
Vi proponiamo una nuova riflessione su di un tema già trattato altre volte, la “democrazia”, e su come sia in atto un processo di sostanziale svuotamento del suo moderno significato ufficiale.
Nel corso di questi primi mesi dell’anno, siamo stati attirati da diversi fatti politici in varie parti del mondo, e che possono dare un quadro abbastanza esaustivo della questione in oggetto.
Partiamo dall’esempio offerto dalle presidenziali in Cile, svoltesi a Gennaio. La vittoria di un esponente di “destra” ha portato alla ribalta un atteggiamento che solo Thule ha evidenziato. Il Sud America sta vivendo un decennio di profondo mutamento politico, egemonizzato da forze progressiste di natura diversificata. Il fatto che proprio il Cile, per via della sua storia, abbia oggi “tradito” tale orientamento, affidandosi appunto ad un soggetto politico diverso da quelli in auge, ha innescato un curioso fenomeno di delegittimazione strisciante, da parte di coloro che, tanto dall’interno del Cile, che dall’esterno, tifavano per la continuazione del potere di “sinistra”, il cui grado di comprensione dei problemi del popolo era forse appannato.
In politica la delegittimazione del nemico/avversario è un più che giustificabile strumento di lotta e di affermazione, negarlo sarebbe oltremodo ipocrita. Ma proprio perché la democrazia moderna reca in sé virulenti i germi dell’ipocrisia, ecco che la delegittimazione del nemico/avversario, disconosciuta a parole ma non nei fatti, sembra ormai essere l’unico strumento nelle mani di chi si ritiene custode dei valori democratici stessi, enunciati spesso talmente astratti da risultare lontani dai bisogno reali dei popoli.
Una scelta politica, compiuta in ambito democratico, dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere sovrana e rispettata, visto che ad esternarla è sovente l’attore principale dell’agire democratico, ovvero il corpo elettorale. Invece così non risulta.
Per l’Europa il discorso si fa ancora più grave visto il processo, non sempre cristallino, di integrazione tra gli Stati dell’Unione Europea, attuato in modo para autoritario, ma spacciato con soavi concerti mediatici. Di fatti ogni “voce” dissenziente, o critica, nei riguardi di un fideistico abbandono di ogni dubbio sul radioso futuro dell’UE, viene bollata come portatrice di eresia pura, fuori dalla storia e dalla realtà, come ebbe a dir l’italica mummia presidenziale commentando, a sproposito, l’esito elettorale in Olanda.
Per gli attuali detentori della democrazia i popoli dovrebbero, per esser ritenuti affidabili su certi standard di maturità decisionale, scegliere SEMPRE quelli che sono i portatori esclusivi di una certa Weltanschauung. Pena l’esser considerati “politicamente immaturi” o “poco informati”.
Tale discorso lo si può evincere in numerosi contesti geografici, dove risultati elettorali non graditi ad una certa linea di pensiero vengono osteggiati, e maldestramente delegittimati da una polifonia di attori non certo disinteressati.
Qui sta il problema. Esiste un muro a difesa dell’ortodossia democratica, che limita di fatto le libertà decisionali dei popoli, che tenta di condizionarne la consapevolezza e le scelte. Un muro che annulla il senso stesso, ontologico, della democrazia moderna che, in teoria, dovrebbe tutelare la volontà popolare. Ma quando la volontà popolare non corrisponde a certe aspettative, ecco che viene eretto un muro a difesa della sedicente ortodossia democratica, che evidentemente tutela non tanto l’espressione di principi teorici, quanto l’autoconservazione del sistema vigente.
Si vuole qui dare seguito all’ottimo articolo della Prof.ssa Barbara Spadini presente nell’ultimo numero della Rivista Thule (marzo/aprile 2010) dedicato al poeta Trilussa. Lo facciamo con un pezzo che tratta più da vicino il rapporto che egli ebbe con la massoneria estratto da Hiram n. 10, ottobre 1986 – Soc. Erasmo, Roma
Carlo Alberto Salustri, detto Trilussa, fu un massone che non venne mai iniziato nell’Ordine. Per questo motivo, che può sembrare paradossale, si ritiene interessante lumeggiare il personaggio e i suoi rapporti con l’Istituzione, attraverso le cose che sulla stessa ha scritto, le cose che ad essa lo avvicinano, fino, da ultimo, alla domanda di affiliazione che presentò oramai in prossimità della morte.Nel panorama della letteratura italiana narratori e poeti spesso si sono avvicinati alla Massoneria sia direttamente che indirettamente. Taluni, appartenenti all’ordine, hanno riportato nelle loro opere il frutto degli studi esoterici e della filosofia dell’Istituzione; altri pur non appartenendovi hanno colto certi insegnamenti; altri ancora hanno deriso o contrastato la Libera Muratoria assegnandola, nella più benevola delle formulazioni, a quelle attività dell’uomo un po’ superflue e un po’ goliardiche. Alcuni attraverso lo sviluppo e la dinamica del loro pensiero hanno finito con l’approdare all’Ordine ancora in età tale da portare un contributo di lungo periodo; altri si sono formati, anche come uomini, all’ombra dei simboli muratori, taluni nel ricordo di passate presenze negli avvenimenti risorgimentali, altri ancora attirati e, direi, attivati dalla ricerca iniziatica che è la prerogativa principale della Libera Muratoria.Del tutto anomala, rispetto ad altre situazioni presenti appunto tra i protagonisti della storia letteraria italiana, appare la vicenda di Trilussa, poeta dialettale romano fiorito tra gli ultimi anni dell’800 e la seconda metà del ‘900. La decisione di richiedere l’ammissione alla Libera Muratoria la matura in tarda età tanto che la domanda, che pure era stata accolta, non ha seguito per la morte improvvisa del poeta. Ed è curioso come anche la nomina a senatore lo raggiunga appena venti giorni prima della sua morte, il 21 dicembre 1950, quando ormai la vita gli aveva dato tutto quello che un artista può desiderare compreso l’ultimo riconoscimento, appunto quello di senatore a vita, per aver con le proprie opere illustrato la Patria, come dice la motivazione firmata da Luigi Einaudi.Trilussa, tuttavia, non era mai stato un compiacente osservatore delle vicende dell’Italia, ma le aveva sempre trattate con quella ironia che nasceva da una sorta di comune buon senso popolare, che pervade tutta la sua opera, quando aveva sorriso sulle guerre propiziatrici dell’impero, o quando, senza eccessi e col sorriso sulle labbra di chi intravede, nelle umane vicende, il buffo e talvolta inutile agitarsi dei piccoli che vogliono apparire grandi; colpisce il regime fascista senza usare mai, però, il metro pesante della fustigazione o dell’invettiva. D’altronde nello stesso modo aveva ironizzato, durante l’era liberal-democratica, verso quei governi, e poi anche verso i partiti che andavano allora formandosi e che erano ovviamente agguerriti e rinchiusi nelle loro ideologie nascenti, talvolta con riferimento al fasti e nefasti ottocenteschi e risorgimentali, talaltra per esplicita certificazione di nascita dovuta alle incalzanti nuove esigenze della storia e dell’umanità.E’ il suo un modo di rappresentarsi al di sopra delle parti, è un modo, quasi giornalistico, di raccontare la propria insofferenza in versi, insofferenza che non ha nulla di rivoluzionarlo, di combattivo ad oltranza, ma che si stempera nella vita quotidiana e in questa trova origine e morte alla propria esistenza.Pur tuttavia la Patria riconosce in lui un suo figlio benemerito e lo nomina senatore, e Trilussa, come nella sua poesia, ringrazia ed esce dalla comune forse anche questa volta con ironia e con il sorriso sulle labbra, conscio della caducità delle cose della vita. 1 piccoli personaggi, la piccola umanità pure vengono chiamati, attraverso la sua persona, a posizioni più alte, vengono innalzati dal pianterreno della vita e loro viene riconosciuta una importanza nuova, quella importanza che Carlo Alberto Salustri aveva già deciso di riconoscergli in qualche modo facendoli tutti protagonisti della propria arte.L’epoca in cui visse Trilussa, fu un’epoca di transizione e nello stesso tempo di assestamento della società italiana e di quella europea più in generale, anche dal punto di vista politico ed economico. Dalla presa di Roma ad opera del nuovo Stato italiano nel 1870, un anno prima della nascita del poeta, fino alla Grande Guerra e poi con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale l’Italia e l’Europa trovarono l’assestamento che tuttora permane. Ma anche dal punto di vista culturale movimenti, scuole e indirizzi di vario genere fiorirono apportando una ventata di cambiamenti nel canoni dell’arte così come erano fino ad allora conosciuti.Anche la Massoneria subì i suoi travagli, i suoi adattamenti, dal punto di vista statuale, che i tempi proponevano, cambiando spesso anche proprio la qualità degli uomini subì, nel corso del tempo, soprattutto in Italia, una lenta trasformazione che finì con il portarla al superamento di antichi vincoli riferiti al passato, restituendola in pieno ad una tradizione più vicina alle Obbedienze europee che non avevano, almeno con i propri uomini se non certamente come istituzioni, dovuto affrontare una dura prova politica ed ideologica come quella risorgimentale.Pure, ancora all’epoca della giovinezza del poeta, talune antiche ferite erano presenti nell’anima dell’Istituzione la quale con forza continuava a contrapporre il “libero pensiero” alla sorda conservazione che sotto sotto covava nella società italiana vuoi per intimo convincimento, vuoi per millenaria educazione, vuoi per attento e opportuno calcolo politico dovuto anche all’economia dei tempi che venivano vissuti. E ancora lo sbandierato “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”, ereditato dalle vicende transalpine della fine del secolo precedente e portato e adattato alle italiche venture, suonava da una parte come richiamo ad un nuovo ordine etico e sociale e quindi politico ed economico, e dall’altra appariva come il vessillo del sovvertimento di valori consolidati dal tempo, come immiserimento dello spirito, quasi la premonizione e la preparazione all’avvento dell’Anticristo.Tuttavia non era la sola Massoneria italiana propugnatrice di questo sovvertimento. Anzi all’interno della stessa si agitavano due anime che avrebbero portato alfine alla scissione del Grande Oriente d’Italia, proprio, tra le altre più interne ragioni, su un fatto di natura politico-sociale: quello dell’insegnamento religioso nelle scuole. Anche tra i nuovi partiti, che andavano formandosi e che nascevano dalla crisi dell’antica distinzione tra Destra e Sinistra storiche, alcune delle idee propugnate dal massoni andavano prendendo consistenza, anche se contenuti e forme dovevano essere forzatamente diverse. Trilussa visse quest’epoca e la rappresentò nella sua poesia non prendendo però veramente parte, non facendosi partigiano né di un passato che poco conosceva, ma neppure del futuro che non voleva immaginare né profetizzare, accontentadosi piuttosto di registrare con l’ironia più che con il sarcasmo, lo stato delle cose, con l’arguzia, ma anche con la bonomia, la compostezza e la rassegnazione dei popolo che sa di non essere sovrano e che non se ne lamenta, o se ne lamenta con moderazione, ma desidera almeno non essere portato per il naso.L’attenzione di Trilussa è per le cose di tutti i giorni, per le cose minute che sono la rappresentazione in sedicesimo dei grandi avvenimenti e sconvolgimenti che finiscono però col non cambiare in alcun modo lo stato di coloro che non hanno voce nelle decisioni. E infatti l’anima che il poeta interpreta è sempre quella della buona piccola borghesia che, se pure ancora legata agli ideali del Risorgimento, è tuttavia lontana dalle infatuazioni di ogni genere che i tempi suggerirebbero, sensibile solo ai problemi e alle norme fondamentali della vita quotidiana. Ma non una borghesia tutta romana, come tutto romano era stato il popolino irriverente ed anticlericale del Belli, né una vera e propria borghesia che oramai sembrava aver già acquisito un senso della nazionalità e della appartenenza allo Stato italiano con tutti i suoi problemi e le sue aspirazioni, quale era quella emersa dalla poesia del Pascarella di “Villa Glori” e di “Storia nostra”. Piuttosto era una borghesia impiegatizia e di varia etnicità, calata a Roma al seguito del trasferimento della capitale e dello Stato amministrativo, una Buzzurropoli in cui dissidi e conflitti Trilussa avvertiva come puri e semplici riflessi di una precaria situazione sociale e morale.Era la stessa società che, con riferimento alle sollecitudini e alle vicende del proprio piccolo mondo, sarebbe rappresentata più tardi da Pirandello, il quale avrebbe spinto proprio questi dissidi e questi conflitti di cui Trilussa, dicevo prima, aveva gia avvertito l’esistenza, alle soglie di un conflitto gnoseologico ed ontologico fra sogno e realtà.Il mezzo della poesia in vernacolo di per sé consente maggiori possibilità alla satira che non quello in lingua. E in modo particolare quel certo “spirito”,che da sempre è parte del costume dei napoletani e dei romani, trova una sua nobilitazione proprio nella poesia in vernacolo. Talvolta però l’ispirazione liricizzante appanna la vena satirica di un Salvatore Di Giacomo, mentre più raramente, per non dire quasi mai, accade nella poesia romanesca, ed è in questo contesto che va collocato Trilussa, appunto, nella storia della poesia dialettale romana.Se il Belli è la voce autentica, se pure genialmente portata sul piano dell’universale, della plebe romana del periodo più oscuro e disastroso dell’agonizzante potere temporale, di una collettività cioè priva di ogni illuminazione spirituale, chiusa in un opaco destino senza apparente uscita; se nel Pascarella si registra il decisivo spostamento verso il popolo da cui erano usciti Monti, Tognetti e Giuditta Tavani Arquati; Trilussa ci rappresenta la romanità nuova, la collettività impiegatizia che legge il giornale, che crede di intendersi anche dei problemi politici fondamentali, che pretende d’interpretarli e risolverli sulla base dei suoi elementari bisogni e delle semplici ma solide sue pregiudiziali etiche, che risulta dalla fusio ne fra i vecchi “romani de Roma” e il buzzurrame piovuto nell’Urbe che tutta via, negli spiriti migliori, trova anche il tempo per una riflessione, se non proprio culturale e spirituale, attenta almeno e ben disposta verso quelle manifestazioni che con la cultura e lo spirito appaiono avere una qualche connessione, come la Istituzione libero-muratoria alla quale finiscono per aderire e non solo per utile tornaconto personale.La riprova di tutto ciò è nel carattere di tenue coloritura esteriore che il dialetto romanesco ha nella compagine linguistica di Trilussa, in cui tocca il vertice quel processo di progressiva attenuazione, di regolarizzazione e raddolcimento che il romanesco palesa nella poesia a partire dai successori del Belli; le parolacce così sistematicamente frequenti in Giuseppe Gioacchino e non rare neanche nel Pascarella, sono invece rarissime in Trilussa, il quale parla come normalmente parla il romano oramai civilizzato (ciovile direbbe appunto Trilussa), che ha ricevuto una certa educazione e si esprime all’usuale livello della piccola borghesia ben costumata.Ed ecco, quindi, che anche nel linguaggio usato, Trilussa si appropria di una universalità che manca alla satira di altri poeti dialettali.Questa universalità del mondo poetico di Trilussa; questi travagli dei suoi personaggi, siano essi uomini o gli animali delle favole, che finiscono con l’essere problemi di fondo dell’umanità, detti con il tono sornione e quasi distaccato di chi non vorrebbe se ne capisse l’intima importanza, di chi sembrerebbe interessato soltanto al motto di spirito, che pure c’è, allo scherzo liberatorio, ma non troppo; questa universalità, dicevo, fa di Trilussa l’uomo, il poeta vicino agli ideali della Libera Muratoria.Nonostante appaia nelle sue opere talvolta come insofferente a tutto quello che lo circonda, per principio contrario a re, repubblica, socialismo, clericalismo, democrazia, anarchia, tuttavia la sua anima non è “qualunquista”. Anzi ironizza anche su quel movimento affermatosi in Italia negli ultimi anni di questo dopoguerra che si faceva chiamare “Uomo qualunque-:
“Omo qualunque” spesso fa er tribbuno
pe diventà quarcuno
ma quanno semo ar dunque
è un tribbuno qualunque
dice il poeta in una inedita poesia riportata da Giuseppe D’Arrigo nel suo “Trilussa”. Certamente non trova nelle istituzioni umane, o per meglio dire, negli uomini che le rappresentano, quelle doti etiche alle quali il poeta fa continuo riferimento e che vorrebbe, invece, fossero tra tutti gli uomini patrimonio comune. Ed anche in questa aspirazione, in questa ricerca e in questa denuncia, sembra richiamare gli ideali della Massoneria al di là delle dirette chiamate in causa rappresentate da i quattro sonetti “Li frammassoni de jeri” e “Li frammassoni de oggi”, dove certamente non colpisce tanto le idee della Frammassoneria, quanto l’applicazione delle stesse da parte di massoni che allora come oggi dovevano aver dato una rappresentazione della Massoneria certamente poco felice. Tuttavia è interessante annotare che l’ultima terzina del primo sonetto de “Li frammassoni de oggi”:
Perché la Fratellanza Universale
che ce riuniva tutti in una fede
finì co la chiusura der locale.
è riportata dal poeta, autografa e firmata, sul frontespizio del “Libro dei Rituali” di Salvatore Farina edito a Roma nel 1946 dalle Edizioni Piccinelli, ed è evidentemente riferita alle vicende del ‘25 quando il Fascismo sciolse la Massoneria e si accanì particolarmente col Grande Oriente di Palazzo Giustiniani.Ma anche in altre poesie, non specificatamente interessanti la Libera Muratoria, continuamente ricorrono non solo concetti che richiamino quelli propugnati dalla Massoneria, ma anche deliberatamente poesie intitolate alla “Fratellanza”, alla “Libertà”, all’”Uguaglianza”, al “Libero Pensiero”.C’è pure in Trilussa questa aspirazione all’universalità e all’uguaglIanza, questo riconoscimento dell’universalità e dell’uguaglianza che in qualche modo si realizza, che non solo trovi espressione nelle cose quotidiane e di piccolo respiro, ma soprattutto spazi nelle grandi tragedie che sconvolgono l’Umanità, come la guerra. In “Fra cent’anni” del 1915 da “Lupi e agnelli” il poeta, a proposito della Prima Guerra Mondiale che sta sconvolgendo l’Europa, afferma:
Da qui a cent’anni, quanno
ritroveranno ner zappà la terra
li resti de li poveri sordati
morti ammazzati in guerra,
pensate un po’ che montarozzo d’ossa
che fricandò de teschi
scapperà fòra da la terrà smossa!
Saranno eroi tedeschi,
francesi, russi, ingresi,
de tutti li paesi.
0 gialla o rossa o nera
ognuno avrà difeso una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella,
sarà morto per quella.
Ma lì sotto, però, diventeranno
tutti compagni, senza
nessuna diferenza.
Nell’occhio vóto e fonno
non ce sarà né l’odio né l’amore
pe’ le cose der monno.
Ne la bocca scarnita
non resterà che l’urtima risata
a la minchionatura della vita.
E diranno fra loro: – Solo adesso
ciavemo pe lo meno la speranza
de godesse la pace e l’uguajanza
che cianno predicato tanto spesso.
Tutti saranno divenuti compagni, in pace tra loro, uguali nella morte, la nera signora che anche il massone Antonio de Curtis, in arte Totò, ne “A livella” dirà che tutti rende uguali e senza differenze. E ancora in “Bolla de sapone” Trilussa che sembra una volta di più quasi chiudere un discorso in maniera amara, invece anche qui l’aspetto apparentemente negativo della morale finisce per essere, ancora una volta, una indicazione del pensiero trilussiano tutto improntato al ridimensionamento, è vero, del diverso, alla indicazione del caduco, ma anche alla certezza che tutto in un certo momento sarà livellato, riportato all’uguaglianza, sia pure in una “lagrima de pianto”.
Lo sai ched’è la Bolla de Sapone?
L’astuccio trasparente d’un sospiro.
Uscita da la canna vola in giro,
sballottolata senza direzzione,
pe’ fasse cunnolà come se sia
dall’aria stessa che la porta via.
Una farfalla bianca, un certo giorno,
ner vede quela palla cristallina
che rispecchiava come una vetrina
tutta la robba che ciaveva intorno,
j’agnede incontro e la chiamò: – Sorella,
fammete rimirà! Quanto sei bella!
Er cielo, er mare, l’arberi, li fiori
pare che t’accompagnino ner volo:
e inentre rubbi, in un momento solo,
tutte le luci e tutti li colori,
te godi er monno e te ne vai tranquilla
ner sole che sbrilluccica e sfavilla.
La Bolla de Sapone je rispose: -
So’ bella, sì, ma duro troppo poco.
La vita mia, che nasce per un gioco
come la maggior parte delle cose,
sta chiusa in una goccia… Tutto quanto
finisce in una lagrima de pianto.
Ma questo pessimismo di Trilussa, a mio avviso, non è distruttivo. Questo rendersi ragione della negatività di cui è corredata la vicenda dell’Umanità; questo senso del “pantarei“-, del transeunte e della caducità delle cose non è nichilismo ottuso e cieco senza speranza. Non è la malattia mortale- che colpisce l’esistenzialismo disperato e ateo che ancora corre nel pensiero occidentale. Nasconde invece la speranza che alla fine l’Umanità sia riscattata, che almeno le sofferenze servano a migliorare il mondo. Qua e là tra il sorriso ironico e la satira pungente, anche se non proprio graffiante, tra le favole dove gli animali si dimostrano e si riconoscono migliori dell’uomo, anche se talvolta con l’amaro in bocca, spunta la speranza di Trilussa nel momento più inaspettato a conferma che la sua visione del mondo non è del tutto negativa.Ed è in fondo questa speranza che concettualmente la Libera Muratoria consegna e affida al propri aderenti, spingendoli a lavorare “per il bene e il progresso dell’Umanità”. E questo Trilussa lo sa benissimo. La paura poteva essere che non tutti avessero compreso bene il precetto, e che anzi non volessero capirlo, e che limitassero la loro adesione alla Massoneria al:
… giochetto de le deta…
Nei rapporti poetici con la Massoneria legati al quattro sonetti gia citati, non può essere presa in seria considerazione la teoria, per così dire statistica, che avanza Ettore Paratore nel due scritti pubblicati dall’Istituto di studi romani in occasione del Centenario della nascita di Trilussa. Argomenta, infatti, il Paratore che a “fronte di ventiquattro espliciti pamplhets poetici del periodo prefascista contro la retorica socialdemocratica e sempre rilevanti un preciso intento politico e un intento sempre sfottitorio al danni degli ideali socialisti e delle infatuazioni per la democrazia più sinistrorsa”, “solo quattro o cinque”, invece, “sono quelli in cui la frecciata al fascismo si configura in maniera evidente”. E ancora che il breve ciclo formato dal due sonetti intitolato “I frammassoni de oggi” che è stato addirittura composto negli anni del fascismo, “dopo i provvedimenti presi contro la società dei Grande Architetto, è irridente le attività della Massoneria, con quella inimitabile tendenza smitizzatrice e ridimensionatrice che lo contraddistingue e che è il segno infallibile del suo equilibrio e della sua onestà, Trilussa dà un colpo al cerchio e uno alla botte, facendo le sue ironie su chi si sbracciava a salutare romanamente ‘pro bono pacis’. Ma è evidente che chi ne fa le spese in misura più massiccia è l’ambiente massonico”. E con questa statistica numerica ritiene di aver giustificato una classifica dell’insofferenza trilussiana che vedrebbe la Massoneria precedere il fascismo nell’antipatia di Trilussa.Sarebbe veramente curioso pensare che un uomo della cultura di Ettore Paratore non avesse inteso effettivamente il pensiero di Trilussa, se non fosse altrettanto nota, oltre la sua sensibilità critica e culturale, la sua appartenenza anche politica a ben individuati ambienti culturali della destra conservatrice, passato di volta in volta dal più moderati a quelli più estremistici, che lo hanno portato a ridimensionare quanto, in verità troppo spesso, la più recente critica, anche di estrazione marxista, ha voluto attribuire a Croce e proprio a Trilussa circa il loro atteggiamento contrario al regime durante il periodo fascista, considerandoli le due uniche voci solitarie ancora capaci di parlare liberamente nel generalizzato conformismo del culturame imposto dal Minculpop. Certamente i nostri non sono stati gli unici, né la loro è stata una voce particolarmente rumorosa e avversa, particolarmente contraria al regime in sé, dato anche lo scarso interesse per quella cultura dai due dimostrato, e per quel tanto di snobismo culturale, ma anche per la sincera e schietta valutazione della propria posizione e, soprattutto per Trilussa, per quel senso tutto romano dell’ironia e della capacità di credere che lo scherzo e la battuta, quand’anche si dimostrassero veritieri della realtà, non possono essere causa di un reato o accusati di irrispettosità oltraggiosa sia pure da un regime come quello fascista.Tuttavia al di là delle polemiche diciamo ideologiche, mi preme sottolineare come proprio dai quattro sonetti intitolati alla Massoneria di ieri e di oggi, emerga invece una posizione dei poeta che non è senz’altro negativa della Istituzione, mentre da altre, forse anche dimenticate dal Paratore oltre le quattro o cinque citate, appare evidente l’insofferenza di Trilussa per quanto il regime andava costruendo. Mentre la satira dei sonetti “massonici” non colpisce direttamente l’ideologia, che anzi trova modo di apprezzare, ma irride anche bonariamente all’atteggiamento di coloro che vi appartengono, forse perché appunto borghesucci ministeriali che nulla hanno a che vedere con il “generone” dei vecchi borghesi romani, nelle poesie ispirate al regime fascista capovolge completamente lo sfottimento e colpisce più l’ideologia che non le persone, così come aveva già fatto a proposito delle imprese coloniali e delle velleità imperiali dell’Italia della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento.Nel sonetto “L’aquila romana” del 1911, l’anno delle magniloquenti celebrazioni del cinquantenario dell’unità, termina con la famosissima chiusa posta in bocca alla lupa:
Pur’io, va là, ciò fatto un ber guadagno
a fa’ da balia a Romolo! Accicoria!
Se avessi da rifà la stessa storia
invece d’allattallo me lo magno.
Nel primo sonetto de “Li framassoni de jeri”, scritto, come il secondo, sempre nel 1911, il poeta ironicamente lamenta che il Grande Architetto poco più assiste i lavori della Massoneria, cioè a dire che i massoni non seguono più i lavori come avrebbero dovuto. Ed anche nel secondo, oltre a ribadire la presenza del Grande Architetto, rinforza il discorso sulle attività, invece, degli uomini massoni, che non sempre sono adeguate alle idealità della Istituzione.
Che credi tu? Ch’a le rivoluzzioni
fossero carbonari per davero,
còr sacco su le spalle e er grugno nero?
Ma che! E’ lo stesso de li frammassoni.
So’ muratori, sì, ma mica è vero
che te vengheno a mette li mattoni!
Loro so’ muratori d’opinioni,
cianno la puzzolana ner pensiero.
Tutta la mano d’opera se basa
ner demolì li preti, còr proggetto
de fabbricaie sopra un’antra casa.
Pe’ questo so’ chiamati muratori
e er loro Dio lo chiarneno Architetto…
Ma poco più j’assiste a li lavori!
Dove è evidente la riprovazione del comportamento più che dell’idea, perché oramai anche la guida del Grande Architetto poco assiste al lavori che nel tempo presente hanno deviato dalla tradizione antica.
E siccome er Dio loro è libberale,
ma gira gira è sempre er Padreterno,
ne vìè ch’er frammassone va ar governo
ce trova er prete e ce rimane eguale.
Se sa, l’ambizzioncella personale
Je strozza spesso er sentimento interno:
è un modo de pensà tutto moderno
e in questo nun ce trovo ’sto gran male.
Se er frammassone cià li tre puntini,
er prete cíà er treppizzi, e m’hai da ammette
che armeno in questo qui je s’avvicini:
vedrai che troveranno la maniera
de sarvà capra e cavoli còr mette
un puntino per pizzo e… bona sera!
Sottolinea che l’ambizione personale dei singoli vince il sentimento che dovrebbero avere i massoni. Li scusa, non trovandoci poi cosi gran male con il moderno modo di pensare. L’aggettivo “moderno” assurge qui quasi a contrapposizione con l’aggettivo “antico”, ma nello stesso tempo serve appunto a ribadire che qualcosa di nuovo, di diverso c’è, ma tra gli uomini.E nei successivi due sonetti de “Li frammassoni de oggi”, torna sull’argomento lamentando sempre la differenza tra i puri e veri massoni e quelli, invece, che ora costretti allo scoperto, continueranno a comportarsi in modo difforme dagli ideali che sostengono solo a parole.
Un anno fa, quann’ero frammassone,
se strignevo la mano d’un fratello
me ricordavo der tinticarello,
ma lo facevo senza convinzione.
Annavo in Loggia pe’ giocà a scopone,
a sett’e mezzo, a briscola, a piattello,
con uno scopo solo, ch’era quello
de poté mijorà la condizzione.
Ma da quanno ce chiusero la Loggia
nun trovi più nessuno che ce crede,
nun trovi più nessuno che t’appoggia.
Perché la Fratellanza Universale
che ce riuniva tutti in una fede
finì co’ la chiusura del locale.
Nella prima terzina del sonetto, che in genere avvia in Trilussa la conclusione della morale, poi ampiamente disimpegnata nella seconda, e che rappresenta il pensiero del poeta, come la seconda rappresenta la constatazione che trae dalla quotidianità, lamenta che più nessuno ci crede e ti appoggia, ognuno si ritrae soprattutto per mancanza di quella coerenza che il poeta più di ogni altra cosa condanna.
Er frammassone d’oggi, s’è prudente,
pe’ sta tranquillo e fa’ la vita quieta,
invece del giochetto de la deta
s’adatta a salutà romanamente.
Così che ce capischi? Un accidente.
Finché l’associazione era segreta
se sapeva dall’a fino a la zeta,
nome e cognome d’ogni componente.
Invece mò, che non è più un mistero,
chi riconosce er frammassone puro?
Chi riconosce er framinassone vero?
Chi riconosce er frammassone esperto
che, nun potenno lavorà a lo scuro,
te dà le fregarure a lo scoperto?
Anche in questo sonetto la prima terzina mette in rilievo il massone puro e vero e lo contrappone a quello “esperto” del primo verso della seconda terzina, quello che potendola dare al coperto, probabilmente confuso nel nuovo regime, la “fregatura” la dà ora scopertamente. E tra questo “alo scuro” e a “lo scoperto” consiste proprio lo lato che registra Trilussa tra comportamento e idea.Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando dopo la caduta del fascismo e la liberazione in Italia riprendono le attività anche culturali, e pure i lavori della Massoneria riprendono ”forza e vigore”, Trilussa, sollecitato da amici massoni, come d’altronde è costume dell’Istituzione, chiede l’affiliazione che viene senz’altro accettata e che purtroppo soltanto la morte impedisce di sancire ritualmente. E d’altronde la sua non è una richiesta senza coscienza, è sorretta dalla conoscenza, almeno libraria, delle cose della Massoneria, e dalla certezza della buona fede delle persone che lo invitavano.Virtualmente, però, Trilussa, che aveva per tutta la vita creduto nel “Libero Pensiero”, non certamente quello sbandierato da coloro che lo invocavano a giustificazione del proprio tornaconto e di una malintesa libertà faccendiera; che aveva avuto sempre presente il trinomio massonico e si era sforzato di applicarlo coerentemente nella propria vita; Trilussa che, nonostante l’ironia e il pessimismo nei confronti dell’uomo, non era stato mai un ateo, Trilussa, dicevo, può essere annoverato nella schiera di coloro che sono o sono stati massoni a buon diritto e non solo perché la sua domanda era stata formalmente accettata.

Il “Cristo indiano”: Se la parodia del sacro non indigna
Un uomo che abbia niente di sacro è pericoloso. Perché non deve rispetto a niente, se non a ciò che convenienza o calcolo gli suggeriscono. È pericoloso, è in balìa del potere. O della sua brama. Gli scontri in India ci interrogano. Quel che è avvenuto a seguito della pubblicazione sui libri scolastici e sui muri di una immagine che irride a Gesù, presentato con birra e sigaretta in mano, è da un lato un problema per quella regione. Significa che laggiù c’è un sinistro fermento, con la religione che è occasione per scontri.
Ma quanto successo interroga anche noi. Che a immagini del genere quasi non facciamo più caso. E che riteniamo che in fondo non ci sia nulla di fronte al quale l’irrisione o la polemica debba fermarsi. Viviamo strani paradossi. Ormai in una società come la nostra in cui il sacro trova mille modi anche non convenzionali per esprimere la propria presenza, accade che si possa quasi a cuor leggero lasciare che i segni religiosi siano offesi, dileggiati. Avviene di continuo. Siamo disposti a indignarci per un coro di tifosi dal tono “razzista” e quasi niente accade se vengono offesi i segni a cui tanti di noi affidano il senso della propria sofferenza e della propria esistenza.
In questo atteggiamento c’è da un lato una forza. Siamo convinti che il valore di quei segni sia tale che anche le peggiori irrisioni e offese non ne scalfiscano la sostanza. E però c’è anche una grande debolezza nella mancanza d’indignazione. La debolezza di chi comincia a non avere più niente di veramente sacro. Di chi incomincia ad essere un uomo “impagliato”, come diceva Eliot, cioè riempito solo dei contenuti mutevoli e fuggevoli del profano. Come se non avessimo quasi niente che riguardi con profondità e tremore le questioni più delicate e profonde del proprio essere. E allora sopportare, tollerare tutto non è più in realtà un paziente e forte segno di tenacia, ma un lasciar correre imbambolato, un intimidirsi, e non avere più nulla per cui arrabbiarsi. Gli scontri in India o le persecuzioni religiose in paesi lontani, ci paiono appunto cose troppo lontane. Qui non ci indigniamo quasi più per niente. Ma una società in cui all’irrisione non corrisponde anche un’indignazione è una società piatta. Cioè morta.
Una società dove gli uomini non hanno più nulla di caro. E un uomo che non ha niente di veramente caro è da temere.
fonte www.ilsole24ore.com
Sulla carenza di fanatismo
Esiste un problema tutto occidentale, un problema chiamato identità, che progressivamente s’è radicato grazie all’ipertrofico stile di vita consumista diffuso nella nostra società, supportato da un visione del mondo materiale, in cui l’unica certezza è rappresentata dalla quantificazione di beni, e che lascia tutto ciò che può apparire “superiore” in balia della contestazione, del dubbio, o della semplice apatica sussistenza formale.
Siamo della non ottimistica convinzione che ormai, in questa latitudine del globo, non esistano più forme d’espressione nelle masse che vadano al di là della mera emozionalità estemporanea, o della più squallida eterodirezione mediatica. Riteniamo che ormai, nella maggior parte delle esistenze dei nostri “cari” occidentali, tutto scorra senza dar più adito a nessun tipo di reazione che abbia una valenza identitaria, ma solo un mero scimmiottamento di triti luoghi comuni. Ciò implica l’incapacità di comprendere che, in altre parti del globo, l’indignazione, l’oltraggio, la dissacrazione, provocano moti rabbiosi di sana virulenza.
Qualche settimana fa i media italiani latravano circa le manifestazioni davanti alla nostra ambasciata a Teheran. Assistevamo, in tale frangente, allo stupore immacolato di chi non riesce più a concepire che un popolo come quello iraniano, s’indigni perchè un leader straniero, in questo caso il nostro capo di Governo, abbia apostrofato come una sorta di folle il loro capo di Stato. Abbiamo il mal celato difetto di ritenere che “tutto il mondo sia paese”, e che la nostra ignavia sia condivisa anche dagli altri popoli.
Pensiamo che la libertà coincida con l’espressione, priva di freni, d’ogni tipo di pulsione dissacratoria, di volgarità elevata ad arte, di cenciosa speculazione per finalità commerciali.
Nell’Occidente è scomparso l’orgoglio identitario, e con esso il rispetto del simbolo superiore. Degradato, purtroppo, a semplice logo pubblicitario, da sventolare in occasione di qualche pruriginosa necessità strumentale.
Pensiamo alla stucchevole querelle sul crocefisso nelle aule scolastiche, o all’altrettanto strumentale disputa sul presepe, che ormai fa capolino ad ogni vigilia di Natale. Una comunità sana, fondata in modo solido, e non preda delle proprie debolezze, non si porrebbe nessun tipo di problema circa il grado di rispetto timoroso da concedere ad ogni tipo d’espressione dissacratoria nei riguardi della propria simbologia, ma reagirebbe in modo vigoroso. Con quel giusto e sacrosanto grado di fanatismo positivo, linfa vitale per la preservazione identitaria della propria kultur.
Invece il fianco è ormai da un pezzo sfondato, dai colpi del relativismo più subdolo e multiforme.
La certezza nostra, come sempre, è che il venir meno della sicurezza materiale dei tempi ultimi implichi obbligatoriamente, in un certo numero d’individui, una necessità di recuperare ciò che può ridare forza esistenziale, ed ordine superiore.
Solo così si potrà porre fine all’epoca dell’uomo “impagliato”.

Mundell: «L’Italia minaccia l’euro più della Grecia»
Non è la Grecia ma l’Italia «la maggior minaccia” all’Eurozona.» A sostenerlo è Robert Mundell, premio Nobel per l’economia nel 1999 in un’intervista concessa a Bloomberg Tv a New York. «Sarebbe molto difficile riuscire a salvare l’Italia – ha detto Mundell – Qualsiasi cosa si stia facendo per la Grecia e magari per il Portogallo e anche per l’Irlanda, deve anche essere fatto per salvare l’Italia. L’Italia deve essere preoccupata».
Secondo Mundell, l’alto livello del debito dell’Italia, che secondo la Ue toccherà il 117% del pil quest’anno, potrebbe creare problemi per l’intera Eurozona qualora un aumento degli oneri finanziari rendesse difficile far fronte agli impegni. L’Italia ha debiti per circa 1. 800 miliardi di euro, oltre cinque volte quelli della Grecia. «Se l’Italia avrà delle difficoltà e diventerà un bersaglio della speculazione – spiega Mundell nell’intervista – allora ci saranno problemi enormi per l’euro». Riguardo all’Eurozona, Mundell – i cui studi contribuirono a preparare le fondamenta per la creazione della moneta unica – ritiene del tutto ingiustificati gli allarmi di chi preconizza una spaccatura dell’unione monetaria. Anzi a suo parere l’Eurozona dovrebbe continuare a crescere arrivando a includere anche l’Inghilterra. Nell’immediato tuttavia le autorità europee «non devono mai permettere per almeno dieci anni» all’euro di superare quota 1,40 sul dollaro perché questo rischia di penalizzare fortemente le esportazioni e di conseguenza l’economia continentale. Quanto alla Grecia Mundell ritiene che sia un problema locale, così come lo è la California per gli Stati Uniti. La California può anche andare in default, ha detto, ma questo non avrà alcuna conseguenza sul resto del paese.
fonte www.ilsole24ore.com
“Italia ventre molle”, era una vecchia dicitura metaforica, che veniva appioppata al nostro stivalone nel linguaggio diplomatico d’altri tempi.
Oggi son attuali più che mai certe definizioni, e non per scarso amore patriotico le abbracciamo, ma per una contingente necessità comunicativa in cui crediamo.
Negare l’evidenza non è nello stile Thule, andare al cuore del problema sicuramente sì.
L’Italia è un problema?
Certo, per sé stessa e per l’intero continente. Non nascondiamoci dietro ad un dito, chi giudica dall’estero rischiosa la situazione della nostra nazione non lo fa certo per “sport”, come vuole una consumata retorica nazionalista decisamente indigesta, ma per una maggior comprensione della realtà, una più stringente aderenza a quel che rivela la situazione “sul campo”.
Anche in questo giudizio non c’è preconcetto che tenga, è la verità. La situazione delle finanze greche, il rischio sistemico implicito nell’attuale degenerazione della crisi in depressione economica, l’impossibilità per il Vecchio Continente di mantenere delle rendite di posizione internazionali, sono fatti concreti, che incidono tanto nel presente, quanto enormemente incideranno sul futuro dei popoli aderenti all’Unione Europea.
Questo indiscutibile dato di fatto viene affrontato in Italia con una leggerezza criminale, con una vacuità che può solo essere indice di un preoccupante livello d’ignoranza.
L’elenco di “Stati a rischio default” è lungo, e comprende anche l’Italia, oltre tutto posta in primissime posizioni, che piaccia o meno è questa la realtà. Il ventre molle conferma la sua natura, ma non sembra che ci si ponga il problema di risolvere questa situazione a nessun livello. Tranne che elargire “battute” e “freddure” di scarso valore.
Quello che invece constatiamo è che l’italiano conferma tutta la sua aderenza ad una serie di tristi atteggiamenti negativi, che lo hanno reso “famigerato” a livello internazionale, e che è stato l’humus di luoghi comuni oggi più che mai attuali.
Mentre leggiamo sul sito de “Il Sole 24 Ore” che il prof.Mundell, ed altri prima di lui, delineano tutta la pericolosità dell’attuale status quo italico, sullo stesso sito fa capolino la notizia che all’italiano medio non frega sostanzialmente nulla di quello che sta capitando in Europa .
Perché?
Ci sorge il più che solido sospetto che la disinformazione in Italia sia cercata proprio dagli stessi italiani. Sicuramente poco abituati a preoccuparsi di quello che accade in giro per il globo (se non per questioni idiote), e forse un pò troppo presi dagli aspetti più superficiali dell’attualità nostrana.
Di chi è la colpa?
La colpa è di chi ha assecondato questa nefasta propensione all’arrangiarsi dei nostri compatrioti. La colpa è di chi sta cercando ancora oggi di vendere pellame, facendolo credere pelliccia pregiata, siamo o non siamo nella condizione di perenne vigilia elettorale?
La colpa è però anche di chi si fa prendere bellamente per il naso, forse nutrendo la recondita speranza che tanto, a risolvere i problemi del “ventre molle”, interverrà qualche entità non meglio definita, che d’incanto ci risparmierà la fatica di prendere finalmente una decisione chiara sul nostro futuro, e non solo di fare professione d’ottimismo scaramantico.

Nell’ambito delle ricerche storico/culturali, inerenti alle attività associative, avviso che Sabato 13 Febbraio la Sezione piemontese di Thule andrà in visita al museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” di Torino.
Per informazioni, ed eventuali aggregazioni di non iscritti, lascio a disposizione il mio indirizzo e-mail: g.druido@gmail.com
Gabriele Gruppo
Thule-Italia




