Si vuole qui dare seguito all’ottimo articolo della Prof.ssa Barbara Spadini presente nell’ultimo numero della Rivista Thule (marzo/aprile 2010) dedicato al poeta Trilussa. Lo facciamo con un pezzo che tratta più da vicino il rapporto che egli ebbe con la massoneria estratto da Hiram n. 10, ottobre 1986 – Soc. Erasmo, Roma
Carlo Alberto Salustri, detto Trilussa, fu un massone che non venne mai iniziato nell’Ordine. Per questo motivo, che può sembrare paradossale, si ritiene interessante lumeggiare il personaggio e i suoi rapporti con l’Istituzione, attraverso le cose che sulla stessa ha scritto, le cose che ad essa lo avvicinano, fino, da ultimo, alla domanda di affiliazione che presentò oramai in prossimità della morte.Nel panorama della letteratura italiana narratori e poeti spesso si sono avvicinati alla Massoneria sia direttamente che indirettamente. Taluni, appartenenti all’ordine, hanno riportato nelle loro opere il frutto degli studi esoterici e della filosofia dell’Istituzione; altri pur non appartenendovi hanno colto certi insegnamenti; altri ancora hanno deriso o contrastato la Libera Muratoria assegnandola, nella più benevola delle formulazioni, a quelle attività dell’uomo un po’ superflue e un po’ goliardiche. Alcuni attraverso lo sviluppo e la dinamica del loro pensiero hanno finito con l’approdare all’Ordine ancora in età tale da portare un contributo di lungo periodo; altri si sono formati, anche come uomini, all’ombra dei simboli muratori, taluni nel ricordo di passate presenze negli avvenimenti risorgimentali, altri ancora attirati e, direi, attivati dalla ricerca iniziatica che è la prerogativa principale della Libera Muratoria.Del tutto anomala, rispetto ad altre situazioni presenti appunto tra i protagonisti della storia letteraria italiana, appare la vicenda di Trilussa, poeta dialettale romano fiorito tra gli ultimi anni dell’800 e la seconda metà del ‘900. La decisione di richiedere l’ammissione alla Libera Muratoria la matura in tarda età tanto che la domanda, che pure era stata accolta, non ha seguito per la morte improvvisa del poeta. Ed è curioso come anche la nomina a senatore lo raggiunga appena venti giorni prima della sua morte, il 21 dicembre 1950, quando ormai la vita gli aveva dato tutto quello che un artista può desiderare compreso l’ultimo riconoscimento, appunto quello di senatore a vita, per aver con le proprie opere illustrato la Patria, come dice la motivazione firmata da Luigi Einaudi.Trilussa, tuttavia, non era mai stato un compiacente osservatore delle vicende dell’Italia, ma le aveva sempre trattate con quella ironia che nasceva da una sorta di comune buon senso popolare, che pervade tutta la sua opera, quando aveva sorriso sulle guerre propiziatrici dell’impero, o quando, senza eccessi e col sorriso sulle labbra di chi intravede, nelle umane vicende, il buffo e talvolta inutile agitarsi dei piccoli che vogliono apparire grandi; colpisce il regime fascista senza usare mai, però, il metro pesante della fustigazione o dell’invettiva. D’altronde nello stesso modo aveva ironizzato, durante l’era liberal-democratica, verso quei governi, e poi anche verso i partiti che andavano allora formandosi e che erano ovviamente agguerriti e rinchiusi nelle loro ideologie nascenti, talvolta con riferimento al fasti e nefasti ottocenteschi e risorgimentali, talaltra per esplicita certificazione di nascita dovuta alle incalzanti nuove esigenze della storia e dell’umanità.E’ il suo un modo di rappresentarsi al di sopra delle parti, è un modo, quasi giornalistico, di raccontare la propria insofferenza in versi, insofferenza che non ha nulla di rivoluzionarlo, di combattivo ad oltranza, ma che si stempera nella vita quotidiana e in questa trova origine e morte alla propria esistenza.Pur tuttavia la Patria riconosce in lui un suo figlio benemerito e lo nomina senatore, e Trilussa, come nella sua poesia, ringrazia ed esce dalla comune forse anche questa volta con ironia e con il sorriso sulle labbra, conscio della caducità delle cose della vita. 1 piccoli personaggi, la piccola umanità pure vengono chiamati, attraverso la sua persona, a posizioni più alte, vengono innalzati dal pianterreno della vita e loro viene riconosciuta una importanza nuova, quella importanza che Carlo Alberto Salustri aveva già deciso di riconoscergli in qualche modo facendoli tutti protagonisti della propria arte.L’epoca in cui visse Trilussa, fu un’epoca di transizione e nello stesso tempo di assestamento della società italiana e di quella europea più in generale, anche dal punto di vista politico ed economico. Dalla presa di Roma ad opera del nuovo Stato italiano nel 1870, un anno prima della nascita del poeta, fino alla Grande Guerra e poi con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale l’Italia e l’Europa trovarono l’assestamento che tuttora permane. Ma anche dal punto di vista culturale movimenti, scuole e indirizzi di vario genere fiorirono apportando una ventata di cambiamenti nel canoni dell’arte così come erano fino ad allora conosciuti.Anche la Massoneria subì i suoi travagli, i suoi adattamenti, dal punto di vista statuale, che i tempi proponevano, cambiando spesso anche proprio la qualità degli uomini subì, nel corso del tempo, soprattutto in Italia, una lenta trasformazione che finì con il portarla al superamento di antichi vincoli riferiti al passato, restituendola in pieno ad una tradizione più vicina alle Obbedienze europee che non avevano, almeno con i propri uomini se non certamente come istituzioni, dovuto affrontare una dura prova politica ed ideologica come quella risorgimentale.Pure, ancora all’epoca della giovinezza del poeta, talune antiche ferite erano presenti nell’anima dell’Istituzione la quale con forza continuava a contrapporre il “libero pensiero” alla sorda conservazione che sotto sotto covava nella società italiana vuoi per intimo convincimento, vuoi per millenaria educazione, vuoi per attento e opportuno calcolo politico dovuto anche all’economia dei tempi che venivano vissuti. E ancora lo sbandierato “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”, ereditato dalle vicende transalpine della fine del secolo precedente e portato e adattato alle italiche venture, suonava da una parte come richiamo ad un nuovo ordine etico e sociale e quindi politico ed economico, e dall’altra appariva come il vessillo del sovvertimento di valori consolidati dal tempo, come immiserimento dello spirito, quasi la premonizione e la preparazione all’avvento dell’Anticristo.Tuttavia non era la sola Massoneria italiana propugnatrice di questo sovvertimento. Anzi all’interno della stessa si agitavano due anime che avrebbero portato alfine alla scissione del Grande Oriente d’Italia, proprio, tra le altre più interne ragioni, su un fatto di natura politico-sociale: quello dell’insegnamento religioso nelle scuole. Anche tra i nuovi partiti, che andavano formandosi e che nascevano dalla crisi dell’antica distinzione tra Destra e Sinistra storiche, alcune delle idee propugnate dal massoni andavano prendendo consistenza, anche se contenuti e forme dovevano essere forzatamente diverse. Trilussa visse quest’epoca e la rappresentò nella sua poesia non prendendo però veramente parte, non facendosi partigiano né di un passato che poco conosceva, ma neppure del futuro che non voleva immaginare né profetizzare, accontentadosi piuttosto di registrare con l’ironia più che con il sarcasmo, lo stato delle cose, con l’arguzia, ma anche con la bonomia, la compostezza e la rassegnazione dei popolo che sa di non essere sovrano e che non se ne lamenta, o se ne lamenta con moderazione, ma desidera almeno non essere portato per il naso.L’attenzione di Trilussa è per le cose di tutti i giorni, per le cose minute che sono la rappresentazione in sedicesimo dei grandi avvenimenti e sconvolgimenti che finiscono però col non cambiare in alcun modo lo stato di coloro che non hanno voce nelle decisioni. E infatti l’anima che il poeta interpreta è sempre quella della buona piccola borghesia che, se pure ancora legata agli ideali del Risorgimento, è tuttavia lontana dalle infatuazioni di ogni genere che i tempi suggerirebbero, sensibile solo ai problemi e alle norme fondamentali della vita quotidiana. Ma non una borghesia tutta romana, come tutto romano era stato il popolino irriverente ed anticlericale del Belli, né una vera e propria borghesia che oramai sembrava aver già acquisito un senso della nazionalità e della appartenenza allo Stato italiano con tutti i suoi problemi e le sue aspirazioni, quale era quella emersa dalla poesia del Pascarella di “Villa Glori” e di “Storia nostra”. Piuttosto era una borghesia impiegatizia e di varia etnicità, calata a Roma al seguito del trasferimento della capitale e dello Stato amministrativo, una Buzzurropoli in cui dissidi e conflitti Trilussa avvertiva come puri e semplici riflessi di una precaria situazione sociale e morale.Era la stessa società che, con riferimento alle sollecitudini e alle vicende del proprio piccolo mondo, sarebbe rappresentata più tardi da Pirandello, il quale avrebbe spinto proprio questi dissidi e questi conflitti di cui Trilussa, dicevo prima, aveva gia avvertito l’esistenza, alle soglie di un conflitto gnoseologico ed ontologico fra sogno e realtà.Il mezzo della poesia in vernacolo di per sé consente maggiori possibilità alla satira che non quello in lingua. E in modo particolare quel certo “spirito”,che da sempre è parte del costume dei napoletani e dei romani, trova una sua nobilitazione proprio nella poesia in vernacolo. Talvolta però l’ispirazione liricizzante appanna la vena satirica di un Salvatore Di Giacomo, mentre più raramente, per non dire quasi mai, accade nella poesia romanesca, ed è in questo contesto che va collocato Trilussa, appunto, nella storia della poesia dialettale romana.Se il Belli è la voce autentica, se pure genialmente portata sul piano dell’universale, della plebe romana del periodo più oscuro e disastroso dell’agonizzante potere temporale, di una collettività cioè priva di ogni illuminazione spirituale, chiusa in un opaco destino senza apparente uscita; se nel Pascarella si registra il decisivo spostamento verso il popolo da cui erano usciti Monti, Tognetti e Giuditta Tavani Arquati; Trilussa ci rappresenta la romanità nuova, la collettività impiegatizia che legge il giornale, che crede di intendersi anche dei problemi politici fondamentali, che pretende d’interpretarli e risolverli sulla base dei suoi elementari bisogni e delle semplici ma solide sue pregiudiziali etiche, che risulta dalla fusio ne fra i vecchi “romani de Roma” e il buzzurrame piovuto nell’Urbe che tutta via, negli spiriti migliori, trova anche il tempo per una riflessione, se non proprio culturale e spirituale, attenta almeno e ben disposta verso quelle manifestazioni che con la cultura e lo spirito appaiono avere una qualche connessione, come la Istituzione libero-muratoria alla quale finiscono per aderire e non solo per utile tornaconto personale.La riprova di tutto ciò è nel carattere di tenue coloritura esteriore che il dialetto romanesco ha nella compagine linguistica di Trilussa, in cui tocca il vertice quel processo di progressiva attenuazione, di regolarizzazione e raddolcimento che il romanesco palesa nella poesia a partire dai successori del Belli; le parolacce così sistematicamente frequenti in Giuseppe Gioacchino e non rare neanche nel Pascarella, sono invece rarissime in Trilussa, il quale parla come normalmente parla il romano oramai civilizzato (ciovile direbbe appunto Trilussa), che ha ricevuto una certa educazione e si esprime all’usuale livello della piccola borghesia ben costumata.Ed ecco, quindi, che anche nel linguaggio usato, Trilussa si appropria di una universalità che manca alla satira di altri poeti dialettali.Questa universalità del mondo poetico di Trilussa; questi travagli dei suoi personaggi, siano essi uomini o gli animali delle favole, che finiscono con l’essere problemi di fondo dell’umanità, detti con il tono sornione e quasi distaccato di chi non vorrebbe se ne capisse l’intima importanza, di chi sembrerebbe interessato soltanto al motto di spirito, che pure c’è, allo scherzo liberatorio, ma non troppo; questa universalità, dicevo, fa di Trilussa l’uomo, il poeta vicino agli ideali della Libera Muratoria.Nonostante appaia nelle sue opere talvolta come insofferente a tutto quello che lo circonda, per principio contrario a re, repubblica, socialismo, clericalismo, democrazia, anarchia, tuttavia la sua anima non è “qualunquista”. Anzi ironizza anche su quel movimento affermatosi in Italia negli ultimi anni di questo dopoguerra che si faceva chiamare “Uomo qualunque-:
“Omo qualunque” spesso fa er tribbuno
pe diventà quarcuno
ma quanno semo ar dunque
è un tribbuno qualunque
dice il poeta in una inedita poesia riportata da Giuseppe D’Arrigo nel suo “Trilussa”. Certamente non trova nelle istituzioni umane, o per meglio dire, negli uomini che le rappresentano, quelle doti etiche alle quali il poeta fa continuo riferimento e che vorrebbe, invece, fossero tra tutti gli uomini patrimonio comune. Ed anche in questa aspirazione, in questa ricerca e in questa denuncia, sembra richiamare gli ideali della Massoneria al di là delle dirette chiamate in causa rappresentate da i quattro sonetti “Li frammassoni de jeri” e “Li frammassoni de oggi”, dove certamente non colpisce tanto le idee della Frammassoneria, quanto l’applicazione delle stesse da parte di massoni che allora come oggi dovevano aver dato una rappresentazione della Massoneria certamente poco felice. Tuttavia è interessante annotare che l’ultima terzina del primo sonetto de “Li frammassoni de oggi”:
Perché la Fratellanza Universale
che ce riuniva tutti in una fede
finì co la chiusura der locale.
è riportata dal poeta, autografa e firmata, sul frontespizio del “Libro dei Rituali” di Salvatore Farina edito a Roma nel 1946 dalle Edizioni Piccinelli, ed è evidentemente riferita alle vicende del ‘25 quando il Fascismo sciolse la Massoneria e si accanì particolarmente col Grande Oriente di Palazzo Giustiniani.Ma anche in altre poesie, non specificatamente interessanti la Libera Muratoria, continuamente ricorrono non solo concetti che richiamino quelli propugnati dalla Massoneria, ma anche deliberatamente poesie intitolate alla “Fratellanza”, alla “Libertà”, all’”Uguaglianza”, al “Libero Pensiero”.C’è pure in Trilussa questa aspirazione all’universalità e all’uguaglIanza, questo riconoscimento dell’universalità e dell’uguaglianza che in qualche modo si realizza, che non solo trovi espressione nelle cose quotidiane e di piccolo respiro, ma soprattutto spazi nelle grandi tragedie che sconvolgono l’Umanità, come la guerra. In “Fra cent’anni” del 1915 da “Lupi e agnelli” il poeta, a proposito della Prima Guerra Mondiale che sta sconvolgendo l’Europa, afferma:
Da qui a cent’anni, quanno
ritroveranno ner zappà la terra
li resti de li poveri sordati
morti ammazzati in guerra,
pensate un po’ che montarozzo d’ossa
che fricandò de teschi
scapperà fòra da la terrà smossa!
Saranno eroi tedeschi,
francesi, russi, ingresi,
de tutti li paesi.
0 gialla o rossa o nera
ognuno avrà difeso una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella,
sarà morto per quella.
Ma lì sotto, però, diventeranno
tutti compagni, senza
nessuna diferenza.
Nell’occhio vóto e fonno
non ce sarà né l’odio né l’amore
pe’ le cose der monno.
Ne la bocca scarnita
non resterà che l’urtima risata
a la minchionatura della vita.
E diranno fra loro: – Solo adesso
ciavemo pe lo meno la speranza
de godesse la pace e l’uguajanza
che cianno predicato tanto spesso.
Tutti saranno divenuti compagni, in pace tra loro, uguali nella morte, la nera signora che anche il massone Antonio de Curtis, in arte Totò, ne “A livella” dirà che tutti rende uguali e senza differenze. E ancora in “Bolla de sapone” Trilussa che sembra una volta di più quasi chiudere un discorso in maniera amara, invece anche qui l’aspetto apparentemente negativo della morale finisce per essere, ancora una volta, una indicazione del pensiero trilussiano tutto improntato al ridimensionamento, è vero, del diverso, alla indicazione del caduco, ma anche alla certezza che tutto in un certo momento sarà livellato, riportato all’uguaglianza, sia pure in una “lagrima de pianto”.
Lo sai ched’è la Bolla de Sapone?
L’astuccio trasparente d’un sospiro.
Uscita da la canna vola in giro,
sballottolata senza direzzione,
pe’ fasse cunnolà come se sia
dall’aria stessa che la porta via.
Una farfalla bianca, un certo giorno,
ner vede quela palla cristallina
che rispecchiava come una vetrina
tutta la robba che ciaveva intorno,
j’agnede incontro e la chiamò: – Sorella,
fammete rimirà! Quanto sei bella!
Er cielo, er mare, l’arberi, li fiori
pare che t’accompagnino ner volo:
e inentre rubbi, in un momento solo,
tutte le luci e tutti li colori,
te godi er monno e te ne vai tranquilla
ner sole che sbrilluccica e sfavilla.
La Bolla de Sapone je rispose: -
So’ bella, sì, ma duro troppo poco.
La vita mia, che nasce per un gioco
come la maggior parte delle cose,
sta chiusa in una goccia… Tutto quanto
finisce in una lagrima de pianto.
Ma questo pessimismo di Trilussa, a mio avviso, non è distruttivo. Questo rendersi ragione della negatività di cui è corredata la vicenda dell’Umanità; questo senso del “pantarei“-, del transeunte e della caducità delle cose non è nichilismo ottuso e cieco senza speranza. Non è la malattia mortale- che colpisce l’esistenzialismo disperato e ateo che ancora corre nel pensiero occidentale. Nasconde invece la speranza che alla fine l’Umanità sia riscattata, che almeno le sofferenze servano a migliorare il mondo. Qua e là tra il sorriso ironico e la satira pungente, anche se non proprio graffiante, tra le favole dove gli animali si dimostrano e si riconoscono migliori dell’uomo, anche se talvolta con l’amaro in bocca, spunta la speranza di Trilussa nel momento più inaspettato a conferma che la sua visione del mondo non è del tutto negativa.Ed è in fondo questa speranza che concettualmente la Libera Muratoria consegna e affida al propri aderenti, spingendoli a lavorare “per il bene e il progresso dell’Umanità”. E questo Trilussa lo sa benissimo. La paura poteva essere che non tutti avessero compreso bene il precetto, e che anzi non volessero capirlo, e che limitassero la loro adesione alla Massoneria al:
… giochetto de le deta…
Nei rapporti poetici con la Massoneria legati al quattro sonetti gia citati, non può essere presa in seria considerazione la teoria, per così dire statistica, che avanza Ettore Paratore nel due scritti pubblicati dall’Istituto di studi romani in occasione del Centenario della nascita di Trilussa. Argomenta, infatti, il Paratore che a “fronte di ventiquattro espliciti pamplhets poetici del periodo prefascista contro la retorica socialdemocratica e sempre rilevanti un preciso intento politico e un intento sempre sfottitorio al danni degli ideali socialisti e delle infatuazioni per la democrazia più sinistrorsa”, “solo quattro o cinque”, invece, “sono quelli in cui la frecciata al fascismo si configura in maniera evidente”. E ancora che il breve ciclo formato dal due sonetti intitolato “I frammassoni de oggi” che è stato addirittura composto negli anni del fascismo, “dopo i provvedimenti presi contro la società dei Grande Architetto, è irridente le attività della Massoneria, con quella inimitabile tendenza smitizzatrice e ridimensionatrice che lo contraddistingue e che è il segno infallibile del suo equilibrio e della sua onestà, Trilussa dà un colpo al cerchio e uno alla botte, facendo le sue ironie su chi si sbracciava a salutare romanamente ‘pro bono pacis’. Ma è evidente che chi ne fa le spese in misura più massiccia è l’ambiente massonico”. E con questa statistica numerica ritiene di aver giustificato una classifica dell’insofferenza trilussiana che vedrebbe la Massoneria precedere il fascismo nell’antipatia di Trilussa.Sarebbe veramente curioso pensare che un uomo della cultura di Ettore Paratore non avesse inteso effettivamente il pensiero di Trilussa, se non fosse altrettanto nota, oltre la sua sensibilità critica e culturale, la sua appartenenza anche politica a ben individuati ambienti culturali della destra conservatrice, passato di volta in volta dal più moderati a quelli più estremistici, che lo hanno portato a ridimensionare quanto, in verità troppo spesso, la più recente critica, anche di estrazione marxista, ha voluto attribuire a Croce e proprio a Trilussa circa il loro atteggiamento contrario al regime durante il periodo fascista, considerandoli le due uniche voci solitarie ancora capaci di parlare liberamente nel generalizzato conformismo del culturame imposto dal Minculpop. Certamente i nostri non sono stati gli unici, né la loro è stata una voce particolarmente rumorosa e avversa, particolarmente contraria al regime in sé, dato anche lo scarso interesse per quella cultura dai due dimostrato, e per quel tanto di snobismo culturale, ma anche per la sincera e schietta valutazione della propria posizione e, soprattutto per Trilussa, per quel senso tutto romano dell’ironia e della capacità di credere che lo scherzo e la battuta, quand’anche si dimostrassero veritieri della realtà, non possono essere causa di un reato o accusati di irrispettosità oltraggiosa sia pure da un regime come quello fascista.Tuttavia al di là delle polemiche diciamo ideologiche, mi preme sottolineare come proprio dai quattro sonetti intitolati alla Massoneria di ieri e di oggi, emerga invece una posizione dei poeta che non è senz’altro negativa della Istituzione, mentre da altre, forse anche dimenticate dal Paratore oltre le quattro o cinque citate, appare evidente l’insofferenza di Trilussa per quanto il regime andava costruendo. Mentre la satira dei sonetti “massonici” non colpisce direttamente l’ideologia, che anzi trova modo di apprezzare, ma irride anche bonariamente all’atteggiamento di coloro che vi appartengono, forse perché appunto borghesucci ministeriali che nulla hanno a che vedere con il “generone” dei vecchi borghesi romani, nelle poesie ispirate al regime fascista capovolge completamente lo sfottimento e colpisce più l’ideologia che non le persone, così come aveva già fatto a proposito delle imprese coloniali e delle velleità imperiali dell’Italia della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento.Nel sonetto “L’aquila romana” del 1911, l’anno delle magniloquenti celebrazioni del cinquantenario dell’unità, termina con la famosissima chiusa posta in bocca alla lupa:
Pur’io, va là, ciò fatto un ber guadagno
a fa’ da balia a Romolo! Accicoria!
Se avessi da rifà la stessa storia
invece d’allattallo me lo magno.
Nel primo sonetto de “Li framassoni de jeri”, scritto, come il secondo, sempre nel 1911, il poeta ironicamente lamenta che il Grande Architetto poco più assiste i lavori della Massoneria, cioè a dire che i massoni non seguono più i lavori come avrebbero dovuto. Ed anche nel secondo, oltre a ribadire la presenza del Grande Architetto, rinforza il discorso sulle attività, invece, degli uomini massoni, che non sempre sono adeguate alle idealità della Istituzione.
Che credi tu? Ch’a le rivoluzzioni
fossero carbonari per davero,
còr sacco su le spalle e er grugno nero?
Ma che! E’ lo stesso de li frammassoni.
So’ muratori, sì, ma mica è vero
che te vengheno a mette li mattoni!
Loro so’ muratori d’opinioni,
cianno la puzzolana ner pensiero.
Tutta la mano d’opera se basa
ner demolì li preti, còr proggetto
de fabbricaie sopra un’antra casa.
Pe’ questo so’ chiamati muratori
e er loro Dio lo chiarneno Architetto…
Ma poco più j’assiste a li lavori!
Dove è evidente la riprovazione del comportamento più che dell’idea, perché oramai anche la guida del Grande Architetto poco assiste al lavori che nel tempo presente hanno deviato dalla tradizione antica.
E siccome er Dio loro è libberale,
ma gira gira è sempre er Padreterno,
ne vìè ch’er frammassone va ar governo
ce trova er prete e ce rimane eguale.
Se sa, l’ambizzioncella personale
Je strozza spesso er sentimento interno:
è un modo de pensà tutto moderno
e in questo nun ce trovo ’sto gran male.
Se er frammassone cià li tre puntini,
er prete cíà er treppizzi, e m’hai da ammette
che armeno in questo qui je s’avvicini:
vedrai che troveranno la maniera
de sarvà capra e cavoli còr mette
un puntino per pizzo e… bona sera!
Sottolinea che l’ambizione personale dei singoli vince il sentimento che dovrebbero avere i massoni. Li scusa, non trovandoci poi cosi gran male con il moderno modo di pensare. L’aggettivo “moderno” assurge qui quasi a contrapposizione con l’aggettivo “antico”, ma nello stesso tempo serve appunto a ribadire che qualcosa di nuovo, di diverso c’è, ma tra gli uomini.E nei successivi due sonetti de “Li frammassoni de oggi”, torna sull’argomento lamentando sempre la differenza tra i puri e veri massoni e quelli, invece, che ora costretti allo scoperto, continueranno a comportarsi in modo difforme dagli ideali che sostengono solo a parole.
Un anno fa, quann’ero frammassone,
se strignevo la mano d’un fratello
me ricordavo der tinticarello,
ma lo facevo senza convinzione.
Annavo in Loggia pe’ giocà a scopone,
a sett’e mezzo, a briscola, a piattello,
con uno scopo solo, ch’era quello
de poté mijorà la condizzione.
Ma da quanno ce chiusero la Loggia
nun trovi più nessuno che ce crede,
nun trovi più nessuno che t’appoggia.
Perché la Fratellanza Universale
che ce riuniva tutti in una fede
finì co’ la chiusura del locale.
Nella prima terzina del sonetto, che in genere avvia in Trilussa la conclusione della morale, poi ampiamente disimpegnata nella seconda, e che rappresenta il pensiero del poeta, come la seconda rappresenta la constatazione che trae dalla quotidianità, lamenta che più nessuno ci crede e ti appoggia, ognuno si ritrae soprattutto per mancanza di quella coerenza che il poeta più di ogni altra cosa condanna.
Er frammassone d’oggi, s’è prudente,
pe’ sta tranquillo e fa’ la vita quieta,
invece del giochetto de la deta
s’adatta a salutà romanamente.
Così che ce capischi? Un accidente.
Finché l’associazione era segreta
se sapeva dall’a fino a la zeta,
nome e cognome d’ogni componente.
Invece mò, che non è più un mistero,
chi riconosce er frammassone puro?
Chi riconosce er framinassone vero?
Chi riconosce er frammassone esperto
che, nun potenno lavorà a lo scuro,
te dà le fregarure a lo scoperto?
Anche in questo sonetto la prima terzina mette in rilievo il massone puro e vero e lo contrappone a quello “esperto” del primo verso della seconda terzina, quello che potendola dare al coperto, probabilmente confuso nel nuovo regime, la “fregatura” la dà ora scopertamente. E tra questo “alo scuro” e a “lo scoperto” consiste proprio lo lato che registra Trilussa tra comportamento e idea.Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando dopo la caduta del fascismo e la liberazione in Italia riprendono le attività anche culturali, e pure i lavori della Massoneria riprendono ”forza e vigore”, Trilussa, sollecitato da amici massoni, come d’altronde è costume dell’Istituzione, chiede l’affiliazione che viene senz’altro accettata e che purtroppo soltanto la morte impedisce di sancire ritualmente. E d’altronde la sua non è una richiesta senza coscienza, è sorretta dalla conoscenza, almeno libraria, delle cose della Massoneria, e dalla certezza della buona fede delle persone che lo invitavano.Virtualmente, però, Trilussa, che aveva per tutta la vita creduto nel “Libero Pensiero”, non certamente quello sbandierato da coloro che lo invocavano a giustificazione del proprio tornaconto e di una malintesa libertà faccendiera; che aveva avuto sempre presente il trinomio massonico e si era sforzato di applicarlo coerentemente nella propria vita; Trilussa che, nonostante l’ironia e il pessimismo nei confronti dell’uomo, non era stato mai un ateo, Trilussa, dicevo, può essere annoverato nella schiera di coloro che sono o sono stati massoni a buon diritto e non solo perché la sua domanda era stata formalmente accettata.
UN NOTEVOLE QUANTO INTERESSANTE CONTRIBUTO DEL FRANZ ALTHEIM ALLO STUDIO DELLA CIVILTA’ ROMANA, QUI RACCONTATA NEL SUO PERIODO PIU’ ARCAICO E QUINDI RELATIVO ALLE SUE ORIGINI.
HO ESTRAPOLATO QUANTO SEGUE DAL TESTO DELL’AUTORE AL FINE DI EVIDENZIARE IL PERIODO DEL MITICO INIZIO A CUI DOVREMMO FAR RIFERIMENTO NEL CASO IN CUI SI VOLESSE INTRAPRENDERE UNA SERIA RICERCA RELATIVA A QUESTA POPOLAZIONE DI CUI SPESSO CE NE SENTIAMO EREDI MA CHE ALTRETTANTO SPESSO, COMPLICE IL LUNGO E DIVERSIFICATO PERIODO STORICO ABBRACCIATO MA SOPRATTUTTO COMPLICE LA NON UNIFORMITA’ CHE NEL TEMPO LA SPIRITUALITA’ ROMANA E’ ANDATA AD ASSUMERE AVENDO VISSUTO E SUBITO UN INESORABILE DECADIMENTO DEI COSTUMI NELLA SUA ESSENZA, E’ STATA VOLUTAMENTE TRAVISATA (SE NON EVIDENZIATA ED ESALTATA SOLAMENTE IN SUOI SPECIFICI PERIODI E PASSAGGI SLEGANDOLA DA TUTTO IL SUO INSIEME) IN QUEL CHE HA RAPPRESENTATO STORICAMENTE E SPIRITUALMENTE A PROPRIO PIACIMENTO ED A FAVORE DELLE PROPRIE ESIGENZE CULTURALI E IDEALI DEL MOMENTO.
BUONA LETTURA.
Tratto da: “Storia della religione romana” di Franz Altheim
LA PIU’ ANTICA ROMA
I monti Albani costituivano la roccaforte naturale dell’antico Lazio, che aveva il suo centro nel monte Cavo. Roma era situata al margine settentrionale, ma sia la città che la zona circostante assunsero sin dalle origini una posizione di rilievo. Entrambe affacciavano sul Tevere, fiume che separava il territorio laziale da quello etrusco. Il Gianicolo costituiva la testa di ponte. Dopo pochi chilometri il fiume raggiungeva il mare, mentre risalendo il corso d’acqua sia del Tevere che dell’Aniene si raggiungevano Curi e Tibur, località di origine dei Sabini. Questa posizione particolare di Roma ebbe notevole importanza per la sua storia.
Secondo la tradizione romana, all’epoca di Romolo i Romani si fusero con i Sabini di Tito Tazio creando un’unica popolazione. La ricerca archeologica ha confermato questo dato. E’ attestata infatti la presenza di un insediamento latino sul Palatino differenziato dagli insediamenti sabini sull’Esquilino, Viminale e Quirinale. I Latini cremavano i loro morti e ne riponevano le ceneri in urne a forma di vaso o di capanna; i Sabini invece collocavano i corpi intatti in bare ricavate da alberi oppure sotto lastre di pietra. Due civiltà convivevano pertanto sul suolo di Roma: la civiltà villanoviana dell’Italia centrale e quella adriatica. Quest’ultima mostra di avere legami con le civiltà del ferro danubiane e balcaniche, con propaggini ad Oriente in Asia Minore. Portatori della civiltà adriatica in tempi storici furono principalmente gli Illiri. Le popolazioni osco-umbre nella penisola italica furono spinte appunto da genti il illiriche verso nuovi insediamenti. Mutuarono dai loro vicini illiri la pratica di seppellire i morti in tombe a fossa, tradizione che mantennero anche sul territorio romano. Alla mescolanza delle popolazioni corrisponde il quadro linguistico. Il latino dell’urbe vede la sostituzione, all’interno della parola, della b e della d con f, di qu e g con p e b (scrofa, infernus, lupus, bos). Caratteristiche queste che appartengono ai gruppi osco-umbri.
La tradizione colloca la fondazione di Roma nell’VIII secolo. In effetti nessun ritrovamento risale ad epoca più antica. Alla fine del secolo successivo si ha l’evento decisivo: la fusione di insediamenti latini e sabini, con la coesistenza di sepolture a cremazione e a inumazione poste all’interno del limite urbano. Come testimonianza di ciò abbiamo la festa del Settimonzio, che derivò dai sette montes della riunita comunità urbana, e in questa stessa forma, segno dell’attaccamento romano alla tradizione, la festa fu celebrata sino in epoca storica. A ciò si aggiunge l’ubicazione della necropoli al margine di quello che sarebbe stato il Foro. Essa mostra nel suo strato superiore i pozzi rotondi dei cremati, assieme a tombe costituite da alberi, o da fosse coperte da lastre di pietra, degli inumati. Questo cimitero, originariamente appartenente agli incineranti del Palatino, accolse successivamente gli inumanti dei Monti. Gli abitanti del Palatino non poterono cedere la loro antica zona di sepoltura ai vicini Sabini senza un chiaro atto giuridico.
I diversi insediamenti romani sorsero poi in base a un trattato, in base al quale incominciarono a fondersi in una comunità.
Contemporaneamente si manifestano a Roma i primi influssi etruschi. Una tomba di guerriero dell’Esquilino ha una certa similarità con le tombe dei principi etruschi del VII secolo. Nel Foro, non lontano dal tempio di Saturno, su un vaso a bucchero si è trovata una iscrizione etrusca arcaica. Le colline della più antica Roma recavano nomi etruschi o almeno composti alla maniera etrusca, e lo stesso vale per il nome Roma e per quello del mitico fondatore Romolo.
Non si può infine tralasciare la presenza a Roma di oggetti greci d’importazione. Vasellame proto-corinzio è stato trovato nella necropoli dell’Esquilino, nello strato più recente degli scavi del Foro ed in una fontana vicina al tempio di Vesta. Proprio in questi antichi strati della città era quindi presente l’elemento greco. Quel che vale per i reperti archeologici vale anche per la religione, come si evidenzia attraverso il più antico calendario festivo. A Roma, come fra gli Etruschi ed un po’ in tutta Italia, l’elemento greco costituì un elemento originale essenziale nella formazione di quelle culture.
Il calendario festivo romano è contenuto in una serie di redazioni epigrafiche, la più antica delle quali risale ad epoca pre-cesarea. La maggior parte di questi calendari viene collocata nel periodo corrente tra la fondazione del principato e l’impero di Claudio. Un testo base scritto in grandi caratteri capitali di colore nero si distacca da aggiunte e note successive in caratteri più piccoli e rossi. Il calendario nasce nel VI secolo e ci riporta l’elenco delle feste e degli eventi cultuali della Roma arcaica. La sua redazione coincide con l’installazione dell’ultimo insediamento sabino sul suolo romano, quello del Quirinale, nell’ambito della nuova comunità.
L’unione dei diversi insediamenti sul suolo romano ebbe inizio con la fusione fra la comunità palatina e quella sabina dell’Esquilino. Come prima accennato, la festa del Septimontium rappresentò il corrispettivo cultuale di questa unione. Veniva celebrata l’11 dicembre, ed in tale occasione si sacrificava ai sette montes. Ossia: Palatium, Cermalus, le due cime del Palatino, la Velia, posta subito a nord dei primi; Fugutal, Cispius e Oppius, cime dell’Esquilino; infine il Caelius a sud. A questi sette colli si aggiunge, in base alle fonti, un altro nome: la Subura, valle situata all’interno del Septimontium, tra le Carinae ed il Fugutal, che però in quanto valle non fu contata tra i montes.
Il più antico calendario mostra lo sviluppo determinato dalla fusione di questi insediamenti. Tra gli Dèi che vengono nominati in questo sistema festivo, spicca Quirino. Ciò significa che la collina che sin dall’antichità era sua sede e che pertanto prendeva il nome del dio – il collis Quirinalis – apparteneva allora all’ambito urbano. Anche Sol Indiges aveva il suo luogo di culto sulla stessa collina. La gens Aurelia, che dedicava un proprio culto al dio, era di origine sabina; il che conferma che l’insediamento del Quirinale e quello dell’Esquilino appartenevano ai Sabini. Altra prova è fornita dal nome degli Aureli, che deriva da ausel (Auselii), denominazione sabina del sole.
Il più antico calendario festivo corrisponde pertanto allo stadio dello sviluppo urbano, allorché il Quirinale si era aggiunto all’originario Septimontium. Il Campidoglio si trovava ancora al di fuori dei confini della città, per cui tale calendario ignora la fondazione del tempio capitolino. L’inserimento del Campidoglio nella cerchia urbana avvenne in tempo successivo, allorché il ruscello del Foro come la pianura acquitrinosa che separavano il Palatino e la Velia dal colle capitolino, furono prosciugati. La costruzione della cloaca massima, che permise tale prosciugamento, fu realizzata verso la fine della monarchia.
C’è un precedente rispetto alla collina del Campidoglio, il Capitolium vetus, ugualmente consacrato alla triade Iuppiter, Iuno e Minerva. Anche il più antico Campidoglio non è inserito nel calendario festivo arcaico, per cui è posteriore alla sua redazione. Non si trovava però sul colle capitolino, ma sul Quirinale. Si deduce pertanto che l’istituzione della triade avvenne in un’epoca in cui soltanto il Quirinale, ma non ancora il Campidoglio, era inserito nel limite urbano.
Prima dell’erezione del tempio capitolino e dell’inserimento del colle e del Foro sottostante nel confine urbano, questo comprendeva il solo Septimonzio ed il Quirinale. Questa è l’immagine della città che appare nel più antico calendario. Con ciò si ha la possibilità di una datazione. Fin quando il Foro era paludoso, le sue rive venivano utilizzate soltanto come area per una necropoli. Tale situazione durò, in base ai reperti ivi ritrovati, fino ai primi decenni del VI secolo. Solo successivamente il Foro potè essere utilizzato come luogo di riunioni, per attività pubbliche e come luogo di mercato. Il rinnovamento avvenne quindi verso la fine del secolo, datazione confermata dai resti che testimoniano l’inizio della costruzione del tempio sul Campidoglio sotto Tarquinio Prisco, e quella della cloaca massima sotto Tarquinio il Superbo. Per cui l’ampliamento significativo della città è da collocarsi tra la metà e la fine del VI secolo. Il calendario rispecchia la situazione urbana precedente a tale sviluppo.
Ancora più agevole diviene la datazione delle fasi di sviluppo storico dell’urbe. Se il Capitolium vetus sul Quirinale presuppone la stessa realtà urbana individuata nel calendario, ma non è menzionato dal calendario stesso, vuol dire che la fondazione del tempio si colloca alla fine del periodo in cui il Quirinale fu inserito nella cerchia urbana, mentre il calendario si colloca verso l’inizio di questa fase. Risulta allora logico dedurre che il calendario presentasse un sistema festivo fondamentalmente per la comunità dopo l’unione del Septimonzio e del Quirinale.
Dovette essere una circostanza particolare a produrre un simile sistema festivo e cultuale dal carattere globale, circostanza da ricercarsi nell’inserimento dell’ultimo insediamento ancora indipendente nell’ambito urbano. In quel momento si dovettero affermare quelle norme che d’allora in poi sarebbero valse per la nuova comunità. Non sorprende che alla stessa epoca risalga la formazione di un sistema politico stabile. Anche la creazione delle curie avvenne in quegli anni in cui le varie comunità si unirono sul suolo romano. Con ciò si delinea da un punto di vista cultuale e politico la struttura della Roma arcaica.
In realtà il calendario si presenta come un sistema ordinato, di cui non si può misconoscere il riferimento ad una comunità di una certa importanza. La sequenza e la ripartizione delle feste, ordinate in gruppi, mostra di tener conto di una tale comunità.
Il raggruppamento delle festività si evidenzia soprattutto a marzo ed ottobre. Il mese di marzo prende la sua denominazione dal dio Marte, e nel suo corso vengono celebrate le feste del dio, a partire esattamente dalla fine di febbraio (Equirra, 27 febbraio) e durante il mese successivo. I giorni dedicati a Marte sono infatti il 1° ed il 14 (Equirra), il 17 e 19 (Quinquatrus), il 23 (Tubilustrium). A queste celebrazioni corrispondono nel mese di ottobre, l’Equus October (15 ottobre), in cui viene sacrificato il cavallo di destra del carro vincitore della corsa, e l’Armilustrium (giorno 19): esattamente la relazione si sviluppa fra l’Equus October e le Equirra, tra l’Armilustrium e il Quinquatrus. Esposizione delle armi e dei corni di guerra, come la corsa celebrativa delle bighe, coincidono con la partenza dell’esercito per la guerra in primavera e col suo ritorno in autunno. L’originaria propensione alla guerra della comunità trovava espressione nel culto. Se i Fontinalia venivano subito prima del sacrificio del “cavallo d’ottobre”, ciò vuol dire che doveva esserci un nesso tra cavallo e fonte.
Strettamente connessi sono febbraio e maggio, entrambi consacrati ai morti. In conformità di ciò maggio prende il suo nome dalla divinità tellurica Maia, la “grande”, appellativo che si ripropone anche nel greco Megale e nell’antico indiano mahi. La tradizione romana collega febbraio con il dio dei morti Februus, omologato con Dispater. In questo mese si celebrano i Parentalia per la durata di nove giorni; il solo giorno conclusivo della celebrazione (21) veniva indicato come feriae publicae ed era quindi l’unico ad essere contrassegnato nel calendario. Nel mezzo dei Parentalia cadevano i Lupercalia, festa di Fauno, in cui il popolo veniva purificato di tutti i mali e i pericoli da cui era minacciato durante questo periodo dei morti. A maggio invece si celebravano i Lemuria (9,11, e 13) e l’Agonium di Vedove (21), entrambe celebrazioni dei morti. Anche il Tubilustrium di Vulcano, affine cultuale di Maia, si colloca per tale affinità e per la tuba nell’ambito dei culti dei morti (la tromba svolge un ruolo significativo nel culto).
A luglio cadono i Neptunalia (23) nel mezzo di un ciclo festivo dal carattere omogeneo comprendente anche i Lucaria (19 e 21) ed i Furrinalia (25). Negli stessi giorni d’agosto si colloca un altro gruppo di celebrazioni che si raggruppano attorno ai Volcanalia del 23. Accanto al giorno dedicato al dio della terra e del focolare, abbiamo la festa della raccolta dell’uva (Vinalia, il 19) e la celebrazione del Dio Conso con cui si pone in relazione Ops (21 e 25): sono tutte celebrazioni aventi a che fare col raccolto e con i frutti della terra.
Le feste di aprile fanno ugualmente riferimento alla vegetazione, ma sono legate ai diversi aspetti sotto i quali si presenta la madre terra (Fordicidia, 15; Cerealia, 19). I Vinalia del 23, a differenza di quelli di agosto, sono contrassegnati come priora e corrispondono ai Pithoigia attici: era il giorno in cui per la prima volta si provava il vino nuovo. Con i Robigalia (25) si teneva la ruggine lontana dai campi. Nell’ultimo giorno del mese o all’inizio di maggio si celebravano i Floralia, che probabilmente all’epoca della redazione del calendario più antico era una festa mobile (feriae conceptivae).
Dicembre è caratterizzato da una serie di celebrazioni che si rivolgono ancora alla terra ed alla sua vegetazione. I Consualia (giorno 15) sono collegati con un giorno dedicato ad Ops (giorno 19). Diva Angerona, celebrata il 21, era probabilmente una divinità ctonia ed i Larentalia (giorno 23), come i Compitalia (feriae conceptivae), appartenevano al medesimo ordine. In questi due giorni si celebravano i Lari, ma nel primo si celebrava in particolare la dea Larentina. Questa si presentava anche come madre del Lari e come tale si chiamava Mania; doveva pertanto essere alquanto vicina ai Mani.
Ancora una parola su gennaio. Prende il suo nome da Ianus, il dio di ogni inizio, la cui festa cade il 9 del mese. Subito dopo vengono i Carmentalia (11 e 15). La dea della nascita si pone in connessione con Giano, visto che ogni nascita è anche un inizio. In connessione con ciò il più antico tempio di Giano sorgeva dinanzi alla porta Carmentalis. Anche la festa del raccolto, le feriae sementivae era celebrata a gennaio. Anche in questo caso si trattava di un inizio, questa volta di quel che nasceva dalla terra.
Tali dati dovrebbero essere sufficienti a mostrare come il calendario costituisse un sistema ordinato, uno schema unitario delle usanze festive, avente alla base una concezione omogenea. Non si può non riconoscere in esso una consapevole volontà creativa. Non si può sapere però se si trettò del prodotto di un gruppo o piuttosto di un singolo. Il solo dato concreto è che tale sistema apparve in un preciso momento storico evidenziando uno scopo non meno preciso.
Nonostante la struttura unitaria, si notano nel calendario strati più antichi. Essi fanni supporre che il sistema conchiuso e stabile che ci è pervenuto attraverso il calendario arcaico, sia invece il risultato di un lento sviluppo.
Si nota inoltre che una serie di divinità proveniva dalla vicina Etruria o dalla Grecia. Ma anche se si prescinde da queste divinità straniere, quel che resta non appare assolutamente omogeneo. Portuno originariamente costituiva una epiclesi di Giano, e solo successivamente divenne una divinità autonoma. Si riconosce pertanto che in uno stadio precedente la redazione del calendario si verificò la dissociazione di un dio da un ambito divino dal carattere omogeneo. Anche in ciò si ricorda che una serie di feste non assume il nome di divinità, come invece Opalia, Larentalia, Consualia, Furrinalia, ma prende la sua denominazione dal carattere specifico dell’azione cultuale. Agonium ad esempio, indica originariamente soltanto che si compiva un sacrificio. Il che spiega come mai i giorni in cui cade l’Agonium (9 gennaio, 17 marzo, 21 maggio e 11 dicembre) appartengano a quattro diverse divinità (Giano, Marte, Vediove e Sole Indigete). Anche il Quinquatrus del 19 marzo indica soltanto una data: il quinto giorno scuro dopo la luna piena. Dello stesso genere sono Armilustrium, Equirra, Poplifugium, Regifugium, Tubilustrium ed Equus October, che prende il nome dal sacrificio del cavallo. Anche qui, con la dovuta preacauzione, si potrebbe scorgere la coesistenza di strati differenti.
Anche la storia della città ci porta a ulteriori considerazioni. Se Roma era nata dall’unione di diversi gruppi, sorge la naturale domanda se le entità dell’antico calendario non siano da attribuirsi ciascuna ad uno specifico insediamento.
Palatium e Palatino presero il nome da Pales. Ciò indica che era una divinità d’origine latina, legata pertanto alla tradizione di questo popolo di cremare i cadaveri. La stessa cosa vale per Vulcano, il cui il più antico luogo di culto, il Volcanal, si trovava all’interno delle fosse crematorie del Foro. L’altare di Conso si trovava nella vallis Murcia a sud-ovest del Palatino, dove successivamente venne costruito il Circo Massimo. La collocazione era sotterranea e il suo altare era ricoperto di terra. Ciò ricorda la maniera più antica di seppellire le messi; del resto proprio dal “sotterrare” (condere) deriva il nome del dio.
Anche Fauno appartiene all’insediamento del Palatino. Sua festa erano i Lupercali del 15 febbraio. In questo giorno i lucerci, sacerdoti del dio, si cimentavano in una corsa lungo i pendii del Palatino.
Tale usanza ha una giustificazione soltanto se si ammette che il perimetro di questa collina coincidesse con quello della città. Il collegio sacerdotale si divideva in lucerci Fabiani e Quinctiales (o Quintiliani). Entrambi, come indicano i loro nomi, appartenevano a delle sodalitates gentilizie: i Fabiani sono chiaramente collegati alla gens Fabia, la cui tradizione gentilizia si lega al culto di Fauno ed ai lupercalia. D’altra parte il culto gentilizio dei Fabi veniva praticato sul Quirinale e non sul Palatino. Presumibilmente dopo l’unione della comunità del Quirinale con quella del Palatino, fu aggiunta la sodalitas dei Fabiani, facente parte della comunità del Quirinale, a quella dei Quinctiales, il cui luogo di culto si trovava sul Palatino.
A Fauno ed ai luperci si collega il Lupercal, “la grotta del Lupo” situata ai piedi del Palatino. In essa secondo il mito erano stati allattati dalla lupa Romolo e Remo; qui si trovavano la ficus ruminalis e la porta Romana, che conduceva al Tevere, entrambi connessi col nome etrusco Rumon. Anche Diva Rumina, venerata sul Palatino, appartiene a questo ambito. Tutti questi nomi hanno la radice rum, rom, che si trova anche in Romulus e Roma. Come ha mostrato W.Schulze, il nome della città contiene il gentilizio etrusco ruma. Non è quindi casuale che la leggenda di Romolo si leghi al Lupercale ed alle località vicine. Anche i gemelli e figli del dio-lupo Marte nutriti dalla lupa, significativamente si collegano a Fauno o Luperco, che hanno forme di lupo o che rievocano il lupo nel loro nome. Da tutte queste constatazioni risulta che il nome di Roma originariamente si legava al Palatino. La tradizione antica anche in questo caso si è dimostrata vera.
Di contro agli dèi del Palatino abbiamo le divinità delle comunità sabine dei monti romani.
Qui è da menzionare Flora. Il suo tempio più antico si trovava sul Quirinale e pertanto Varrone la annoverò fra le divinità sabine alle quali Tito Tazio eresse altari. In realtà Flora la si incontra solo tra i cugini dei Sabini, le popolazioni sannite e sabelle, nonché tra gli Umbri. La sua festa Fiuusasiais (Floralibus) ed il suo nome (Fluusai kerriai = Florae Cereali) compaiono nell’iscrizione sannitica di Agnone. Altre iscrizioni votive si trovano nella zona meridionale dell’Umbria e lungo il corso superiore dell’Aniene; ad Amiterno e presso i Vestini di Furfo un mese mutua il suo nome proprio da Flora. Gli abitanti del Quirinale portarono con sé la dea nella loro migrazione in terra romana.
Già è stato menzionato Quirino. La sua assimilazione a Romolo non risale oltre il I secolo a.C. Il suo nome ne indica l’ambito di appartenenza. Come il Palatino o Palatium deriva da Pales, così il Quirinale deriva da Quirino. A Roma il culto di questo dio era limitato al Quirinale. Ivi Quirino possedeva un sacellum, considerato il più antico della città, affianco al quale sorse, a partire dal 293, un tempio più sontuoso costruito col bottino delle guerre sannitiche.
Quirino era il dio della guerra, o meglio il dio della guerra della comunità del Quirinale. Ivi infatti Marte non possedeva alcun culto. Da ciò nasce l’ipotesi che la comunità da cui sorse Roma, avessero due diverse divinità della guerra: il palatino Marte ed il quirinale Quirino. In base a tale suddivisione il collegio sacerdotale dei Salii era ripartito in palatini e collini (dal collis Quirinalis): gli uni erano legati a Marte, gli altri a Quirino. Entrambe le solidates rimasero in vigore anche dopo la fusione delle due comunità; questa bipartizione richiama quella dei luperci, della quale si è parlato precedentemente.
Tale divisione originaria si verifica anche in un altro caso. La triade Iuppiter, Iuno e Minerva, di cui parleremo ulteriormente, faceva seguito alla triade più antica costituita da Iuppiter, Mars e Quirinus. Accanto al dio sommo, nel cui culto si incontravano entrambe le comunità, si collocavano le due divinità della guerra.
Ancora una parola sul nome Mars. Appare sotto differenti forme: Mavors, Mars ed anche Mamers, tutte denominazioni di lingua latina. Mars, come da tempo riconosciuto, si formò dal più antico Mavors. Ma anche Mamers, successiva denominazione osca del dio, si comprende solo nell’ambito del latino. Il più antico canto cultuale romano –ossia il carmen arvale – conosce anche il vocativo Marmar. Il composito iterativo che ne è alla base, al nominativo doveva suonare Marts-marts per svilupparsi in Mamars e Mamers. Come da Mars si è formato il praenomen Marcus, così Mamers da origine al corrispondente Mamercus. Le iscrizioni paleo-arcaiche di Orvieto e quelle di una stips votiva di Vejo, anch’essa risalente al VII secolo, riportano la versione Mamarce, ripresa dall’etrusco. Qui il praenomen appare ancora nella forma che precedeva l’indebolimento vocalico della seconda sillaba (causato dal protostorico accento iniziale).
Anche nel calendario si delinea questa dualità da cui si sviluppò Roma. Ma accanto a questo sistema di divinità originarie delle due comunità, si sviluppa un terzo gruppo di divinità, quelle che da un punto di vista linguistico rimandano all’Etruria: Volcanus, Saturnus, Diva Angerona e Furrina. In tal modo tutte le popolazioni o i clan che parteciparono alla fondazione di Roma, si ripropongono nel più antico ordine festivo e divino.
Non può quindi meravigliare che tra i più antichi dèi di Roma si trovassero anche divinità greche. Volcanus nasconde sotto il nome etrusco il greco Efesto. Di Liber e del suo rapporto con Dionysos ed Eleutheros si è già parlato. Ceres presenta una perfetta corrispondenza con Demeter, sì da doversi identificare con questa. Anche nel culto Roma non è libera dall’influsso greco. I ritrovamenti di ceramica greca all’interno del più antico strato dell’urbe hanno la loro corrispondenza nel calendario.
Il quadro fu completato con gli scavi del tempio di Hera alla foce del Silaro, non lontano da Paestum. Questi attestano che proprio nella prima metà del VI secolo nell’Italia centrale esisteva una scuola di scultori nei cui lavori trovavano espressione gli dèi ed i miti greci. Attraverso la sequenza dei rilievi delle metope si poteva individuare come le scene fossero legate in una sequenza narrativa.
La posizione dei Greci non fu mai così forte da obbligare Etruschi, Latini e Romani, o altre popolazioni dell’Italia centrale, ad assumere divinità straniere. L’assimilazione di culti greci avveniva dappertutto per libera scelta. Né il potere politico, né influssi economici possono chiarire l’antico e profondo radicamento degli dèi greci. La loro forza e la loro capacità di seduzione era riposta solo in loro stessi. Questi dèi rivelarono alle popolazioni italiche una natura che fino allora era rimasta loro parzialmente o interamente nascosta: si trattava di una realtà spirituale. Quel che si era cercato in Italia o che si era percepito in immagine vaga, appariva ai Greci chiaro e tangibile. Assumendo pertanto questa creazione greca, la realtà di queste potenze divine fu elevata e prese contorni precisi.
Pertanto non è sempre possibile delineare chiari confini tra quanto era proprio e quanto era stato assimilato, tra elemento italico ed elemento greco. Significativi sono al riguardo gli scavi nell’area sacra a nord del tempio dei Dioscuri ad Agrigento. La successione degli strati archeologici indica che il culto di divinità ctonie sicule si rifaceva senza soluzione di continuità a Demeter e a Persefone. E quel che appare nella stratificazione archeologica viene confermato dalla posizione geografica dei luoghi di culto. Una catena di divinità similari unisce il culto di Demeter in Sicilia e nell’Italia meridionale all’Italia e all’Etruria. In quest’ambito bisogna considerare Ceres e Flora presso i Sanniti, i Latini ed a Roma, la capuana Damosia e l’etrusco-romana Anna Perenna. Accanto a Demeter abbiamo Kore, la divina fanciulla; abbiamo Libera e la figlia nel culto di Ceres di Agnone. Lo stesso spazio era occupato da Dioniso nelle sue manifestazioni greche ed italiche.
Gli dèi greci ed il mito greco non pervennero però a Roma per via diretta, almeno non al tempo dei re. E’ già stata considerata e deve essere ulteriormente studiata la mediazione etrusca. Il mito di Enea trasse origine dagli Elimi della Sicilia occidentale, di Se gesta e del monte Erice, e da qui raggiunse il nord. Terracotte di Vejo attestano che la leggenda prese piede verso la metà del V secolo nel sud dell’Etruria e nella vicina Roma. Odisseo già nei versi finali della Teogonia esiodea è indicato in compagnia di Circe al Circeo. Ma, come mostra il nome Ulisse, tale mito non pervenne a Roma attraverso l’epos, ma attraverso la mediazione illirica. Lo stesso vale per Metano o Messalo, in cui si rivela la più antica forma di Poseidone, stallone e sposo della Madre Terra. Gli illiri, più di altri popoli, mantennero elementi arcaici: le maschere dei morti, simili a quelle micenee, la forma dei loro tumoli funerari nello stile delle loro cittadelle e i motivi ornamentali della loro arte orafa.
Così attraverso il calendario arcaico si rivela a Roma tutto il mondo divino preclassico greco. Volcanus-Hephaistos, Liber-Dionysos, Saturnus-Kronos, la Madre Terra nelle sue diverse epiclesi, Poseidon: queste divinità ci riportano ad uno strato precedente quello degli dèi olimpici della poesia omerica. Anche nella vicina Vejo, come mostra l’aritimi delle iscrizioni sacrali arcaiche, è ancora conosciuta la divinità pre-omerica dell’Asia Minore. Nella cerchia delle divinità indigene entrano Fauno, come “colui che azzanna la gola” e come lupo; Pico, il picchio; Marte, lupo e toro: questi dèi mostrano ancora sembianze animalesche. Polarità fra sorgere e tramontare, fra nascita e morte si incontrano nella Madre Terra e nei Lari; elementi ctoni sussistono in Sol e in Iuppiter. Solo successivamente quest’ultimo è stato liberato da ogni tratto ctonio. Lo stesso legame con la natura, che si manifesta nelle forme animalesche e nel rapporto con la terra, conduce al culto delle divinità dei fiumi, di ruscelli e di caverne. Anche gli dèi greci assimilati richiamano elementi naturali. Volcanus-Hephaistos costituiva l’elemento fuoco; Ceres-Demeter era rappresentata come statua e Liber-Dionysos portava in primavera la fioritura della terra, ma guidava anche le schiere dei morti.
La religione romana si rivela dunque elemento della religione dell’Italia antica, parte di un insieme che si prolungava verso il mondo egeo. Sarebbe però estremamente azzardato supporre una iniziale omologazione in ambito religioso fra Roma e le altre realtà politiche. Tutti gli elementi disponibili dimostrano invece che Roma sin dall’origine mostrava un particolare carattere creativo, più originale e più acuto che nelle popolazioni limitrofe. Anche se troviamo gli stessi dèi e le stesse forme cultuali in altre zone d’Italia non si può misconoscere la profonda differenza esistente fra Roma e l’Italia: una differenza nella forma dello spirito.
Come prima considerato in ambito italico come in quello romano gli dèi si manifestavano non nella loro forma statica, ma in azioni ben determinate. Essi erano agenti ed attivi, come si vede anche nella loro onomastica. Roma invece si distinse dal resto d’Italia per il fatto che fissava l’atto divino atemporale in un momento ben preciso, unico. Già negli dèi presenti nel più antico calendario festivo risaltava la struttura storicamente e puntualmente costituita della concezione divina romana.
A causa di questa particolare concezione, Roma non si distinse soltanto dalle genti italiche, ma anche dai Greci. L’evento temporalmente determinato assunse una importanza fino allora sconosciuta. La concezione romana del divino inserito nella storia si contrappose nella sua specificità all’essere degli dèi Greci posto al di sopra ed al di fuori del tempo.
La posizione particolare assunta da Roma non si limitava alla concezione divina. Roma aveva concepito la propria esistenza come una creazione unica ed irripetibile, e sin dall’origine questa consapevolezza viene rispecchiata nei suoi miti e nelle sue istituzioni.
I re che regnarono sulla città di Alba Longa, secondo le fonti, furono discendenti di Enea. Il potere regale fu tramandato per successione ereditaria all’interno della stessa stirpe. A Roma invece mancò una dinastia regale continua ed unitaria; e mai ci si volle legare ai re di Albalonga e trarre da tale legame una qualche pretesa. Al contrario, Romolo significò un nuovo inizio, concetto questo che fu sottolineato con estrema decisione. Sua madre in effetti apparteneva alla famiglia reale albana, ma come vestale perdette la sua intoccabilità, si diede al dio. I figli, che nacquero da questo legame, furono abbandonati per ordine del re albano e quindi cacciati dalla casa e dalla città. Una lupa alimentò i gemelli Romolo e Remo. Come la madre che li allattò, i due gemelli erano dunque lupi e nomadi tra i boschi, spintisi verso un ostile e pericoloso “fuori” ed espulsi da ogni comunità. Essi si trovarono abbandonati a se stessi. Per cui Romolo non ricevette il suo comando da Enea, ma basandosi soltanto sulla propria forza edificò la nuova comunità, meritò il rispetto del suo gruppo e con ciò il comando.
Roma stessa si costituì, attraverso il mito, come realtà peculiare. Roma non fu eretta come colonia di nessun’altra città. Essa, così come il suo fondatore, non ebbe una origine regolare. Albani e Latini, uniti ai pastori che fin dall’inizio erano stati i compagni di Romolo, costituirono la prima comunità. A questa si aggiunsero fuoriusciti, delinquenti e banditi, come era stato del resto il primo re, riunitisi nell’asilo sul Campidoglio. Anche successivamente nessun Romano si volle considerare discendente degli Albani o dei Latini. Essi si consideravano del tutto svincolati dall’ambiente circostante.
Di conseguenza nessuna comunità vicina voleva avere a che fare con questa. I Romani dovettero persino rubare le donne “Voi Romani avete offuscato la perfezione dell’essenza dello Stato (latino), poiché avete accolto in esso Etruschi e Sabini, vagabondi, spiantati e stranieri in gran numero”. Così Dionigi di Alicarnasso faceva parlare l’albano Mezio Fufezio che si rivolgeva al re romano.
Roma si era affermata attraverso le proprie gesta e la propria forza. Attraverso questa ed attraverso la sua volontà si era costituita come comunità autonoma. Senza antenati e senza uno specifico carattere etnico Roma non si era sviluppata spontaneamente ma era stata voluta. Una volta è stato detto appunto che la città fu fondata su un suolo straniero che originariamente non le apparteneva. E’ facile capire quel che si intendeva con tale espressione. Tutto il suolo sul quale si estendeva Roma fu conquistato con la forza delle armi. E ciò non vale solo per le conquiste successive: anche il suolo originario, il suolo della patria, era stato conquistato con le armi. Si ribadisce che questo suolo non fu né acquistato, né regalato, né ricevuto come favore. Questo tipo di Stato sapeva di poggiare completamente sulla propria forza.
Queste concezioni risalivano a tempi antichissimi. E’ stata prima sottolineata l’antichità del mito di Enea. Un asilo sul Campidoglio risale probabilmente alle origini di Roma, al VI secolo. Ma già la più antica legislazione di Roma, le XII Tavole, risalenti alla metà del V secolo, non conteneva più nulla di un diritto d’asilo. Certamente non si sa se originariamente l’asilo fosse stato in rapporto con il fondatore della città, tuttavia un altro monumento ne testimonia l’antichità: la lupa bronzea del Campidoglio. Visto che fu eseguita verso la fine della monarchia, vuol dire che già era diffusa a Roma la leggenda di Romolo.
Quel che aveva contraddistinto il primo re di Roma, valse anche per i successori: la mancanza di ogni legame di sangue. Essi non erano assolutamente discendenti ed eredi di Romolo, e non appartenevano ad un unico clan. Qualcuno non era neanche originario di Roma. Lo stesso storico che ha riportato la testimonianza su Roma messa in bocca a Mezio Fufezio, così si espresse: “Dunque voi avete preso il vostro comando dallo straniero, ed anche il vostro senato è composto per lo più di immigrati”.
Ciò lo si può verificare anche da un punto di vista linguistico. La parola germanica per indicare il re (germanico chuning, tedesco Konig) è legata ll’idea di stirpe. Ha la stessa radice di genus e genos. Discendenza, famiglia regante e sangue reale ne costituiscono i presupposti denotativi. Ben diverso è l’ambito semantico del rex romano. Tale termine contrassegna colui che tiene il comando, che si estende su un dominio che viene reso dal termine tedesco “Reich”, costruito sulla medesima radice di rex. Qui non c’entra la discendenza, ma viene espresso il principio che si afferma proprio nella leggenda dei re di Roma.
Ciò vuol dire che non si evidenzia a Roma assolutamente alcun sengo che provi una discendenza ereditaria o una qualsiasi rilevanza data alla famiglia reale. Non si riconosce alcun ordine di successione. Tutti i re, ad eccezione di Numa e di Anco Marzio, morirono , secondo le fonti, di morte violenta. Numa e Tarquinio Prisco non erano neppure romani. L’uno era sabino, l’altro proveniva dall’Etruria. Servio Tullio era schiavo di nascita ed Anco, figlio di donna non maritata, era considerato nipote di Numa, ma non per discendenza maschile. L’unica vera successione dinastica si ebbe con i due Tarquini, ma con l’interruzione di Servio Tullio ed in seguito a un assassinio. Del resto la tradizione condannò all’unanimità i due Tarquini in quanto tiranni e consideravano giusta la loro cacciata.
Questo principio dell’esclusione di ogni successione fondata sul sangue nell’ambito della monarchia romanaè ben saldo e non ammette eccezioni. A ciò corrisponde una struttura simile in ambito divino.
Il re ha in Giove, la divinità somma, il suo corrispettivo: anche questi era ugualmente un isolato. Egli non possedeva un padre divino, non aveva moglie né discendenti. La concezione di paternità gentilizia come il concetto di famiglia gli erano estranei. Questa specificità del culto dello Iuppiter romano la verifichiamo dalla particolarità del culto capitolino. Esso si differenziava da tutti i culti italici di Giove: si legava soltanto alla monarchia di Roma.
Il rapporto tra il dio del cielo ed il re non si limita alla comune opposizione all’idea genetica. Piuttosto si esprime in un procedere parallelo delle due figure sfociante in un quadro conchiuso e significativo.
Di nuovo ci da notizia di ciò il calendario festivo arcaico. La regalità, dopo aver esaurito il suo ruolo politico, ha continuato a vivere nel culto: il rex sacrificulus assunse le incombenze che un tempo aveva il monarca. Le fasi lunari regolavano i compiti del re all’interno di ciascun mese. All’inizio della prima fase egli salutava l’apparire della luna nuova con un sacrificio; con l’inizio della seconda annunciava le feste dell’intero mese. Inoltre il re svolgeva un ruolo specifico nel Regifugium del 24 febbraio, celebrazione che da lui prendeva il nome. La festa coincideva, in base al mese lunare calcolato di trenta giorni, con l’inizio dell’ultimo quarto lunare. Ma questa volta al re non spettava né un saluto né una predizione. Egli celebrava la fine dell’anno con la sua fuga dal comitium: viveva cioè il rito in prima persona.
Da sottolineare è la connessione con la regalità etrusca. Gli etruschi salutavano infatti pubblicamente il loro signore all’inizio di ogni quarto di luna ed in tale circostanza gli rivolgevano domande sulle questioni dello Stato rimaste in sospeso. Anche qui si determinava l’apparizione pubblica del re attraverso le fasi lunari, ma questa volta anche in ambito politico e non solo cultuale.
Tuttavia la posizione del re romano era più significativa della figura del sovrano etrusco. Il mese presso i Romani originariamente designava anche la luna, la quale, nella sequenza mensile determinava l’annualità. Era pertanto logico che il re sottolineasse la fine dell’anno con una fuga rituale. Come appare consequenziale che il re fosse in stretto rapporto con questo elemento celeste dal quale dipendeva e attraverso il quale si manifestava lo scorrere del tempo.
Nella Roma repubblicana il generale in trionfo rappresentava nella sua persona Iuppiter Optimum Maximus. Il cocchio trainato da quattro cavalli bianchi corrispondeva al carro del dio del cielo e del sole, e la toga ornata con stelle dorate del trionfatore rappresentava il mantello stellato del cielo, appannaggio di Giove. La corona d’oro, che lo schiavo pubblico reggeva sulla testa del vincitore, apparteneva al tesoro del tempio capitolino. Il trionfatore aveva in comune con Giove anche lo scettro, per cui tutti gli ornamenti del trionfo erano segni del dio. A imitazione della figura cultuale posta nel suo tempio, il rappresentante umano di Giove doveva colorarsi la faccia di minio ed anche ciò attesta la sua identificazione col dio.
D’altro canto era detto chiaramente che l’abito del trionfatore era stato quello del re romano. Ciò indica che, prima dell’istituzione del trionfo, il re, per il suo abito, costituiva l’immagine del dio del cielo. Altro dato significativo era che l’ordine celeste alla base dell’anno del re, si identificava con la sua persona.
A Giove non competeva soltanto il luminoso cielo diurno. A lui appartenevano anche le Idi, giorni di luna piena in cui risplende chiarissima la volta celeste notturna. Tutte le luminosità celesti appartenevano al dio che esprimeva nel suo nome questa proprietà. A lui corrispondeva a Roma una regalità sacrale, la cui forma era determinata dal rapporto con i fenomeni cosmici.
Gli Etruschi diedero un contributo fondamentale alla costituzione di questa regalità. Da loro fu presa la denominazione di idus per il giorno di luna piena; la luna del resto regolava anche le funzioni del re etrusco e non solo di quello romano. Erano etruschi l’usanza del trionfo e l’abito del trionfatore. Mentre si evidenzia l’elemento romani nell’estensione della regalità al ciclo annuale e all’ordine celeste. Questo si collega con il rifiuto della successione ereditaria, di una dinastia reale, del sangue reale. Anche in ciò appare un elemento che dimostra l’unicità di Roma: l’idea particolare che si manifesta nell’immagine di Giove.

Compito degli uomini è riassumere, rivivere, percepire il passato in sintonia con le presenze archetipiche immanenti in una data terra e in una data stirpe, incerandole per il futuro: è quello che si chiama propriamente tradizione.
Sono le parole di Renato del Ponte nel suo “Dei e Miti Italici”, parole con le quali non possiamo che concordare.
Quello che ci proponiamo in questa sezione del sito della cellula regionale Thule Lativm, è di rivedere insieme gli Dèi dei nostri padri e il Mito che gli accompagna così che possiamo, grazie al passato e alla terra nella quale affondano le nostre radici, capire ciò che siamo oggi.
Da: “ORIGINE DEL POPOLO ROMANO, Anonimo”
“Primus in Italiam creditur venisse Saturnus, ut etiam Maronis Musa testatur illis versibus:
primis ab aetherio venis Saturnus Olimpo,
arma Iovis fugiens et cet”
“Per primo si dice che in Italia giungesse Saturno, come attesta anche la Musa Virgiliana nei noti versi:
Primo venne Saturno dall’etereo Olimpo
Fuggendo le armi di Giove..”
Ma intendere la parola “primo” come “colui prima del quale non c’era nessun altro” sarebbe un errore poiché il Mito dice chiaramente che Giano, non contento del regno paterno, partì per l’Italia con una grande flotta e solo in seguito accolse Saturno, privato del proprio trono e della propria terra dal figlio e giunto anch’egli nel Lazio, con ogni onore.
Saturno come contro gli insegnò i segreti dell’agricoltura e costruì una rocca il cui nome fu Saturnia su un’altura non distante da quella dove si era stabilito Giano.
Tornando alla parola “primis”, in questa accezione è possibile giustificarne l’utilizzo se le si dà il significato di “personaggio eminente” o “princeps”.
Giano era il Signore degli Déi e creatore degli uomini, “Consivio”, da conserere (seminare)” era uno dei suoi appellativi come ci ha tramandato il documento più antico esistente nel quale si nomina il Dio: i versi Ianuli, cantati in suo onore dall’ordine guerriero dei patrizi consacrati a Marte Gradivo, i Salii.
Questo ordine fu voluto da Numa Pompilio, Re e tramite divino, umano eppure legato a una Camena, Egeria, dalla quale trasse l’ispirazione necessaria per gettare le basi di una società che sarebbe diventata un Impero.
Numa Pompilio segnò il confine fra la Roma Mitica e quella Arcaica e, inserendo un Dio dei primordi nel rituale dello Stato, costruendo una statua in suo onore e istituendo il mese di Gennaio, lo attualizzò facendo sì che la memoria di un culto antico non si perdesse nonostante le riforme e l’inclinazione dei romani ad “assorbire”, per così dire, le religioni altrui.
Questo bisogno che Numa espresse e concretizzò tramite l’istituzione del culto e la conseguente costruzione di statue e templi, bisogno sentito anche dai re successivi , trova conferma nei Miti, diffusi in ogni parte del mondo, che narrano di un’Età dell’Oro in cui non si conoscevano malattie e carestie e gli uomini stessi erano Dèi e governavano una terra ricca e feconda.
Gli uomini dimenticarono però ben presto la loro parte divina e impiegarono vite intere per cercarla nel mondo terreno, per questo nacquero i culti e furono eretti templi in onore delle divinità perdute.
Giano fu un Re dell’Età dell’Oro, rappresentato con la chiave e lo scettro perché in lui risedevano autorità sacerdotale e potere regale; Egli fondò la sua piccola comunità sul colle che porta il suo nome, il Gianicolo e come potrebbe essere diversamente per il Dio degli Inizi?A lui era dedicato il mattino, la prima ora del giorno, il primo giorno del mese e il primo mese dell’anno.
Nei sacrifici agli Dèi Giano veniva nominato sempre per primo una volta incensato l’altare, e nelle invocazioni il suo nome era accompagnato dall’appellativo “Padre”.
Se diamo credito ad una discussa affermazione di Marco Terenzio Marrone, scrittore latino (116 – 27 a.C.), al Dio degli Inizi erano dedicati anche dodici altari, in riferimento ai dodici mesi dell’anno.
Da qui il passo alla definizione di divinità solare è breve, del resto chi scandisce realmente il trascorrere del tempo e delle sue suddivisioni se non il sole, mentre i tre volti del Dio non ricordano forse i tre volti di Ecate, sua opposta e divinità lunare?
E non a caso ho detto tre volti nonostante l’appellativo di Bifronte col quale è comunemente chiamato Giano, poiché, oltre ai due volti visibili, ve n’è uno nascosto, grazie al quale gli altri possono esistere, l’asse intorno al quale ruotano gli altri, il presente, l’attimo del passaggio senza il quale passato e futuro non avrebbero valore, il transito inteso in senso sia fisico che spirituale.
E “passaggio” significa la radice indoeuropea “y-a”, ampliamento di “ei”, dalla quale deriva il suo nome, radice che ritroviamo anche nel gaelico “àth”, da “ya-tu” (guado).
A Giano era inoltre attribuita la facoltà di far sgorgare le acque e a sostegno di questa interpretazione abbiamo il mito della contesa del Foro fra Sabini e Romani durante la quale pare sia intervenuto il Dio che, facendo zampillare dal nulla un torrente, mise in fuga i Sabini.
Si fa risalire a questo la tradizione di chiudere le porte del Tempio di Giano nel Foro in tempo di pace e aprirle in tempo di guerra.
A Giano era dedicato il mese di Gennaio e in particolare il primo giorno del mese durante il quale si svolgevano i sacrifici a lui dedicati e gli si offriva lo IANVAL, focaccia ben cotta al forno composta di farina mescolata con uova, olio, e cacio grattugiato.
Durante questa festività era considerato propizio farsi gli auguri e donarsi le “strenne” (il nome proviene dalla Dea Strenia dal cui bosco sacro furono tagliati i primi ramoscelli utilizzati a scopo propiziatorio dai Romani) e preparare una mensa sacra a base di farro, miele, frutti d’albero e bevande fermentate.
Una Mosca cascò drento un barattolo
Pieno de marmellata
E ce rimase mezza appiccicata.
Cercava de stà a galla, inutirmente:
provava a uscì, sbatteva l’ale, gnente!
Più s’attaccava ar vetro
Più scivolava addietro.
Un Ragno, che per caso
Lavorava su un trave dei soffitto,
cor filo de la tela, dritto dritto,
scese a piommo sur vaso:
Che bella Mosca! – disse – pare un pollo!
E’ necessario che la sarvi io
Pijannola p’er collo:
armeno ce guadagno
che fo ‘na bona azzione e…me la magno.
Conosco uno strozzino amico mio
Che cià li stessi metodi der Ragno…
Mentre cantava l’inno ar Solleone,
una Cecala se trovò de fronte
a tu per tu con un Camaleonte
più nero der carbone
Quant’è che me rifriggi sta canzone!
Incominciò a di lui. Lascela perde!
Me la cantavi ar tempo ch’ero rosso
Me la cantavi ar tempo ch’ero verde…
Che vai cercanno? Che te zompi addosso?
Io canto ar Sole, je rispose lei
E la luce der Sole è sempre eguale:
che voi che ce ne freghi, a noi cecale,
de che colore sei?




