican Voiculescu, l’uomo del Fronte di Salvezza Nazionale che organizzò il processo sommario contro Nicolae ed Elena Ceauçescu e che successivamente diventò vice primo ministro. “La Securitate – ha detto Voican Voiculescu - era una forza molto compatta e capace di reprimere ogni insurrezione. Il suo ruolo fu provvidenziale, perché essa non sparò, ma si tirò da una parte e lasciò Ceauçescu privo di protezione. Anzi, il 18 dicembre il generale Vlad, capo del Dipartimento di Sicurezza dello Stato, con un atto di sua propria iniziativa aveva liberato tutti i detenuti politici che si trovavano agli arresti presso la Securitate - e si trattava di un certo numero di persone. Dunque esistono prove evidenti che la Securitate aveva ricevuto l’ordine di non immischiarsi nei moti di piazza. Di più: il piano che mirava a contrapporre la Securitate all’Esercito venne sventato per iniziativa degli stessi generali che dirigevano la Securitate, i quali intorno al 22 dicembre disposero che la Securitate si subordinasse all’Esercito. Non fu un atto impensabile, perché era previsto che in una situazione di guerra la Securitate si integrasse nell’Esercito. Ma negli eventi in questione, tale decisione fu presa il 22 dicembre; e a Timiçoara non fu la Securitate a sparare contro i dimostranti, ma, purtroppo, l’Esercito. Questo è anche il motivo per cui, in una crisi di coscienza e di colpa, il capo dell’Esercito generale Milea si suicidò – se non fu assassinato. E’ un enigma irrisolto della nostra rivoluzione”8. Insomma, la “rivoluzione” romena non sarebbe riuscita senza l’apporto decisivo della Securitate.
La tesi del colpo di Stato guidato da potenze straniere venne enunciata dallo stesso Ceauçescu nel corso del processo sommario cui venne sottoposto da parte degli uomini del Fronte di Salvezza Nazionale. “La mia sorte è stata decisa a Malta”, ebbe a dire Ceauçescu in quella circostanza, alludendo all’incontro tra Bush e Gorbaciov; e aggiunse che quelli che a Timiçoara avevano sparato sulla folla erano agenti segreti stranieri. Gelu Voican Voiculescu ha dichiarato nel corso della medesima intervista:
“Noi non possiamo sapere che cosa sia stato deciso a Malta. Però è un dato di fatto che la rivoluzione romena fu innescata dai servizi di diverse potenze straniere. Nella misura in cui il terreno operativo era di pertinenza dell’URSS, la presenza effettiva e la manodopera furono fornite dal KGB. Nello stesso tempo, la CIA aveva installato una sua centrale operativa a Budapest. Tra i due organismi spionistici vi fu una stretta collaborazione. L’operazione prese il nome di ‘Valacchia 89′ e richiese l’impiego di mezzi cospicui. La Cia partecipò più che altro con piani e fondi, il KGB con la logistica. Le posso dire, sulla base di informazioni provenienti da fonti autorevoli, che dopo il 6 dicembre il numero dei turisti sovietici crebbe bruscamente di dieci volte e a partire dal 16 dicembre vi furono in Romania 67.000 turisti sovietici. Sono cifre esatte, che provengono dai punti di frontiera. In genere, entravano in Romania automobili Lada, ciascuna con quattro uomini a bordo, di età giovane o media. Sono significative, poi, le registrazioni effettuate nelle camere d’albergo, anche se non tutti questi strani turisti alloggiavano in albergo. La maggior parte entrò dalla Jugoslavia e dall’Ungheria. A Timiçoara forse operarono agenti jugoslavi di nazionalità croata, sicuramente vi furono agenti ungheresi. La TV ungherese praticamente diresse le operazioni.
“Adesso, disponendo delle informazioni cui ho avuto accesso, posso formulare un’ipotesi: il 16-17 dicembre a Timiçoara e il 21-22 a Bucarest, questi servizi che preparavano il rovesciamento di Ceauçescu vollero fare una prova generale per valutare la situazione. Siccome ritenevano che il popolo romeno fosse inerte e che gli organi repressivi fossero fedeli a Ceauçescu, gli ispiratori dell’operazione volevano sapere quale sarebbe stata l’adesione della popolazione, come sarebbero entrati in azione la Milizia, l’Esercito, la Securitate, il Partito, i mezzi di comunicazione. Pensarono quindi di fare una prova a Timiçoara e nella capitale. Orbene, questo tentativo diede il via a un processo che sfuggì loro di mano e li colse di sorpresa. Essi avrebbero voluto fare scoppiare la rivolta il 30 dicembre o anche in gennaio, e invece furono colti all’improvviso da un incendio generale che oltrepassava le loro aspettative. Fu questo a paralizzarli, oltre al nostro comportamento atipico. Noi infatti, nel nostro dilettantismo e confusionismo, demmo a questi superprofessionisti l’impressione di agire secondo un piano prestabilito che a loro sfuggiva. In realtà, procedevamo alla cieca. Allora si bloccò qualcosa nel meccanismo degli agenti stranieri. Essi fecero qualche provocazione, ma poi tutto acquisì una sua dimensione e prese una sua via. Così Ceauçescu cadde in maniera assai rapida, praticamente in un giorno solo”.
Secondo l’ex vice primo ministro, “i servizi segreti stranieri avevano lo scopo di smembrare la Romania come entità statale: il caos avrebbe dovuto creare le premesse per l’ingresso di truppe straniere che smembrassero il paese. Una proposta del genere, d’altronde, era stata fatta da James Baker al Patto di Varsavia. L’URSS si sarebbe presa il Delta del Danubio e la Moldavia fino ai Carpazi, la Bulgaria avrebbe preso il Sud della Dobrugia, la Jugoslavia il Banato, l’Ungheria la Transilvania. E’ normale che non sia stato previsto un successore a Ceauçescu, proprio perché si voleva produrre il massimo disordine. Nel caos, inoltre, era prevedibile lo scoppio di una guerra civile tra la Securitate e l’Esercito: si sapeva che sotto Ceauçescu tra queste due istituzioni c’era una certa rivalità.
“Inoltre gli eventi romeni di dicembre, monopolizzando gli schermi televisivi di tutto il mondo, costituirono la cortina fumogena dietro cui gli USA poterono tranquillamente commettere quell’abuso che fu il rapimento di Noriega, il quale era comunque un capo di Stato, fosse o non fosse un narcotrafficante; gli americani violarono la sovranità di Panama con un vero e proprio atto di pirateria, approfittando dell’intensa mediatizzazione dei fatti romeni”9.
Da parte sua, l’ultimo ministro degli Esteri del governo comunista, Ion Totu, nel periodo si trovava detenuto nel carcere di Jilava dichiarò testualmente: Gli eventi del dicembre 1989 facevano parte di un vasto programma di azione degli Stati Uniti e dell’Occidente (in primo luogo l’Inghilterra) per destabilizzare l’URSS e gli altri paesi socialisti e per attrarli nella sfera d’influenza del capitalismo; lo scopo principale era che gli Stati Uniti dovevano restare l’unica superpotenza mondiale, che decidesse a proprio piacimento. In questo programma, le prospettive della Romania avevano come obiettivi principali: a) la trasformazione del nostro paese in un avamposto militare, in una base militare nell’Est europeo, ai confini con l’URSS; b) la trasformazione del nostro paese in una semicolonia economica sottoposta agli stimoli e alle richieste del capitale finanziario internazionale”10.
1. Una conversazione con Marian Munteanu, intervista a cura di Claudio Mutti, “Orion”, dicembre 1992.
2. Ibidem.
3. Traian Golea, How the Condamnation of a Nation is staged, Romanian Historical Studies, Hallandale 1996, p. 12.
4. Radu Portocal[, Rom`nia. Autopsia unei lovituri de stat. #n \ara în care a triumfat minciuna, Agora Timiçorean[, Bucureçti 1991, p. 97.
5. Pubblicato il 10 gennaio 1990 dal quotidiano “Rom`nia liber[” (Bucarest) e parzialmente ripreso il 17 gennaio 1990 da “Le Nouvel Observateur” (Parigi).
6. A l’Est, du nouveau. L’exemple roumain, Entretien avec Claude Karnoouh, “Krisis”, n. 5, aprile 1990.
7. Ibidem.
8. Claudio Mutti, Quale fine per Ceausescu?, “Storia del XX secolo”, n. 9, gennaio 1996.
9. Ibidem.
10. Intervista di Angela B[cescu, “Europa”, 22 aprile 1991.
DODICI ANNI FA: COME LI HANNO “LIBERATI”
L’ ORO DEL DANUBIO
Nel settembre 1990 diventa governatore della Banca Nazionale di Romania il quarantacinquenne Mugur Isarescu, molto vicino ad alcuni uomini del Fronte di Salvezza Nazionale, il partito che ha guidato la “rivoluzione” ed ha vinto le elezioni. Mugur Isarescu fa parte di una squadra di giovani tecnocrati che negli ultimi anni del regime di Ceauçescu hanno lavorato all’Istituto di Economia Mondiale di Bucarest, l’unico organismo ufficiale che negli anni ottanta manteneva ancora un legame con il mondo economico-finanziario internazionale. Nel 1991 Mugur Isarescu riesce a ottenere una legge bancaria che garantisce l’autonomia della Banca centrale e le mette a disposizione gli strumenti della politica monetaria e valutaria. Anche se il gruppo di tecnocrati dell’Istituto di Economia Mondiale è entrato in politica al fianco del Fronte di Salvezza Nazionale (FSN), Mugur Isarescu ha continuato per qualche tempo a lavorare al Ministero degli Esteri come specialista in economia mondiale, poi è diventato rappresentante della Romania presso il Fondo Monetario Internazionale e presso la Banca Mondiale. D’altronde gli accordi con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale recano la firma di Mugur Isarescu. Nel corso di un’intervista realizzata nel 1992, il giornalista romeno Tiberiu Sandu gli ha fatto notare che in Romania “è forte quella corrente di opinione che denuncia ‘la subordinazione dell’economia nazionale agli interessi stranieri’”. Ed ha aggiunto: “Si sostiene che i programmi del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale non portano altro che ‘povertà e disastri economici’ nei paesi dove si applicano. Essendo uno dei firmatari degli accordi con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale, lei è accusato da alcuni giornali e dai gruppi filocomunisti in Parlamento di applicare alla Romania misure dettate dall’estero, e di accettare crediti a ‘condizioni schiavistiche’ “. Per Mugur Isarescu, “l’atteggiamento di qualche parlamentare che si oppone ai programmi di aggiustamento del FMI e della BM non è altro che il risultato di decine di anni di indottrinamento, di propaganda asfissiante. D’altra parte, qualunque programma di risanamento è doloroso. Chi promuove una cosa che implichi dolori sociali si assume dei rischi e non sarà baciato sulla guancia, bensì bastonato sulla schiena”. Il modello proposto da Isarescu è quello sudamericano: “Nel periodo postbellico, moltissime nazioni sono passate attraverso i programmi FMI. Nell’America latina ci sono paesi che hanno avuto vari successi con questi programmi, come il Cile, e paesi meno fortunati; ma questi ultimi non avevano rispettato i programmi, o praticavano un qualche tipo di socialismo mascherato: in genere, un’economia di protezione sociale senza adeguata base economica”. In particolare, Mugur Isarescu si fa portavoce del FMI suggerendo una ricetta per ottenere finanziamenti esteri: “Abbiamo consumato con leggerezza postrivoluzionaria la riserva valutaria, 2 miliardi di dollari, che avrebbe potuto costituire un ottimo punto di partenza. Ci rimane la riserva in oro, circa 72 tonnellate”. Ed enuncia questa teoria: “La riserva in oro di un paese non deve giacere in una cantina e mi è stata fatta spesso la domanda: quando la userete e come? La mia opinione è che 20 tonnellate d’oro, depositate alla Banca dei Regolamenti internazionali, potrebbero costituire per noi una garanzia solida; e poi, si conserverebbero meglio là (sic, n.d.r.). Noi romeni, ogni volta che abbiamo conservato il nostro oro all’interno del paese, lo abbiamo perso”1. Trasferite alla Banca dei Regolamenti internazionali, le 20 tonnellate di oro romeno sono oggi praticamente sotto sequestro, da quando una commissione d’inchiesta dello Stato d’Israele ha stabilito che lo Stato romeno deve rifondere agli ebrei i danni che questi ultimi avrebbero subìto in Romania dal 1937 al 1945. L’inizio della rivendicazione israeliana risale ufficialmente al 1995. In quell’anno il presidente della Knesset levò una protesta formale contro la decisione, attribuita al presidente romeno Ion Iliescu, di bloccare una legge di privatizzazione, tale legge avrebbe trasferito il sessanta per cento delle proprietà immobiliari delle grandi città romene nelle mani dei discendenti di quegli ebrei che un tempo risiedevano nel paese danubiano. In questo contesto, caratterizzato da una serie di pressioni internazionali sul governo romeno e da una campagna di stampa che venne denunciata dallo stesso Iliescu nel corso di un’intervista rilasciata a un giornalista italiano2, deve essere inquadrata una iniziativa di alcuni esponenti del Congresso statunitense. Nell’estate del 1995 alcuni membri repubblicani del Congresso indirizzarono al capo dello Stato romeno, nell’imminenza di una sua visita ufficiale a Washington, una “lettera aperta” che venne ampiamente pubblicizzata dalle emissioni di “Europa Libera”, una stazione radiofonica ascoltata in tutta l’Europa dell’Est. La “lettera aperta” affrontava innanzitutto il tema della riabilitazione del Maresciallo Ion Antonescu, alla quale aveva dato prudentemente il via già Nicolae Ceauçescu a metà degli anni settanta, con la pubblicazione del romanzo storico Delirul di Marin Preda. Allarmati dal fatti che nella Romania degli anni novanta venivano intitolate strade e piazze e innalzati monumenti a uno dei più leali alleati del Terzo Reich, i parlamentari statunitensi intimavano a Iliescu di dichiarare ufficialmente “criminale di guerra” il Maresciallo Ion Antonescu. Inoltre gli autori della lettera sollecitavano l’esemplare punizione dei profanatori del cimitero ebraico di Bucarest: i bambini di una scuola elementare che si erano arrampicati sugli alberi del cimitero e avevano giocato a rimpiattino tra le sante tombe. La “lettera aperta” terminava affermando che la politica americana nei confronti di Bucarest, compresa la concessione della clausola della nazione più favorita, sarebbe dipesa dal progresso che la Romania avrebbe saputo realizzare sulla strada delle riforme democratiche e dell’economia di mercato. A far cadere Iliescu, ormai condannato dagli Stati Uniti, ci ha pensato Petre Roman. Alle elezioni presidenziali del 1996, nel ballottaggio tra Iliescu (candidato della sinistra) e Constantinescu (candidato della destra), Petre Roman si è schierato con quest’ultimo e lo ha fatto vincere. In cambio, ha avuto la presidenza del Senato, che è il trampolino per la presidenza della repubblica. Con la vittoria della coppia Constantinescu-Roman, la commissione d’inchiesta israeliana ha avuto via libera e nessuno più si è opposto alle richieste sioniste. Anzi, Israele è sempre più presente nell’economia romena: tra gli affari più importanti conclusi da Tel Aviv con la Romania vi è stato, nel 1997, l’accordo tra l’israeliana ELBIT e la romena AEROSTAR per la vendita a paesi terzi di Mig-21bis “Fishbed”, idonei per il missile aria-aria israeliano “Python 3″. Inoltre, la disponibilità del governo di Bucarest ad accogliere le indicazioni ebraico-americane si è manifestata nella disdetta degli accordi precedentemente conclusi con la Francia nel campo delle forniture militari e nella simultanea conclusione di una serie di contratti con l’industria bellica statunitense. Nell’estate del 1997, ad esempio, la Romania ha stipulato un contratto di 25 milioni di dollari con la AAI americana per la fornitura di 6 “Shadow” (più un simulatore). L’arma più frequente del ricatto americano-sionista è sempre quella del cosiddetto “Olocausto”, al quale la Romania avrebbe dato, con Antonescu, un contributo determinante. In seguito alla richiesta di riabilitazione postuma di otto funzionari del periodo di Antonescu, avanzata nel novembre 1997 dal procuratore generale Sorin Moisescu, due esponenti del Congresso statunitense, Alfonse D’Amato e Christopher Smith, hanno indirizzato al presidente Constantinescu una lettera di protesta. Secondo i due congressmen, gli otto funzionari obbedivano ad un governo che avrebbe deportato e sterminato la bellezza di 250.000 ebrei, sicché la loro riabilitazione “può comportare un ripensamento sull’appoggio accordato alla candidatura della Romania per la sua integrazione nelle istituzioni economiche e di sicurezza”.
Insieme con l’influenza israeliana e statunitense, si è rafforzato anche il potere del FMI, che ha dettato al governo di Victor Ciorbea una ricetta disastrosa: riduzione del deficit pubblico con tagli alle spese sociali, alla sanità ecc.; divieto di influire sui prezzi, sui salari, sui cambi; abolizione dei dazi sulle importazioni ed esportazioni. Insomma, viene imposta una liberalizzazione completa dell’economia, la stessa che ha rovinato tanti paesi del Terzo Mondo. Alla vigilia dell’inverno 1997, un inviato del “Corriere della Sera” ne descrive l’effetto in questi termini:
“Si scatena in anticipo l’inverno con i primi senzatetto morti assiderati, una nuova raffica di aumenti, la scarsità di generi alimentari mentre ombre inquietanti planano sulla Romania: pericolo di deflagrazioni sociali, scioperi, proteste cavalcate dall’opposizione nazionalcomunista. (…) Le riforme economiche lanciate dal governo presieduto dall’ex sindacalista Victor Ciorbea hanno messo alle corde una popolazione che guarda con estrema preoccupazione all’arrivo del gelo. La miseria avanza in un paese in cui il salario medio si aggira sui 600mila lei (circa 130mila lire italiane). Il trenta per cento dei romeni vive al di sotto della soglia di povertà e oltre il novanta per cento del budget familiare viene divorato dalle varie bollette e dall’acquisto di generi di prima necessità. L’austerità decretata dal governo ha gettato migliaia di famiglie nella disperazione. Molte non hanno i soldi per pagare il riscaldamento. Interi quartieri periferici di Bucarest abitati in maggioranza da pensionati e persone anziane rischiano di romanere al freddo se non interverranno le autorità”3.
Lo stesso ex ministro degli esteri Teodor Melescanu, fondatore di una “Alleanza per la Romania”, pur senza accusare esplicitamente la sudditanza del governo Ciorbea ai voleri del FMI, esprime il parere che si stia esagerando con l’austerità: “Prima i cambiamenti procedevano con lentezza esasperante, ora si adottano misure troppo radicali. Il governo vuole deprimere il mercato interno, che invece va rilanciato. Deve attuare una politica più realista. (…) Troppe decisioni vengono prese senza un vero dibattito parlamentare e senza consultare le parti sociali”4.
Intanto, la Banca Mondiale agisce per mezzo di quel suo strumento d’azione che è l’International Finance Corporation (IFC). L’IFC si presenta come “membro indipendente del Gruppo Mondiale”5 affiliato alla Banca Mondiale e dichiara di rappresentare “la più grande fonte per progetti di finanziamento diretti verso investimenti privati nei paesi sviluppati”6. Suo scopo ufficiale è di “rendere proficui gli investimenti nelle zone sviluppate, provvedendovi con risorse finanziarie, competenza tecnica ed esperienza internazionale”7. Oltre un migliaio di imprese private in un centinaio di paesi, tra i quali la Romania, dipendono dalla “assistenza” dell’IFC. Infatti il campo d’azione dell’IFC è costituito dai 155 paesi di pertinenza della Banca Mondiale8. I meccanismi attraverso i quali questa filiazione della Banca Mondiale concede i suoi prestiti vengono illustrati come segue dal responsabile per l’Europa:
“IFC offre di solito sia prestiti a tasso fisso in dollari Usa e nelle altre maggiori valute, che prestiti a tasso variabile in dollari Usa, e inoltre sono possibili altri accordi in relazione alle necessità del progetto. IFC non considera il tasso di interesse agevolato: i tassi si stabiliscono su basi commerciali. I termini e i periodi di concessione dei prestiti sono stabiliti sulla base delle richieste di finanziamento necessarie a ciascuna impresa. Ogni termine è compreso tra i 7 e i 12 anni. IFC ha flessibilità per quanto riguarda i rimborsi del prestito, considerando la necessità dei progetti che comportano periodi relativamente lunghi di costruzione, oppure il lento accumulo di forze produttive. IFC facilita la creazione di pacchetti azionari appropriati all’iniziativa e al suo grado di rischio. In aggiunta al finanziamento fornito, IFC agisce da catalizzatore importando da banche estere e locali altri prestatori e azionisti, favorendo operazioni coordinate di finanziamento e l’intervento di agenzie per l’esportazione di crediti e di altre istituzioni. La flessibilità dimostrata dall’IFC è spiegata dalla presenza di una vasta gamma di strumenti finanziari adattabili ad ogni progetto. IFC può fornire prestiti a livello superiore, prestiti subordinati convertibili, note di reddito o integrazioni, in qualsiasi combinazione utile ad assicurare che il progetto possa essere sovvenzionato, in modo consistente, fin dall’inizio”9.
E’ assai significativo che l’IFC offra le sue consulenze ai governi che, come appunto quelli romeni dopo il 1989, intendono privatizzare le imprese statali. L’IFC, infatti, “provvede a fornire un insieme di servizi alle compagnie private che vogliono entrare in settori precedentemente sotto il controllo dello Stato, includendovi la valutazione delle capacità e dell’efficienza operativa, le analisi finanziarie e la valutazione di mercato, insieme con una guida tecnica oltre che finanziaria”10.
Le privatizzazioni, però, non procedono secondo i ritmi previsti dal FMI e dall’IFC. “Gli investimenti dall’estero arrivano con il contagocce (appena due miliardi di dollari) a causa degli infiniti intoppi burocratici, di leggi confuse che cambiano da un giorno all’altro e dei tentennamenti del governo che all’audacia del piano di ristrutturazione economica non ha fatto seguire la necessaria risolutezza sul piano decisionale, arretrando di volta in volta davanti alla minaccia di conflitti sociali. Così le privatizzazioni vanno a rilento, la chiusura dei colossi di Stato tenuti in vita con le sovvenzioni viene ritardata e i capitali stranieri si disperdono negli altri paesi postcomunisti”11.
Perché le proposte dell’IFC hanno trovato una fredda accoglienza presso gli imprenditori europei, e presso l’Italia in particolare, che è il primo investitore straniero e il principale sostenitore delle aspirazioni occidentaliste del governo romeno? Perché, nonostante i massicci interventi della Banca Mondiale e di tutte le sue filiazioni, non si è ancora riusciti a creare in Romania un solido tessuto imprenditoriale in grado di svolgere una funzione determinante nella fase storica apertasi con la caduta di Ceauçescu? Sandro Targa, esperto di cooperazione internazionale fin dagli anni ottanta (già funzionario del dipartimento Cooperazione e Sviluppo e poi del Fondo Aiuti Italiani, quindi collaboratore di iniziative private del Friuli Venezia Giulia), ha dichiarato in una lunga intervista: “I paesi ex comunisti hanno bisogno di molti capitali e soprattutto di capitali di investimento e non di capitali in prestito. L’obiettivo è quello di evitare nuove colonizzazioni, per cui occorre porre l’accento proprio sui capitali di investimento”12.
Altrettanto scettico circa la realizzazione dei programmi della Banca Mondiale e del FMI è il senatore Corneliu Vadim Tudor, presidente del Partito Grande Romania (Partidul Rom`nia Mare). L’8 novembre 1997, tenendo il suo rapporto al secondo congresso del partito, Corneliu Vadim Tudor ha denunciato i disastri provocati dall’applicazione delle ricette della Banca Mondiale da parte del governo Ciorbea: “Siamo venuti a sapere, tutti quanti, che la liquidazione delle 72 aziende di allevamento di uccelli da cortile, suini e bovini era una condizione imposta dall’accordo ASAL, firmato dal governo romeno e dalla Banca Mondiale. Dunque, un delitto premeditato! Perché? Perché la Romania doveva diventare, da esportatrice, importatrice di carne. Subito sono state ridotte le imposte doganali per l’importazione di generi alimentari, per passare poi alle fasi successive del nostra riduzione in schiavitù dal punto di vista alimentare: abbandono del piano di sviluppo dell’agricoltura, ritiro di tutte le sovvenzioni stanziate per l’agricoltura, vendita ad acquirenti stranieri delle più importanti aziende di panificazione, distruzione della meccanizzazione a causa del fallimento delle fabbriche Tractorul di Braçov e Sem[n[toarea di Bucarest. Ho insistito in particolare sul disastro programmato dell’agricoltura e della zootecnia, perché gli effetti si vedono subito e hanno conseguenze incalcolabili sulla fibra zoologica del popolo romeno. Della cosiddetta ‘terapia traumatica’ teorizzata dal pericoloso diversionista Jeffrey Sachs della Cambridge University degli U.S.A., tutti i quaranta paesi in cui essa è stata applicata, compresa la Romania, hanno ricavato il trauma. In numerosi paesi della terra, come il Guatemala e il Perù, hanno avuto luogo rivolte popolari e guerriglie pienamente giustificate. Con simili pratiche provocatorie, che esasperano centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, il F.M.I. e la Banca Mondiale non solo non raggiungeranno i loro obiettivi, ma otterranno dei risultati contrari che segneranno negativamente l’ingresso nel terzo millennio: 1) crescerà la xenofobia nei paesi usati come cavie, 2) saranno compromesse le idee di economia aperta e di capitalismo, 3) la gente morirà di fame, il popolo romeno diventerà un popolo di vegetariani e gli effetti, a lungo termine, saranno incontrollabili”12.
Il quadro della situazione economica romena tracciato da Corneliu Vadim Tudor è impressionante: “In concomitanza con la liquidazione dell’agricoltura e della zootecnia, il potere attuale, installato e mantenuto a Bucarest dal sostegno straniero, ha proceduto alla distruzione di altri settori importanti dell’economia nazionale: l’industria mineraria, la petrolchimica, la siderurgia, il turismo, le fabbriche di armi. L’economia romena si trova in una fase di collasso non dichiarato, una realtà allarmante, che risulta anche dal blocco finanziario di circa 40.000 miliardi di lei - il doppio rispetto a quello registrato nell’autunno del 1996, che Emil Constantinescu si era impegnato, con la sua aria artificiosamente marziale, a risolvere. In breve, quella che viene pomposamente chiamata ‘la Riforma’ è un fallimento totale dell’economia romena. Qui si apre il gigantesco ‘buco nero’ che ha inghiottito i miliardi di dollari guadagnati fino al dicembre 1989 dal popolo romeno, con il suo lavoro e la sua creatività. La tragedia della Romania è cominciata allorché essa non è più stata considerata una patria, ma un mercato. Il popolo romeno non vive, ma sopravvive. Poiché abbiamo la più penosa classe politica della storia moderna della Romania, non c’è da meravigliarsi che un paese cristiano come il nostro sia diventato il paradiso dei pedofili stranieri, dei trafficanti d’armi e di valuta falsa, delle reti internazionali della prostituzione e della droga. L’assedio contro il popolo romeno è permanente ed atroce”13.
1. Tiberiu Sandu, Isarescu: niente debiti, molto potenziale. Eppure…, “Europa Domani”, n. 197/198, agosto-settembre 1992.
2. Claudio Mutti, Ion Iliescu: “Il mio impegno è ripristinare il buon nome della Romania nel mondo intero”, “L’Umanità”, 13 febbraio 1996.
3. Sandro Scabello, Romania, il lungo inverno dello scontento. Dopo i sogni della rivoluzione la cura dell’austerità: popolazione sul lastrico, “Corriere della Sera”, 22 novembre 1997.
4. “Stiamo ancora pagando per le colpe di Ceausescu”, intervista di S. Sc., “Corriere della Sera”, 22 novembre 1997.
4. Giovanni Vacchelli, Che cos’è l’International Finance Corporation (IFC), “Euromonitor”, n. 3, ottobre 1994. L’autore dell’articolo è il responsabile dell’IFC in Europa.
5. Ibidem.
6. Ibidem.
7. “Appartenenti” (sic) alla Banca Mondiale, dice testualmente, con un lapsus rivelatore, il responsabile europeo dell’IFC.
8. Ibidem.
9. Ibidem.
10. Sandro Scabello, art. cit.
11. Oreste Lo Pomo, Ma è già fallita la corsa all’Est, “L’Italia settimanale”, 19 maggio 1993.
12. “Rom`nia Mare”, 14 novembre 1997.
13. Ibidem.
COME LI HANNO LIBERATI
Arriva Soros in Romania
In Romania, i programmi di privatizzazione prescritti dal Fondo Monetario Internazionale vengono sostenuti dalla “Fondazione Soros”, la quale destina annualmente 50 milioni di dollari a varie attività da effettuarsi nel paese. Nel 1993, una cifra inferiore veniva stanziata dalla “Fondazione Soros” per un quinquennio in tutta l’Europa dell’Est1. Le attività della Funda\ia Soros pentru o societate deschis[ (“Fondazione Soros per una società aperta”) sono molteplici: iniziative culturali, assistenza alle pubbliche amministrazione e ai programmi di privatizzazione, corsi di economia, politica, giurisprudenza. Tra l’altro la “Fondazione Soros per una società aperta” organizza, in collaborazione con l’Università di California e l’Università del Wisconsin, un programma di borse di studio per studenti di economia, sociologia, psicologia sociale, storia e filosofia. I borsisti vengono mandati a seguire i corsi della Università dell’Europa Centrale (CEU), che ha sede in un castello di Budapest appositamente acquistato da Sörös e dispone di collegi anche a Varsavia e a Praga. I borsisti che ottengono i risultati migliori ricevono ulteriori borse di studio per Oxford, Cambridge, Londra, Manchester, Chicago, Columbia, Berkeley, Rutgers. In tali università, l’élite dei borsisti della “Fondazione Soros” può eventualmente conseguire il dottorato. In Romania, la “Fondazione Soros per una società aperta” è presente dal 1 febbraio 1991, giorno in cui ebbe luogo l’inaugurazione ufficiale in presenza dello stesso George (ex György) Soros. Dal 1992 la Fondazione ha la propria sede centrale nel cuore della capitale romena (Calea Victoriei, 120); ben presto sono sorte altre sedi nelle maggiori città della Romania: a Cluj, a Iaçi, a Timiçoara, a Braçov. ad Arad. Un testo di Soros, Pentru o deschidere a sistemului sovietic (“Per un’apertura del sistema sovietico”), apparve in Romania già nel 1991, per i tipi della prestigiosa casa editrice “Humanitas”. Parlandone nel corso di un’intervista che rilasciò in occasione dell’apertura della Fondazione a Bucarest, Soros ebbe modo di esporre sinteticamente le sue idee sulla Romania. “La grande lezione della rivoluzione del 1989-1980 – disse Soros - è una forma più sofisticata di organizzazione e non può essere realizzata da un giorno all’altro. C’è bisogno di tempo. E siccome non c’è tempo, c’è rivoluzione. E la rivoluzione instaura un nuovo inizio. Perché questo inizio si evolva e si sviluppi verso una società aperta, c’è bisogno di tempo e di aiuto dall’esterno. Se chiudete la vostra società, avrete un nuovo dogma, a una grandissima distanza dalla realtà. Per la Romania, il pericolo sarebbe l’instaurazione di un dogma nazionalista, perché esiste un apparato (repressivo) che desidera potersi conservare ed esiste una società che non assume la propria colpevolezza (sic, n.d.r.), tendendo a conservare i propri comportamenti. L’apparato e la società procedevano sul cavallo del comunismo, e questo è morto. Il dogma nazionalista può prenderne il posto e la conseguenza sarebbe una società chiusa”2. Alla “Fondazione Soros” fa capo il “Gruppo per il dialogo sociale”, che pubblica il prestigioso periodico “22″, tribuna settimanale dell’intellighenzia occidentalista che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale degli ambienti sionisti internazionali. Leggiamo infatti nell’annuario sionista “Antisemitism World Report” del 1997 (capitolo Romania) che i periodici “22″ e “Dilema” costituiscono “due considerevoli eccezioni” nel panorama della stampa romena per quanto concerne il tipo di approccio alla storia nazionale. Quanto a “Dilema”, si tratta di un settimanale diretto da Andrei Pleçu, un intellettuale che ha fondato la più prestigiosa delle case editrici romene, “Humanitas”, coi capitali forniti dalla loggia massonica “Humanitas” di Brema. Ministro della Cultura al tempo di Iliescu, alla fine del 1997 Pleçu è succeduto ad Adrian Severin nella carica di ministro degli Esteri nel governo Ciorbea. L’autorevole fonte sionista citata più sopra menziona Andrei Pleçu tra quelle “figure di spicco dell’intellighenzia romena, quali (…) R[zvan Teodorescu, Cristian Popiçteanu, Constantin Viçinescu e Radu Beligan”, che “hanno unito le loro forze a quelle della comunità ebraica nel combattere la xenofobia”. Tornando a “22″, questo periodico traduce articoli da “Time” e da “Newsweek”; presenta al pubblico romeno le idee dei vari maîtres à penser del mondialismo (Henry Kissinger, Adam Michnik, François Fejtö alias Ferenc Fischel, Bernard Levin ecc.); divulga i princìpi della filosofia di Popper e del suo allievo Sörös; pubblica articoli sull’ “identità giudaica nella nuova generazione”. Oltre a ciò, “22″ è attivamente impegnato nel sostenere ideologicamente i piani del FMI: in occasione della privatizzazione della Rodipet, “22″ uscì con un supplemento gratuito di otto pagine finanziato dalla “Commissione per la Democrazia” (USIS). Stando a quanto scrive il settimanale nazionalista “Româ`nia Mare”, in Romania la “Fondazione Sörös” finanzia e controlla molti mezzi di comunicazione di massa e per mezzo dei suoi borsisti influisce anche sulle istituzioni statali, come avviene attualmente con la Televisione nazionale. “Ricordiamoci - scrive il periodico - che circa tre anni or sono la Televisione Romena mandò in onda un film su George Soros, le cui immagini mostravano la sterlina che andava in briciole e in polvere. Era un film che esaltava il modo in cui, in conformità del titolo, George Soros ‘ha svaligiato la Banca d’Inghilterra’, riuscendo nell’autunno del 1992, con una speculazione in borsa, a guadagnare due miliardi di dollari. Evidentemente era un film di propaganda, ma insinuava questa minaccia: ‘State attenti, avete a che fare con Soros!’ “3. Per appoggiare i programmi del FMI e della Banca Mondiale nell’Europa dell’Est, Soros ha messo insieme una commissione speciale di consulenti internazionali, della quale fanno parte: Jacob Frenkel (governatore della Bank of Israel e numero due del FMI), Stanley Fischer (Ufficio Studi della Banca Mondiale), Michael Bruno (Banca centrale d’Israele), Gur Ofer (Università di Gerusalemme), Jeffrey Sachs (economista del gruppo dei Chicago boys). L’unico goy della commissione è Romano Prodi. Il programma che la commissione di Soros vuole applicare alla Romania ripropone i punti cardine del “Piano Shatalin” suggerito a Gorbaciov e del Big Bang liberista imposto alla Polonia: abolizione di ogni sussidio sui generi di prima necessità, liquidazione delle fabbriche giudicate improduttive o non competitive, apertura del paese alla concorrenza straniera, rinuncia dello Stato a esercitare qualunque controllo sui prezzi, che devono essere lasciati completamente in balia del “mercato”. L’aiuto alla Romania, secondo quanto ha teorizzato lo stesso Soros sulla rivista “22″ e in altre sedi, dovrebbe concretizzarsi in una rete di sicurezza sociale (finanziata dall’Europa occidentale) che distribuisse un sussidio in valuta tra gli operai licenziati dalle fabbriche costrette al fallimento. Siccome il salario medio di un operaio romeno si aggira oggi intorno ai 600mila lei mesili (circa 130.000 lire italiane), il costo di questo programma sarebbe alla portata del FMI. “Questa rete di sicurezza sociale – ha scritto Soros - farebbe sparire la resistenza sociale alla chiusura delle fabbriche improduttive (…) le industrie sarebbero chiuse e le materie prime e il petrolio che oggi consumano potrebbe esser venduto all’estero con maggior profitto”.
In pratica, la Romania farebbe la fine dell’Africa e verrebbe saccheggiata di tutte le sue risorse.
1. Fonte: Fondazione Soros. Cfr. “L’Espresso”, 5 settembre 1993.
2. Timpul – ca darul cel mai de pre\ (intervista di Ioana Ieronim), “22″, a. II, n. 7, 22 febbraio 1991.
3. Iulian A. Postatu, Transilvania. Posibil pretext de subminare a Statului Na\ional Rom`n, “Rom`nia Mare”, 7 novembre 1997.
Claudio Veltri
Dalla collana “Contra” della Settimo Sigillo proponiamo un estratto da Homo Oeconomicus
L’economia politica è la scienza della ricchezza. Sennonché andrebbero errati i suoi fautori se pretendessero che l’umana felicità sia riposta particolarmente nell’ottenimento di quella. Giacché, come chi scrive ha procurato di esporre in un’altra sua opera1, la ricchezza non è in grado di determinare logicamente la felicità, essendo la felicità innanzi tutto un portato del nostro temperamento, nonché delle vicende generali della vita nostra. Per chi ben guardi, l’influenza della ricchezza sulla felicità si riduce al fatto che la felicità presuppone economicamente solo l’esistenza di una certa qual copia, diciamo di un minimo, individualmente differenziato, di beni materiali. Ma maggiormente ancora l’economista andrebbe errato se volesse affermare che tutta la vita dell’uomo e della società umana debba esaurirsi nella ricerca dei beni materiali.
D’altra parte egli è certo che tra le premesse a cui risale la scienza economica e da cui trae le sue deduzioni, primeggia quella dell’interesse. Tant’è che il concetto del processo economico, quale è stato professato ed elaborato dalla scuola classica smithiana è quello del tornaconto personale, ritenuto padre e stimolo supremo di ogni economica attività.
L’attaccamento alla proprietà, anche infinitesimale, assume talora proporzioni psicopatiche. Posti davanti al tremendo dilemma di rinunciare alla borsa o alla vita, non pochi si dimostrano corrivi di rinunciare piuttosto a questa (anche qualora la borsa non consista che in un portamonete o portafogli miseramente guarnito) e ad optare per quella, non ponendo mente al fatto che la cessazione della vita automaticamente significa la cessazione di qualsiasi attività economica e quindi di qualsiasi godimento della ricchezza. Anche sotto un aspetto più vasto e più nobile, quello della guerra nazionale, vale l’osservazione che la maggior parte dei popoli combattenti nella guerra mondiale, come i francesi e gli italiani, ma anche i tedeschi, dando prova di uno slancio degno delle migliori epoche storiche del genere umano, si sono dimostrati disposti a pagare di persona, ma che i soli inglesi si sono disposti a pagare simultaneamente anche le tasse alte che la guerra logicamente richiedeva; i detti popoli per contro sembravano dar meno peso alla sostanza della vita che alla vita della sostanza.
Una tipica esagerazione economica post-bellica consiste nel sopravvalutare la velocità, e i servigi da essa resi alla ricchezza in confronto col valore della vita umana. Così negli Stati Uniti taluni scrittori hanno stabilito dei paragoni tra il numero delle persone investite da automobili oltrepassanti la velocità fissata per legge e l’ofelimità della velocità medesima. In base a questi calcoli sta il calcolo di probabilità vitalizia: e così si venne alla conclusione che la morte delle 50.000 persone che ogni anno hanno la dabbenaggine di passare per la strada delle automobili pazze di velocità, poco o nulla conta, essendo la somma del tempo risparmiato, mediante la corsa folle, alla gente che delle automobili investitrici si serve, di gran lunga superiore alla somma degli anni che le vittime avrebbero ancora potuto passare in questa valle di lacrime, qualora esse non si fossero lasciate stoltamente ammazzare. Perché allora inveire contro gli automobilisti o elevare alte recriminazioni contro le macchine, se così bella opera compiono a favore dell’economia?
Altri ancora, nel compito di per sé lodevole e proficuo, di calcolare, mediante la verifica della ristabilita abilità al lavoro e dell’aumentata produttività di una parte cospicua dei malati parzialmente od interamente guariti, l’utilità economica delle cliniche mediche e chirurgiche, troppo facilmente dimenticano che, se tali cliniche certo possono recare all’economia politica di una nazione i più segnalati servigi materiali, d’altra parte possono pure, guarendo dei vecchi od altra gente inabile al lavoro, contribuire a gravare sempre più sui bilanci familiari e statali, senza che per ciò possano venir tacciate da chicchessia di essere inutili o improduttive, poiché adempiono, comunque, una funzione umanitaria, civile e nazionale, anche più elevata che non sia quella orientata verso il mero aumento della ricchezza. Giacché per valutare gli ospedali, il criterio della rentabilità [o redditività] può sì avere qualche utilità (massima anche di fronte ad enti pubblici soverchiamente poveri o spilorci), ma questo criterio non può mai riassumerla tutta intera.
Concludendo questo inciso, diremo che i concetti economici ispirati unicamente da visuali tecniche o meccaniche o finanziarie, a nostro avviso sono da tenersi in conto di mere abbreviazioni, indegne della nostra scienza. Qualora esse dovessero per avventura prendere il sopravvento, avverrebbe per fermo che, se uno degli ingegnosi umanisti del cinquecento potesse riaffacciarsi alle soglie vietate del nostro secolo, non mancherebbe di esporre qualche satirico e sconsolato trattato, come fece Sebastiano Brandt nella sua Nave dei Pazzi o Erasmo da Rotterdam nel suo Elogio della Pazzia. Entrando in merito del nostro argomento, sosterremo innanzi tutto che il meccanismo stesso dell’economia politica è totalmente compenetrato da categorie psicologiche. Ciò scaturisce in modo chiaro dalle stesse posizioni per così dire iniziali e fondamentali della fenomenologia economica, dal fenomeno del lavoro produttivo a quello del consumo. Ci sia lecito di esaminare succintamente queste posizioni.
a) Il fenomeno del lavoro. – Il lavoro di due gruppi composti dallo stesso numero di operai e che abbiano le stesse qualità produttive sia fisiche che psichiche, può condurre a dei risultati molto diversi. Gli è che il lavoro, al fine di raggiungere uno scopo economico, costituisce un consumo di energie fisiche e psichiche, individualmente differenziato. Sorge ora il quesito di quali siano i limiti che fissano la produttività economica normale.
L’economia psicologica di Giammaria Ortes non si limita a siffatte osservazioni, giacché essa fa delle scoperte ben più importanti. Perché l’Ortes ha visto, circa centocin-quant’anni prima del sorgere della scuola edonistica inglese, anzi servendosi degli stessi termini, dei quali poi dovette servirsi (senza tradirne le origini) Stanley Jevons, che il lavoro produttivo, come in fin dei conti ogni altro lavoro umano,
non è che il risultato concreto di un calcolo dei piaceri e dei dolori. Il Jevons cercò di svolgere lo stesso quesito nella nota sua opera sulla Teoria dell’economia politica. Secondo il Jevons dall’economia politica il lavoro va considerato quale uno sforzo penoso {the painful exertion) dell’organismo umano. È vero che – sempre secondo il Jevons – il lavoro come tale può anche essere piacevole, ma ciò non toglie ch’esso non diventi oggetto di studio scientifico che allorquando assume il carattere di uno sforzo per superare una resistenza, cessando in tal modo di procurare soddisfazione a chi lo fornisce, al segno che questi cominci a sentirne il peso ed a desiderarne ardentemente la sospensione. Più tardi, il Pantaloni poteva riassumere questa teoria dicendo: «Gli stessi atti, ossia i medesimi moti, del corpo e della mente di un individuo possono essere un lavoro o un diletto; il criterio distintivo del lavoro, unico e sufficiente, è la penosità del medesimo». Muovendo da un simile punto di vista, il Jevons, passando dall’analisi del processo del lavoro continuativo, trova che vi è, nell’alternarsi delle sensazioni provate nel corso del lavoro, un certa qual legge costante (che egli chiama, col Jennings: the law of variatìon of labour). Iniziando un dato lavoro, infatti, l’operaio prova ripugnanza; sennonché, ben presto questa fa posto ad un sentimento di piacere, il quale per qualche tempo va crescendo. L’accumularsi della stanchezza, dovuto alla continuazione del lavoro, viene però a dare nuovamente all’operaio un senso di disgusto e di malavoglia che si trasforma, colla soverchia durata del lavoro, in un vero e proprio dolore fisico. Ora, è chiaro che, se l’operaio non lavorasse che per la soddisfazione che gli arreca il lavoro come tale, egli pianterebbe lì ogni cosa nel momento stesso in cui il piacere starà per cambiarsi in tedio. Ma siccome nella realtà, l’uomo compie il lavoro non come scopo in se stesso, ma solo per appagare i bisogni più necessari per il sostentamento della vita o quelli più da lui stimati imprescindibili, egli, lavorando, prenderà in considerazione pure il grado di soddisfazione ottenibile col prodotto o provento. Allora avviene che il provento si riflette aprioristicamente sul lavoro stesso e procura all’operaio quel che gli ottimisti chiamano la gioia del lavoro. Perciò il momento che l’operaio sceglierà per interrompere il lavoro sarà precisamente quello in cui la somma del piacere che egli si ripromette di ricavare dal frutto della sua pena minaccia di venire soverchiata dalla somma del dispiacere dovuto al lavoro.
Oggi, nella cosiddetta economia psicologica del Liefmann, il criterio dell’economia consiste nell’esistenza di un confronto tra l’utilità di una cosa ed il suo costo di produzione, vale a dire nell’esistenza di un provento, per cui il costo di produzione assume quindi il carattere di un concetto psicologico”.
b) Il consumo come effetto del bisogno. – Mentre la scuola classica, sulla scorta del metodo deduttivo, procurava di afferrare, riguardo alla genesi ed alle funzioni della ricchezza, la «legalità economica», e le scuole socialiste, prendendo le mosse da quanto alcuni dei più grandi dei classici medesimi, come Adamo Smith, avevano sostenuto circa il valore produttivo del lavoro, stimano potersi considerare quest’ultimo come fondamento più genuino d’ogni e qualsiasi ricchezza sociale, la scuola edonistica austriaca si serve di un metodo induttivo. Per tale scuola, il punto di partenza per addivenire ad una scala di valori risiede nella differenziazione, qualitativa e quantitativa dei bisogni umani.
La teoria psicologica (teoria edonistica), secondo la quale il lavoro rimane subordinato all’esito positivo del calcolo tra i piaceri e pene, è stata vivamente contrastata e censurata da parte di un’altra scuola, pur essa psicologica, e che considera il lavoro quale immanente bisogno dell’uomo attivo ed intraprendente. Gli uomini che hanno creato la nostra industria, esclama, per es., lo Schumpeter, non erano certo affetti da quella insana mediocrità che si chiede ad ogni pie sospinto se la fatica investita nel lavoro frutta ormai abbastanza. I veri lavoratori si danno al lavoro perché mossi da un bisogno di attività.
A base della teoria edonistica sta l’empirico convincimento che il godimento di uno stesso prodotto, anziche costituire un’entità invisibile, vada soggetto alla legge gosseniana della decrescenza, la quale decrescenza, proseguendo, vada fino a giungere al punto culminante, così detto di sazietà, in cui il godimento diventa prima indifferenza, che spegne ogni desiderio, e poi ben presto ripulsione. In tal modo, l’economia, seguendo la scuola edonistica, presenterebbe, in corrispondenza delle suddette trasformazioni fisico-psicologiche, una variazione naturale dei valori e dei prezzi. A calcolare questi, non tanto si presterebbe l’utilità iniziale, quanto quella dell’ultimo prodotto ancora atto a soddisfare i bisogni, vale a dire l’utilità finale. Tale posizione dommatica può essere indubbiamente di grande utilità a chi intende sviscerare il problema del valore nonché quello dei prezzi.
Giacché, se il consumatore paga fino al punto di sazietà, passato tal punto egli può bensì in casi straordinari (mettiamo in casi di morbosa ingordigia o di strani costumi popolari, come, per es., quelli che obbligano lo studente tedesco a piegarsi al comando del suo collega anziano ed a tracannare, a beneplacito di questo, la birra oltre la sete), esser disposto a consumare ancora pagando il prezzo voluto, ma normalmente il bevitore sazio la smette, essendosi la sua volontà di far sacrifici pecuniari, per entrare in possesso del bene, intanto trasformata nella volontà opposta. Difatti l’uomo sazio può, certo, continuare a bere e a mangiare se, per es., una scommessa avventata gli fa balenare davanti alla mente la possibilità di guadagnare, così facendo, una somma di denaro. Egli rimane allora consumatore, ma la scala dei valori si è capovolta. Non paga più per mangiare, ma mangia per esser pagato. Peraltro, la legge dei valori infinitesimali presenta forse un carattere anche più psicologico di quanto gli stessi suoi fautori presupporrebbero. Così, per es., la decrescenza di valori individualmente nutritivi non è già, come i seguaci della scuola austriaca amano credere, dipendente unicamente dall’appetito che l’uomo economico sente in un dato momento, tale decrescenza è determinata pure dalla copia del vitto direttamente visibile atto ad appagare il desiderio che a sua volta influisce sull’appetito. Non vi è dubbio che l’uomo, sulla cui mensa venga accumulata una quarantina di panini, ponga l’utilità finale dei suoi bisogni sopra un piano diverso, e diremo senz’altro inferiore, di quell’altra persona che sia provvista dello stesso appetito, alla quale però i panini vengano dati ad uno ad uno ed alla stregua del, sia pure decrescente, suo bisogno. E a tale proposito ci piace citare anche il famoso paradigma del Menger, svolto a sostegno della teoria dell’utilità finale, e secondo il quale anche l’intensità del bisogno di alloggio va scemando con ogni nuovo vano aggiunto ai vani più strettamente necessari per appagarlo.
Il Genovesi distingue tra due categorie diverse di bisogni eccessivi. «E qui voglio avvertire che l’eccesso delle passioni secondoché disputano i filosofi, è di due maniere, cioè d’intensità e di estensione, e vale a dire, o quando esse sono più intense e forti dì quel che richieggono i nostri bisogni, o estese a più oggetti che non è necessario. L’uomo ha una specie di circonferenza di necessità e di bisogni. In questo spazio e dentro questo cerchio debbono giuocare le molle delle nostre passioni».
Non vanno confusi, tuttavia, i bisogni psicologici con quelli fisiologici, anche se la scala di certi valori li accomuna, poiché il bisogno fisiologico è molto più perentorio e concreto del bisogno psicologico. Pascal ci ha dato una definizione insuperabile: «Que voulait-on voir, sinon la fin de la victoire? Et dès qu’elle est arrivée, on en est sòul. Ainsi dans le jeu, ainsi dans la recherche de la vérité… Nous ne cher-chons jamais les choses, mais la recherche des choses».
Sennonché, quella ricerca delle cose come scopo a se stesso, che costituisce la mèta, sia pure inconsapevole, di chi provi bisogni psicologici, non potrebbe costituire la mèta di chi provi quelli d’ordine fisico i quali (lo si capisce) vanno invece appagati materialmente.
Tratto dall’opera di Joaquim Bochaca intitolato LA FINANZA E IL POTERE edito dalla casa editrice Ar
“che cosa è lo sfondare una banca, di fronte al fondare una banca”
Bertold Brecht
……..l’utilizzazione del sistema giuridico esistente mira a isolare il potere di proprietà, d’impresa. Le grandi compagnie, diventando multinazionali, sono obbligate a praticare metodi di money management fraudolenti rispetto alle leggi, concepite per un sistema economico che non ha rispondenza con la realtà. Temporaneamente, la base della ricchezza può passare dalla produzione alla speculazione: la Montedison per tutto un periodo ha guadagnato più denaro dalle speculazioni in borsa, che dagli utili ottenuti con la vendita dei prodotti; oggi, la sua holding è diventata un vero colosso finanziario. E’ nelle banche che risiede il vero potere. Se il controllo non viene esercitato a questo livello, nulla è possibile. Ogni nazionalizzazione sarà votata al fallimento. Lenin aveva descritto lo stadio avanzato dell’imperialismo come una tappa dell’accaparramento delle finanze, ma non avrebbe mai potuto immaginare la complessità e la sofisticazione di questo potere manipolato attraverso le azioni, la creazione di holding e dicompagnie finanziarie nel paradiso fiscale. Le banche sono industrie che lavorano con il denaro quale materia prima Allo stesso modo, la globalizzazione del sistema economico ha reso priva di senso qualsiasi distinzione tra banche di Stato e banche private. In Occidente, un gran numero di enti è nazionalizzato, ma anche essi sono obbligati, linee politiche di governo, a seguire il volere della finanza moderna e ad agire esattamente nello stesso modo delle banche private. Attualmente banche e multinazionali sono legate organicamente tra loro, ed è impossibile distinguere il settore della produzione da quello delle finanze. L’osmosi è totale: in Germania Federale, il 70% di tutte le azioni con diritto di voto sono sotto il controllo di tre banche commerciali duecento industrie britanniche che rappresentano l’85% di tutta la produzione e centocinquanta società che coprono il 75% delle esportazioni dipendono da quindici grandi banche; negli Stati Uniti, cinque delle 13.000 banche detengono il 90% dell’industria petrolifera, il 66% di quella siderurgica e delle aziende produttrici di macchinari e il 75% di tutta l’attività chimica ]” Charles Levinsonil furto “Mi si consenta di battere e controllare la moneta di un Paese e dopo non mi importerà chi siano i suoi governanti“. (Meyer Amschel Rothschild).
“Dubito che all’uomo della strada farà piacere apprendere che le banche possono fabbricare – come difatti fabbricano – danaro. La massa di danaro in circolazione varia unicamente per l’intervento delle banche, mediante la dilatazione lo la contrazione del credito. Ogni credito o conto allo scoperto crea danaro. E coloro che controllano il credito di un Paese, ne dirigono la politica governativa e hanno in pugno i destini di popolo”. (Reginald Mc, Kenna, membro della Camera dei Comuni, discorso tenuto alla Midland Bank, génnaio 1924)
“Un potere illimitato e una dominazione economica dispotica si trovano concentrati in pochissime mani. Questo potere diviene particolarmente sfrenato quando sia esercitato da coloro che, controllando il danaro, amministrano il credito e ne decidono la concessione. Essi somministrano -per così dire – il sangue all’intero organismo economico e ne arrestano la circolazione quando loro convenga; tengono in pugno l ‘anima della produzione, in guisa che niuno osi respirare contro la loro volontà”. (S.S. Pio XI, Enciclica “Quadragesimo Anno”).
Nel mondo moderno esistono materie prime a sufficienza, lavoro, impianti, mano qualificata, nozioni scientifiche e tecnologiche adeguate e, in generale, ricchezze sufficienti ad alimentare – anzi, a sovralimentare – i suoi abitanti. E nondimeno, in detto mondo moderno, si rinnovano puntualmente, periodicamente, “economiche”, disoccupazione operaia con il suo corollario: la fame. La scienza economica ufficiale giustifica questa alternanza di fasi di prosperità e di recessione, biascicando di benessere fittizio ed eccesso della produzione ed approdando alla stupefacente conclusione che sia logico e naturale veder gente ciondolare di fame e miseria accanto a magazzini straripanti di ogni mercanzia. Personalmente sono arrivato alla conclusione che la cosiddetta scienza economica contemporanea costituisca un fenomeno analogo a quello di certa pseudo-pittura che gli intellettuali “hippies” qualificano “ultramoderna” e gli archeologi “preistorica”. Intendo dire che si tratta di un “bluff” piramidale, che però quasi nessuno osa denunciare per il timore di passare per… incompetente, disinformato, retrogrado, ecc., agli occhi della massa conformista e genuflessa in adorazione delle idee codificate. Quali che siano infatti le possibili obiezioni, è innaturale – e quindi impossibile -che la gente crepi di fame per aver prodotto troppi beni di consumo. Il codice penale spagnolo e i codici penali di tutto il mondo puniscono, con pene che possono arrivare fino all’ergastolo, i falsificatori di moneta. Osiamo supporre che i legislatori non impongano sanzioni così pesanti solo per punire il falsario, il quale ponendo in circolazione banconote false si procaccia beni e servizi senza esserseli guadagnati lavorando, bensì – e soprattutto perché aumentando fraudolentemente la massa di liquido circolante deruba, indirettamente, tutti i suoi concittadini. La cosa riesce agevolmente comprensibile: quanto maggiore è il denaro circolante – in una data situazione – tanto minore è il suo valore. Se una banda di falsari in grande stile pervenisse, ad esempio, a stampare e diffondere una massa di banconote false pari a quelle a corso legale circolanti sul mercato, ogni cittadino si ritroverebbe automaticamente dimezzato il valore anteriore del suo denaro buono. 1 falsari sono autentici rapinatori dato che, con l’emissione di moneta falsa – che viene accettata per buona – si appropriano dell’equivalente denaro dei concittadini i quali dovranno per forza compensare di tasca propria il prezzo dei beni e servizi che i suddetti falsari si sono procurati con moneta falsa. In effetti, qualsiasi nuova emissione di danaro – chiunque sia a farla -diminuisce il valore di quello già in circolazione. I detentori del danaro che circolava prima della nuova emissione subiscono una perdita evidente; di cui si rendono esatto conto al constatare che i prezzi sono aumentati e, reciprocamente, che il loro danaro vale ora di meno. Quando si verifica una emissione di nuova moneta? In passato era esclusivamente lo Stato ad avere la facoltà di battere moneta. Esso procedeva ad emissioni a misura ‘ che le necessità lo imponevano e, poiché la funzione moneta non è altra che quella di agevolare il pagamento e lo scambio dei beni e servizi, la massa del circolante si manteneva relativamente stabile, nell’ambito di una determinata situazione economica. Talvolta lo Stato procedeva ad emissioni di moneta per destinarla al pagamento di lavori e servizi pubblici, come l’istruzione popolare, le istituzioni sanitarie statali, l’igiene pubblica, l’esercito e la polizia, la pubblica amministrazione ecc. Con l’emissione di questa nuova moneta i cittadini – i detentori del denaro – soffrivano una perdita nel valore unitario della moneta (non si dimentichi mai che maggiore è la massa, circolante e minore è il suo valore unitario e tanto più lievitano i prezzi). Epperò tale veniva compensata – almeno in larga misura – dai benefici che, direttamente o indirettamente, la comunità ricavava dai servizi e lavori pubblici realizzati dallo Stato stesso. Questo in altri tempi, perché oggi praticamente tutti gli Stati hanno abdicato la propria sovrana facoltà di battere moneta e l’ hanno fatto in favore di individui o istituzioni private: sono questi ultimi ad emettere “legalmente” la stragrande maggioranza della massa circolante, sino al punto da potersi affermare – senza iperboli -che almeno i nove decimi del denaro circolante in qualsiasi Paese sono costituiti da denaro falso. Se l’aggettivo “falso” suonasse troppo urtante, possiamo rimediare chiamandolo denaro… “astratto”. Con aggravanti: i pittoreschi falsari antico stampo dovevano essere degli imitatori di classe, degli artisti, e correre
personalmente grossi rischi; laddove i moderni falsari creano il denaro con un semplice tratto di penna, con una scritturazione contabile, e riscuotono per giunta su questo cosiddetto “danaro” tanto di interesse! Tutto ciò senza rischio alcuno: anzi… “riscotendo” in soprappiù il rispetto e la maggiore considerazione da parte del gregge di gonzi sottoposti alla tosatura.. , In Europa i banchieri erano già all’opera al principio del secolo XVII(W. Sombart, Gli Ebrei e la vita economica, Vol. I, edizioni di Ar, 1980 n.d.c.), prima ancora che esistesse quello che, con un eufemismo, si è chiamato”il sistema bancario”. 1 possessori di oro o argento lo consegnavano a un banchiere affinché questi lo custodisse in cassaforte. Il banchiere non era altri che il guardiano dei risparmi dei suoi compaesani, il quale, in
cambio della sicurezza fornita come custode dell’oro ed argento altrui, esigeva un modesto compenso (interesse). Il banchiere, ovviamente, rilasciava una ricevuta per i valori affidatigli. Un tizio che depositasse mille scudi d’oro nella cassaforte di una banca, otteneva dal banchiere una ricevuta di pari importo. Quando successivamente il depositario tornava a prendersi il danaro, la banca glielo restituiva, detraendone l’interesse vigente, a compenso per la custodia dei valori, e la ricevuta veniva distrutta. Tale ricevuta – documento di per sé incensurabile -, su cui progressivamente edificherà la più colossale truffa di tutti i secoli – non solo di quelli passati, pure di quelli a venire – , era in realtà una semplice promessa di pagamento, firmata dal proprietario di una cassaforte. Tali “promesse di pagamento” cedibili e si tramutarono, di fatto, in danaro. Il che si rivelava affatto logico e conveniente, posto che risultava assai più comodo e sicuro impiegare un pezzo di carta in luogo di portarsi appresso bauli di monete d’oro e d’argento. Questi pezzi di carta,
queste “promesse di pagamento” si usarono infatti come danaro, movendo dal presupposto che il danaro sia qualcosa di idoneo a ottenere la cessione di mercanzie, o la prestazione di servizi, o serva a saldare debiti. L’esperienza quotidiana insegnò ai banchieri una circostanza curiosa. Essi constatarono che solo raramente i loro depositanti si prestavano a restituire la ricevuta (le loro “promesse di pagamento”) per riprendersi il metallo prezioso. In generale – e il fenomeno è perdurato immutato fino ai giorni nostri – i depositanti prelevavano un dieci per cento sul totale dei valori depositati. Se Caio depositava, poniamo, mille scudi d’oro, o qualsiasi altra moneta a corso legale, come l’argento, prelevava poi in media cento scudi per lo svolgimento della sua attività, il mantenimento, le spese ordinarie, ecc. – lasciando in giacenza presso la banca i rimanenti novecento scudi. In altri termini, se un banchiere che custodisse un deposito di un milione di scudi, ne avesse perduti, rubati o dilapidati novecentomila, i centomila restanti sarebbero stati ancora sufficienti a fronteggiare l’usuale richiesta dei suoi depositanti. Ammaestrati da ciò i banchieri iniziarono a porre in circolazione altre ricevute, ossia altre “promesse” di pagare… oro, sino a decuplicarle rispetto alla quantità d’oro che realmente custodivano, fornendo tali “promesse” dietro congruo interesse. Non bisogna mai dimenticare, neppure per un attimo, che i banchieri prestavano – e continuano a prestare – qualcosa che essi non possedevano, né in qualità di proprietari né in qualità di depositari o, al massimo, in quest’ultima veste, solo per il dieci per cento del totale da loro “prestato”. Di più, come garanzia di solvibilità dei clienti a cui concedevano prestiti, i banchieri esigevano i titoli di proprietà delle case, delle officine, dei fondi, dei raccolti ecc., in guisa che se un prestito – aumentato degli interessi cumulati non veniva rimborsato entro una determinata scadenza, il banchiere diventava proprietario dei beni concessi in garanzia. Qui è opportuno un inciso. Si richiama l’attenzione sulla circostanza che il banchiere non prestava – né presta – danaro bensì semplicemente una promessa di pagarlo. Il valore dei danaro deriva dal fatto che esso materializza un servizio, lavoro o altro, reso alla comunità. Per questo dà diritto a godere di beni o servizi che richiedono una pari quantità di lavoro. La “promessa di pagamento- al contrario è una richiesta di beni in nome di un servizio che non si è ancora svolto. Questo comporta la sottrazione di beni e servizi a coloro che hanno compiuto un lavoro utile alla comunità a vantaggio di chi promette, con un semplice scritto, compierne domani (n.dc.). E il fatto che per mezzo di tali promesse si fornissero beni e servizi, ovvero che esse funzionassero come denaro, non altera il fatto che danaro non erano, bensì semplicemente promesse di pagarlo e nulla più. Con la aggravante che tali “promesse” rimanevano prive di reale copertura in oro o argento. Promesse create “ nihilo” e producenti un lauto interesse. li prestito è stato anche definito come uno scambio di debiti. Il banchiere prende la garanzia (titolo di proprietà d’una casa o fabbrica, per esempio), per la quale si obbliga verso il proprietario; questi, a sua volta, riceve dal banchiere le “promesse di pagamento” o, come si suol chiamarle, il credito, per il cui ammontare maggiorato degli interessi – rimane obbligato al banchiere. In realtà quanto è accaduto risulta un mero scambio di promesse: la promessa dei banchiere di pagare al suo cliente, contro la promessa di questi di rimborsare il prestito più gli interessi. Il cliente dà, in garanzia, i titoli di proprietà della sua casa o fabbrica. Il banchiere non dà un bel nulla. Si potrà obiettare che il banchiere presta il danaro e che esso costituisce la sua garanzia. L’obiezione è assolutamente falsa! Il banchiere non presta danaro; egli ha messo in circolazione “promesse di pagar danaro” (sono queste che effettivamente ha prestato), rappresentanti una massa di danaro che è il decuplo di quanto realmente ha in cassa. E chi possegga dieci non può, né potrà mai, prestare cento. In altre parole, mentre le banche dispongono verso la comunità di garanzie che rappresentano ricchezze reali, quali sono le case, le fabbriche, i fondi, i raccolti ecc., la comunità non dispone, nei confronti delle banche, di alcuna garanzie. Il minimo tentativo che venisse fatto dai creditori di una banca per esercitare le proprie “garanzie” verso di essa, dimostrerebbe come dette “garanzie” non abbiano alcuna consistenza. Se poi tali creditori dovessero mettere alle strette la banca, porla con le spalle al muro, verrebbero puniti con la perdita di tutti i loro risparmi. La banca chiude gli sportelli, dimostrando che le sue “promesse di pagamento” sono false… salvo che non intervenga, in soccorso della banca, lo Stato, con una moratoria – moratoria le cui conseguenze saranno che, alla fine dei conti, sarà stata la comunità in blocco a pagare per la banca e le sue false promesse. Ma tutto questo equivarrebbe ad anticipare gli avvenimenti.. Torniamo all’epoca in cui il banchiere sta prestando il suo credito (le sue “promesse di pagamento”) ai suoi concittadini. Ipotizziamo che i suoi creditori abbiano depositato nella sua banca un miliardo di lire3. Il banchiere ha aperto crediti per dieci miliardi- di lire, distribuendo ai suoi clienti i libretti di assegni bancari. Questi assegni, che verranno utilizzati per le successive transazioni, rappresentano del danaro creato con un semplice tratto di penna sui registri contabili della banca. Essi giocano esattamente lo stesso ruolo del danaro falso, giacché fanno aumentare le possibilità di acquisto e, per ovvia conseguenza, fanno lievitare i prezzi e svalutano il denaro esistente prima che il banchiere desse inizio alle sue operazioni. In altre parole: col produrre nuovo denaro il banchiere, alla pari di un volgare falsario, ha rubato un pò a ciascuno dei suoi connazionali, ottenendo per giunta un interesse su questo danaro rubato. Nell’immediatezza dell’applicazione il sistema appare efficace. L’euforia generale maschera la rapina collettiva che si è perpetrata. 1 beneficiari del credito bancario hanno avuto modo di produrre nuova ricchezza, il commercio arriva al settimo cielo e si è conseguita la piena occupazione. Ogni qual volta un prestito viene restituito – con tanto di interessi – la banca si affretta a riconcederlo. 1 dieci miliardi di lire che sono stati rovesciati sul mercato hanno provocato il classico “boom”. 1 prezzi salgono verticalmente mentre ogni specie di prodotto alletta i compratori. Ma l’aumento dei prezzi continuare solo a condizione che continuino anche i prestiti. Ogni qual volta il banchiere cessa di far prestiti – cioè di fabbricar danaro – i prezzi smettono di salire e il mercato si affloscia. La possibilità di continuare lucrando profitti sempre maggiori in un mercato rialzista svanisce allorché il banchiere comincia ad accusare delle difficoltà. Infatti egli ha prestato le sue “promesse di pagamento” – o, se si preferisce, ha aperto crediti per dieci miliardi di lire. Con il denaro autentico, liquido, che ha conservato, ha di che soddisfare pari pari le ordinarie necessità di cassa. Qualsiasi richiesta straordinaria di fondi può lasciarlo allo scoperto. Tutti i crediti che egli ha concesso sono costituiti da assegni bancari, così come tutte le ricevute che egli ha rilasciato ai suoi depositanti costituiscono promesse di pagare in oro e argento (oggidì in carta moneta, valuta legale dello Stato). Di conseguenza tanto i suoi depositanti, come i suoi finanziati – creditori e debitori – possono esigere oro e argento (,o banconote di Stato) per le obbligazioni che il banchiere ha contratto. Tutti sono persuasi che ciò che il banchiere presta loro sia oro o argento (o banconote emesse dallo Stato), e che si utilizzino i libretti di assegni bancari a motivo della. praticità e comodità. Però il banchiere sa, meglio di nessun altro, come le cose non stiano affatto così. Egli sa perfettamente di aver prestato qualcosa che non possiede e come il suo ingegnoso traffico regga unicamente per la fiducia di cui esso gode presso i clienti. Vale a dire: la fede nell’apparente reversibilità tra metallo e carta (oggigiorno, tra l’assegno bancario e il danaro da esso rappresentato). Il suo diabolico affare si fonda dunque su di un abuso di fiducia, su di una finzione che deve essere sostenuta a qualsiasi costo. Nella situazione descritta, avendo il banchiere prodotto tutte le promesse di pagamento che le sue riserve gli permettevano di emettere (ossia prestiti dieci volte superiori all’ammontare delle riserve stesse), egli si trova a dover rifiutare ulteriori prestiti(in realtà il processo di circolazione fa rifluire nelle casse della banca una parte notevole dei crediti emessi, e non come richieste di conversione del “credito” in denaro legale, ma come pagamento di prestiti (cambiali, ecc.). Questo permette una prosecuzione pressoché illimitata del funzionamento dei sistema creditizio bancario ). Ma il mercato tarda ad adeguarsi alla nuova situazione: coloro che hanno comprato merci, al fine di rivenderle, fidando nella esistenza di danaro in grado di pagarne il prezzo, o quelli che hanno fabbricato prodotti con la
stessa convinzione, cominciano a rendersi conto che le loro aspettative non avevano un concreto fondamento. Un nuovo fenomeno si manifesta nella congiuntura difficile che si sta verificando: fintanto che il banchiere “inventava” sempre maggior quantità di danaro – insistiamo che per danaro devesi intendere tutto quanto serva come mezzo di pagamento – e, pertanto, i prezzi salivano, il danaro cambiava di mano con facilità; sia il danaro autentico (metallo o banconote di Stato), sia, soprattutto, le celebri “promesse di pagamento” del banchiere (gli assegni bancari) passavano rapidamente dal compratore al venditore e da questi alla banca, da cui veniva in parte prelevato per pagare i salari, le fatture ecc. Supponiamo che la Banca X apra un credito di cento milioni di lire al sig. Rossi, il quale si affretta a investirlo impiantando una fabbrica e cominciando a sfornar prodotti in un mercato rialzista. Il sig. Rossi paga, mediante assegni bancari, i muratori, i fabbri e i falegnami che gli hanno costruito la fabbrica. E tutti costoro hanno, a loro volta, tanto di conto corrente presso la Banca X nel quale conto versano gli assegni anzidetti. Parte del
danaro rappresentato da questi assegni verrà prelevato dai singoli interessati per le rispettive necessità. E detto danaro sarà speso nel commercio locale: il supermercato, la macelleria, i negozi di abbigliamento ecc. Tutti questi venditori al minuto si affretteranno a depositarlo sul proprio conto corrente, sempre presso la Banca X, da cui sarà prelevato per il pagamento dei rispettivi fornitori (ereditori): agricoltori, mulini, industrie tessili ecc. E tutti costoro vanno aprendo conti correnti presso la solita Banca X. Ma tali conti correnti non significano altro, in realtà, che semplici scritturazioni del valore degli assegni in possesso dei titolari dei conti.La direzione della Banca X sa benissimo che gli assegni, per il valore di cento milioni di lire che sono stati concessi in prestito al sig. Rossi, questo signore li ha spesi per pagare coloro che gli hanno costruito lo stabilimento. Dai conti correnti di questi ultimi risultano dei saldi attivi, però tutto quanto i titolari posseggono sono degli assegni della banca stessa e che essa aveva consegnato, come prestito, al sig. Rossi. Gran parte delle operazioni descritte,in pratica,vengono effettuate tramite girata di assegni tramite gli interessati. Quindi senza alcun intervento, tra una fase e l’altra, della banca come soggetto di intermediazione.. Immaginiamoci ora che un ribasso generalizzato dei prezzi metta in allarme i predetti signori, che si presentano un bel dì allo sportello di cassa della Banca X, pretendendo di ritirare i propri depositi, però in danaro… danaro autentico, vero, banconote ufficiali; emesse dallo Stato. E supponiamo che l’allarme, come gia avvenuto migliaia di volte nella storia dell’avventura bancaria, contagi un esercito di clienti che si accoderanno davanti agli sportelli della banca, con la medesima pretesa ( Al pericolo di insolvibilità da parte della banca, si aggiunge, causata dallo aumento dei prezzi (inflazione), la corsa all’acquisto di “beni rifugio”, quali oro, diamanti e immobili che, contrariamente al danaro, mantengono inalterato il loro valore relativamente a quello delle altre merci. Tutto ciò sottrae ulteriore danaro (questa volta danaro “reale”) al mercato, che così entra in recessione)… Considerando tali eventualità, tanto facili a verificarsi quanto minacciose, il banchiere avverte che chiudere il rubinetto del credito non rappresenta una misura sufficiente: egli deve quindi cominciare a premere sui suoi debitori perché si mettano in regola con le proprie obbligazioni. E così la direzione, della Banca X convoca il sig. Rossi e lo invita a rimborsare il prestito ottenuto, se non interamente almeno una fetta sostanziosa. E il sig. Rossi, facendo pressione sui suoi debitori – o svendendo malamente il suo magazzino prodotti – reperirà il danaro necessario a rimborsare il prestito bancario. 1 suoi debitori (clienti, dettaglianti, concessionari ecc.) si rivolgeranno alla banca e ritireranno il proprio danaro – sotto forma di assegni – , con cui salderanno il sig. Rossi che potrà rimborsare il prestito alla Banca X, la quale farà sparire le sue “promesse di pagamento” con un semplice tratto di penna nei registri contabili. Applicando ora a un congruo numero di clienti il trattamento usato al sig. Rossi, la banca si troverà ad aver concesso prestiti per un volume soltanto cinque o sei volte superiore ai depositi, rimanendo insomma al coperto dall’eventuale assalto provocato dal panico susseguente alla crisi e alla disoccupazione. Nel caso di clienti che non siano riusciti a pagare i propri debiti, la Banca sarà entrata in possesso di fabbriche, terreni, case ecc., il cui valore raddoppierà al ritorno della “prosperità”, cioè di un “boom” prodotto da nuova ondata di danaro che ha solo simulato di prestare – non ci stancheremo mai di insistere sul come nessuno, per quanto mago della finanza sia, possa prestare ciò che non ha -, e gli unici a rimetterci saranno stati i piccoli produttori e la gran massa dei consumatori, dato che la mancanza di liquidità dei secondi renderà invendibili i prodotti dei primi. Frederick Soddy, economista inglese, vincitore del premio Nobel nel 1921, ha scritto: “il tratto più sinistro e antisociale del danaro scritturale è di non avere alcuna esistenza autentica. Le banche girano al pubblico una massa complessiva di danaro che non esiste. Comprando e vendendo per mezzo di assegni bancari, si verifica unicamente uno scambio privato fra coloro il cui danaro è amministrato dalla banca. Mentre il conto di un cliente viene addebitato, quello di un altro verrà accreditato e le banche possono continuare indefinitamente a rigirare il corrispondente importo. “La facoltà di emettere danaro ha procurato alla banca la possibilità di realizzare grossi guadagni. Pur avendo iniziato la loro attività senza soldi propri, i banchieri sono riusciti a fare di tutti, indistintamente, dei propri debitori.[ ... ] “Questo danaro nasce ogni qualvolta le banche ‘prestano’ e sparisce ogni volta che il prestito vien loro rimborsato. Di modo che se l’industria tenta di pagare, il danaro dello Stato sparisce. £ questo che rende così pericolosa la prosperità, giacché distrugge il danaro proprio quando è maggiormente necessario e fa precipitare la crisi”.(questo, naturalmente, avverrebbe in una situazione economica di liberismo perfetto, senza alcun intervento regolatore da parte di forze extraeconomiche ,governo, ecc.) E’ evidente che quando il banchiere cominciò a distribuire i suoi prestiti e, conseguentemente, fece salire i prezzi, ogni compratore si trovò, di fatto, a pagargli una specie di tributo; mentre quando il banchiere contrasse i prestiti, provocando così la caduta dei prezzi, furono i venditori a dovergli rendere il tributo. E’ un esempio tipico del: “se vien testa, vinco io; se vien croce, perdi tu”. Un esempio, inoltre, di flagrante disonestà, consistente nel fatto che Tizio, che cominciò le sue attività con danaro altrui, s’è tramutato, maneggiando “danaro astratto”, nel maggior proprietario di beni immobili (case, fondi, fabbriche) e di danaro (ma danaro concreto, autentico!) di tutta la città e alla lunga di tutto il Paese. L’attuale sistema bancario, grazie all’uso degli assegni bancari, permette ai banchieri di somministrare prima il “potere di acquisto” ai loro concittadini, per poi sottrarglielo nel momento in cui ne avrebbero maggior bisogno. Una subitanea inondazione del mercato con danaro astratto – una autentica inflazione – fa salire i prezzi e aumentare la produzione. Il mercato viene sommerso da ogni tipo di prodotto e, conseguentemente, occorre moltissimo danaro per permetterne l’acquisto (assume fondamentale importanza tener presente che l’unica funzione del danaro è di rendere possibile la distribuzione di beni e servizi). Il repentino ritiro del denaro in queste circostanze, provoca necessariamente un’ondata di fallimenti e bancarotte…e, come conseguenza, disoccupazione e miseria. Questo sistema, che sarà oggetto di scherno per le future generazioni, conferisce al banchiere il controllo del livello dei prezzi, e, come logica conseguenza, dei salari. Praticamente il banchiere mantiene, sui propri concittadini, un potere assoluto, un potere quale mai il più dispotico tiranno abbia immaginato: il potere di assoggettare alle sue pretese chiunque osi opporglisi, mediante la minaccia latente della rovina. Il moderno banchiere o, più esattamente, il sistema finanziario, è in grado di rovinare i suoi debitori e di strappar loro “legalmente” la proprietà. “Supponiamo che io sia un banchiere e che presti mille dollari a John Smith, con la garanzia della sua fabbrica. Subito dopo ritiro una parte dei miei altri prestiti, diminuendo così il potere di acquisto nella regione in cui John Smith svolge la sua attività. Come conseguenza di detta contrazione del potere di acquisto e della relativa ‘domanda’, i prezzi scenderanno e John Smith cesserà di guadagnare. Siccome deve pagarmi gli interessi sul prestito, egli comincia a diminuire il personale e a installare macchine che gli consentano di economizzare mano d’opera. Però io proseguo nella riduzione dei prestiti. E i prezzi continuano a scendere, tanto che, alla fine, John Smith si ritroverà senza mezzi. Egli mi informa che non può corrispondermi gli interessi. Pertanto gli sequestro la fabbrica e la pongo in vendita. La miglior offerta è di ottocento dollari e quindi me la tengo in pagamento del mio prestito. Poco più tardi riprendo a far prestiti e i prezzi tornano a salire. La fabbrica di John Smith acquista ora un notevole valore giacché, somministrando il potere d’acquisto, ho fatto aumentare la ‘domanda’ di quanto essa produceva. Così posso ora venderla per cinquemila dollari, lucrandone quattromila in piena legalità”.L’esempio addotto potrà tacciarsi di esagerato. In verità ogni esempio, per servire da ammaestramento, deve essere in un certo senso caricaturale. Diceva Goethe che “pensare è esagerare”! Eppure il fatto illustrato si è verificato molte volte in pratica. Così, nel 1930, gli Stati Uniti d’America si trovavano con i magazzini zeppi, però mancava il danaro necessario a farne commercio, cioè a far giungere i prodotti ai consumatori. L’inflazione aveva spinto i piccoli risparmiatori a cercare fonti di investimento che garantissero un reddito superiore alla svalutazione del danaro. L’investimento maggiormente rimunerativo era rappresentato dall’acquisto di azioni. Il “gioco al rialzo” provocò un sempre maggiore afflusso di capitali nel mercato azionario, e quindi la sottrazione degli stessi al mercato del consumo di merci. Ciò provocò il fallimento di numerose aziende medio-piccole. Conseguenza di tali fallimenti fu la caduta verticale del valore dei titoli azionari di queste aziende. 1 piccoli azionisti temettero di perdere i propri risparmi e si affrettarono a vendere le azioni da loro possedute, provocando la caduta verticale di tutti i titoli quotati a Wall Street. Si verificò il famoso “crack” del “black friday” (Venerdì nero), le imprese fecero bancarotta a migliaia e il trenta per cento degli operai rimase senza lavoro. Per esempio il 16 maggio 1963 il Tribunale Correzionale di Nivelles. Belgio. esaminava la questione del fallimento della ditta SOCOGA. Paul Marie de Launoy rese dinanzi al giudice la seguente deposizione: “La Banque Belge d’Afrique, della quale io ero amministratore delegato, concesse un credito di 61 milioni di franchi belgi alla SOCOGA”. Il Presidente: “si tratta di molto danaro per una banca il cui capitale è di 100 milioni”. Il teste: “Di 144 milioni… e la banca disponeva in quel momento di 1350 milioni di crediti impiegati in ogni loro forma”. Più avanti il teste aggiunse: “Qualunque imprenditore può trovarsi sull’orlo del fallimento quando gli vengono revocati i crediti”. Le mercanzie erano più che abbondanti, i silos granari pieni da straripare – si dovettero financo distruggere i raccolti bruciandoli – la mano d’opera, sia specializzata che bracciantile, pronta al lavoro: mancava solo il “danaro”! Le banche vennero in possesso di decine di migliaia di industrie, aziende commerciali, imprese agricole, negozi. Mancava danaro… mancava qualcosa che, seppure ardua da guadagnare, risulta, in cambio, la cosa più facile da farsi: è sufficiente la tipografia dello Stato, che tutela e controlla la quantità emessa, acciocché sia proporzionata alla reale ricchezza prodotta. E tuttavia il governo statunitense non fece stampare il danaro occorrente. Per aumentare il volume di danaro circolante fu abbassato il tasso di sconto, a fine di scoraggiare l’immobilizzo di capitali presso le banche. Ciò aggravò la situazione di crisi dell’apparato produttivo, dato che all’aumento della liquidità non corrispose una ripresa della produzione, bloccata dalla mancanza di capitali bancari di investimento. Da tale situazione gli U.S.A. usciranno soltanto con la politica economica di inflazione programmata voluta dal presidente Roosevelt, di ispirazione keinesiana (“new deal”). Da questo momento in poi, negli U.S.A. inizierà a svilupparsi una politica di intervento crescente dello Stato nei campi economici interni ed internazionali. Il governo degli Stati Uniti, di concerto con il consiglio (Board) dei direttori della Federai Reserve Corporation ( Tra i principali membri del primo consiglio di questa Corporation, troviamo il banchiere di Amburgo Paul M. Warburg. Un fratello di questi si trovò compromesso, e per questo ufficialrnente accusato dai servizi segreti statunitensi, per aver contribuito a finanziare la rivoluzione bolscevica del 1917. Un altro Warburg fu privato della nazionalità tedesca, in applicazione delle leggi razziali del Reich nel 1933.) che è un consorzio fondato nel 1913 al fine di unificare gli enti di emissione della carta moneta, prima costituiti ora dall’ una ora dall’altra banca privata), fissa il livello del tasso di sconto, regolando in tal modo il volume di danaro liquido presente sul mercato. Nei confronti della Federal Reserve Corporation (ente funzionante in modo analogo alla Banca d’Italia) il governo contrae un debito nominale ogniqualvolta per effettuare lavori pubblici, o per intervenire in sostegno di particolari settori economici che si trovino in grave crisi, fa stampare nuovo danaro. La differenza tra le entrate, dovute a tasse, imposte e utili delle aziende gestite dallo Stato, e i prestiti contratti con la Federal Reserve dà la misura tangibile della salute economica del Paese (da un punto di vista capitalistico, naturalmente). Il debito dello Stato nei confronti della Federal Reserve, che prende il nome di “Debito Pubblico”, permette di regolare la quantità di carta moneta in circolazione, e quindi di evitare che si riproducano situazioni di grave recessione come quella del 1929. Le conseguenze di una completa libertà di azione da parte delle banche balzano alla vista. Essendo onnipotenti – quindi irresponsabili – le banche hanno potere di vita e di morte su qualsiasi impresa, per quanto robusta essa sia. La degenerazione finanziaria di tale fenomeno comporta il gravissimo estremo che per effetto del rifiuto di un prestito, un’impresa, per quanto prospera, può in un determinato momento vedersi costretta a vuotare i propri magazzini a qualunque prezzo, anche in pura perdita, per far fronte ad obbligazioni urgenti e scadenze. Dopo averla obbligata a vendere sottocosto, gli agenti della oligarchia bancaria comprano grosse quantità delle giacenze deprezzate; successivamente si approva il prestito, le mercanzie salgono di prezzo e vengono rivendute con fantastici guadagni. Detta pratica di furto legalizzato è giunta a un grado tale di raffinatezza, che è sufficiente annunciare attraverso la stampa un aumento o una riduzione del tasso – di sconto per far salire o scendere a volontà il valore degli stock. Grazie a tali sistemi i membri della Federal Reserve e i loro vassalli delle banche private hanno praticamente raggiunto il controllo di tutte le grandi industrie americane… e, movendo da ciò, hanno cominciato la coca-colonizzazione del pianeta. Per riassumere diremo che il cosiddetto “Credito” consiste nel falso impegno assunto dai banchieri di pagare dieci volte di più del denaro che essi posseggono, proveniente dai loro depositanti-creditori. Il credito non consiste in danaro autentico, a corso legale, ma potendo far le veci del medesimo – per pagare beni o servizi, o per estinguere debiti – di fatto diventa impossibile distinguerlo dalla moneta legale. Questi “impegni o promesse di pagamento”, rilasciati dal banchiere sotto forma di libretti di assegni bancari, nascono come prestiti che devono essere rimborsati con relativi interessi. 1 banchieri si riservano il “diritto” di cancellare le loro “promesse” – a credito! – potendo così a loro arbitrio revocare il novanta per cento del potere di acquisto – la “domanda” – di un Paese. In effetti essi si limitano a suscitate fluttuazioni molto più’ modeste, giacché anche piccole fluttuazioni sono sufficienti ad alterare il livello dei prezzi in un senso o nell’altro, alterazioni delle quali essi vivono. Sir Josiah Stamp, all’epoca la seconda ricchezza d’Inghilterra, durante un discorso pronunciato dinanzi a centocinquanta docenti dell’Università del Texas disse: “Il sistema bancario è stato concepito nell’iniquità ed è nato nel peccato. 1 banchieri internazionali posseggono il pianeta. Togliete loro tutto quanto possiedono, lasciando però il potere di create depositi, e con alcuni tratti di penna produrranno depositi sufficienti a recuperare tutto di nuovo. Nella terminologia bancaria, volutamente intricata, la parola “deposito” non indica, come la maggioranza crede, il danaro depositato da un cliente in banca. 1 depositi bancari sono, di fatto, “Impegni a pagar danaro”, valuta legale, spesso fino a dieci volte i versamenti dei depositanti, che sono indicati, nei bilanci delle banche, come “danaro in cassa”. li vocabolo inglese “Deposit” significa, nella terminologia bancaria d’Inghilterra, Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda [e Italia. n.d.t.], “prestito”. E lo si trova consacrato nell’espressione: “A loan creates a deposit” (“Un prestito crea un deposito”). Tanto è vero che nei Paesi anglosassoni il danaro chirografario lo si chiama “Bank deposit money”. In Belgio invece il vocabolo Dépót designa, in termini bancari, il danaro effettivamente depositato dai clienti per i fini di custodia e fruttiferi. Lo stesso vale per la Francia. Quanto alla Spagna, non esiste un uso univoco del termine. Se però toglieste la facoltà di produrre danaro, tutte le grandi fortune finanziarie sparirebbero, inclusa la mia, e ne risulterebbe un mondo assai più felice. Se invece preferite continuare ad essere gli schiavi delle banche e pagare le spese della vostra stessa schiavitù, consentite loro di seguitare a creare depositi” ‘ .L’aspetto sfacciatamente sarcastico di questa dichiarazione consiste nel fatto che chi la rilasciò, sir Josiah Stamp, ricopriva la carica di presidente della “British Railways” (le ferrovie britanniche) e quella di presidente della … Banca d’Inghilterra, ente questo che è – alla pari della Federal Reserve Corporation – un’impresa privata e che, fin dalla fondazione, è stato quasi sempre diretto da individui della stessa origine di quelli che hanno diretto e dirigono la Federal Reserve. Diventa quindi evidente come le pretese crisi economiche non siano altro, in realtà, che crisi finanziarie, provocate spesso artificialmente e deliberatamente. In un’occasione Thomas Jefferson ebbe a dire: “Credo che per le nostre libertà le istituzioni bancarie siano più pericolose degli eserciti nemici. Sono già arrivate al punto di erigersi in un’aristocrazia del denaro che sfida il governo. La facoltà di emettere moneta dovrebbe essere loro strappata e restituita al popolo, al quale giustamente appartiene”. (all’epoca le banche private potevano stampare,sotto licenza dei singoli governatori degli Stati della federazione,addirittura la moneta legale) In realtà, il potere di produrre danaro – si tratti di danaro legale o di danaro creditizio – dovrebbe essere riservato soltanto allo Stato che provvederebbe a metterlo in circolazione a seconda delle necessità. E’ indispensabile farla finita una volta per sempre con il circolo apparentemente inevitabile di “prosperità e crisi”, o “inflazione e deflazione”, o “boom and slump” (benessere e recessione), o come diavolo si voglia chiamarlo. Questo circolo fatale ha, nell’economia di un Paese, gli stessi effetti di una trasfusione di sangue, seguita da una emorragia proprio quando il paziente stia cominciando a riprendersi. Il principale risultato del “circolo” è la corsa-competizione tra prezzi e salari… nella quale i primi vincono sempre.La circolazione monetaria in un determinato Paese dovrebbe esclusivamente la sua capacità di produrre ricchezza, le sue possibilità di sviluppo e di espansione e la necessità di occupare la mano d’opera. Unicamente lo Stato -’uno Stato libero e sovrano – i cui amministratori non abbiano dovuto comprare il voto dei propri elettori con una dispendiosa propaganda (finanziata da chi tra loro comanda…, giacché chi paga comanda), uno Stato libero dalla gelatinosa, invisibile, onnipresente influenza del “money power” (potere del danaro), può portare a buon fine una politica economica sana, sottratta alle catene del “danaro debito” e dell’usura. Le banche assolvono una funzione economica e sociale; come retribuzione per questa funzione hanno diritto ad un profitto equo e normale, però non si può permettere che l’economia di un Paese dipenda da loro: le banche devono essere al servizio del Paese, non il Paese al servizio delle banche. Lo Stato non deve limitarsi ad emettere moneta legale, bensì anche essere il dispensatore del credito. Fu appunto il prestito senza interessi a imprese solvibili il “deus ex machina” del colossale balzo effettuato dall’economia tedesca tra il 1933 il 1939: non la grande capacità di lavoro dei popolo tedesco, come si è preteso. Tale capacità di lavoro – incontestabile – non la inventò il regime nazionalsocialista, però la sua decisione di strappare all’arbitrio delle banche il potere di creare, o sopprimere, posti di lavoro, fu indubbiamente il provvedimento che consenti l’esprimersi di tale capacità. Si potrà obiettare che gli Stati possono sbagliare, commettere abusi, quale che sia il loro regime politico. Ma quello che nessuno potrà mettere in discussione è che se uno Stato può sbagliare o può fare cosa contraria al bene comune in materia finanziaria, una banca, anzi il sistema bancario, deve forzatamente agire contro il comune interesse. E ciò per costituzione: uno Stato è una fondazione pubblica e suo oggetto e funzione rimane il bene pubblico; una banca è un’impresa privata e suo oggetto risulta il suo interesse privato. E’ naturale che sia così: non è invece naturale che per mezzo di una truffa secolare la funzione pubblica di rendere possibile il commercio – scambio di beni – quale l’emissione del danaro (legale o. creditizio) si sia tramutata in un colossale e immorale monopolio privato. Se il primo dovere di uno Stato è quello di proteggere i propri membri e, nella questione che stiamo trattando, di proteggerli contro il danaro-debito
e la usura finanziaria, il primo obiettivo di tale Stato sarà di sottrarre sé stesso alla tutela del comunemente detto Money-power. Afferma Juan Beneyto che l’enorme problema imposto all’economia statale dall’ossessione dei Debito Pubblico, deriva dalla falsissima argomentazione che lo Stato abbia bisogno di danaro. Questa fisima sofistica discende dal fatto che lo Stato viene assimilato a un privato. Lo Stato non deve comportarsi come un privato. Lo Stato ha tre possibili modi di sopperire alle sue necessità finanziarie:
1) controllare i servizi pubblici;
2) controllare la moneta;
3) controllare le finanze. Bisogna partire dalla distinzione tra pubblico e privato, diversamente..: l’unica via che rimane è l’indebitamento dello Stato.
Il risanamento è realizzabile solo grazie a uno Stato – come quello nazionalsocialista – che sia sovrano del danaro. Solo così è attuabile l’obiettivo di una finanza statale forte. Uno Stato libero dai debiti non ha motivo di gravare i suoi membri per poterli pagare, come capita attualmente nei Paesi capitalisti. La Germania del 1933-1939 era uno dei Paesi in cui la pressione fiscale risultava minima “l’obiettivo finale del nostro Stato – affermava Gottfried Feder – è la realizzazione di uno Stato privo di imposte”. Feder citava come esempio lo Stato bavarese, che pur non risultava affatto tra i più ricchi della Germania, le cui finanze non prevedevano tra le entrate, come voce principale, quella delle tasse. Quanto la Baviera ricavava dai boschi e parchi demaniali, dalle ferrovie e dai servizi postelegrafonici, copriva le spese culturali, educative, -i servizi pubblici e l’amministrazione della giustiziai. Quanto incassava dalle imposte veniva destinato integralmente a pagare il Debito Bavaro e quota parte dei corrispondente Debito Nazionale. La funzione dello Stato non è di natura commerciale, bensì quella di garantire la integrazione tra le varie componenti e il loro sviluppo sinergico: onde evitare che l’interesse particolare di una di esse (ad esempio di quella economica) prevalga sull’obiettivo generale, dando luogo a rotture della continuità della struttura comunitaria e favorendo la comparsa di figure sociali classiste. Il danaro va quindi ricondotto alla sua dimensione di semplice strumento di intermediazione e, in prospettiva, la stessa funzione della banca deve essere superata, essendo inammissibile il postulato della accumulazione di uno strumento di transazione. Come primo passo ‘, è necessario togliere alle banche il potere di emettere moneta, sia questa costituita da danaro legale che da semplici promesse di pagamento. Il finanziamento delle attività economiche di interesse comunitario va quindi riservato allo Stato e privato delle caratterizzazioni che segnano i prestiti nella società capitalistica, come l’interesse. Già Platone aveva qualificato “aberrazione contro natura” la pretesa che il danaro producesse… danaro!
Joaquim Bochaca
L’ERRORE
L’errore è stato la danarolatria, cioè il fare della moneta un Dio. Questo fu dovuto alla snaturizzazione cioè all’aver fatto della nostra moneta una rappresentanza falsa, dandole poteri che non doveva possedere. L’oro dura, ma non si moltiplica da sé nemmeno se mettete insieme due pezzi d’oro uno in forma di gallina e l’altro in forma di gallo. È ridicolo di parlare di frutto o di frutta. L’oro non germoglia come il grano. Una rappresentazione d’oro che pretende che l’oro possiede queste facoltà è una rappresentazione falsa. È una falsificazione. E la descrizione «falsificazione della moneta» può derivarsene. Ripeto: abbiamo bisogno d’un mezzo di scambio, e d’un mezzo di risparmio, ma non è necessario che lo stesso mezzo serva ad ambedue questi scopi. Non è necessario che il martello serva di lesina. La marca da bollo affissa al biglietto serve da bilanciere. Nel sistema usurocratico il mondo ha sofferto ondate alternanti d’inflazione e di deflazione; del troppo danaro e del troppo poco. Ognuno capisce la funzione del pendolo e del bilanciere. Bisogna portare questa capacità d’intendimento nel dominio monetario. Quando la moneta avrà un potere né eccessivo né troppo piccolo, allora ci avvicineremo ad un sistema sano dell’economia. Si è persa la distinzione fra commercio e l’usura. Si è persa la distinzione fra debito e debito ad interesse. Già nel 1878 si è parlato del debito non ad interesse; magari di debito nazionale non ad interesse. L’interesse che voi avete fruito nel passato è stato in gran parte illusione; ha funzionato a breve scadenza lasciandovi con un cifra di moneta superiore a quella che avete «risparmiata» ma posseduta in una moneta di cui quasi ogni unità valeva meno. Dexter Kimball facendo censimento dei buoni delle ferrovie americane durante un mezzo secolo ha fatto interessanti scoperte a proposito della quantità di queste obbligazioni che furono semplicemente annullate da cause contingenti. Se la memoria mi serve la cifra raggiungeva il 70%. Un interesse è dovuto, giustamente, da industrie ed impianti che servono ad aumentare la produzione. Ma il mondo ha perso la distinzione fra il produttivo e il corrosivo. Imbecillità imperdonabile perché questa distinzione fu nota nei primi anni della storia conosciuta. Rappresentare un corrosivo come produttivo è falsificare. I gonzi credono alle false rappresentazioni. Ridurre la moneta ai giusti poteri, lasciarle una durata corrispondente alle durate esistenti nel mondo materiale, ed in più il suo proprio giusto vantaggio (cioè quello d’essere scambiabile contro qualsiasi merce in qualsiasi momento che la merce esiste) ma non dare alla moneta, oltre a questo vantaggio, poteri che non corrispondono né alla giustizia, ne alla natura delle merci rappresentate o corrisposte. Per questa via si potrebbe avvicinarsi alla giustizia sociale e alla sanità economica.
VALOR MILITARE
Il valor militare non può esistere in un clima di vigliaccheria intellettuale. Nessuno deve arrabbiarsi se la collettività rifiuta di accettare le proposte sue, ma è vigliaccheria intellettuale non osare formulare i propri concetti sociali. Specialmente in un’epoca pregna d’opportunità, propriamente una epoca che annuncia la formulazione d’un nuovo sistema di governo. Ognuno che possiede una competenza storica ed una documentazione storica deve formulare i suoi concetti in relazione alla parte dell’organismo sociale che i suoi studi gli dànno un diritto di giudicare. Per formare tale competenza nelle generazioni future, si deve cominciare nelle scuole coll’osservazione di oggetti particolari, per poi progredire alla conoscenza dei fatti particolari della storia. Non è necessario che l’individuo abbia conoscenza enciclopedica, ma è necessario che ognuno che agisce pubblicamente possieda una conoscenza dei fatti essenziali del problema ch’egli tenta di trattare. Comincia col giuoco degli oggetti esposti per un istante davanti al bambino, nella mano che viene poi subito chiusa. Il pensiero s’impernia sulla definizione delle parole. Testi: Confucio ed Aristotele. Terminerei gli studi obbligatorii per ogni universitario con un confronto fra i due maggiori libri d’Aristotele, Etica Nicomachea e La Politica, e il tetrabiblon cinese. Per educazione pubblica ed extra-universitaria basterebbe il semplice regolamento delle librerie, cioè che ad ogni libraio fosse fatto obbligo di tenere in vendita, ed, in alcuni casi importanti, di esporre in vetrina per qualche settimana dell’anno certi libri d’importanza capitale. Chi conosce i capolavori, specialmente Aristotele, Confucio, Demostene, e il «Tacito» tradotto da Davanzati, non sarà abbindolato dalle porcherie. Per la moneta basta ch’ognuno pensi per sé al principio del bilanciere, ovvero agli effetti nazionali e sociali che deriverebbero dalla semplice affissione d’una marca da bollo nel punto dovuto. Meglio sul biglietto che sulla nota d’albergo. Si è parlato del cavalieri di S. Giorgio senza identificarli con dovuta precisione. Il danaro può ledere, ma la conoscenza economica oggi è piuttosto rozza, come fu la scienza medica quando si sapeva che una gamba rotta fa male, ma non si riconoscevano gli effetti dei microbi. Non è tanto il danaro che compra una volta un Badoglio, ma l’effetto segreto dell’interesse che rode dovunque. Questo non è l’interesse pagato al privato sul suo conto di banca, ma l’interesse sul danaro che non esiste, ovvero sul miraggio della moneta, un interesse che equivale al 60% e di più in confronto alla moneta che rappresenta lavoro onesto, o prodotti utili all’umanità. Ripeto: si sono perdute le distinzioni fra produttivo e corrosivo; fra la divisione dei frutti d’un lavoro fatto in collaborazione, e l’interesse corrosivo che non rappresenta un aumento qualsiasi di produzione utile e materiale. È, naturalmente, inutile far dell’antisemitismo, lasciando in piedi il sistema monetario ebraico, che è il loro strumento più tremendo di strozzinaggio. Ai Mazziniani domandiamo perché non leggono quelle pagine de «I doveri dell’Uomo» che trattano delle banche.
FINE
IL PERNO
Tutto il commercio passa attraverso alla moneta. Tutta l’industria passa attraverso alla moneta. La moneta è il perno. È il mezzo termine. Sta nel mezzo fra industria e operai. Può darsi che l’uomo puramente economico non esista, ma il fattore economico, nel problema della vita, esiste. Vivendo di frasi, e perdendo il senso delle parole, si perde «il ben dell’intelletto». Il commercio ha portato la prosperità della Liguria, l’usura le ha fatto perdere la Corsica. Ma perdendo il senso della differenza fra commercio e l’usura si perde il senso del processo storico. Vagamente in questi mesi si è incominciato a parlare d’una forza internazionale, detta finanza, ma sarebbe meglio chiamare questa forza «usurocrazia» ovvero il dominio dei grandi usurai congregati e congiurati. Non i mercanti di cannoni ma i trafficanti del danaro stesso hanno creata questa guerra, hanno create le guerre a serie, da secoli, a piacer loro, per creare debiti, per poi sfruttarne l’interesse; per creare debiti in moneta a buon mercato, per poi domandarne il pagamento in danaro più caro. Ma finché la parola moneta non viene chiaramente definita, e finché questa definizione non sia conosciuta dai popoli, i popoli entreranno ciecamente in guerra, senza conoscerne il perché. Questa guerra non fu un capriccio di Mussolini, e nemmeno di Hitler. Questa guerra è un capitolo della lunga tragedia sanguinaria che s’iniziò colla fondazione della Banca d’Inghilterra nel lontano anno 1694, coll’intenzione dichiarata nell’ormai famoso «prospectus» di Paterson, dove si legge: «il banco trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal niente». Per capire questa frase bisogna capire che cosa sia la moneta. La moneta non è uno strumento semplice come una vanga. Contiene due elementi: quello che misura i prezzi sul mercato, e quello che dà, il potere di comprare la merce. Su questa duplicità gli usurai hanno giuocato. Voi capite bene che un orologio contiene due principi, cioè quello della molla motrice, e quello della molla bilanciere, con un ingranaggio fra le due. Ma quando uno vi domanda cosa sia la moneta, voi non sapete cosa siano i biglietti da dieci lire e i pezzi di venti centesimi che avete in tasca. Sino al seicento prima del mille, quando un imperatore della dinastia T’ang emetteva i suoi biglietti di stato il mondo fu quasi costretto a adoprare come moneta una quantità determinata di qualche merce d’uso comune, sale o oro secondo il grado di sofisticazione dell’ambiente. Ma dall’anno 654 dopo Cristo, almeno, il metallo non era necessario agli scambi fra gente civile. Il biglietto statale dei T’ang dell’anno 856, che è ancora conservato, porta un’iscrizione quasi identica a quella che leggete sul vostro biglietto da dieci lire. Il biglietto misura il prezzo, e non il valore; ovvero i prezzi vengono calcolati in unità monetarie. Ma chi vi fornisce questi biglietti? E su che direttive vengono messi in circolazione questi pezzi di carta? E, prima di questa guerra, chi controllava l’emissione della moneta mondiale? Se voi volete cercare le cause della guerra presente, cercate di conoscere chi controllava e come venne controllata la moneta mondiale. Pel momento vi ripeto una sola indicazione presa dalla storia degli Stati Uniti d’America: il grande debito che i nostri amici creeranno con questa guerra, verrà adoperato per controllare la circolazione «Noi non possiamo permettere che i “greenbacks” circolino, perché non possiamo averne il dominio». Questo è dall’Hazard Circular dell’anno 1862. Mi pare che una situazione analoga esistesse nell’anno 1939. Direi che l’Italia non volendo indebitarsi, abbia fatto rabbia ai grandi usurai. Pensateci sopra! E pensate anche alla natura della moneta stessa, e alla trascuratezza degli economisti in genere quando noi domandiamo cosa sia la moneta, il credito, l’interesse, l’usura. Prima di discutere una politica monetaria, una riforma monetaria, una rivoluzione monetaria, dobbiamo essere ben sicuri della natura della moneta.
IL NEMICO
Il nemico è l’ignoranza. Al principio dell’ottocento John Adams vedeva che i difetti ed errori del governo americano derivavano non tanto dalla corruzione del personale, quanto da un’ignoranza della moneta, del credito e della loro circolazione. Siamo allo stesso punto. Il soggetto è giudicato arido da coloro che non ne capiscono la portata. Per esempio, un banchiere, verso la fine di Dicembre scorso, mi vantò che ad una certa epoca da lui ricordata, la moneta carta italiana valeva più dell’oro. Io suppongo che a quell’epoca «dorata» i Rothschild volevano comprare l’oro a buon mercato, per poi rialzarne il prezzo «a cime vertiginose». Nello stesso modo i Sassoon e loro compari hanno approfittato del ribasso dell’argento. L’argento difatti scese a 23 cents l’oncia, e fu poi comprato dagli imbecilli a 75 cents l’oncia, per far piacer ai loro padroni ebraici, e «per salvare l’India». dove col ritorno all’oro il Sig. Churchill, come già detto, ha fatto pagare dai contadini due staia di grano per soddisfare tasse ed interessi che un po’ prima avevano soddisfatto con un sol staio. Per combattere queste manovre del mercato del metalli bisogna capire che cosa sia la moneta. La moneta è oggi un disco di metallo o una striscia di carta che serve di misura ai prezzi e che conferisce, a chi la possegga, il diritto di ricevere in contraccambio qualsiasi merce offerta sul mercato sino al prezzo pari alla cifra indicata sul disco o sulla striscia, senza altra formalità che il trasferimento della moneta da mano in mano. Cioè la moneta è qualche cosa di diverso da uno scontrino speciale come un biglietto di ferrovia o di ingresso al teatro. Questa universalità conferisce alla moneta certi privilegi che lo scontrino speciale non può possedere. Su quei privilegi ritornerò un’altra volta. Oltre a questa moneta tangibile, esiste una moneta intangibile, chiamata «moneta di conto», che serve nelle operazioni bancarie, e di contabilità Questa insostanzialità deve essere trattata in una discussione del credito piuttosto che in un trattato sulla moneta. Nostro bisogno immediato è di chiarire le idee correnti a proposito della cosidetta «moneta-lavoro» e di precisare che la moneta non può essere «simbolo di lavoro» senz’altra qualifica. Può essere «certificato dí lavoro compiuto» a condizione che questo lavoro sia fatto dentro un sistema. La validità del certificato dipenderà dall’onestà del sistema, e dalla competenza di chi certifica, e bisogna che il certificato indichi un lavoro utile, o almeno piacevole, alla comunità. Un lavoro non già compiuto servirebbe piuttosto come componente del credito che come base ad una moneta propriamente intesa. In un senso metaforico si potrebbe chiamare il credito: «tempo futuro della moneta». Tutta la perizia delle zecche è stata adoperata per garantire la quantità e qualità del metallo nelle monete metalliche; non minori precauzioni saranno necessarie per garantire, la quantità qualità e l’opportunità del lavoro che servirà come base alla moneta da chiamarsi moneta-lavoro. Le stesse frodi di contabilità adoperate dagli strozzini nel passato per frodare il pubblico nel sistema monetario metallico, saranno, naturalmente tentate dagli strozzini di domani contro la giustizia sociale, sotto qualsiasi sistema di moneta che verrà istituita, e con uguale probabilità di successo finché la natura e i modi di questi processi siano chiaramente compresi dal pubblico o almeno, da una minoranza sveglia ed efficiente. Un solo pantano sarebbe asciugato colla creazione della moneta-lavoro. Voglio dire che i vantaggi del sistema aureo vantati dai banchieri sono vantaggi ai banchieri soli, e, in verità, di una sola parte dei banchieri. La giustizia sociale domanda uguali vantaggi a tutti. Il vantaggio della moneta-lavoro deriva principalmente da un fatto solo. Il lavoro non è monopolizzabile. E da questo solo fatto deriva l’accanita opposizione; tutto il chiasso, naturale ed artificiale che emana dal campo degli strozzini, internazionali ed autoctono. L’idea che il lavoro può servire di misura dei prezzi fu corrente già nel settecento, e fu chiaramente esposta da Benjamin Franklin. In quanto alla monopolizzabilità: nessuno è tanto scemo da lasciare il suo proprio conto di banca in balía altrui, ma nazioni, ed individui, ed industriali, «uomini d’affari» sono stati prontissimi e proclivi a lasciare il controllo delle monete nazionali, e della moneta internazionale nelle mani dei più fetidi rifiuti dell’umanità ivi compresi i padroni di Churchill e i ruffiani della cricca Rooseveltio-Baruchiana.
Il lavoro non è monopolizzabile.
La funzione del lavoro come misura comincia ad essere capita. Il pubblico italiano ha avuto opportunità di leggere chiare esposizioni del processo, come per es. quando «Il Regime Fascista» racconta che l’operaio russo deve pagare trecento ottant’ore lavoro per un soprabito che un operaio tedesco può comprare con solo ottant’ore. Un scritto di Fernando Ritter su il «Fascio» di Milano, in data del 7 Gennaio corrente, parla della moneta non in terminologia astratta, e parole generiche come «Capitale e finanza» ma in termini di grano e concime. In quanto alla validità della moneta primitiva ovvero la cambiale scritta su cuoio, C. H. Douglas ha lasciato la frase lapidaria: era buona quando l’uomo che emetteva la cambiale promettendo un bue, possedeva il bue. Il certificato di lavoro compiuto sarà ugualmente valido quando l’utilità del lavoro compiuto sia onestamente stimata da autorità competenti. È da ricordare che la terra non ha bisogno di ricompense monetarie per le ricchezze strappatele. La natura provvede con meravigliosa efficacia che la circolazione dei capitali e derivanti materiali si mantenga, e che quello che dalla terra viene, alla terra ritorni, con aulico ritmo, malgrado ingerenze umane.
TOSSICOLOGIA DELLA MONETA
La moneta non è prodotto della natura ma dell’uomo. È l’uomo che ne ha fatto uno strumento malefico, per mancanza di previdenza. Le nazioni hanno dimenticato le differenze fra animale, vegetale e minerale ovvero la finanza le ha fatto rappresentare tutte tre categorie naturali con un solo mezzo di scambio, negligendo di prendere in considerazione le conseguenze di tale atto. Il metallo dura, ma non si riproduce. Seminando l’oro non si raccoglie oro moltiplicato. Il vegetale esiste quasi per sé ma la coltivazione ne aumenta la sua riproduzione naturale. L’animale fa il suo contraccambio col mondo vegetale, concime contro cibo. L’uomo ammirando il lustro d’un metallo ne ha fatto catene. Poi egli inventò una cosa anti-naturale, ovvero fece una rappresentazione falsa, una rappresentazione del mondo minerale che segue la legge dei mondi vegetale e animale. L’ottocento, infame secolo dell’usura, andò oltre, creando una specie di messa nera della moneta. Marx e Mill, malgrado le loro differenze superficiali, sono d’accordo nell’attribuire alla moneta stessa proprietà quasi religiose. Si è perfino parlato dell’energia «concentrata nella moneta», come si parla della divinità nel pane benedetto. Ma il pezzo di cinquanta centesimi non ha mai creato la sigaretta o il pezzettino di cioccolato che usciva dalla macchina automatica. La durabilità conferiva al metallo certi vantaggi commerciali, che le patate e i pomodori non posseggono. Chi possiede metallo può aspettare il momento buono per scambiarlo contro merce meno durevole. Quindi i primi strozzinaggi da parte dei detentori dei metalli, e specialmente dei metalli che scarseggiano e non sono soggetti alla ruggine. Ma oltre questa potenzialità di agire ingiustamente che la moneta metallica assorbiva dall’essere metallo, l’uomo ha inventato una carta munita di tagliandi per fornire un quadro più visibile dell’usura. E l’usura è un vizio o reato condannato da ogni religione e da ogni moralista antico. Per es., nel De Re Rustica di Catone troviamo questo frammento di dialogo.
«E cosa pensate dell’usura?». «Cosa pensate, voi, dell’assassinio!» Shakespeare: «Il tuo oro è forse pecore e montoni?»
No! la moneta non è radice del male.
La radice è l’avarizia, la brama del monopolio. «Captans annonam, maledictus in plebe sit!» tuonò Sant’Ambrogio: monopolizzatori del raccolto, maledetti fra il popolo!. La possibilità d’agire con ingiustizia fu già conferita ai detentori d’oro all’alba della storia. Ma quel che l’uomo ha creato, egli può disfare. Basta creare una moneta che non goda la potenzialità di aspettare nel forziere fino al momento che favorisce il detentore della detta moneta, e le possibilità di strozzare il popolo per mezzo della moneta, coniata o stampata, spariranno quasi da sé.
L’idea non è nuova.
I vescovi del medioevo già emettevano una moneta che fu richiamata alla zecca per essere riconiata alla fine d’un periodo definito. Gesell, tedesco, ed Avigliano, italiano, quasi nello stesso tempo ideavano un mezzo ancora più interessante per arrivare ad una maggior giustizia economica. Essi proponevano una moneta carta sulla quale fu obbligo d’affiggere una marca del valore dell’un per cento del nominativo al principio di ogni mese. Il sistema ha dato risultati così lodevoli in zone ristrette che un popolo chiaroveggente ha il dovere di meditarci sopra. Il mezzo è semplice. Non sorpassa le capacità intellettuali d’un contadino qualsiasi. Tutti sono capaci d’affiggere un francobollo alla busta d’una lettera, o una marca da bollo a un conto d’albergo. Un vantaggio di questa tassa su tutte le altre tasse è che non può incidere che sulle persone che hanno in tasca, al momento dell’incidenza, danaro d’un valore cento volte più grande della tassa stessa. Un altro vantaggio è che non impedisce le operazioni di commercio, né di fabbricazione; cade solamente sulla moneta superflua, ovvero su la moneta che il detentore non è stato obbligato a spendere nel corso del mese precedente. Come rimedio dell’inflazione, i suoi vantaggi devono essere immediatamente comprensibili. L’inflazione consiste in una superfluità della moneta. Col sistema gesellista ogni emissione di biglietti si consuma in cento mesi, cioè in otto anni e quattro mesi, ovvero porta al fisco una somma uguale all’emissione originale della moneta. Le spese dei vari uffici adesso incaricati di strappare imposte al pubblico potrebbero ridursi al minimo e quasi sparire. Gli impiegati non vanno in ufficio per divertirsi. Si potrebbe dare loro opportunità di andar a spasso, o ad alzare il livello culturale del loro ambiente, anche pagando i loro stipendi attuali senza diminuire la ricchezza materiale d’Italia d’un solo staio di grano, o d’un litro di vino. A chi non piace lo studio, sarebbe concesso il tempo di produrre qualche cosa d’utile. Un grande errore dell’economia detta liberale è stato l’oblio della differenza fra cibo, e quel che non si può mangiare, né adoperare come vestito. Un realismo repubblicano richiamerebbe l’attenzione pubblica su certe realtà basilari. Un mezzo scemo, Philip Gibbs, scrivendo dell’Italia agli anglo-assassini, non capisce cosa si può fare con un prodotto che non si vende. L’idea d’adoperare il prodotto non entra nella psicologia bolscevico-liberale.








