dic 062011

La Svastica

Documenti, Segnalazioni, Storia Commenti disabilitati

Sottoponiamo ai nostri Lettori quest’uscita della Novantico Editrice che riporta alla luce una selezione della Rivista La Svastica destinata al pubblico italiano e trattante i temi più svariati dalla storia alla cultura, all’attualità, etc. che vide la sua prima uscita nel 1941. Nonostante qualche refuso di troppo – forse presente nell’originale? – la pubblicazione riveste un interesse storico non indifferente a prescindere dalla selezione necessaria per creare un’opera non monumentale. Per chi fosse interessato all’acquisto potrà contattarci direttamente a thule@thule-italia.org oppure acquistarlo sul portale della casa editrice Thule (http://thule-italia.org/ThuleItaliaEditrice/altrui-libri/)che raccoglie nella sezione “Altrui Libri” solo le pubblicazioni che reputiamo di dover suggerire ai nostri Lettori. Qui di seguito troverete invece la quarta di copertina e un articolo estrapolato.

Dalla quarta di copertina:

Il 1941 si apre con una visione europea che evidenzia il netto predominio della potenza germanica, la cui macchina da guerra non ha incontrato seri ostacoli ad affermarsi ovunque se ne sia tentato il contrasto. Unica eccezione la Gran Bretagna che, arroccata in orgoglioso isolamento ma con un impero ormai minato da irreversibile decadenza, non vuol rassegnarsi a riconoscere nel Continente il ruolo egemonico espresso dalla nazione tedesca.

Questo Io scenario allorché usci in lingua italiana il primo numero della rivista La Svastica (7 marzo 1941), concepita a Berlino con lo scopo di approfondire la conoscenza tra i due popoli accomunati nella lotta. Nel sottotitolo si leggeva: Settimanale di Politica, d’Arte, di Scienza e i contenuti, com’è agevole verificare sfogliando il presente volume antologico, rispondevano compiutamente a tale presentazione mostrando, fascicolo dopo fascicolo, una variegata gamma delle differenti tematiche. La collezione (1941-1943), ricca di immagini in gran parte inedite, aperta al dialogo coi lettori, si compone di 76 numeri, il finale dei quali reca la data dell’agosto 1943 Ia quindicina, dopo di che la serie si interrompe improvvisamente — certo a causa degli avvenimenti seguiti al 25 Luglio. In veste sobria ma dignitosa, la rivista si presentava in formato 21×29,50 con foliazione, a seconda dei numeri, che andava da un minimo di 16 pagine ad un massimo di 28, copertine comprese. Speciale attenzione era ovviamente prestata ai fatti che riguardavano i nostri connazionali, in quanto specifici del pubblico cui il periodico si rivolgeva. Tali servizi sono stati qui riproposti al completo. Due i numeri monografici, entrambi qui riprodotti integralmente perché particolarmente significativi: il n. 37 anno primo, 1942 dedicato alla gioventù nazionalsocialista e il n. 16 anno secondo, 1942 sulla gioventù europea. Dai tre settori del sottotitolo, attraverso una fitta rete di informazioni prende man mano forma la visione panoramica della società tedesca di quegli anni, che autorappresentandosi fornisce in ogni aspetto elementi assai istruttivi non soltanto allo studioso, ma a chiunque interessato all’argomento.

Dalla mole di pagine che compongono La Svastica (circa 1.500), ne abbiamo estratte trecento adeguate a proporre un campo d’indagine sufficientemente vasto su ideologia e cultura del nazionalsocialismo, intendendo offrire al contempo un prodotto che fosse rispettoso dell’originale sia nel formato che nella genuinità dei testi.

I principi della politica monetaria tedesca

PARTE II: LA POLITICA ESTERA

Nel numero 25 abbiamo pubblicato un articolo di Emilio Puhl, vicepresidente della Reichsbank, sulla politica monetaria interna della Germania. Ad esso facciamo seguire ora un secondo articolo dello stesso autore sulla politica monetaria estera che, insieme al primo, permetterà al lettore di farsi un quadro completo della politica monetaria germanica.

Il controllo delle divise rappresenta la pietra angolare di tutto l’attuale sistema monetario tedesco nei suoi rapporti con il commercio estero. Tale controllo, com’è noto, venne introdotto nell’anno 1931 per mantenere stabile il valore del marco sul mercato dei cambi, nel periodo in cui, a seguito della crisi imperversante, gli stranieri si affrettavano a ritirare dalla Germania i loro investimenti e i loro depositi. Le scorte auree e di divise estere della Reichsbank non erano più in grado di fronteggiare le crescenti richieste da parte di costoro; forse si sarebbe potuto pensare di soddisfare tali richieste mentendo a disposizione degli stranieri delle equivalenti somme in marchi. Ciò avrebbe però portato fatalmente ad una svalutazione del marco all’estero, poiché è evidente che i sudditi stranieri non avrebbero certo conservato per sé nei rispettivi Stati i marchi di cui fossero venuti in possesso, ma si sarebbero invece affrettati a rivenderli in modo che, data la forte offerta non assorbita da una corrispondente domanda, la valuta tedesca sarebbe stata quotata a un livello sempre più basso. Col controllo delle divise si sono potuti scongiurare questi effetti dannosi della crisi mondiale e si è potuto ottenere, mediante il divieto di esportazione e di importazione del marco, che la circolazione di quest’ultimo rimanesse limitata al territorio del Reich.

Certo, l’attuale forma in cui si effettua il controllo delle divise, per cui ogni singolo negozio che abbia per oggetto della valuta estera deve ottenere una particolare autorizzazione, non è l’ideale. Ci si deve quindi sforzare di porre in essere, non appena le circostanze lo permetteranno, un meccanismo nel quale si faccia sempre sentire l’opera degli organi statali, ma che nello stesso tempo sia il meno gravoso per coloro che effettuano il commercio con l’estero.

Naturalmente, man mano che si sviluppava il controllo delle divise, subentravano, al posto dei consueti modi di pagamento internazionali, tutti basati sul libero commercio delle valute estere, dei nuovi modi di pagamento basati su accordi di compensazione (clearing) interstatali. Detti accordi, sorti all’inizio come semplici accordi fra le banche di emissione dei singoli paesi, divennero poi parte integrante di molti trattati di commercio, nei quali spesso, a fine di rendere più agevole il complesso dei pagamenti per compensazione, fu stabilito anche il reciproco contingente di merci dei paesi contrattanti e anche il prezzo di esse. In base alle esperienze fatte durante l’attuale guerra è parso consigliabile sviluppare il sistema di clearing bilaterale in un sistema più complesso di clearing multilaterale Quest’ultimo sistema dà il vantaggio a coloro che vi partecipano di poter disporre di una certa quantità di divise da poter impiegare per acquisti in paesi diversi da quello da cui dette divise provengono. È proprio questa la caratteristica fondamentale del clearing multilaterale, il quale può solo sperare di aver una lunga vita dal fatto che tutti i suoi partecipanti vi trovino non un sistema rigido di pagamenti, ma un sistema che per la sua flessibilità offra i maggiori vantaggi A tale scopo però è necessario che gli scambi di merci fra i diversi stati non si muovano nel quadro di contingenti troppo rigorosamente delimitati.

Accanto al perfezionamento tecnico di tutto questo complesso sistema di accordi di compensazione, uno degli scopi fondamentali della politica monetaria estera tedesca è quello di ottenere che dovunque il marco sia quotato ad un livello uniforme. Per ottenere ciò è necessario che in base ad un processo economico organico il livello dei prezzi dei diversi paesi europei tenda ad eliminare le discrepanze esistenti ancora nelle economie di molti Stati. Solo cosi si potrà ottenere che il rapporto esistente fra il marco e le altre valute europee sia dovunque identico. A mano a mano che nei diversi paesi i prezzi si uniformeranno la Germania potrà eliminare molte di quelle misure restrittive che il Reich ha dovuto prendere nel confronto dei paesi che hanno svalutato la loro moneta.

Nel complesso si può ora con soddisfazione constatare che il controllo delle divise e gli accordi di clearing hanno posto la Germania in  condizione di poter sviluppare, nonostante le difficoltà recate dalla guerra, il suo commercio con l’estero, e di potere difendere efficacemente il valore del marco sul mercato internazionale, compito quest’ultimo ben difficile se si pensa che l’economia tedesca, nei primi anni susseguenti alla crisi del 1929/31, era venuta a trovarsi gravata da forti debiti con l’estero.

Una cosa deve però concedersi, e cioè che nonostante il complesso sistema di clearing oggi vigente, sussiste sempre la necessità di avere una certa percentuale di divise da poter amministrare all’infuori di ogni accordo di compensazione. Tale necessità si farà sentire ancora maggiormente quando, finita la guerra, si riallacceranno le relazioni commerciali con le nazioni d’oltreoceano. Vi sono infatti nell’economia mondiale, e vi saranno sempre anche del futuro, paesi che non possono, o non vogliono, accedere all’idea di incanalare i loro pagamenti attraverso gli accordi di clearing. Ecco perciò sorgere la necessità di creare nel marco una divisa che, anche all’infuori di ogni clearing, sia dovunque adoperabile e che dovunque abbia in complesso lo stesso valore. Ma ciò non potrà essere ottenuto lasciando la moneta libera a se stessa: cosi come nel settore interno la stabilità del marco è stata ottenuta con varie e numerose misure di carattere sia finanziario che economico, così anche nel settore esterno la parità del marco potrà essere ottenuta solo mediante una vigile e ininterrotta opera di sorveglianza da parte della Reichsbank, la quale dovrà avere una sufficiente riserva d’oro e di divise estere per poter meglio adempiere i suoi compiti.

*

È oggi impossibile fare delle previsioni sul preciso sviluppo dei rapporti monetari internazionali. Molti fattori che non conosciamo esattamente concorreranno a determinarlo. Soprattutto però determinanti saranno in ogni caso le forze economiche delle giovani nazioni che oggi combattono per assicurare la libertà e la prosperità dell’Europa. In tale economia futura il fondamento su cui poggerà il valore della moneta sarà, come già oggi nella Germania nazionalsocialista e nell’Italia fascista, il lavoro e la produzione. Su questa base sicura la politica monetaria potrà lavorare per mantenere alla moneta, nonostante ogni contingenza, la sua stabilità tanto all’interno quanto all’estero.

Emil Puhl

giu 242011

Riceviamo dalla nostra sodale Professoressa Barbara Spadini una lettera che volentieri pubblichiamo. Chi la conosce non potrà che ritrovare in questa sua quella coerenza che da anni la contraddistingue in una lotta pressochè in solitaria in un contesto avverso e ciò nonostante vittoriosa perchè nel giusto. E noi di Thule, così affetti da quella mania di contro-storia – anzi per la vera Storia – non possiamo che appoggiarla e sostenerla. Grazie per chiunque diffonderà questa nota.

Marco

Nell’anno della riscoperta del Risorgimento italiano, a centocinquant’anni dai fatti, molto si è svolto – istituzionalmente – per ricordare i personaggi che hanno animato quel periodo, mettendone in luce i risvolti patriottici, gli eroismi, le gesta.

Tutto questo anche nelle scuole pubbliche ove, come mai prima d’ora, è stato cantato l’Inno della Nazione, spesso sventolando bandiere tricolori che, oggi, vedono nei cori e tra gli sbandieratori moltissimi allievi stranieri, segno che il nostro Paese sta cambiando il suo volto più giovane.

Due omissioni, però, sono state operate più o meno ovunque, nell’ambito dell’excursus storico che spesso ha accompagnato le celebrazioni ed i saggi scolastici a cui ho partecipato, atto a ripercorrere le tappe del Risorgimento: la prima, è nell’ esecuzione non integrale dell’Inno italiano, che sappiamo essere composto di più strofe mameliane e che recita, ma pochi lo cantano in versione integrale: ”i bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, forse “bloccati” dalla parola che echeggia a valori diversi da quelli risorgimentali, legati al popolo sociale piuttosto che a “uguaglianza, fratellanza e libertà”, provenienti da una rivoluzione che uccise anche i suoi promotori.

Un’omissione ingiusta, storicamente, pensando a chi fosse Balilla: non un giovane fascista in divisa, ma un ragazzino genovese che non voglio nemmeno ricordare, perché immagino tutti sappiano chi fosse e perché venga menzionato dalle parole dell’Inno.

L’altra omissione è quella legata alla storia della bandiera italiana, che è stata riproposta in questi giorni a tappe, dall’origine cisalpina, passando attraverso il suo sabaudo sventolio e, per finire, al riconoscimento costituzionale repubblicano della stessa, nel 1946.

Qui l’omissione è stata forse volontaria, perché – pur per breve tempo- la bandiera tricolore ha sventolato con un’Aquila nel centro, anche sulla Repubblica Sociale Italiana: questo, entro una seria ricostruzione dei fatti offerta alle giovani generazioni , per correttezza storica non può essere omesso.

In questi frangenti, che celebrano una storia del Paese ancora lacunosa e in sostanza mondata da alcuni episodi e fatti, il vuoto resta enorme e nessuno può e desidera colmarlo con qualche parola.

Ritengo allora opportuno informare gli interessati di quanto segue, onorando così anche tutti i caduti della R.S.I. che hanno offerto il proprio sangue per il loro Paese in modo volontario, mantenendo fede e coerenza verso l’Ideale patriottico .

1 il prossimo luglio verrà erogata la borsa di studio in ricordo del Prof. Ferruccio Spadini, Maggiore G.N.R. della Repubblica Sociale Italiana, in una scuola della provincia di Mantova che vedrà premiato un allievo o allieva per merito scolastico, all’insegna del voler coniugare un ricordo storico alle giovani generazioni che non devono dimenticare ma ricordare sempre, per poter essere artefici di un cambiamento onesto ed onorevole.

2 a breve verrà intitolato al Prof. Magg. Ferruccio Spadini, mio nonno e per me simbolo immortale di inestimabili valori patriottici e umani, per i quali combatto e mi spendo senza sosta, un Centro di documentazione: privato, ma accessibile gratuitamente a tutti coloro che desiderano leggere la storia in modo libero e senza prevenzioni, che metterà a disposizione materiale storico sulla Seconda guerra mondiale e in special modo riguardo il periodo della Repubblica Sociale Italiana e aprirà i battenti nella seconda metà del mese di agosto, sperando possa divenire punto d’incontro di giovani studenti, di studenti universitari, di associazioni, movimenti e fondazioni che credono nella cultura e nella libertà d’espressione.

Con il tempo, entro l’anno 2011, verrà reso idoneo uno spazio più ampio, per dar modo soprattutto ad associazioni e case editrici libere e studiosi – ricercatori di trovare un luogo ove riunirsi, presentare pubblicazioni, ricerche, studi e tesi che meritano di essere conosciute e rappresentate entro uno spazio dignitoso, come finora difficilmente è avvenuto.

Credo nell’unione di quelle voci che in Italia oggi deve e può fare la differenza.

Credo e spero nella vera libertà della Storia e della Cultura.

Credo e ancora credo che l’azione sia necessaria per mostrare la verità delle parole.

Voglio e spero che la mia proposta trovi consensi, a parole e nei fatti e possa essere tramite, ponte e legame positivo tra tutti coloro che, nel ricordo di mio nonno e dei valori italiani che ha saputo esprimere, abbiano voglia di essere presenti , unendo le menti e le azioni per scopi e finalità comuni.

Con successiva comunicazione verranno esplicitati modalità, date, punti di riferimento e ulteriori novità, che da fine luglio saranno reperibili anche via internet, con un sito e un blog.

Ringrazio tutti coloro che, senza ricevere nulla in cambio (se non grane, probabilmente) vorranno con i loro mezzi aiutarmi a diffondere attraverso ogni canale possibile questa mia comunicazione.

Barbara Spadini

mar 012011

di Luca Leonello Rimbotti (Linea 19 febbraio 2011)

È stato indubbiamente uno dei personaggi più enigmatici del XX secolo. Ben più vittima che carnefice. Attorno alla sua figura, poi, si sono intrecciate storie, più spesso fiabe, narrazioni inventate di sana pianta, che hanno contribuito a portare confusione anziché chiarezza. Rudolf Hess, il “delfino” di Hitler nella gerarchia del Partito nazionalsocialista, era il numero tre del regime: nel settembre 1939 Hitler lo mise dopo Goering nella scala di successione. Era dunque uno degli uomini di maggior spicco dell’Europa dell’epoca. Negli anni, la figura di Hess ha interessato poco o nulla dal punto di vista politico, ma molto per il suo celebre viaggio solitario in Gran Bretagna nel maggio 1941 quando, compiendo una delle azioni più spettacolari ma anche più misteriose della Seconda guerra mondiale, volò fino in Scozia per vedere di trovare con gli inglesi – presso i quali aveva molti amici, a cominciare dal duca di Hamilton, conosciuto al tempo delle Olimpiadi di Berlino – quella pace che con Churchill al potere non sarebbe mai arrivata. Hess, inoltre, è stato malauguratamente trascinato al centro del pedestre filone “nazi-esoterico”, che è oggi tra i più redditizi dal punto di vista editoriale. Il solo fatto che da giovane – come Rosenberg, Frank ed altri futuri capi hitleriani – fosse stato affiliato all’associazione pangermanica Thule, da cui poi nacque di lì a poco il Partito nazionalsocialista, ha costituito per un’intera falange di ricercatori del brivido l’eccitante premessa per edificare una storiografia popolare da ciarlatani dell’occulto: e dispiace che nella rete di questa rivendita di aria fritta sia caduto anche un politologo di buon nome come Giorgio Galli, che da una ventincinquina d’anni ci propina la stessa storia del volo di Hess come l’esito delle sue trame esoteriche con le cerchie inglesi della Golden Dawn.

Adesso, a trarre Hess fuori dal circo esoterico, e a ricollocarlo nella sua posizione più seria e autentica di protagonista del Novecento, provvede una pubblicazione di qualità, “Ho osato”. Rudolf Hess: il vice di Hitler e araldo di pace, di Ernesto Zucconi, pubblicato dalla Novantico Editrice. Si tratta di una bella edizione, ben curata, di grande formato, con un ricco apparato iconografico e, ciò che non guasta, con un testo sobrio ed essenziale, che nulla concede ai sensazionalismi. È la storia di Hess, cioè di un uomo che anche i suoi nemici hanno riconosciuto essere stato coerente ed onesto: un idealista, un puro, figura strana ed eccentrica, bisogna ammetterlo, soprattutto in relazione a quel mondo di spie, ricattatori e manipolatori in mezzo ai quali letteralmente cadde dal cielo in quel 10 maggio 1941. E che per i quarantasei anni seguenti lo utilizzarono ai loro fini, inquinando la vicenda con depistaggi e falsificazioni di ogni genere.

Quella di Rudolf Hess è una figura tragica. Uomo dimesso e umile, quando era al potere – e che potere! – mantenne sempre un’attitudine composta e defilata, di fedelissimo seguace del suo Führer, quasi sacerdotale nei suoi modi semplici e spartani. Uomo tragicamente vittima, una volta che venne incarcerato e tenuto a Spandau per oltre quarant’anni, al centro delle mene anglo-americane e russe, scalpo dei vincitori e oggetto di ricatti reciproci. La sua dirittura e linearità di onesto credente fu ciò che lo portò a intraprendere l’iniziativa del volo. Ancora oggi non sappiamo se quel gesto fu concordato con Hitler o se invece fu una sua iniziativa, per pervenire attraverso un’azione clamorosa alla pace fra Germania e Gran Bretagna. Non appena ebbe la certezza che si stava preparando la guerra preventiva contro l’Unione Sovietica, Hess, in ogni caso, presentò la sua offerta di pace come un atto di nobile raziocinio: davvero non esistevano motivi di continuare una guerra senza senso fra due nazioni che non avevano motivo di distruggersi a vicenda. Hitler aveva offerto parecchie volte la pace agli inglesi nel 1940: ma le offerte fatte nei suoi discorsi, la cui diffusione venne proibita in Inghilterra, per evitare che sorgessero movimenti d’opinione sfavorevoli alla guerra, caddero nel nulla. Churchill volle in tutti i modi la guerra e continuò la sua guerra, anche a costo di allearsi con i comunisti e di causare – come causò – la fine politica dell’Europa. Ai suoi amici americani aveva già promesso di farli intervenire, permettendo così a Roosevelt di salvarsi dal tracollo economico attraverso una comoda, lunga e lucrosa guerra in Europa e nel Pacifico.

Tutte queste mire di potere mondiale corsero molto al di sopra della testa di Hess, la cui ingenuità nel fare appello alla lealtà inglese faceva a cazzotti con il freddo disegno anglo-americano di andare fino in fondo con la guerra e di sbarazzarsi una volta per tutte sia della Germania sia del Giappone, preferendo spartirsi il mondo con la Russia, ritenuta – giustamente, come la storia ha poi dimostrato – un avversario assai più morbido e conciliante.

Zucconi fa alcune importanti precisazioni. Innanzi tutto, tende a credere che il volo non fu il disegno di un allucinato fuori dal mondo. Quell’iniziativa avrebbe anche potuto aver successo. E, qualora le cose fossero andate nel verso giusto, l’intera storia del secolo sarebbe stata diversa: «Certo i margini di successo non erano ampi – e qui sta il suo coraggio – ma neppure così esigui da liquidare come temeraria l’impresa che si accingeva a compiere», scrive Zucconi. E precisa: «E se Hess fosse riuscito a ribaltare la situazione spingendo i fautori della pace ad ottenere le dimissioni di Churchill, quasi certamente l’operazione “Barbarossa” sarebbe rientrata». È un fatto che, a quel punto, le pretese della Russia sull’Europa orientale si sarebbero smorzate, gli Stati Uniti sarebbero stati indotti a rinfoderare i loro propositi bellicisti e un’alleanza fra Germania e Gran Bretagna avrebbe ridisegnato altrimenti il destino dell’Europa. Ma Churchill ebbe la meglio e sappiamo com’è andata.

A dispetto del fatto di essere stato l’unico uomo al mondo a insorgere contro la guerra e ad aver rischiato la vita di persona per fermare le armi, come è noto a Norimberga Hess è stato condannato all’ergastolo per aver commesso “crimini contro la pace”. Un simile, grottesco controsenso è tipico di quel nonsenso storico e giuridico che fu il processo “alleato” alla Germania, in base a capi d’imputazione che – come riconobbero anche molti tra i vincitori e, in Italia, Benedetto Croce – non stavano in piedi nel merito e nei modi: i vincitori che giudicano i vinti in base ad articoli di un codice che all’epoca non esisteva e secondo imputazioni retroattive, è un monstrum giuridico che ancora oggi pesa come un macigno sulla credibilità di quei giudici: tra i quali sedevano, non da ultimo, anche i rappresentanti del più formidabile potere criminale del secolo XX, quello sovietico. Inoltre, Zucconi mostra di non credere alla estenuante affabulazione secondo cui Hess sarebbe stato eliminato sin da subito dagli inglesi e sostituito da un sosia: aspetto, anche questo, che ha contribuito non poco a far discendere la vicenda al livello di una rozza letteratura “gialla”, in nessun contatto con la documentazione storica. Infine, tra le molte altre cose, resta da dire che l’ormai vegliardo Hess venne, con tutta probabilità, eliminato dai servizi segreti inglesi in quel 17 agosto 1987, sotto la pressione internazionale che ne chiedeva il rilascio per motivi di salute: il timore che l’uomo, imprevedibile e lucido fino alla fine, ad onta della tante distorsioni propagate in materia, una volta libero sbottasse in qualche sensazionale rivelazione, dovette consigliare agli inglesi l’eliminazione dello scomodo personaggio con metodi sbrigativi. Come ricorda Zucconi, Hess fu trovato morto con un fil di ferro attorcigliato attorno al collo: in base alla ricostruzione dello storico Robert Brydon, la morte sopraggiunse per strangolamento e non per sospensione: evento quanto mai improbabile in un vecchio di 93 anni, fortemente debilitato da ben 46 anni di duro isolamento carcerario. «Ho osato», sta scritto sulla lapide della tomba in cui Hess è sepolto, nella località bavarese di Wunsiedel. Difatti, osò interferire nei piani di Churchill, di ordire, insieme a Roosevelt e a Stalin, una mortale congiura contro l’Europa. E, anziché dargli il premio Nobel per la pace, è stato rinchiuso a Spandau per tutta la vita e, alla fine, liquidato alla maniera mafiosa.

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feb 282011

ROMA, ESTATE 1943: LA CITTA’ ETERNA OLTRAGGIATA DALL’AVIAZIONE AMERICANA.

E’ una storia apocalittica e misconosciuta quella dei due grandi bombardamenti aerei che il 19 luglio e il 13 agosto 1943 si abbatterono su Roma. Provenienti dalle basi nordafricane, i B17 “Fortress” e i B24 “Liberator” della 12th USA Air Force non attaccarono soltanto obiettivi militari, ma anche gran parte del centro abitato. Nelle zone popolari del Tiburtino, Prenestino, Casilino, Tuscolano e Appio morirono non meno di 4.000 persone, interi blocchi di edifici furono spazzati via, la basilica patriarcale di San Lorenzo fuori le mura fu colpita da una bomba da 200 kg. Dopo queste due violente incursioni, la città eterna fu colpita altre 51 volte. (Nella foto il cimitero del Verano sconvolto dalle bombe).

Il bombardamento del 19 luglio 1943:

http://www.vivisanlorenzo.it/bombardamenti_del_19_luglio_1943_a_san_lorenzo.htm

http://www.youtube.com/watch?v=1zbjV7ZTwe8

http://www.youtube.com/watch?v=ULd74cBzZ4I&feature=fvw

Il bombardamento del 13 agosto 1943:

http://appiotuscolano.blogspot.com/2010/10/il-bombardamento-di-roma-del-13-agosto.html

feb 282011

Sempre a cura dell’Associazione “Idee in Movimento”, che ringraziamo.

LE VITTIME ITALIANE SENZA UN RICORDO: SONO OLTRE 70.000 I CIVILI MORTI SOTTO I BOMBARDAMENTI TERRORISTICI ANGLOAMERICANI.

Nella storia millenaria della nostra civiltà, neppure al tempo dei barbari le città italiane subirono una violenza paragonabile a quella scatenata dal cielo dalle aviazioni angloamericane nel corso della Seconda guerra mondiale. Le immani rovine provocate dagli “aerei del terrore” non furono solo materiali ma, anche morali poiché secoli di cultura, d’arte e di costume vennero brutalmente umiliati. Se le città erano importanti per i loro obiettivI industriali e militari, le bombe cadevano molto spesso sulle case, sulle scuole, sulle chiese e sui monumenti. Un’offensiva dall’aria, condotta con metodi terroristici, avente lo scopo primario di minare il morale della popolazione, annichilendola, per spingerla ad invocare il termine della guerra. Gli inglesi, convinti assertori del bombardamento “a tappeto” dimostrarono, sin dal 1942, la volontà di distruggere completamente un obiettivo: si spiegano soltanto così le distruzioni di intere aree di Milano, Genova e Torino. Per il Bomber Command della RAF colpire la popolazione civile aveva la medesima importanza che bombardare obiettivi militari o industriali: le loro incursioni furono sempre caratterizzate da una violenza sadica. Al contrario, gli americani sostenevano – in nome di un puritanesimo bigotto – che i loro aerei impiegassero tecniche di bombardamento di “precisione”: quelle che, ancora oggi, chiamano “intelligenti”. Purtroppo, queste tecniche non sembravano essere così precise: le affermazioni statunitensi circa la precisione delle loro bombe male si conciliava con le immagini dei centri abitati devastati dalle esplosioni. Da quando erano cominciati gli attacchi dal cielo contro le nostre città, l’Italia intera aveva subito una escalation terrificante di incursioni aeree, quotidiane, con l’impiego di esplosivo ad alto potenziale e bombe incendiarie. Grandi città, paesi di campagna ma, anche piccole borgate e case isolate diventarono, in uguale misura, obiettivi primari dell’aviazione “alleata”. Gli italiani si ritrovarono sotto violenti bombardamenti che avevano ben poco a che fare con le esigenze militari e tutto a che vedere con la politica. Come se tutto questo non bastasse, tra l’aprile 1944 fino al termine della guerra, subirono anche l’intensificarsi delle cosiddette azioni di “strafe”, ossia i mitragliamenti a bassa quota dei caccia che avevano come obiettivi le fattorie, le case isolate,  i contadini nei campi e i viandanti per le strade. A guerra conclusa non fu istituito nessun tribunale per giudicare questi crimini: al contrario, i crimini dei vinti (commessi, così come se ne commettono in tutte le guerre) furono esasperati e moltiplicati al solo scopo di nascondere, o di far dimenticare, ben altri spaventosi crimini: i crimini dei vincitori. Va detto, in ultima analisi, che le sorti del conflitto, oltre che da altri fattori, furono decise piuttosto dalla schiacciante strapotenza delle forze aeree tattiche e strategiche “alleate” contro gli obiettivi militari del nemico (impianti industriali, depositi di carburanti e rete viaria) e non già da quelli diretti contro la popolazione civile. L’assoluta inutilità della guerra aerea contro gli inermi è una lezione che i vincitori di allora hanno ignorato: dal 1945 ad oggi, le statistiche dei civili uccisi dalle bombe “intelligenti” americane e della Nato ne sono la prova tangibile.

Manifesto di propaganda del 5° Gruppo da bombardamento
del Bomber Command della RAF

Autunno 1942, Genova aggredita dal Bomber Command:

http://www.britishpathe.com/record.php?id=23193

Agosto 1943, Milano sotto un diluvio di bombe della RAF:

http://www.britishpathe.com/record.php?id=12380

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