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Ultimo estratto dall’Uomo libero n°48 – dicembre 1999 “contro il dio denaro” – Metamorfosi degli strumenti economici dalla origini alla tirannide mondialista.

IL DENARO E LA RICCHEZZA

Così abituati al condizionamento costante del denaro – ogni cosa dipende dal denaro, tutto il tempo deve essere dedicato a lui, l’intera esistenza deve essere sacrificata per lui – può apparire naturale considerarlo come un bene, anzi come il bene primario.

Può essere quindi istintivo oggi identificare il denaro con la ricchezza. La ricchezza è disponibilità di beni. Per bene si intende qualcosa che soddisfa una necessità – o che può procurare un piacere – e al tempo stesso appaga l’istinto umano alla proprietà.

Una casa è un bene, e rimane casa, con le stesse stanze, la stessa posizione, gli stessi muri, anche in tempo di crisi economica o di inflazione, anche dopo decenni. Un sacco di frumento può essere utilizzato per far pane, da esso possono derivare un tot di pagnotte, sempre lo stesso numero sia che le quotazioni della Borsa salgano, sia che scendano.

Una somma di denaro segue invece le regole convenzionali che di volta in volta si stabiliscono, e a farlo non sono certamente gli individui, né i popoli, né i governi, ma i banchieri e le forze della finanza internazionale.

Gioco di valute e inflazione creano situazioni sempre differenti, incerte e spesso imprevedibili. Chi avesse fatto l’errore di mettere da parte vent’anni fa cento milioni di lire, oggi si ritroverebbe una somma di valore più che dimezzato; chi allora avesse invece congelato l’equivalente in marchi oggi si ritroverebbe, convertendolo in lire, un valore notevolmente incrementato. In certi paesi dell’America Latina la cifra che a gennaio serve per comperare un’automobile, a dicembre è sufficiente appena per un biglietto del treno.

Una vicenda accaduta recentemente ad un mio conoscente è particolarmente chiarificatrice sul rapporto tra denaro e ricchezza. Avendola ereditata, aveva iniziato la ristrutturazione dell’antica casa di famiglia. Mentre spostava una vecchia e pesantissima madia, appoggiata ad una parete chissà da quanto tempo, su un muro apparve un mattone un po’ sconnesso. Fu sufficiente toccarlo perché si muovesse. Una volta estratto, nel buco comparve un piego di carte. Si trattava di banconote italiane degli anni Trenta, minuziosamente arrotolate, e di documenti concernenti la vendita di un terreno. Il nonno del mio conoscente, venditore di quel terreno, aveva riposto lì il suo «tesoro» e la sua morte improvvisa gli impedì di utilizzare quella somma.

Si trattava di un gruzzolo considerevole: all’attuale potere di acquisto della lira sarebbero stati circa due miliardi. Il nipote, recatosi in banca per informarsi su cosa si potesse fare in casi del genere, scoprì che, dopo una complessa trafila burocratica, la Banca d’Italia era disposta a sostituire le banconote con altre in corso, di pari valore nominale. Meno di mezzo milione.

Se quel terreno non fosse stato venduto, il mio conoscente lo avrebbe ereditato; avrebbe ereditato una ricchezza, così come se al posto delle banconote il nonno avesse nascosto dei lingotti d’oro o dei preziosi. Invece, lo sbigottito nipote si è ritrovato tra le mani poco più di carta straccia.

In effetti, per gli individui e per i popoli, nonostante le mille metamorfosi che ha avuto, il denaro è rimasto sempre un puro e semplice strumento economico legato ad un tempo assai limitato e soggetto alle particolari situazioni del momento; quindi non un bene in sé, ma solo un mezzo di valore momentaneo per acquistare o vendere beni reali. Convenzionalmente, denaro può essere oggi la lira, ieri l’ecu, domani l’euro, può cambiare valore, può essere sostituito da titoli, cambiali o altro.

Quando in Italia, negli anni Settanta, la circolazione di monetine risultò insufficiente per la necessità dei piccoli pagamenti – soprattutto per i pedaggi autostradali, l’acquisto di giornali o per le consumazioni al bar – fu messa in circolazione dalle banche una enorme quantità di «miniassegni» da 50, 100, 150 e 200 lire. Questi furono per anni utilizzati, assieme a gettoni telefonici e francobolli, come denaro e circolarono liberamente.

Mezzi di pagamento diversi dai soldi «ufficiali» sono stati inoltre spesso usati e abbiamo notizia che circolano oggi in Italia, in Svizzera e in altre Nazioni sotto forma di ticket, monete locali, buoni acquisto o altro. È sufficiente che un certo numero di cittadini, aziende o associazioni siano disposti ad accettarla che cominciano a funzionare esattamente come il denaro.

Convenzionalmente si può, invece, stabilire di sostituire, nel mercato delle granaglie, sacchi di farina con sacchi di sabbia?

«Nel 1929 gli americani che avevano investito nella borsa di New York si ritenevano ricchissimi, ma bastò che qualcuno non credesse più nel valore di quelle azioni trascinando a valanga tutti gli altri, perché quella ricchezza si rivelasse per ciò che era: carta straccia. L’unico utilizzo ragionevole che se ne potè fare fu di incorniciarla a ricordo di una pazzia collettiva. Il valore di una mucca invece, per quanto possa variare, non può essere ridotto a zero, ci ricaverò sempre del latte o, alla mala parata, ne farò bistecche».

Nei recenti giorni della svalutazione del rublo, per le strade di Mosca si è vista gente pagare i propri acquisti con uova e bottiglie di vodka.

Nel III secolo, sotto l’Impero di Settimio Severo, la grande inflazione costrinse a sostituire molti pagamenti – per esempio le paghe ai soldati – con beni in natura.

È peraltro interessante osservare come oggi l’uso insistente di surrogati dei soldi cui abbiamo sopra accennato – ticket e buoni acquisto – indichi in maniera evidente la necessità di riavvicinarsi a forme che si avvicinano più al baratto che ad una normale circolazione monetaria: un buono-pasto è un bene concreto non soggetto a inflazione o speculazioni, così come un maglione, litri di benzina o qualsiasi altra merce.

Non vogliamo certo affermare che il denaro debba essere distrutto sic et sempliciter né dar corpo a nostalgie degli antichi baratti. Riteniamo invece che i soldi debbano tornare al loro originario ruolo di strumento di scambio, emesso a servizio del popolo, gestito nell’interesse nazionale e sottratto ai tentacoli della speculazione internazionale. Sosteniamo che l’economia deve essere strettamente sottoposta al controllo politico e di tutte quelle categorie che ogni popolo sceglie a propria guida e per propria tutela.

Non è impossibile e probabilmente non sarebbe nemmeno difficile se si ponesse mano a far ordine tra valori, principi e priorità, avendo ben chiari in mente gli interessi e la qualità della vita dell’uomo.

Anche se oggi può sembrare incredibile, il denaro non è sempre esistito; come abbiamo visto, non esisteva negli antichissimi regni, è quasi scomparso per mille anni, nel Medioevo, non esisterebbe ancor oggi in gran parte del cosiddetto Terzo Mondo se non fossero arrivati i «liberatori» a portar dollari, malcostume e corruzione, distruggendo secolari economie autosufficienti.

Eppure in quegli antichissimi regni e nel Medioevo gli uomini son vissuti lo stesso: han mangiato, si son vestiti, han fatto figli, hanno amato, gioito e patito, si son divertiti ed hanno lottato per la sopravvivenza, hanno dipinto e suonato, han pensato e scritto, hanno accumulato ricchezze, anche senza denari da guadagnare e spendere.

Le terre han continuato anche allora ad avere padrone, contadini per coltivarle e fattori per organizzare il lavoro; i pagamenti avvenivano in natura, dividendo i frutti dei campi. L’istituto della mezzadria, erede di medievali contratti di lavoro è sopravvissuto sino alla prima metà di questo secolo e non son pochi a rimpiangerlo. Era un’economia sostanzialmente autarchica, cooperativistica e tranquilla; senza grossi scossoni, c’erano solo da temere le bizze del tempo, ma per superare le brutte conseguenze della siccità o della grandine subentrava sempre quel solidarismo di gruppo oggi così obliterato.

Dalla Rivoluzione industriale ad oggi, l’era del denaro virtuale, della globalizzazione, del potere mondialista è stata tutta una divaricazione tra ricchi e poveri con la quale i ricchi divengono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e più numerosi. Non a caso l’elemento più appariscente dell’attuale sviluppo economico è la disoccupazione. Un elemento destinato nei prossimi anni ad assumere toni sempre più drammatici e devastanti.

Ha recentemente scritto Francesco Alberoni: «In realtà, se riflettiamo, ci accorgiamo che l’occupazione non cresce, anzi diminuisce. Che la ricchezza aumenta, ma per pochi e la povertà per molti. Che la qualità della vita peggiora. E crescono dovunque l’insicurezza, la violenza, la criminalità. La globalizzazione non ha prodotto uno sviluppo uniforme dell’economia. Ha fatto esplodere il capitalismo finanziario a spese di quello imprenditoriale. Non nascono milioni di nuove imprese produttive, non cresce una borghesia legata alla nazione, al territorio, alla città. I capitali corrono dove vi sono opportunità di profitti speculativi, spesso producendo paurose devastazioni umane e sociali».

«Il capitalismo, come sistema sociale, è formato di tre parti. Una puramente economica, speculativa, che non si preoccupa d’altro che del profitto. Questa non è capace di creare la solidarietà, le norme sociali, i valori che tengono unita la società. Da sola disgrega le nazioni, le comunità, la famiglia, produce anarchia e violenza. Poi ne esiste un’altra, rappresentata dagli imprenditori radicati nella propria comunità, con un ‘etica del lavoro, con un forte senso di responsabilità verso la propria impresa, i propri dipendenti. Che non mirano solo al guadagno ma anche al prestigio, al riconoscimento sociale. E infine vi è la terza parte formata dai movimenti che ricostituiscono la solidarietà sociale, i valori, gli ideali».

Mentre le società tradizionali cercavano al loro interno di realizzare una organicità attraverso la quale integrare, sostenere e collegare tutti i suoi differenti elementi – ricchi, lavoratori, intellettuali, artisti, militari, amministratori, magistrati, religiosi, ecc. – l’attuale scenario prevede un solo elemento: il grande magma dei consumatori. Il sistema non prevede ricchi, benestanti e detentori di un reddito sufficiente, ma grandi, medi e piccoli consumatori; i mestatori del denaro, i grandi finanzieri, non sono gli odierni ricchi, ma i detentori del nuovo potere.

Il ricco e il benestante possiedono delle proprietà, il consumatore è un tramite, semplicemente uno strumento necessario alla circolazione vorticosa di prodotti e soldi.

***

In passato il possessore di ricchezza si identificava con il proprietario terriero, o di immobili, o di aziende produttive ben radicate nel tessuto sociale e nazionale. Oggi quella figura è offuscata nell’immaginario collettivo dal detentore di denaro: dal finanziere, dal manager di successo, dal giocoliere delle Borse, dalle multinazionali che acquistano e vendono – valuta, azioni, aziende – con estrema disinvoltura e velocità.

Ma esiste un fossato profondo tra l’odierno denaro e quella ricchezza che è sempre stata una componente presente nelle società. Oggi, per procurarsi soldi, molti soldi, occorre esser più furbi degli altri, maestri in ogni tipo di speculazione. Mai guardarsi indietro o pensare agli altri. Nel passato la ricchezza veniva acquisita principalmente per meriti d’altro tipo: militari, organizzativi, lavorativi, scientifici, politici. Essa si creava all’interno di una realtà sociale e con tale realtà conservava un rapporto diretto e continuativo.

Nei possedimenti dei «signorotti» lavorava un gran numero di contadini, all’interno dei palazzi trovavano impiego maggiordomi, giardinieri, camerieri, cuochi, guardarobiere, cocchieri, stallieri, sguatteri e quant’altri. L’esistenza di queste ricchezze faceva lavorare artigiani ed artisti. In questi borghi il benessere era di gran lunga maggiore che in quelli dove non c’erano signori da servire. E il legame che stringeva i lavoratori ai benestanti era reciproco. A cosa potevano infatti servire i campi senza braccia per coltivarli e i palazzi senza personale per la sua manutenzione?

I ricchi, certamente, potevano essere saggi o arroganti, magnanimi o pusillanimi, ma erano sempre lì, con la loro faccia, coi loro possedimenti, gente tra la gente di quella società. Di fronte alle angherie dei peggiori di loro ci si poteva anche ribellare, come spesso è avvenuto e, forconi in mano, andare all’assalto dei loro palazzi.

Qual è invece la faccia delle multinazionali, che oggi speculano, comprano, vendono, chiudono aziende con migliaia di dipendenti, lasciando dietro di sé, con la massima indifferenza, disoccupazione e gravi problemi sociali? Verso quale palazzo i disperati del 2000 potranno recarsi coi loro forconi e la loro legittima rabbia?

Analogo ragionamento si può fare a proposito dell’attuale circolazione monetaria.

Quando un cittadino spende il proprio denaro – per fare acquisti, o per pagare un servizio – presso un negozio, o un artigiano o un professionista del proprio paese, a livello locale non avviene nulla più di uno scambio e la ricchezza di quella micro-economia non subisce alterazioni.

Il denaro che è finito nelle tasche di quel bottegaio, o di quell’artigiano o di quel professionista, se analogamente sarà speso per fare acquisti nello stesso paese, direttamente o indirettamente, è destinato a ritornare anche a quel cittadino.

Si genera così un indotto micro-economico che consente ad ogni componente sociale di sviluppare il proprio lavoro, cioè di costruire beni vendibili ricavandone un guadagno in grado di trasformarsi in altri beni a lui necessari o utili.

Osserviamo invece cosa avviene oggi sempre più di frequente. Sorgono ovunque centri commerciali e mega supermercati di proprietà multinazionale presso i quali le merci sono vendute a prezzi più convenienti che nei negozi locali. Il cittadino si reca a fare i propri acquisti in questi centri, convinto di fare un grand’affare. Egli pensa di aver realizzato un utile pari alla differenza tra il prezzo pagato e quello proposto dal negozio del proprio paese. In effetti si sbaglia, egli ha compiuto un impoverimento dell’economia locale entro la quale vive e lavora, pari all’intera cifra spesa. Quei soldi non gli potranno mai rientrare in tasca. Gli utili di quei commerci finiscono in un’altra Nazione ad accrescere il potere di qualche gruppo finanziario e di qualche banca.

***

Altro incolmabile fossato che separa la ricchezza dal moderno denaro è rappresentato dal tipo di individui che li impersonano, dalle loro aspirazioni, dal loro modo di gestire la propria vita.

Nella società pre-industriale chi avesse raggiunto con la propria attività lavorativa soddisfacenti risultati – spesso anche il mercante e l’uomo d’affari -generalmente investiva i propri averi in proprietà terriere o immobiliari, capaci di fruttargli una decorosa rendita, e cercava, come si diceva, di «ritirarsi in campagna». Con ciò, in età ancora decente e in buona salute, si dedicava ad interessi culturali, scientifici e a coltivare quelle relazioni affettive e sociali che erano state sacrificate negli anni di lavoro.

L’uomo del moderno denaro è l’esatto opposto di questo tipo di benestante. Non si pone mai un limite all’accumulo e, soprattutto, non scende mai di sella. Si impasticca di sostanze chimiche pur di essere sempre vigile. In campagna ci manda moglie e figli, ma lui rimane perennemente in attività, anche perché sa bene che le rendite di un impero finanziario non sono tranquille e durature se non rinverdite continuamente da nuove e più ardite speculazioni. Non scende mai di sella: la veneranda età di certi manager della finanza ci fa ritenere che il sogno di questi individui sia quello di morire di vecchiaia mentre ancora fanno di conto o, oggi, digitano qualche compra-vendita di titoli sulla tastiera del loro computer.

La ricchezza, per essere tale e per essere riconosciuta utile e legittima da un popolo, deve avere i requisiti della stabilità e del radicamento; il denaro oggi invece si configura sempre più come elemento incontrollabile e volatile, incapace di riconoscere confini nazionali o continentali, di rispettare leggi, di appartenere a categorie o Nazioni.

Fino ad un certo punto almeno le banconote furono ancorate ad un valore aureo: presso le banche di emissione dovevano essere depositati lingotti d’oro equivalenti alla carta-moneta messa in circolazione.

Ancora nel luglio 1944, con gli accordi di Bretton Woods, contemporaneamente all’istituzione del Fondo Monetario Internazionale, si ribadì la convertibilità del dollaro statunitense in oro, imponendo questa moneta come denaro internazionale e come strumento di riserva delle Banche centrali di tutti gli altri Paesi.

Il 15 agosto 1971 il presidente americano Richard Nixon, nel corso di un discorso televisivo, annunciò che gli Stati Uniti sospendevano sine die la convertibilità in oro del dollaro. Da allora tutte le banconote – giacché a livello internazionale direttamente o indirettamente le monete di tutti i paesi erano strettamente vincolate al dollaro – come tutta la gran massa di quasi-denaro circolante, presero il loro volo incontrollato verso atmosfere rarefatte, lontane dalla realtà dei popoli e degli uomini.

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ago 242010

Dall’Uomo libero n°48 – dicembre 1999 “contro il dio denaro” – Metamorfosi degli strumenti economici dalla origini alla tirannide mondialista.

LA TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN PROMESSA DI PAGAMENTO E IN DENARO VIRTUALE

Dal momento in cui le banche cominciarono a stampare banconote in misura superiore alle proprie riserve auree ed argentee, il denaro perde ogni valore intrinseco e si configura semplicemente come atto di fiducia nel sistema economico e nel domani: una vera e propria ottimistica scommessa sul futuro. E scommessa è tutta la gran massa di quasi-denaro che va a formare il grosso del circolante del mondo. I titoli di Stato – BOT, CCT, BTP, ecc. – possono essere un azzardo; quante volte un governo li ha dovuti «congelare», se non addirittura annullare, per sopperire a una catastrofe militare o istituzionale, o a una crisi finanziaria provocata dall’azione speculativa di forze private? Le azioni e le obbligazioni sono un investimento sull’attività – quindi sui guadagni – che un’azienda si presume farà domani; basta osservare l’andamento quotidiano delle Borse per rendersi conto di quanto questa massa di titoli sia effimera e di valore instabile. Le cambiali, le tratte, le Riba sono semplicemente delle promesse di pagamento sul cui buon esito pesano enormi rischi che vanno dai possibili dissesti dei debitori alla loro stessa salute fisica.

Seguendo la stessa logica che ha come punti cardine l’insicurezza e la speculazione, nel mercato mondiale del denaro viene immessa una enorme massa di «contratti a termine» e di investimenti su attività future: Derivati, Futures, Hedges, Knock-out e «depositi trasnazionali». Questi ultimi rappresentano circa 8000 miliardi di dollari. Il Governatore della Banca d’Italia, nella sua relazione del 1996 ha affermato: «Questi 8000 miliardi di dollari sono più del prodotto lordo degli Stati Uniti, una volta e mezzo il valore delle esportazioni mondiali di merci; sono fuori dal controllo diretto delle Banche centrali e la loro velocità di circolazione è esaltata dal ricorso ai prodotti derivati».

«In realtà Derivati, Futures, Hedges, Knock-out sono opzioni su opzioni su opzioni, scommesse su scommesse su scommesse, speculazioni sulla speculazione e sulla speculazione delle speculazioni, transazioni su simboli di simboli di simboli, moltiplicazioni di moltiplicatori in avviamento all’insù, verso un futuro, che teoricamente non ha limite»

L’enorme massa di denaro e quasi-denaro per la sua stessa dimensione si configura come entità sganciata dalla realtà. Non ci sono, in tutto il mondo, merci e beni sufficienti per poter essere comprati dal circolante oggi esistente. «Nel 1971, il 90% delle transazioni finanziarie internazionali riguardava l’economia reale – investimenti commerciali o a lungo termine – e il 10% era invece speculativo. Nel 1990 le proporzioni si sono rovesciate e nel 1995, in presenza di un movimento di capitali complessivamente molto maggiore, la componente speculativa ha raggiunto circa il 95%, con flussi quotidiani regolarmente superiori alle riserve complessive in valute estere delle sette maggiori potenze industriali (oltre mille miliardi di dollari al giorno) e scambi a brevissimo termine (circa l’80% dei capitali faceva “andata e ritorno” entro una settimana) ».

Giano Accame, nel suo ultimo libro, afferma: «Alla fine del 1997 il circolante degli Stati Uniti raggiungeva appena il valore di 475 miliardi di dollari. Intendiamoci: è una grossa cifra. Ma è un’inezia rispetto alla quantità strabiliante di dollari virtuali di cui abitualmente si parla e su cui gioca la speculazione finanziaria». Sempre al 1997 la liquidità internazionale è stata valutata sui 9.000 miliardi di dollari e i prodotti finanziari derivati (il quasi-denaro) hanno raggiunto la cifra di 60.000 miliardi di dollari.

Il denaro è divenuto il mezzo più semplice per produrre denaro. Non più il lavoro, non più le rendite immobiliari, non più gli stessi commerci, ma il maneggio dei soldi e dei quasi-soldi.

«Non è ricco chi lavora, ma chi lavora col denaro» ha scritto Alain Minc.

Sono sempre più numerose le ditte che traggono più utili dalle operazioni finanziarie che dalle proprie produzioni, o servizi, o attività commerciali.

Le multinazionali hanno da tempo iniziato a comperare aziende di ogni tipo, anche palesemente passive o dal valore effimero, esclusivamente per conquistarsi nuovi punti operativi per le proprie operazioni finanziarie. È un sistema che ricorda sempre più da vicino l’operato delle organizzazioni mafiose e camorriste che, per riciclare il proprio denaro «sporco», acquistano con la massima disinvoltura catene di ristoranti, negozi, aziende e quant’altro sia in grado di inserirle nella realtà sociale con ufficialità e con una faccia presentabile.

L’informatizzazione dei sistemi di comunicazione ha offerto il trampolino di lancio definitivo per il denaro virtuale e la sua vorticosa autogenerazione. L’inserimento dei computers nelle strutture finanziarie e bancarie non ha sempre rappresentato uno snellimento operativo in termini pratici: a livello di filiale di banca, di piccolo conto corrente, di operazioni effettuate dagli individui e concernenti esigenze lavorative, pratiche, concrete, le cose si sono spesso complicate, ed i tempi allungati. È addirittura paradossale assistere a quel che avviene – anzi, che non avviene – ad uno sportello bancario quando il computer va in panne o c’è interruzione di corrente elettrica: l’assoluta mancanza di supporti cartacei e delle vecchie schede aggiornate, operazione dopo operazione, a mano, crea in queste circostanze – che non sono rare – la paralisi totale e un senso di grande smarrimento. Lo stesso dicasi quando si deve andare alla ricerca di un errore, o si deve effettuare semplici operazioni come il richiamo o spostamento di una ricevuta bancaria: ieri erano realizzabili anche ventiquattr’ore prima della data di scadenza, oggi si richiede almeno un mese. Luttwak conferma che questo tipo di inconvenienti sono stati riscontrati anche nella «grande» America: «Negli uffici amministrativi, che rappresentano una voce importante di qualunque economia moderna, sono state introdotte sempre più apparecchiature elettroniche senza tuttavia riscontrare un corrispondente aumento della produttività».

Ma la stessa logica-illogica che ha portato a complicare cose semplici e funzionanti, ha anche potenziato enormemente la velocità degli scambi di valuta, titoli e le altre mille forme del circolante. Da una parte all’altra del mondo; dal più piccolo e isolato paese alle più grandi metropoli; in tempo reale. Con l’utilizzo di pochi byte, di pochi impulsi elettronici, inviati da un computer.

Senza spostare un solo foglio di carta, senza dover trascrivere le operazioni su un qualsiasi registro. Senza, soprattutto, che dietro queste fulminee operazioni debba esserci alcunché di reale: né merci, né beni, né realtà immobiliari. Il denaro virtuale, chiamato anche denaro finanziario, non serve per acquistare nulla, non è utilizzato per essere speso, è solo uno strumento di guadagno fine a se stesso. Denaro inventato dal nulla che inventa nuovo denaro.

Nel gioco delle valute, nel giro di qualche ora, è normale che a seguito di «sapienti» operazioni via computer del tipo vendita-acquisto-vendita, il miliardo della sera diventi notte tempo un miliardo e due, o un miliardo e tre, la mattina. Quel che rimane di tutta l’operazione sono solo i due-trecento milioni di denaro inventato e da subito pronto per nuovi scambi, spostamenti, speculazioni.

«Nel 1992 George Soros con una speculazione sulla lira costrinse il nostro Paese a uscire dallo Sme. [...] Poco dopo, utilizzando anche gli enormi profitti fatti sulla lira, Soros, vendendo sterline per un intero pomeriggio, seguito da altri speculatori, mise in ginocchio in sole sei ore la Gran Bretagna nonostante il governo inglese avesse alzato del due percento il tasso di sconto nel disperato tentativo di salvare la sterlina». Con la speculazione sulla sterlina, George Soros realizzò un profitto di un miliardo di dollari in un sol giorno.

«È l’ora della moneta elettronica. [...] Il denaro che viaggia su computer, e che viene comprato e venduto mille volte al giorno, trova un supporto cartaceo e scritturale solo in un secondo tempo, alla fine delle operazioni, quando ha già spostato equilibri economici e sociali, fatto e disfatto fortune. [...] Tutto ciò si chiama Finanza virtuale globale».

Col suo vertiginoso circolare il denaro virtuale si sottrae ad ogni controllo di Banche centrali e Stati nazionali.

Ha scritto Saskia Sassen, considerata la più autorevole esponente della sociologia urbana americana: «La velocità a cui operano le nuove tecnologie sta creando ordini di grandezza, per esempio nel mercato delle valute estere, che eludono la possibilità di regolazione da parte degli organi di vigilanza privati o pubblici». Ed ancora, «Il mercato delle valute estere che opera in gran parte nello spazio elettronico, ha raggiunto volumi dell ‘ordine dei 3000 miliardi di dollari al giorno, dimensioni che rendono le banche centrali del tutto incapaci di esercitare sui tassi di scambio il controllo che da loro ci si aspetterebbe».

E più circola, più il denaro si moltiplica. E più si moltiplica più si allontana dalla realtà economica degli uomini, eppure acquista forza e potere.

È come se intorno al globo si fosse creato un anello simile a quelli di Saturno, formato però non da particelle gassose o ghiacciate, ma illusorie, impalpabili, quasi metafisiche. Un anello capace di avviluppare tutto il mondo, di controllarlo, di sfruttarlo in ogni angolo remoto e in ogni risorsa possibile.

Della gran massa di denaro e quasi-denaro circolante solo una infima parte riguarda la vita reale degli uomini, la loro economia quotidiana. Della torta finanziaria solo le briciole raggiungono le tasche dei cittadini.

Le banconote esistenti in tutto il mondo sono una infinitesima parte del denaro scritturale e del quasi-denaro in circolazione. In Italia, a fronte di poco più di 100.000 miliardi di banconote in circolazione, ci sono debiti (o crediti) bancari per oltre 1.200.000 miliardi. «Con l’arrivo del turbocapitalìsmo, il mercato dei titoli e le diverse attività bancarie crescono molto più rapidamente rispetto all’economia reale, fatta di aziende agricole, stabilimenti industriali ed esercizi commerciali».

E col denaro si acquista di tutto, cose utili ed inutili. Siamo alla grande fiera del consumismo.

In questo secolo, fatto più unico che raro, abbiamo assistito all’acquisto, terreno dopo terreno, addirittura di una Nazione. La costituzione dello Stato d’Israele è stata preceduta per decenni dall’accaparramento di campi ed aree edificabili da parte di enti sionisti e singoli ebrei facoltosi. «Nel 1925 gli ebrei sono già in possesso del 10% delle terre e la continua richiesta fa salire vertiginosamente la quotazione degli appezzamenti agricoli. La disparità economica delle due etnie è tale che, a questo punto, agli arabi è possibile unicamente vendere ».

Quando la gran massa di denaro esistente supera di molto il valore di tutte le merci, di tutti i beni, di tutti gli immobili esistenti al mondo, cosa rimane da comperare? Rimangono solo gli uomini. E gli uomini, infatti, in percentuali sempre più grandi, sono condizionati da questo potere in ogni aspetto della vita, in ogni atteggiamento, in ogni comportamento. Sono questi, i moderni schiavi, l’oggetto finale del potere planetario del dio denaro.

Il teologo Giuseppe Mattai ha recentemente parlato dei «limiti dell’economia di carta, sempre più virtuale e sempre meno legata alle attività reali, produttive». «In Borsa c’è una situazione di grande scorrettezza etica, di non libertà del mercato, di carente trasparenza nelle informazioni e della loro manipolazione, di profìtto eretto a norma suprema di una economia virtuale che non produce beni, ma trasferisce solo titoli di ricchezza da chi ne ha pochi a quelli che già ne possiedono tanti». Dopo tante pesanti compromissioni da parte della gerarchia ecclesiastica con banche, giochi valutari, speculazioni finanziarie e usura, era ora che anche da parte cattolica qualcuno mostrasse di comprendere ciò che sta avvenendo.

continua con il prossimo paragrafo


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ago 232010

Dall’Uomo libero n°48 – dicembre 1999 “contro il dio denaro” – Metamorfosi degli strumenti economici dalla origini alla tirannide mondialista.

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I VALORI CALVINISTI

Max Weber, con grande perizia, ci ha mostrato come si sia formato e sviluppato lo spirito del capitalismo moderno. Nasce col denaro, si forma nel commercio ed esplode all’interno della società come volontà di dominio, sovvertendo i rapporti tra le categorie sociali e sostituendo i valori cardine che avevano per millenni rappresentato l’asse portante nella vita dei popoli, con nuovi criteri morali, atti a favorire e legalizzare lo spirito capitalistico e a conferire nuova dignità e nuovo ruolo al denaro.

Questo tipo di «etica», con la riforma, il calvinismo, le sette protestanti, vanta persino la legittimazione divina. La ricchezza viene presentata come segno della benevolenza di Dio e la povertà come segno di dannazione.

Richard Baxtern, pastore puritano inglese, afferma: «Se Iddio vi mostra un cammino sul quale, senza danno per l’anima vostra o per altri, potete guadagnare in modo legittimo più che in un altro, e voi lo rifiutate e seguite il cammino che può apportare meno guadagno, allora voi vi opponete ad uno degli scopi della vostra vocazione. Voi rifiutate di essere amministratori di Dio, e di accettare i suoi doni, per poterli usare per lui, se egli lo dovesse richiedere. In realtà non al fine del godimento della carne e del peccato, ma per Dio voi dovete lavorare ed esser ricchi».

«Invece il povero è un reietto, colpevole di esserlo, che va disprezzato, se non addirittura odiato come un nemico di Dio che porta su di sé i segni della dannazione eterna. [...] Il Dio di Calvino non sa che farsene delle “opere di bene “, sono sostanzialmente inutili perché non possono fare di un dannato un Eletto.»

I valori calvinisti, così estranei e per molti versi opposti a quelli tradizionali europei, ed anche a quelli cattolici, sono stati determinanti nel forgiare la società americana e nell’avviare il motore del capitalismo, dando il via libera alle famiglie dei banchieri ed ai mestatori della finanza per la scalata ai vertici della ricchezza e del potere. Ma l’influenza del calvinismo non è stata determinante solo nelle fasi iniziali; i valori derivanti da queste concezioni si sono radicati negli USA, generazione dopo generazione, tanto da rappresentare anche oggi il comune sentire dei cittadini americani a prescindere dalle convinzioni religiose e dal livello sociale di appartenenza.

Scrive Edward Luttwak: «Ciò che nessun dibattito ha rimesso in discussione è la perdurante autorevolezza dei valori calvinisti. Per quanto spesso travolti da mode passeggere, per quanto spesso proclamati morti e sepolti, questi valori rimangono saldi e vigorosi appena sotto la superficie dell’America di oggi, determinandone in modo invisibile sia le scelte del vivere quotidiano sia gli atteggiamenti di fondo». Gli effetti persuasivi di questi valori «inducono gli americani a vedere qualcosa di estremamente lodevole nel desiderio di arricchirsi. [...] Ben lungi dall’essere tacciati di avidità, i vincenti sono tenuti nella massima considerazione, e i più facoltosi quasi sono tenuti in odor di santità».

Le conseguenze nella pubblica opinione sono evidenti; gli americani che «non arrivano a guadagnare le somme di denaro ritenute necessarie o adeguate si sentono oppressi da un pesante senso di colpa. [...] Il fallimento è il risultato non di sfortuna o di ingiustizia, ma della disgrazia divina». «Essa spiega perché gli Stati Uniti non abbiano mai avuto un Partito Socialista di proporzioni rilevanti: i perdenti biasimano se stessi anziché il sistema, odiano se stessi invece di provare astio verso i vìncenti. [...] A tal punto da negare il voto a qualunque candidato tenti di rappresentare i loro interessi. In questo modo, un gran numero di perdenti finisce per votare un candidato dei vincenti, altri preferiscono disertare le urn

Con l’etica calvinista, nel primo capitalismo, abbandonata ogni concezione che poneva l’uomo in armonico rapporto con la natura e la vita in equilibrio tra soddisfazioni materiali e spirituali, ha inizio il tempo del produrre, del consumare e del correre.

La produzione – che prima era concepita come necessità per il fabbisogno della comunità – si indirizza all’accumulo sempre maggiore di merci vendibili. Per vendere tali merci diviene necessario incentivare i consumi, soprattutto quelli superflui ed inutili. Per acquistare i nuovi prodotti occorrono soldi, quindi lavorare sempre di più.

La circolazione del denaro, così aumentata, produce altro denaro – e ne eleva l’importanza per la vita degli uomini – e con altro denaro si può dar vita ad altre produzioni, che metteranno sul mercato altre merci, che indurranno gli uomini a nuovi consumi, a nuove attività remunerative, sempre più velocemente, in un vortice senza fine.

E il tempo viene scandito a ritmi sempre più ossessivi; da quello delle generazioni, degli anni, delle stagioni, assumono importanza i giorni, le ore, i minuti, i secondi. Nel processo di produzione oggi vengono controllati anche i decimi di secondo.

Ad ogni spostamento, anche il più piccolo, delle lancette dell’orologio devono essere prodotte e vendute nuove merci, e soprattutto ci sono inimmaginabili somme di interessi che per alcuni maturano e che da altri devono essere pagate.

«Ricordati che il tempo è denaro», ammonisce Benjamin Franklin. «Chi potrebbe guadagnare col suo lavoro 10 scellini al giorno e va a passeggio mezza giornata, o fa il poltrone nella sua stanza, se anche spende solo 6 pence per i suoi piaceri, non deve contare solo questi; oltre a questi egli ha speso, anzi buttato via, anche 5 scellini. Ricordati che il credito è denaro. Se uno lascia presso di me il suo denaro esigibile, mi regala gli interessi, o quanto io in questo tempo posso prenderne. Ciò ammonta ad una somma considerevole se un uomo ha molto e buon credito, e ne fa buon uso. [...] Ricordati che il denaro è di sua natura fecondo e produttivo. Il denaro può produrre altro denaro, ed i frutti possono ancora produrne e così vìa. Cinque scellini impiegati diventano 6, e di nuovo impiegati 7 scellini e tre pence e così via finché diventano 100 lire sterline. Quanto più denaro è disponibile, tanto più se ne produce nell’impiego, così che l’utile sale sempre più in alto. Chi uccìde una scrofa, uccide tutta la sua discendenza fino al millesimo maialino. Chi getta via un pezzo da 5 scellini uccide [!] tutto quello che si sarebbe potuto produrre con esso: intere colonne di lire sterline».

Le meditazioni durante passeggiate in mezzo alla natura, i giorni dedicati a costruire e coltivare gli affetti e ad arricchire la propria cultura, o quant’altro aveva rappresentato per millenni la qualità della vita dell’uomo sono considerati «obbrobri» del passato, il tempo ormai appartiene ai ritmi della produzione, alle esigenze del mercato, alla ricerca degli utili, alla quantità… neanche un secondo deve essere sprecato.

«Il tempo viene conteggiato, contabilizzato, controllato fino al secondo anche perché l’operaio deve adattarsi al ritmo della macchina. Si arriva al cronometraggio e all’analisi dei tempi. Nascono mestieri mostruosi: il cronometrista e l’aiuto cronometrista, che verificano i tempi di lavoro dei compagni. Sì inventeranno macchine non meno mostruose come il cronociclografo, un incrocio fra un orologio registratore ad altissima precisione e il cinema, che permette di studiare i tempi e i movimenti, anche minimi del lavoratore mentre compie ogni singola operazione».

Ma non si tratta solo della triste situazione in cui è ridotta la classe lavoratrice; il tempo è oggi tiranno di tutti. Anzi, più si va in alto, peggio è. Non è un mistero per nessuno che la percentuale di manager, industriali e maneggioni della finanza che fanno uso di sostanze atte a diminuire il tempo del sonno è in continuo aumento.

«Chi non ha mai tempo è povero come chi non ha denaro [...] Ed è inutile avere tanto denaro se non si ha tempo, perché si vive come chi ha tanto tempo e non denaro, e tale uomo equivale a un mendicante. Ecco: il nostro è il mondo di chi non ha mai tempo. Vìviamo con premura ogni cosa ed è come se non vivessimo alcunché ».

Lo sconvolgimento della vita, causato dal consumismo e dall’influenza della grande finanza nell’economia dei popoli è unico nella storia; l’intero corpo dei valori e la concezione stessa della vita ne sono stravolti.

Nel 1974, quando ancora non si era sommersi dai computer e dai telefonini, Carlo Cipolla scriveva: «Un’essenziale continuità caratterizzò il mondo pre industriale pur attraverso rivolgimenti grandiosi, quali lo sviluppo e la decadenza dell’Impero Romano, il trionfo e il declino dell’Islam, i cicli dinastici cinesi. Come è stato scritto, se un antico Romano fosse stato trasportato diciotto secoli avanti nel tempo egli si sarebbe trovato in una società che avrebbe imparato a capire senza eccessiva difficoltà. Orazio non si sarebbe sentito fuori posto come ospite di Orazio Walpole e Catullo si sarebbe sentito di casa tra le carrozze, le donnine e le torce illuminanti della Londra notturna del Settecento. Questa continuità fu rotta tra il 1750 ed 1850. [...] Nel 1950 il passato non è più solo passato: è morto».

E cosa è accaduto nel secolo a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento? Il denaro è diventato banconota; banchieri e banche hanno cominciato a diffondersi e spadroneggiare; la Rivoluzione industriale ha dato corpo tecnico e pratico a quello spirito del capitalismo che il calvinismo e le sette protestanti avevano preparato; la Rivoluzione francese ha legittimato l’ascesa della borghesia e dato un taglio netto con i valori tradizionali; la Rivoluzione americana ha creato tutti i presupposti per l’edificazione di quella Nazione destinata a divenire il santuario del dio denaro e il braccio armato del Mondialismo.

Si è trattato sostanzialmente di una rivoluzione di valori, talmente violenta da mutare la fisionomia dell’umanità in poco più di un paio di secoli che, confrontati con i millenni di storia a noi nota, son davvero una piccola cosa.

Tra i tanti valori che si sono trovati ribaltati, primo fra tutti vi è indubbiamente quello del solidarismo. La solidarietà all’interno del gruppo, come abbiamo visto, è stata la causa prima della formazione di ogni agglomerato umano. L’uomo di per sé, isolato dagli altri uomini e isolato nel tempo è, praticamente, cosa insignificante; concettualmente, non esiste nemmeno.

Ebbene, il partito del denaro ha minato, smontato, frantumato, reso inservibile per primo il valore della solidarietà. L’uomo solidale e il consumista sono due personalità inconciliabili fra di loro. Il primo è portatore di valori che pongono l’io sempre in relazione agli altri, il secondo è incarnazione di una esasperazione individualista. Mors tua, vita mea contro una vita sociale come garanzia di sussistenza ed elevazione della propria esistenza individuale.

Travolto il solidarismo, crolla anche l’istituto base della comunità: la famiglia. Da quella patriarcale si passa alla cosiddetta famiglia «cellulare» che perde progressivamente solidità sino alla situazione di attuale sbando totale. D’altronde già Georg Simmel aveva parlato di «una solidarietà d’interessi che si presentava sociologicamente come continuità di legami fra i membri della famiglia, mentre l’economia monetaria rende loro possibile una separazione reciproca, anzi la impone».

Tutta la storia del denaro è contrassegnata dall’individualismo più profondo. Abbiamo già sottolineato che per ogni buon affare fatto, inevitabilmente ci deve essere una gran perdita subita in qualche altra parte. Ma il denaro non olet, non può attenersi a regole morali di nessun tipo e si presta facilmente a seguire logiche e meccanismi perversi, tanto da indurre Lutero a definirlo «sterco del demonio».

E i fatti, passando da un livello concettuale a quello pratico, stanno a dimostrare il segno dell’odierna tendenza e quanto questo si discosti da quello della storia europea fino alla fatidica svolta che si situa tra il Settecento e l’Ottocento.

L’attuale coesistenza nella stessa comunità di una percentuale di ricchissimi e di una di poverissimi, come si verifica oggi negli Stati Uniti d’America, una volta era rarissima.

Nel periodo antecedente la Rivoluzione industriale «I mendichi rappresentano l’uno percento della popolazione e quasi sempre lo sono per loro volontà. La disoccupazione è pressoché sconosciuta e non solo nel sistema agricolo».

«Con la Rivoluzione industriale il mercato è invaso da un’immensa e variegata quantità di beni. A questo punto il bisogno dell’individuo di procurarsi denaro diventa totale. Se prima gli era necessario solo per la sussistenza o per quella parte di sussistenza che non riusciva a procacciarsi direttamente, adesso per tutto ci vuole il denaro».

«Lo sviluppo industriale si compì in modo così rapido in Europa e, in seguito, in America che quasi non ci si rese conto della necessità di proteggere e conservare l’elemento umano della produzione. Ci si preoccupava di risparmiare nell’utilizzazione del capitale, di sostituire il macchinario consumato e di risparmiare le risorse naturali. Ma non ci si preoccupava più che tanto dello spreco di vite umane, dell’accumulazione della fatica fisica, del logoramento della salute ad opera dell’industria».

«Nell’arco di tutto questo sviluppo la società umana era diventata un accessorio del sistema economico». «I teorici classici sosterranno che l’esistenza di uomini alla fame è essenziale al buon funzionamento del mercato del lavoro e quindi dell’intera economia».

***

La mancanza di cibo – per carestie o calamità naturali – provoca fame, sofferenze, ma segna anche l’incremento della capacità di sacrificio, dello spirito di adattamento e l’aumento della solidarietà all’interno dei gruppi. La mancanza di denaro oggi provoca soprattutto angoscia e, nei confronti degli altri, isolamento; una situazione paralizzante che getta l’individuo sulla sponda opposta a quella del solidarismo, in uno stato disperato e spesso senza possibilità di ritorno.

D’altronde tutto il fenomeno consumistico si fonda sulla diffusione di continui e crescenti desideri, mode, invidie, bisogni artefatti. Essendo l’infelicità degli uomini proporzionale alle loro aspettative, il consumismo, provocandone continuamente di nuove, è origine di più profonda infelicità. Inoltre, nella smania di gettare sul mercato ininterrottamente nuovi prodotti, e seguendo come «suprema norma» la logica del profitto, il consumatore non è mai tutelato, e capita sovente che i suoi acquisti, oltreché inutili, si rivelino anche pericolosi.

Solo ora, dopo anni di selvaggia commercializzazione, qualcuno osa parlare dei gravi rischi per la salute dell’uomo derivanti dall’uso dei telefoni cellulari.

Recentemente si è scoperto che l’oro recuperato dallo smantellamento degli arsenali nucleari statunitensi, tuttora radioattivo, è stato tranquillamente utilizzato per fabbricare collane, anelli e gioielli. Le sventurate che li hanno acquistati – o che li hanno ricevuti in dono – stanno assorbendo, per ogni ora che li indossano, un quantitativo di radiazioni pari a quello che normalmente può essere assorbito in due anni.

E questi sono solo due tra i mille esempi che si potrebbero addurre per dimostrare a quali risultati la follia consumistica e la distruzione di ogni valore, che non sia quello del denaro, ci sta conducendo.

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ago 212010

Continua la pubblicazione di estratti da “l’Uomo libero” n°48

LE FAMIGLIE DEI BANCHIERI

Elementi importanti della grande svolta settecentesca, oltre alla Rivoluzione industriale e al capitalismo, sono le famiglie dei banchieri internazionali.

Le famiglie destinate a guidare le grandi concentrazioni bancarie internazionali sono ben note e le ritroviamo puntualmente, quasi sempre le stesse, in ogni fase della lunga scalata, dalla ghettizzazione medievale all’incontrastato e illimitato potere di oggi.

I Warburg vantano antiche origini usurane: nel 1200 si chiamavano Del Banco e prestavano su pegno a Pisa. Sei secoli dopo li ritroviamo nella qualità di consiglieri economici di Bismarck e Guglielmo II, poi a guidare la fondazione della Federal Reserve (la banca privata americana che stampa i dollari e sui quali il governo USA paga puntualmente una pioggia di interessi).

I Rothschild, dinastia di banchieri provenienti da Francoforte, prima di sbarcare negli USA e da lì dirigere le loro operazioni finanziarie rivolte al mondo intero, aprirono agli inizi dell’800 banche a Londra, Vienna, Parigi e Napoli. James Rothschild si assicurò praticamente il monopolio dei grandi prestiti europei: durante la sua attività riuscì ad effettuare prestiti per miliardi di franchi oro (migliaia di miliardi di franchi di oggi).

I Morgan, la cui prima fortuna, piattaforma per la loro grande escalation finanziaria, fu procurata dalla vendita al governo americano di una grande partita di fucili difettosi che, all’impiego, si rivelarono inservibili.

Gli Schiff (della nota Kuhn, Loeb & Co), imparentati coi Warburg, sono specializzati in grandi imprese «strategiche», tra le quali va ricordato il finanziamento della rivoluzione bolscevica in Russia.

E poi, ancora, le famiglie Rockefeller, Ginzburg, Baring, Lazard, Erlanger, Seligman, Speyer, Schroeder, Mirabaud, Mallet, Gould, Goldschmidt, Bauer.

Poche dinastie, quasi tutte ebraiche e calviniste svizzere e olandesi, che hanno legato i loro nomi alla storia del dominio planetario e che rappresentano la smentita in carne ed ossa ai tanti che cercano di liquidare i discorsi antimondialisti con supponenti accuse di complottismo.

Dinastie che, attraverso matrimoni pilotati, spesso incrociati tra famiglie e famiglie – tra banca e banca – hanno conservato e incrementato i rispettivi patrimoni nel tempo.

Particolarmente per le casate di ascendenza ebraica, la tradizione di matrimoni tra correligionari è vissuta come obbligo assoluto. «Regola essenziale -scrive Guy de Rothschild – per i miei genitori e che mi fu ripetuta in ogni occasione, era la proibizione di sposare una donna non ebrea». Dei diciotto matrimoni dei nipoti del vecchio Mayer Amschel, sedici furono contratti tra cugini. La figlia di Salomon de Rothschild osò sposare un cattolico – non l’ultimo venuto, ma un discendente della nobile e antica famiglia dei Colonna -suscitando ira e condanna senza appello: «Nessun Rothschild aveva mai sposato una cattolica. Hélène fu ignorata, respinta, dimenticata. Sua madre da allora non smise più il lutto, come per simboleggiare la sua vergogna agli occhi del mondo, e dimostrare così che per lei la figlia non esisteva più».

La grande scalata al potere delle famiglie degli usurai – nobilitatesi in «banchieri» – va di pari passo con l’affermazione nelle società europee, e soprattutto nord americane, dei nuovi valori borghesi legati al denaro.

Uno dei primi atti della rivoluzione francese – 1789 – fu quello di legalizzare l’usura.

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ago 202010

Continua la pubblicazione di estratti da “l’Uomo lbero” 48.

LA BANCONOTA E LE BANCHE

Il denaro cambia natura e cambia anche aspetto. Da moneta coniata in metallo prezioso o pregiato comincia a circolare sotto forma cartacea: lettera di cambio (documento di credito utilizzato dai mercanti), banconota, titolo, cambiale.

«La lettera di cambio è ben documentata solo a partire dal Trecento. E perché prenda piede l’uso di girarla a terzi tramite firma bisogna aspettare gli inizi del Quattrocento (la prima girata nota è del 1410). Con la lettera di cambio si comincia a speculare in senso finanziario, si comincia a scontare: se chi è in possesso della lettera ha bisogno di liquidità gliela si compra a un prezzo inferiore, scontato. Nasce anche il primo mercato finanziario: la Fiera di Besancon, nel 1535, dove si trafficava esclusivamente in lettere di cambio». «Ma per arrivare alla banconota, emessa da un istituto di credito autorizzato dallo Stato, con valore legale su tutto il territorio nazionale, bisognerà aspettare il 1694 e la Banca d Inghilterra».

La Banca d’Inghilterra nasce da un consorzio di banchieri privati – in gran parte ebrei – i quali, in cambio della concessione di un prestito al governo inglese, ottennero la facoltà di emettere moneta fiduciaria, prima forma di denaro creato dal nulla.

Approfittando dello sviluppo delle tecniche monetarie, le categorie speculative si agganciano ancor più al denaro, in tutte le sue forme, guadagnando terreno dentro le società. Banchieri e grandi mercanti trattano con governi e monarchi; in alcuni casi ottengono l’autorizzazione a emettere moneta in vece dello Stato e cominciano ad influire, per i propri egoistici fini, sulla politica e sulla gestione della pubblica amministrazione.

Siamo al mercato finanziario, al denaro che produce altro denaro, alla ricchezza che si discosta dalla realtà della vita sociale, dal lavoro, dalla produzione dei beni, dalle stesse merci, per divenire bene e merce a sé stante.

E comincia qui la grande truffa che ha raggiunto il suo apice ai nostri giorni, la realizzazione di un sistema speculativo che coinvolge e condiziona tutto e tutti, e che da nessun cittadino – ed oggi anche da nessuna Nazione – può essere controllato. Un sistema che è avulso dalla realtà, ma che sui popoli pesa. Un sistema il cui ultimo fine non può che essere il potere; un potere assoluto, che nulla ha in comune con le Nazioni ed i loro interessi, che non ha patria né è portatore di valori.

Si pensi, ad esempio, come una guerra, mentre per le popolazioni coinvolte è occasione di distruzioni e morte, per il mondo finanziario sia sempre una cuccagna. Oggi poi le speculazioni sugli armamenti non sono che l’antipasto, arrivano puntuali anche gli affari sui cosiddetti aiuti, alimenti e merci di prima necessità, e la grande abbuffata culmina con la ricostruzione delle località bombardate. C’è chi sostiene di aver visto circolare in certi uffici di Washington i piani per la ricostruzione del Quwait parecchi mesi prima dello scoppio della Guerra del Golfo.

Altri esempi di come le disgrazie dei popoli costituiscano l’habitat ideale per i mestatori del mondo degli affari sono le pestilenze, la siccità e la povertà nel Terzo Mondo: attraverso il meccanismo degli aiuti internazionali si mette in moto una catena di ciniche speculazioni, non ultima il riciclaggio dei medicinali scaduti, ufficialmente inviati al macero. Per non parlare degli alimenti; le confezioni non più vendibili nel mercato occidentale, perché scadute, sono spedite nel Terzo Mondo sotto forma di aiuti finanziati dagli enti internazionali e dalle associazioni del cosiddetto volontariato. Le tonnellate di panettoni rimaste invendute lo scorso Natale in Italia per il pericolo di avvelenamento, dove sono finite? Le prime immagini che giunsero dall’Albania, dai campi dei profughi kossovari durante la guerra della NATO contro la Serbia, mostravano vagoni e camion pieni di panettoni…

Il marchingegno sta proprio nell’essere riusciti ad imporre l’utilizzo del denaro – nelle sue forme più disparate ed elaborate – ad ogni attività umana ed avergli tolto nello stesso tempo ogni valore intrinseco, cioè in definitiva ogni effettivo aggancio con la realtà.

Con le banconote e i titoli crescono le banche. Banche di emissione di proprietà statale, Banche di emissione controllate dai privati, Banche private e Banche d’affari.

Le Banche di emissione controllate dallo Stato battono moneta in conformità alle scelte politiche, sociali ed economiche dei governi. Le banche private invece inventano denaro – vedremo come – a proprio beneficio e speculano sulle economie delle Nazioni. Si tratta di due realtà che si presentano in conflitto sin dalla loro nascita. Lo Stato è preoccupato di arginare l’influenza dei singoli banchieri sull’economia nazionale; i maneggioni della finanza sono invece impegnati ad abbattere tutti gli ostacoli esistenti per le loro speculazioni.

È importante avere chiaro in mente che quello che oggi chiamiamo <Sistema bancario» non è altro che un Sistema privato. Siamo oggi arrivati al punto che un cartello di banche private, o anche un singolo banchiere, può tranquillamente aggredire, con le proprie operazioni internazionali, le Banche centrali statali, determinare l’andamento inflazionistico di una economia o imporre ai governi – come è recentemente avvenuto nel Regno Unito e in Italia – di svalutare la propria moneta.

***

Crescono dunque le banche e il denaro si moltiplica.

Innanzitutto le banche di emissione «misero in circolazione banconote per un ammontare superiore di due, tre e persino di dieci e venti volte il valore delle loro riserve». Poi: «la banca ordinaria è un grande fabbricante di denaro, molto di più di quella di emissione che pur ha, istituzionalmente, questo compito. Come? Attraverso la creazione di quella che viene comunemente chiamata la quasi moneta, o moneta scritturale, in grado di sostituire le banconote: assegni, depositi, trasferimenti dì partite tra clienti della stessa banca, compensazioni fra banche tramite apposite stanze (clearing house), bonifici, interessi, carte di credito».

E poi ci sono i prestiti, gli affidamenti, i mutui, i castelletti di sconto, che fanno da moltiplicatori infiniti del denaro. Il fondo di riserva di una banca doveva essere almeno il 20% dei prestiti concessi, il che significa che se quella banca aveva venti miliardi di liquidità poteva maneggiare cento miliardi. Oggi, nei Paesi occidentali, le «riserve» richieste sono state ridotte fino al 4%. Questo nei paesi industrializzati, negli altri i limiti sono ancora più elastici, se non addirittura assenti, come avviene nei cosiddetti «paradisi fiscali» del Centro America e dell’Oceania. Si spiega così il continuo andirivieni dei paperoni della finanza dai paesi industrializzati a quelli «poveri» o in via di sviluppo. Con sapienti investimenti e repentini spostamenti valutari ogni operazione, anche quella più piratesca, oggi può risultare possibile.

Sin dagli albori del sistema bancario e creditizio, l’idea di inventare denaro dal nulla rappresentò una tentazione irresistibile. «Attraverso i cambi con “ricorsa” e i cambi con “ricambio”, che sono cambiali finanziarie rinnovate ogni tre mesi, molti banchieri e mercanti arrivano ad emettere spudoratamente su se stessi, cioè a mettere in circolazione ad libitum dei titoli di credito cui non corrisponde alcun credito, alcuna obbligazione tranne quella che il mercante o il banchiere ha contratto con se stesso. Si crea insomma moneta corsara, senza nessun controllo. Pare che in queste pratiche fossero maestri i Fugger di Colonia, i più grandi mercanti-banchieri del tempo e, forse, i primi veri capitalisti»

Il salto di qualità tra gli antichi usurai e il Sistema bancario è davvero grande. Una volta, per prestare mille lire, le mille lire le si dovevano possedere veramente e solo su quelle mille lire si potevano pretendere interessi. Il Sistema bancario invece presta molto di più di quello che ha e su questa cifra inventata incassa i profitti. Ma quella degli interessi rappresenta la più piccola fetta degli utili delle banche, giacché il grosso arriva dai giochi di valuta, attraverso i quali si innestano ulteriori meccanismi di moltiplicazione del denaro e di speculazione.

Un semplice esempio che chiunque può verificare osservando il proprio estratto conto bancario. Tizio, per pagare a Caio un milione, stacca un assegno e vi appone correttamente la data. Costui a sua volta paga la stessa cifra a Sempronio girando l’assegno ricevuto da Tizio, e la stessa cosa fa Sempronio verso Mevio. Infine Mevio versa l’assegno sul proprio conto corrente. Verosimilmente le operazioni di girata sono durate una decina di giorni. La banca di Mevio accredita il milione con la valuta di 7-8 giorni dal momento del versamento. La banca di Tizio addebiterà invece la cifra con la data apposta sull’assegno. Esiste dunque un lasso di tempo di oltre due settimane durante il quale il Sistema bancario ha fatto pagare il costo del denaro sulla stessa cifra e per la stessa operazione sia a Tizio che a Mevio. Non solo, essendo quel milione uscito dalle tasche di Tizio due settimane prima di essere intascato da Mevio, per quel tempo il Sistema bancario risulta più ricco di un milione. E se si considera l’incredibile numero di milioni di assegni, Riba, bonifici, transazioni che ogni giorno vengono effettuati in una Nazione, ci si rende conto di quanti denari sono inventati dal nulla attraverso il gioco delle valute. Denari a loro volta pronti per essere prestati, investiti, scambiati; e la storia continua all’infinito.

Il tutto, si noti bene, senza che una sola lira reale si sia fisicamente spostata o sia stata consegnata a chicchessia.

Ebbe a scrivere Giacomo Barnes, già nel 1944: «Se etimologicamente parlando i crediti delle banche non sono denaro, equivalgono però a denaro. Infatti gli economisti chiamano questa circolazione fiduciaria, creata dalle banche, denaro bancario o denaro in banca. Circola principalmente per mezzo di assegni e perciò per mezzo di giro-conti, e cioè trasferimenti nei libri delle banche dal conto di un cliente al fondo di un altro. Tali crediti sono anche chiamati dalle banche erroneamente (per ingannare il pubblico?) prestiti. Ma non sono prestiti autentici. Un autentico prestito si ha quando una persona si priva temporaneamente di una cosa in favore di un’altra persona. Ma, concedendo questi crediti, le banche non si privano di niente. Sono creati dal nulla per mezzo di un semplice tratto di penna e equivalgono a un capitale enorme e fortemente redditizio a libera disposizione delle banche stesse».

Ha scritto il premio Nobel 1988 per l’economia, Maurice Allais: «In tutti questi ultimi anni la speculazione contro certe monete è stata quasi interamente finanziata attraverso la creazione di mezzi di pagamento ex nihilo con un semplice gioco di scritture contabili bancarie».

Si pensi poi a tutto l’attuale sistema informatizzato, con le carte di credito e i bancomat. I soldi devono essere gestiti e maneggiati solo dalle banche: negli USA chi paga in contanti è guardato con sospetto, come un poco di buono; a chi si ricovera in ospedale non si chiede se può pagare, se ha soldi, ma se è titolare di una carta di credito. In Europa ci stiamo avvicinando a veloci passi verso la stessa situazione. Le banche gestiscono tutto il denaro ed i cittadini, anche quando non hanno bisogno di mutui, fidi, finanziamenti, sconti, anticipi o altro che sia sottoposto ad interessi, per utilizzare il proprio denaro devono pagare le banche. Spese di ogni tipo vengono addebitate sui conti correnti. Il 2,50% dei pagamenti effettuati tramite carte di credito rimane nelle tasche delle banche, più varie commissioni.

Se un distratto si dimenticasse di avere versato dei soldi su un conto corrente e si recasse in banca dopo qualche anno per incassare il proprio denaro, non solo non lo troverebbe incrementato per la maturazione degli interessi positivi, ma si imbatterebbe nella sgradita sorpresa di scoprirsi possessore di una cifra di molto inferiore a quella a suo tempo depositata. Spese, competenze, commissioni di ogni tipo avranno rosicchiato indisturbati quel denaro, anno dopo anno, con maggior professionalità di quello che avrebbero potuto fare dei topi in una cantina.

Tutti i soldi devono finire in banca. Le filiali, gli sportelli spuntano come funghi in ogni quartiere, in ogni paese, in ogni frazione.

Se si ha la ventura di recarsi in una località dopo un certo periodo di assenza, salta subito all’occhio la chiusura di negozi e botteghe artigiane, e l’apertura di nuovi sportelli bancari. Ciò avviene ovunque, anche nelle località più isolate, anche in montagna e in campagna dove sarebbe stato impensabile fino a poco tempo fa. E così tutti i soldi finiscono nel Sistema bancario che li ricicla ingrassandosi di interessi e di «competenze», ma che soprattutto incrementa la possibilità di creare dal nulla altro denaro.

Altro che usura! Con la differenza che verso il Sistema bancario nessuno lancia anatemi, condanne o scomuniche, e ciò perché esso possiede quel che l’antico usuraio non aveva: il potere.

***

Uno degli strumenti più efficaci utilizzati, nel corso della storia, per costringere imprenditori e commercianti a legarsi a doppio filo con le banche, è l’inflazione. In regime inflazionistico è infatti talmente azzardato investire la liquidità che si possiede, che si è indotti a pagare anche pesanti interessi pur di usufruire di denaro non proprio, riducendo così il rischio dell’operazione.

La banca è così felice due volte: prima perché incrementa il proprio lavoro, l’utile e la possibilità di creare nuovi crediti, quindi nuovo denaro, in secondo luogo perché ha acciuffato nuovi polli da spennare che ben difficilmente potranno in seguito sottrarsi al ricatto bancario; quando scopriranno che la corda gettatagli dalla banca non era la fune di salvataggio che all’inizio credevano, ma un capestro con tanto di nodo scorsoio, sarà troppo tardi, perché il nodo nel frattempo avrà avuto modo di stringersi intorno al collo del malcapitato.

Per cercare di ben comprendere come sia coinvolgente il meccanismo rappresentato dal sistema inflazionistico e quanto sia stato fondamentale nello sviluppo e nel radicamento del Sistema bancario, riportiamo l’apologo dei due commercianti di chiodi di Norimberga, molto ben raccontato da Salvatore Verde nel suo saggio Credito e promesse di pagamento.

«Storia di Friedrich, ossia del commerciante che commercia con denaro proprio.

Friedrich possiede 100 quintali di chiodi aventi un valore (e prezzo) unitario di 100 marchi al chilo. Li rivende per 200 marchi il chilo, guadagnando quindi in totale un milione di marchi. Ma, quando va dal fornitore per approvvigionarsi, trova un prezzo di 400 marchi il chilo; di conseguenza, può comprarne solo 50 quintali, che però potrà rivendere poco dopo al prezzo di 800 marchi al chilo, guadagnando in tal modo due milioni di marchi (incasso globale: 4.000.000 di marchi). Però, quando va a riapproviggionarsi trova un prezzo unitario di 1.600 marchi, per cui con i suoi quattro milioni può acquistare soltanto 25 quintali di chiodi. E così via, con i prezzi alla vendita continuamente raddoppiati, ed al riapprovvigionamento ogni volta quadruplicati. Alla fine, potrà acquistare un unico chiodo che, anziché destinare alla vendita, utilizzerà per impiccarsi!

Storia di Heinrich, ossia del commerciante che compera solo con denaro preso a prestito.

Heinrich prende a prestito, al tasso del 10%, un milione di marchi, con cui acquista 100 quintali di chiodi al prezzo di 10.000 marchi il quintale. Li rivende per 20.000 marchi, rimborsa il prestito (capitale + interessi) e guadagna così 900.000 marchi. Poiché ora i chiodi costano 40.000 marchi al quintale, prende in prestito 6 milioni al tasso del 15% e può quindi comperare 6,9/0,4 = 172,5 quintali, che rivende a 80.000 marchi il quintale incassando 13,8 milioni. Rimborsa il debito di 6,9 milioni e gli restano ancora 6,9 milioni. 1 chiodi adesso costano 160.000 marchi il quintale. Heinrich contrae, al tasso del 20%, un prestito di 36 milioni, con cui, sommandovi i 6,9 milioni che gli restano, può acquistare 42,9/ 160.000 = 26 tonnellate di chiodi e così via. Heinrich è certo sempre più indebitato in valore nominale a tassi di interesse sempre più alti, ma, grazie al rapido aumento dei prezzi, il suo attivo è costituito da beni reali che hanno sempre maggior valore, mentre il suo passivo è costituito da valori nominali che hanno un potere di acquisto sempre minore. »

Ciò che l’apologo non ci dice è che Heinrich da allora non potè mai più fare a meno delle banche perché le cifre che gli erano necessarie per commerciare in quel sistema erano sempre superiori ai suoi passati guadagni. Aveva scelto una strada senza possibilità di uscita.

L’inflazione è talmente fisiologica all’attuale sistema economico che nessuno ritiene credibile possa fermarsi. I governi che si piccano di essere «buoni amministratori» sono quelli che la fanno scendere di uno, due punti, o riescono a «contenerla». Ma la storia ci dice che non è stato sempre così: presso gli antichi Imperi, quando i prezzi si chiamavano «equivalenze», la stabilità economica durava anche più di un secolo.

***

Con le banconote e le banche, a partire dal XVIII secolo, la curva dell’influenza del denaro sulla vita dell’uomo si impenna sino a coinvolgerne e condizionarne ogni aspetto. Fanno il loro ingresso nella storia la borghesia, il capitalismo e la Rivoluzione industriale. È il giro di boa che ha trasformato il mondo. Gli individualismi cominciano ad imporsi ai valori comunitari, sino a sottometterli.

Le grandi opportunità tecniche offerte dal progresso e dalla Rivoluzione industriale hanno scatenato l’ingordigia degli affaristi e degli speculatori, i quali hanno finito per condizionare a proprio favore l’impiego delle innovazioni e delle scoperte scientifiche.

Oggi, immersi nella religione del progresso, è certamente difficile sospettare che i radicali mutamenti avvenuti non siano stati tutti positivi e che la qualità della vita degli uomini non sia aumentata, in tutto e per tutto, ma a quegli attenti studiosi che hanno affrontato l’argomento con sufficiente distacco ed onestà le cose non sono sembrate poi così scontate.

Massimo Fini giunge ad affermare: «Il passaggio da contadino ad operaio segnò un peggioramento secco ed inequivocabile delle condizioni materiali e si accompagnò con un aumento delle diseguaglianze economiche». Ed ancora: «La rivoluzione non recò benefici che ad una minima parte dei contadini, quelli che stavano già bene (in Francia, in Italia nemmeno a quelli), in compenso arricchì i ricchi, i borghesi, i grandi fittavoli, i nobili che seppero cambiar pelle». E conclude: «Sia la rivoluzione industriale che quella politica acuirono quindi, sin dai loro inizi, le disuguaglianze economiche e peggiorarono le condizioni esistenziali del popolo». Con la Rivoluzione industriale «si comincia a lavorare nelle miniere all’età di IO o 12 anni, mentre per la filatura e la tessitura si poteva scendere agli 8 e anche ai 7 anni. Questa era una cosa che non sì era vista mai nel turpe Medioevo e nemmeno prima».

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