Popolo svegliati!
La macelleria sociale è appena iniziata
Siamo assistendo, quasi impotenti, alla crisi strutturale, che sta investendo le società europee, (una crisi probabilmente non ancora irreversibile) del meccanismo liberal capitalista, ovvero di quel mondo che era stato partorito e tenuto in vita, all’indomani della catastrofe consumatasi nel 1945, da spregiudicate e sofisticate consorterie di abili profittatori, di rapinatori sociali privi di scrupoli al servizio delle Lobbies, più o meno occulte dell’Usurocrazia mondialista. Un’Oligarchia transnazionale di rapinatori travestiti da procacciatori finanziari, da acrobati della finanza internazionale. E come al solito, le catastrofi economiche provocate dalle loro spregiudicate speculazioni e i collassi delle economie nazionali che ne derivano devono essere ripianate e risolte dalle loro stesse vittime attraverso manovre economiche che puniscono i popoli, i lavoratori, i più deboli insomma e non gli usurai dell’Alta finanza internazionale che ne sono la causa.
Come possono immaginarsi, questi politicanti da strapazzo, di proporre, senza colpo ferire, ai lavoratori, ai pensionati, alle famiglie costrette sempre più al precariato sociale di farsi carico di onerosi sacrifici, se prima non viene con chiarezza spiegato loro come intendono modificare questa logica perversa? Soprattutto, se veramente hanno intenzione di farlo?
Dovranno forse essere questi docili plenipotenziari del Capitalismo mondialista a porre fine all’allegra finanza degli speculatori e degli squali che attraversano gli oceani dell’economia mondiale producendo questi disastri?
Non lo crediamo possibile e sappiamo per certo che mai lo sarà!
Non crediamo possibile che questi arroganti politicanti, (dei parvenu degenerati cresciuti nella “bottega delle chiacchere”) possano manifestare l’umiltà di presentarsi a capo chino di fronte alle nazioni europee e ai popoli della nostra Patria continentale chiedendo scusa dei loro fallimenti e delle loro incapacità. Chiedendo scusa al popolo, alle famiglie e ai lavoratori che sono stati umiliati, offesi e marginalizzati.
Vengono a proclamare, ad una massa imbelle e prostrata, che nell’ambito dei necessari sacrifici rientrerebbe anche la flessibilità lavorativa, che dovrebbe essere, dal loro punto di vista, un obiettivo straordinario di vitale importanza, di grande e benefica portata. Peccato per loro che viviamo in una società che non è in grado di realizzare una parvenza di piena occupazione e che le ricadute sociali, che ne deriverebbero, acuirebbero sempre più l’instabilità sociale e l’esponenziale sviluppo della miseria. In una nazione come l’Italia dove la piaga della disoccupazione, in gran parte del territorio, si va attestando su percentuali a due cifre, la cosiddetta flessibilità lavorativa non è altro che una truffa, una vigliacca mistificazione a carattere semantico. Non è altro e soltanto che la malafede insita nelle loro parole che gli permette di definire come “flessibilità” quello che è unicamente definibile e condannabile come un’ineluttabile “precarietà”. E la precarietà oggi non è solamente una certa condanna per chi si trova vincolato ai cosiddetti contratti atipici, perché un intero mondo del lavoro si scopre turbato e minacciato da questa percezione di precarietà, da questa spada di Damocle che gli pende inesorabilmente sulla testa. Purtroppo la concezione del lavoro, cara alla migliore tradizione europea, sta scomparendo gradualmente dalla scena pubblica.
Un fastidioso fardello di cui si preferisce liberarsi. I quotidiani e le televisioni, ormai, parlano del lavoro solo nelle notizie riguardanti la cronaca nera, ovvero quando i lavoratori muoiono sul posto di lavoro.
Ci troviamo di fronte alla prima giovane generazione che si ritrova compiutamente al di fuori della cultura del lavoro intesa come radicamento sociale all’interno della propria comunità di appartenenza, come prospettiva di costruzione di un percorso da compiersi per la famiglia e a beneficio del popolo, insomma come possibilità di avere un futuro. Una generazione quindi completamente precarizzata non solo nella sua proiezione sociale e collocazione produttiva, ma anche nella sua immagine, sempre più sbiadita, del futuro. Questa è una immane tragedia che comprometterà seriamente la stabilità del nostro popolo. Occorrerà, per poter contestare questa delirante deriva rimettere l’autentica concezione del lavoro al centro della scena sociale, affermando di conseguenza che non potrà mai esistere una sana economia, quindi volta al bene comune, se non esisterà il vero lavoro produttivo.
Se non esisterà una autentica produzione di beni e di servizi, non rimarrà altro spazio che quello dominato da un’economia virtuale di profitto, quella speculativa delle agenzia di rating, dei vigliacchi gangster mascherati da illuminati manager. Rimarrà solamente la bramosia di profitto dei capitalisti che de-localizzano le loro aziende e la loro produzione all’estero per guadagnare di più e spendere di meno, mentre quelli che rimangono preferiscono utilizzare, come strumento di ricatto contro i lavoratori, le masse ingenti di immigrati del terzo mondo a basso costo, da immettere nel mercato del lavoro. Per il semplice fatto che l’invasione migratoria, oltre che a deturpare drammaticamente il nostro paesaggio culturale e popolare e compromettere il riprodursi dell’Identità peculiare del nostro popolo, servirà in misura sempre maggiore agli interessi di macelleria sociale perseguiti dalla casta imprenditoriale e dal Capitalismo mondialista.
Occorrerà ribadire ancora una volta che non sarà certo il riformismo accomodante e parolaio degli eredi delle vecchie e stantie formule, ormai relegate definitivamente nel ripostiglio della Storia, a salvare le società europee, e in particolare quella italiana dalla crisi. Esiste ed esisterà solamente un’unica soluzione praticabile per la salvezza della Nazione e la sua fuoriuscita dal caos economico e sociale causato dal liberismo: costruire l’unità politica e culturale del popolo ed abbracciare con risolutezza le Idee, la Storia e i programmi del Socialismo Nazionale e della Comunità Organica di Popolo e, finalmente, andare incontro alla Vita.
Quindi, popolo svegliati, se vuoi sopravvivere!
Maurizio Rossi

Quando a Est si difendeva l’Europa
di Luca Leonello Rimbotti dal sito
La guerra ad Est del 1941-45 è stata paragonata da un storico alla lotta tra due animali preistorici per la vita e per la morte. E davvero, come disse Hitler nel 1942, se non ci fosse stato lo scudo della Wehrmacht, l’Europa avrebbe conosciuto le delizie del paradio sovietico direttamente nell’anno 1941. Oppure, come testimoniò a sua volta Léon Degrelle, «se la Waffen-SS non fosse esistita, l’Europa sarebbe stata interamente occupata dai Sovietici fin dal 1944». La storiografia russa più recente si è incaricata di documentare nel modo più chiaro che l’attacco a Oriente lanciato da Hitler il 22 giugno 1941 anticipò di un soffio la già decisa aggressione sovietica all’Europa. Si trattò quindi di una guerra preventiva in piena regola, che seguiva l’antica massima di strategia militare per cui la miglior difesa è l’attacco. I recenti libri di Constantine Pleshakov e Viktor Suvorov, ad esempio, che hanno attinto a una vastissima documentazione russa, e che sono stati tradotti in italiano in questi anni, hanno portato una mole di prove a testimonianza del fatto che era intenzione di Stalin di attaccare nell’estate 1941 e che fu per questo che i tedeschi, quando irruppero in Ucraina, trovarono a ridosso del fronte più di cento divisioni sovietiche schierate con circa cinque milioni di soldati, metà dei quali liquidati o presi prigionieri nelle prime settimane. Era il già completato schieramento dell’Armata Rossa sul confine, che attendeva solo il segnale dell’aggressione. Quella guerra fu dunque una guerra di prevenzione dell’Europa dal disegno staliniano di approfittare della partita ancora aperta a Ovest tra Germania e Gran Bretagna, per entrare in Europa e dare inizio coi fatti alla rivoluzione mondiale bolscevica. Questo dà pieno conto delle motivazioni con cui centinaia di migliaia di volontari europei si arruolarono nell’esercito tedesco per difendere, come si diceva con enfasi non priva di fondamento, la civiltà europea contro la barbarie comunista. E questo proclamava Degrelle, che di quel volontariato divenne il simbolo, incarnando al meglio l’autentico spirito di sacrificio che animò la gioventù europea che venne inquadrata nei famosi reparti pan-europei della Waffen-SS: dagli spagnoli ai croati, dai danesi agli olandesi, dai bosniaci ai francesi, dagli italiani agli ungheresi…e fino ai fiamminghi e ai valloni. Proprio la saga sanguinosa dei belgi valloni che dal 1941 al 1945 combatterono nella Legione Wallonie è forse la più nota, in virtù del fatto che le memorie di guerra stese nel dopoguerra da Léon Degrelle hanno avuto una vasta risonanza. I suoi libri Fronte dell’Est oppure Waffen SS, la grande sconosciuta hanno contribuito non poco a rafforzare, nel post-bellico mondo giovanile degli “esuli in patria”, un sentimento politico di affratellamento tra i popoli europei, di ben altra sostanza ideale rispetto alle grottesche utopie legate all’attuale interpretazione bancaria e oligarchica del concetto di Europa unita. Quell’epopea omerica cantata da Degrelle ha avuto un nuovo capitolo nella pubblicazione, avvenuta a Parigi nel 1972, del libro La neige et le sang di Paul Terlin, nome d’arte di Henri Moreau, un giovane volontario rexista della Legione Wallonie che prese parte ai terribili combattimenti in teatri-chiave del fronte orientale, dalla zona del Don e del Dnjepr, a quella di Kiev, alla battaglia nella sacca di Cherkassy, fino all’esperienza finale nel settore settentrionale, in Estonia. È da poco uscita la traduzione italiana di questo libro incandescente: si intitola La neve e il sangue. Al fronte con Degrelle. Storia di un sopravvissuto della Wallonie (Novantico Editrice), e narra le terribili prove sostenute da Terlin dal novembre 1943 al 25 agosto 1944, quando una cannonata russa gli trinciò di netto il braccio destro e gli polverizzò la mano sinistra. Le ultime pagine, di grande umanità e di stringatezza davvero commovente, narrano l’odissea sulla nave ospedale lungo il Baltico infestato dai sottomarini sovietici, il rientro in una Germania semidistrutta, la prigionia cui a guerra finita venne destinato pur in quelle condizioni fisiche miserande, il viaggio di trasferimento al campo di concentramento di Darmstadt in carri bestiame piombati, in cui venivano ammassati invalidi, mutilati e feriti, poi un rocambolesco e incredibile tentativo di fuga dal campo recintato americano, il processo di “de-nazificazione” e infine l’umiliazione, dopo anni di prima linea e le gravissime mutilazioni, di vedersi accusato in patria come “criminale di guerra” e “collaborazionista”. Solo dopo questo estenuante calvario, il maresciallo della Brigata d’assalto Wallonie, grande invalido, senza braccia e con delle protesi, poté rifarsi una vita e – come ci informa Harm Wulf in una sua nota introduttiva – dedicarsi alla promozione del movimento per il Credito Sociale del maggiore Douglas (vicino alle idee di Ezra Pound) e al sindacato connnesso. Paul Terrin, o meglio Henri Moreau, è morto nel febbraio 2008, ultimo dei tre sopravvissuti della Wallonie, lasciandoci dunque un documento storico di eccezionale valore, che non esitiamo a definire dello stesso livello della grande memorialistica europea di guerra, paragonabile a Kobilek del nostro Soffici oppure al più famoso Tempeste d’ acciaio di Jünger. La Sturmbrigade Wallonie era stata aggregata alla divisione SS Wiking del generale Gille, un uomo della stoffa degli Steiner, dei Dietrich, degli Hausser, che godeva la piena fiducia dei suoi uomini. E proprio la Wiking era uno dei reparti pan-europei più rinomati, comprendente tedeschi, danesi, norvegesi, olandesi, fiamminghi, olandesi, svizzeri-tedeschi, estoni e finanche alcuni svedesi. Nell’unità Wallonie, composta da volontari borgognoni partiti un giorno dell’estate 1941 dalla stazione di Bruxelles con il sogno di un’ Europa dei popoli, Terlin visse scene strazianti e traumatiche, a contatto quotidiano con la morte e con la sensazione sempre incombente di dover combattere contro un nemico che non dava quartiere, che attaccava senza curarsi delle perdite, che sembrava attingere a riserve umane e materiali inesauribili, di cui inoltre era ben conosciuta la pratica di non fare prigionieri e di dedicarsi con metodo al massacro indiscriminato. Eppure, neanche nella sconfitta, nella continua ritirata, nella crescente penuria di mezzi, mancò mai a quei giovani la convinzione di rappresentare qualcosa di più alto della vittoria o della sconfitta…«che meraviglia l’aria di mare di quella fantastica estate! Su quella strada d’Estonia eravamo seicento Valloni, convinti che il mondo appartenesse alla nostra giovinezza e alla nostra fede». In uno scenario di bombardamenti da terra e dall’aria, di orrore, paura, distruzioni, morte di compagni, strazio delle popolazioni, si potevano trovare giovani che ancora davano voce ad angoli di poesia, di gioia di vivere, proprio mentre il sipario sull’Europa stava per calare in un’orgia di sangue. Léon Degrelle aveva al suo fianco uomini di questa tempra. Si potrebbe dire che a un’ epoca di ferro e di fuoco occorrono uomini di ferro e di fuoco. «Senza braccia, ma col morale del vincitore» si descrisse Terlin quando depose la divisa. Un guerriero dell’Iliade in pieno secolo XX. http://www.mirorenzaglia.org/?p=14439 _____________________________________________ Paul Terlin – Federico Prizzi – Emilio Del Bel Belluz La neve e il sangue. Al fronte con Degrelle – Storia di un sopravvissuto della Wallonie Novantico Editrice, 2010, brossura 13,5 x 21,5 cm. pag. 208, prezzo 20,00 euro. Immagine copertina ad alta definizione: http://img138.imageshack.us/img138/413/copertinayj.jpg Novantico Editrice Casella Postale 28 – 10064 Pinerolo (TO) http://www.novantico.com/ Disponibile presso: http://www.ritteredizioni.com/ Fotografia di Henri Moreau alias Paul Terlin tratta dal volume “Legion Wallonie 1941 – 1945″ di Jean Mabire ed Eric Lefèvre pubblicato dalle edizioni Art et Historie d’Europe nel 1988 a pagina 126 troviamo una fotografia in bianco e nero di un ragazzo vallone in divisa tedesca della Wehrmacht prima del passaggio nella Waffen SS. La didascalia recita: umo dei pimi arruolati della Legione, il sergente Henri Moreau , originario della regione del Borinage, che ha sempre servito nella 4a compagnia. Ferito in modo gravissimo il 25 agosto 1944 a Noëlla da un colpo di obice che gli amputa entrambe le braccia, raccoglierà i suoi ricordi in un opera intitolata “La Neige et le Sang ” firmata con lo pseudonimo di Paul Terlin: http://img41.imageshack.us/img41/9799/moreau.jpg Copertina dell’edizione francese del 1972: http://img31.imageshack.us/img31/1030/mor1z.jpg Manifesto della Legione Wallonie riprodotto nella controcopertina del volume: http://img59.imageshack.us/img59/4335/wallonie.jpg Indice: Prefazione, Il perchè di una scelta di Federico Prizzi; La Neige et le Sang di Federico Prizzi; La neve è rossa di Emilio del Bel Belluz; Henri Moreau di Harm Wulf; 1 aprile 2008 di Emilio del Bel Belluz; Leon Degrelle, come io l’ho conosciuto di Henri Moreau; La Neve e il Sangue: Capitolo I L’Ucraina: Ritorno al Fronte; Sulla difensiva a Mochny; La foresta di Teclino; Un isba nella fanghiglia; Ripiegamento sotto il fuoco nemico; Terrore a Starosseliè; Il “ferro di cavallo” di Derenkowez; Nowo-Bouda, la nostra grande battaglia, Chenderofka, ultima tappa; Eroico sfondamento. Capitolo II L’Estonia: Partita a scacchi in Estonia; La riconquista del mulino di Patska; Kambia rimane in mano nostra; Centocinquanta contro tremila, La nostra ultima frontiera si trova sull’Embach; A Noëlla, 25 agosto 1944; La nave-ospedale del Baltico; Una fantastica evasione.

Andare oltre il pensiero unico
Decrescita economica, sviluppo sostenibile e socialismo nazionale
“L’economia capitalistica è tutto ciò, poiché al centro dell’obbiettivo che la domina si trova non un essere vivente coi suoi bisogni naturali, ma una cosa astratta: il capitale. Il carattere illimitato dello scopo è insito nella sua astrattezza. Il superamento della sua limitatezza è insito nel superamento della concretezza di tutti gli scopi individuali. Aspirazione alla potenza e al guadagno si fondono in un’unica realtà: l’imprenditore capitalistico, ché tale è il nome dei nuovi soggetti economici, mira al potere per trarre profitto e brama il profitto per amore del potere. Soltanto chi possiede potere può guadagnare; d’altra parte chi guadagna accresce il proprio potere.”
(Werner Sombart)
Non crediamo di esagerare nel riconoscere che l’attuale società borghese ha voluto propagandisticamente caratterizzare se stessa attraverso l’adozione di un concetto, giornalisticamente e filosoficamente molto in voga, ma anche perniciosamente falso che la vorrebbe completamente sganciata da qualsiasi condizionamento ideologico, anzi la società borghese vorrebbe presentarsi come una realtà politica correttamente neutra e totalmente de-ideologizzata, che coltiva unicamente e apparentemente l’ambizione di produrre solamente delle pratiche ipotesi di intervento strutturale in ogni caso sempre compatibili con la raffigurazione stessa della società. Una raffigurazione che la vuole egualitaria, cosmopolita, mondialista e certamente liberale e libertaria negli intenti e nei presupposti.
Purtroppo i fatti non confermano del tutto questa rappresentazione. Certamente le società borghesi stanno marciando inesorabilmente verso un annichilente baratro cosmopolita e mondialista, ma non lo fanno in virtù di questa presunta de-ideologizzazione, bensì proprio per effetto del condizionamento e del lavaggio del cervello prodotti dall’unica ideologia attualmente egemone sul pianeta, ovvero il liberalismo e il perverso meccanismo finanziario-capitalistico che ne deriva.
La degenerazione di ogni valenza superiore e l’azzeramento di ogni sistema dottrinale, pianificati dai profeti del liberalismo, ha permesso che l’unico metro di paragone e di riferimento fosse riportato al libero scambismo, al consumismo e quindi all’esaltazione della società dei consumi, all’irresponsabile utilitarismo e alla sublimazione della brama di profitto, il più egoista e smodato possibile. Insomma il pervasivo sistema liberale è riuscito a trasformare l’uomo europeo in un passivo e succube fantoccio, una sorta di Golem della modernità, in uno sfruttato, frustrato, ma ingordo consumatore e sperperatore delle risorse naturali. Un docile fruitore di servizi totalmente spoliticizzato e per di più convinto di essere stato liberato dal fardello dalle ideologie, liberato definitivamente dall’ingiustizia e dalla sofferenza.
Abbiamo quindi sotto gli occhi delle realtà societarie altamente “ideologizzate”, fondate sui valori costitutivi dell’Occidente mercantilistico, sull’affermazione in scala globale del modello societario liberal-capitalista, per sua natura anche cosmopolita e multirazziale, che dovrà contribuire a favorire la diffusione planetaria di modelli di consumo e di sfruttamento omogenei che, rappresentando alcuni dei presupposti principali per la concretizzazione finale del mercato globale, avvierebbero il processo di creazione di una nuova configurazione sociale legittimata dal pensiero unico del fondamentalismo ideologico liberista, dalla vulgata economicista sulle virtù di autoregolamentazione del libero mercato e infine sull’affermazione del Capitalismo finanziarizzato, che verrà considerato non più come una aberrazione, bensì come un fatale e moderno prodotto evoluzionistico della società liberal-capitalista e del mercato. Quell’astrattezza illimitata che fonderà potere e profitto in una unica diabolica entità, proprio come venne prospettata da Werner Sombart.
Pertanto diviene sempre più necessario andare oltre le gabbie imposte dal “pensiero unico” mediante un’intransigente e compiuta disamina degli stereotipi e delle falsità che albergano all’interno del pensiero unico mondialista e capitalista (molto meno invulnerabile di quanto si possa comunemente credere), attraverso l’approfondimento delle eccezionali tematiche proposte dalla decrescita economica e dallo sviluppo sostenibile, che consentirebbero di rimettere in discussione i dogmi dell’economia liberista per promuovere una diversa e innovativa economia organica intesa in senso anti-utilitaristico, quindi permeata dallo spirito del socialismo nazionale e funzionale al soddisfacimento naturale delle reali necessità della comunità nazionale e popolare nel pieno rispetto delle risorse della natura e in totale armonia con la natura stessa, battendo la sotto-cultura dello sfruttamento capitalistico del lavoro, dell’effimero, del superfluo e dell’accumulazione a fini speculativi del profitto fine a se stesso. E di conseguenza elaborare una coerente e serrata critica del modello culturale liberal-capitalista che, all’insegna di una adesione totale all’Ordine dei valori della nostra tradizione identitaria, culturale e popolare, sia in grado di riaffermare e qualificare la piena sovranità dell’ordinamento politico della Comunità organica di popolo e dell’organismo socialista statuale, ricomponendo nel dominio dello Stato socialista del popolo la dimensione spirituale e politica che l’azione distruttiva dell’oligarchia mercantilistica aveva volutamente scisso.
Maurizio Rossi
Un estratto dell’intervento del presidente di Thule alle conferenze tenutesi a Mantova e a Casale Monferrato (20 e 27 giugno 2009) in cui fu presentato l’opuscolo “La ricerca dell’infelicità”.

Nell’affrontare il tema della decrescita può tornarci d’ausilio un breve passaggio tratto dal libro di Maurizio Pallante: “La decrescita felice”.
Vediamo cosa dice uno dei principali teorici dell’alternativa alla crescita:
«Sostenere la necessità di una decrescita economica e produttiva, descriverne i vantaggi in termini di felicità individuale, di sollievo per gli ecosistemi terrestri, di relazioni più eque e serene tra gli individui e tra i popoli, è un passaggio obbligato nella costruzione di una nuova cultura capace di superare i terribili problemi posti all’umanità e a tutte le specie viventi da un sistema economico fondato sulla crescita illimitata della produzione di merci».
Quanto appena letto rende meno oscura una delle ragioni che ci hanno indotto a scegliere per il documento preparatorio alle tesi della Thule sulle tematiche sociali il titolo di: “La ricerca dell’infelicità”.
Se infatti si possono verificare ampie convergenze in fase di critica, il dirupo si presenta nel momento in cui si vanno ad analizzare i principi soggiacenti ai modelli alternativi. Ecco quindi palesarsi due opposte visioni del mondo.
Da una parte la riproposizione sotto mentite spoglie del bagaglio culturale tipico di una certa aerea antagonista – più o meno aggressiva – che si mostra ancora oggi complice del sistema che ritiene di combattere. Se alla decrescita si associano termini come vantaggio, felicità individuale e relazioni eque e serene è per noi indubbio che si sta prospettando l’uso errato di uno strumento giusto, poiché ci rifà a quei presupposti attraverso i quali si è favorito lo sviluppo dell’attuale sistema economico.
Non è infatti mediante l’individualismo e l’idea del vantaggio che si è creato il tipo umano da inserire poi nel contesto etnopluralista e cosmopolita?
Non è infatti grazie al concetto di equità – sottoprodotto della rivoluzionaria eguaglianza – che si è forgiato un tipo umano che corrispondesse ad uno standard del consumatore medio trans nazionale?
Noi non vogliamo essere una vivace isola contestatrice allevata dal sistema e con cura mantenuta ad un sicuro livello di nanismo ideologico e di innocuità politica.
Ed è perciò che la decrescita per Thule può essere solo un valido strumento all’interno di una più ampia “rivoluzione” che interessi le fondamenta dello Stato e sappia mettere in discussione i dogmi alla base del capitalismo prima e del liberalismo poi.
Non è facendo ricorso agli stessi strumenti che hanno provocato il danno che è possibile ipotizzare un’inversione di tendenza. Ne tantomeno attraverso una decrescita studiata per il vantaggio o la felicità individuale. E’ stata proprio l’abnorme importanza attribuita ai concetti di utilità e di benessere, che ha portato con sé una sopravvalutazione dei beni materiali e, di conseguenza, all’attuale primato dell’economia. Primato che non viene messo in discussione dai modelli alternativi quando poggiano sulle medesime fondamenta.
Per noi, il primo passo da compiere è confutare l’assioma che l’economia sia un processo naturale e riportarla nel campo delle creazioni scaturite dalla libera decisione degli uomini. In tal modo anche il futuro dell’economia, o di un determinato sistema economico, è rimesso alla valutazione che discende dalla libera volontà di uomini.
Occorre pensare, ragionare e proporre – o riproporre – da uomini veramente liberi diverse fondamenta sociali.
La differenza tra libertà e schiavitù sta proprio nel pensare ed agire in maniera consapevole e conforme a dei valori, in anticipo su scelte obbligate. Riformulare consapevolmente un immaginario collettivo su ciò che è o non è necessario è qualcosa di ben diverso dal subire un’imposizione esterna e contingente che elimini uno o più bisogni eccessivi.
Per tornare alla decrescita argomento di questa conferenza occorre chiarire cosa si intenda nell’attuale sistema per crescita e come questa viene ad essere misurata. L’indicatore è il PIL – Prodotto Interno Lordo – che non misura l’incremento dei beni prodotti, ma l’incremento delle merci scambiate con denaro. Ma non sempre le merci sono beni, perché nel concetto di bene è insita una connotazione qualitativa che non appartiene al concetto di merce. Se si fanno le code in automobile aumenta il consumo della merce carburante, quindi il PIL, ma dal punto di vista qualitativo non si può certo parlare di un miglioramento della qualità della vita.
La condizione di non saper produrre nessun bene, o quasi, nei paesi industrializzati è ormai generalizzata. Ciò costituisce un enorme impoverimento culturale, che invece è stato proposto e vissuto come un progresso e come un’emancipazione dell’uomo dai limiti della natura.
Se la crescita del prodotto interno lordo è considerata sinonimo di benessere e la crescita quantitativa delle merci un bene in sé, la possibilità di acquistare la maggiore quantità possibile di merce viene identificata come un miglioramento della qualità della vita.
Il passaggio da un bene a una merce nella soddisfazione di un bisogno esistenziale è diventato un indicatore di emancipazione e di progresso. Nell’arco di una generazione alcuni beni di uso comune come le marmellate, la passata di pomodoro, la pasta e il pane, le verdure sottolio e sottaceto, non si sono più fatti in casa e sono stati sostituiti da prodotti comprati al supermercato. Un processo disastroso in cui la perdita di qualità si somma alla perdita di conoscenze, ma che è stato considerato un progresso perché ha comportato una crescita quantitativa della produzione di merci e del prodotto interno lordo.
La vita che si sviluppa in un tale contesto abitua lo spirito a far sì che ogni evento venga ridotto a denaro anche nei rapporti extraeconomici, il che significa assumere il valore monetario come metro per la misurazione di uomini e cose. Con l’adozione di un simile procedimento si svaluta progressivamente la percezione del valore definito con criterio puramente qualitativo. In tal modo, per quanto riguarda gli oggetti si perde il senso di quel che è soltanto bello, che è formalmente perfetto, ossia che è artistico; si accantona ciò che non può essere determinato, misurato o pesato secondo un punto di vista quantitativo. Si richiede che gli oggetti ai quali si vuol attribuire un valore risultino utili o piacevoli – si spiega così il desiderio del «comfort» -, oppure che siano «costosi».
Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto interno lordo è innovatore per necessità intrinseca.
Per accrescere l’offerta di merci ha bisogno di continue innovazioni di processo per incrementare la produttività, cioè le quantità prodotte nell’unità di tempo.
Per accrescere la domanda ha bisogno di continue innovazioni di prodotto per rendere obsolete in tempi sempre più brevi le merci acquistate, in modo da abbreviare i tempi di sostituzione.
Entrambe le innovazioni dipendono fondamentalmente dagli sviluppi della tecnologia, che a loro volta dipendono dagli sviluppi della ricerca scientifica.
Maggiori sono le innovazioni, più rapida è la loro successione, maggiore è la crescita della produzione e del consumo di merci. In un sistema economico che misura la crescita del benessere con la crescita del prodotto interno lordo, l’innovazione diventa un valore in sé.
Poiché le innovazioni cambiano di continuo la situazione esistente, la disponibilità al cambiamento assume un ruolo centrale nel sistema dei valori condivisi. Diventa una pubblica virtù. Viceversa, la resistenza nei confronti delle innovazioni diventa un vizio da sradicare, una manifestazione di chiusura mentale da ridicolizzare, un atteggiamento d’altri tempi senza diritto di cittadinanza nella modernità. Nuovo è bello, migliore, più evoluto. Vecchio è brutto, peggiore, più arretrato.
A tal proposito non possiamo che essere d’accordo con il Pallante quando afferma che:
“la cultura delle società che hanno posto a fondamento dell’attività economica la crescita del prodotto interno lordo è progressista. Tutte le sue manifestazioni si collocano consapevolmente all’interno di un paradigma delimitato dai due pilastri dell’ideologia del progresso e dell’ideologia della crescita. Che sono poi la stessa cosa vista da due prospettive, perché senza crescita non c’è progresso e senza progresso non c’è crescita, maggiore è la crescita e maggiore è il progresso, maggiore è il progresso e maggiore è la crescita. Nelle società che hanno posto a fondamento dell’attività economica la crescita del prodotto interno lordo, il valore dell’innovazione in quanto tale non viene messo in discussione da nessuno e in nessun campo. Tutti si dichiarano innovatori e progressisti”.
A questa tendenza l’autore pone come argine il ritorno al concetto di comunità ricordando come questa parola sia composta dall’unione delle parole latine cum, che significa «con», e munis, che significa «dono», ovvero indicando un raggruppamento di persone fondato su legami sociali più forti di quelli esclusivamente mercantili che legano i membri di una società.
Ma quali sono questi legami sociali più forti? L’autore abilmente glissa.
Munio, significa “difendo, fortifico, proteggo”, da cui moenia, le mura. Quindi una chiamata a raccolta sulla base di qualsivoglia affinità comunitaria implica sia l’inclusione dei simili che l’esclusione dei dissimili. Per definizione, una comunità discrimina i facenti dai non facenti parte: altrimenti non si è in presenza di una comunità, ma di qualcos’altro.
Ovviamente tale concetto non potrebbe pervadere la proposizione di una decrescita aggettivata come “felice”, in quanto l’esclusione e la discriminazione dalla comunità renderebbe “meno felice” qualcuno rendendosi quindi antipatica a quelle forze progressiste che si mostrano tolleranti verso le alternative decresciste.
Ma una comunità nella sua piena interpretazione non sottintende per nulla una chiusura verso altre realtà – ogni fortezza ha le sue porte, da aprire a tempo e luogo – dando piuttosto per primaria e qualificante i componenti della stessa.
Quanto appena detto dovrebbe far comprendere perché la Thule abbia tutto il dovere di parlare di decrescita e di proporre un sistema socio-economico compatibile con il valore di comunità che di Thule è fondamento.
Thule non può accettare alternative fondate sul “vantaggio in termini di felicità individuali” che restano rilegate nel vortice dell’utilitarismo. Ciò significherebbe infatti considerare ancora valido il postulato di Bentham della ricerca della “maggior felicità possibile per il più gran numero possibile di individui”. Vorrebbe dire continuare ad identificare il bene etico con l’utile e il male con tutto ciò che nuoce alla felicità. Ancora una volta una morale concepita come un “calcolo sapiente del più reale e fruttuoso interesse di tutti, dove l’interesse dei singoli, se bene inteso, si accorda in definitiva con l’interesse generale ed i limiti che questo impone all’egoismo del momento compensati dal risultato finale ch’è una somma maggiore di felicità”.
Ecco perché alla felicità sostenuta da tali idee di utile e di vantaggio, noi contrapponiamo l’infelicità. Non è una provocazione ma il rigetto dei principi che hanno sostenuto e sostengono il capitalismo e il liberalismo e che troveremmo riproposti in una “marmellata fatta in casa”. Non è sostituendo per utilità o necessità il prodotto industriale con uno casalingo che si produce un’alternativa. Semmai questo sarebbe un effetto di un più ampio progetto che mette in discussione proprio l’idea di utile quale un non valore in se.
Se l’ideologo riconosciuto della decrescita – Serge Latouche – afferma: “la decrescita è una necessità. Si tratta di fare di necessità virtù, e di concepire la decrescita come un fine che ha i suoi vantaggi” allora noi non siamo decrescisti, non volendo ricercare una soluzione ne di necessità ne di pura utilità.
Se Jacques Ellul, uno dei primi pensatori di una società della decrescita, fissa per l’orario di lavoro l’obiettivo di un massimo di due ore al giorno, rispolverando le utopie marxiste, allora noi non siamo decrescisti, non volendo qui fornire risposte già condannate dalla storia.
Non ci si può inoltre contrapporre alla società dominata da un’economia improntata al principio della crescita solo in quanto questa viene a scontrarsi con i limiti della biosfera. Significherebbe indossare un manto ecologista senza voler comprendere che la battaglia investe altre e più alte sfere e non si vince di certo usando slogan naif – che di ingenuo poi hanno ben poco – di api sorridenti su verdi prati.
Noi vogliamo veramente provare a mettere in dubbio la divinità che abbiamo adorato. Rimettere in discussione il nostro immaginario. Istituire una società non improntata ad una crescita fine a se stessa.
Adesso si impone l’alternativa
In ogni caso a Pomigliano tutti i lavoratori hanno perso, anche coloro che piegati dal ricatto sono stati costretti ad avvallare la svolta voluta da Marchionne. Hanno perso tutti i sindacati, da troppo tempo assuefatti alla pratica umiliante del compromesso, anche la FIOM che ha tentato di strumentalizzare la disperazione sociale. Hanno perso tutti i politicanti, di destra e di sinistra, da sempre adusi a piegare la testa all’arroganza dell’Alta finanza capitalista.
Soprattutto ha perso il Lavoro, la Dignità del Lavoro, la Nobiltà del Lavoro, l’Onore del Lavoro.
Tutto questo è stato condannato dalla viltà dei politicanti e dei Sindacati complici della rapacità liberista.
Le vecchie formule hanno manifestato il loro irrimediabile e fatale fallimento. Una nuova e radicale svolta si impone per i lavoratori, una innovativa maturità politica che si volga alla realizzazione di un ordinamento comunitario, di un Fronte del Lavoro poggiante sull’adesione della totalità popolare e su un socialismo radicato nella volontà.
Maurizio Rossi
“Dalla destra prenderemo il nazionalismo che per sua disgrazia ha sposato il capitalismo, dalla sinistra prenderemo il socialismo, la cui unione con l’internazionalismo è disastrosa. Così formeremo questo socialismo nazionale forza motrice di una nuova Germania e di una nuova Europa”.
Gregor Strasser, 1920





