gen 032010

Futurismo sacro : apre anche la mostra al Museo Diocesano di Mantova

Con orari di apertura da mercoledì a domenica dalle ore 9,30 alle 12 e dalle 15 alle 17,30 fino al 31 gennaio 2010 , accanto alla mostra su Futurismo e Dada alla Casa del Mantegna, il Museo Diocesano di Mantova ospiterà una significativa rassegna dal titolo :”Arte sacra e Futurismo: un incontro ad alta quota” , che si propone di indagare su aspetti poco conosciuti di questo movimento artistico, apparentemente lontano e distante dalla religiosità, ma che ha prodotto in questo settore valide e significative opere.

Oltre alla gigantografia del Manifesto dell’Arte Sacra Futurista, firmato nel 1931 da Tommaso Marinetti, nelle sale del Museo Diocesano troveranno posto opere di Dottori, Fillia, Bruschetti,una scultura di Mino Rosso e un video dedicato al tema della mostra.

Il critico e curatore Renzo Margonari nonché consulente per l’arte contemporanea del Museo Diocesano, sottolinea come lo sforzo futurista fu anche quello di – pur mantenendo un forte accento anticlericale- avvicinare il movimento alla grande tradizione artistica religiosa italiana.

In febbraio la mostra verrà spostata a Roma in occasione della mostra d’arte sacra futurista curata da Massimo Duranti e successivamente sarà a Brescia e a Milano.

E’ disponibile il catalogo in mostra, curato da Graziella Buccellati e con saggi dei critici Massimo Duranti e Roberto Brunelli ( Edizione Tre Lune, Mantova)

segnalazione di Barbara Spadini- fonte Gazzetta di Mantova

dic 132009

Un particolare augurio pervenutoci da chi ha trovato in Thule un valido sodalizio, ed un sincero luogo d’espressione.

A tutti i visitatori del portale Thule Italia vorrei augurare Buone e Serene Feste,nel segno della pace, della fratellanza e dell’armonia con le persone e in ogni situazione: al di là di ogni credo, al di là di ogni sentimento che in questo periodo “sembra” più significativo ed oltre-ma molto oltre- ogni buon proposito per l’Anno Nuovo alle porte, il regalo più bello resta quello che possiamo fare a noi stessi ed agli altri…quello di tornare a vedere .
In questo spirito e in unione con lo Spirito – che rende autentiche e fa più belle tutte le cose- la lettura delle parole di Capo Seattle,un trattato di ecologia, un ritratto di verità ed il riconoscimento dell’essere, umile, semplice e per questo più grande di ogni mediocre apparire o egocentrico ed autoaffermativo possedere.

Gladiola

“Il Grande Capo a Washington ci manda a dire che desidera comprare la nostra terra. Il Grande Capo ci manda anche parole di amicizia e di buona volontà. Questo è gentile da parte sua perché noi sappiamo che egli ha poco bisogno della nostra amicizia in cambio. Ma noi prenderemo in considerazione la sua offerta. Perché sappiamo che se noi non vendiamo la nostra terra l’uomo bianco può venire con i fucili e prendersela. Come è possibile comprare o vendere il cielo, il tepore della terra? L’idea è estranea a noi. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria e lo scintillio dell’acqua sotto il sole, come potete voi comprarli?Ogni zolla di questa terra è sacra al il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ed ogni ronzio di insetti è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che scorre nel cavo degli alberi reca con sé la memoria dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano la loro terra natale quando vanno a passeggiare tra le stelle. I nostri morti non dimenticano mai questa terra meravigliosa, perché essa è la madre dell’uomo rosso. Noi siamo parte della terra e la terra è parte di noi. I fiori profumati sono nostre sorelle; il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli; le creste rocciose, il profumo delle praterie, il calore dei pony e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. Per questo, quando il Grande Capo di Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Il Grande Capo ci manda a dire che ci riserverà uno spazio ove muoverci affinché possiamo vivere confortevolmente fra di noi. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli. Prenderemo, dunque, in considerazione la sua offerta. Ma non sarà facile. Questa terra è sacra per noi. Quest’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è solo acqua, è il sangue dei nostri padri. Se vi venderemo la nostra terra, dovete ricordarvi che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni riflesso spirituale nell’acqua chiara dei laghi parla di avvenimenti e di ricordi nella vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli, essi ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi trasportano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi venderemo le nostre terre, dovete ricordarvi ed insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovete usare per essi le stesse gentilezze che usereste per un fratello. L’uomo rosso si è sempre ritirato di fronte all’uomo bianco che avanzava, come la foschia delle montagne corre prima del sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre. Le loro tombe sono suolo sacro, e così queste colline, questi alberi, questa parte di terra è per noi consacrata. Sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra è uguale ad un’altra, perché è come uno straniero che irrompe furtivo nel cuore della notte e carpisce alla terra tutto quello che gli serve. La terra non è suo fratello ma suo nemico e quando l’ha conquistata passa oltre. Egli abbandona la tomba di suo padre dietro di sé e ciò non lo turba. Rapina la terra ai suoi figli, e non si preoccupa. La tomba di suo padre, il patrimonio dei suoi figli cadono nell’oblio. Egli tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come cose da comprare, sfruttare, vendere come si fa con le pecore o con le perline luccicanti. La sua ingordigia divorerà la terra e lascerà dietro di sé solo deserto. Io non so. I nostri modi sono diversi dai vostri. La vista delle vostre città provoca dolore agli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò è perché l’uomo rosso è selvaggio e non capisce. Non c’è nessun posto silenzioso nelle città dell’uomo bianco. Nessun luogo ove percepire lo schiudersi delle gemme a primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse è perché io sono un selvaggio e non comprendo. Un assordante frastuono sembra insultare le orecchie. E quale significato ha vivere in quei posti se l’uomo non può ascoltare il grido solitario del caprimulgo o il chiacchierio delle rane attorno ad uno stagno? Io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il suono dolce del vento che si slancia come una freccia sulla superficie di uno stagno, e l’odore del vento reso terso dalla pioggia meridiana o profumato dal pino pignone. L’aria è preziosa per l’uomo rosso, giacché tutte le cose condividono lo stesso respiro: gli animali, gli alberi, gli uomini tutti condividono lo stesso respiro. L’uomo bianco non sembra dare importanza all’aria che respira; come un uomo in agonia da molti giorni egli è intorpidito dal puzzo. Ma se noi vi venderemo la nostra terra dovrete ricordarvi che l’aria per noi è preziosa, che l’aria condivide il suo spirito con tutto ciò che essa fa vivere. Il vento che diede il primo alito ai nostri nonni è lo stesso che raccolse il loro ultimo sospiro. E il vento deve dare anche ai nostri figli lo spirito della vita. E se noi vi venderemo la nostra terra voi la dovete custodire divisa come sacra, come un luogo dove anche l’uomo bianco può andare ad assaggiare il dolce vento che reca le fragranze della prateria. Così prenderemo in esame la tua offerta di comprare la nostra terra. Se decideremo di accettare io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà trattare gli animali di questa terra come suoi fratelli. Io sono un selvaggio e non conosco altro modo. Ho visto migliaia di carcasse di bisonti imputridire sulla prateria abbandonati dall’uomo bianco che gli ha sparato da un treno in corsa. Io sono un selvaggio e non comprendo come il “cavallo di ferro” fumante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per vivere. Che cos’è l’uomo senza gli animali? Se tutti gli animali scomparissero, l’uomo morirebbe per la grande solitudine del suo spirito. Perché quello che accade agli animali, presto accadrà all’uomo. Tutte le cose sono collegate tra loro. Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che calpestano è la cenere dei nostri nonni. Affinché i vostri figli rispettino la terra, dite loro che essa si arricchisce con la dipartita dei nostri congiunti. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri figli: che la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che accade alla terra, accade ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra essi sputano se stessi. Così noi sappiamo. La terra non appartiene all’uomo; l’uomo appartiene alla terra. Così noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate come i membri di una famiglia sono legati dallo stesso sangue. Tutte le cose sono collegate. Tutto ciò che accade alla terra accade ai figli della terra. Non è l’uomo che tesse la trama della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a sé stesso. Persino l’uomo bianco, il cui Dio cammina e dialoga con lui come amico con amico, non può sottrarsi al destino comune. Dopo tutto, possiamo essere fratelli. Vedremo. Una cosa noi sappiamo che forse l’uomo bianco scoprirà un giorno: il nostro Dio è lo stesso Dio. Voi forse pensate che lo possedete come volete possedere la nostra terra; ma non lo potete. Egli è il Dio dell’uomo, e la Sua misericordia è uguale per l’uomo rosso e per l’uomo bianco. La terra è a Lui preziosa e nuocere alla terra è accumulare disprezzo sul suo Creatore. Anche i bianchi passeranno, forse prima di tutte le altre tribù. Continuate a contaminare i giacigli dei vostri focolari e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti. Ma nel morire risplenderete luminosamente, infiammati dalla forza del Dio che vi ha portato in questa terra e per qualche motivo speciale vi ha dato il dominio su questa terra e sull’uomo rosso. Questo destino è per noi un mistero, perché non capiamo quando tutti i bisonti vengono massacrati, i cavalli selvaggi domati, i luoghi più segreti delle foreste violati da molti uomini e la vista delle colline fiorite rovinata dai fili che parlano. Dov’è il bosco? Andato. Dov’è l’aquila? Andata. Come dire addio all’agile pony e alla caccia? E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza. Così prenderemo in considerazione la tua offerta di comprare la nostra terra. Se saremo d’accordo dovrai assicurarci la riserva che ci hai promesso. Là, forse, potremo finire i nostri brevi giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra e la sua memoria sarà solo l’ombra di una nube attraverso la prateria, queste spiagge e queste foreste conterranno ancora gli spiriti del mio popolo. Perché essi amano questa terra, come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Quindi se noi vi venderemo la nostra terra amatela come noi l’abbiamo amata. Abbiatene cura come noi ne abbiamo avuta. Conservate nella vostra mente la memoria della terra come è quando la prendete. E con tutta la vostra forza, con tutta la vostra mente, con tutto il vostro cuore, preservatela per i vostri figli e amatela … come Dio ama tutti noi. Una cosa noi sappiamo. Il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Nemmeno l’uomo bianco può essere esonerato dal comune destino. Possiamo essere fratelli, dopo tutto. Vedremo.”

dic 072009

Mantova – dal 13 dicembre 2009 al 14 marzo 2010
Futurismo e Dada. Da Marinetti a Tzara. Mantova e l’Europa. Nel segno dell’Avanguardia

CASA DEL MANTEGNA

Via Giovanni Acerbi 47 (46100)

+39 0376360506 , +39 0376326685 (fax)

casadelmantegna@provincia.mantova.it

www.provincia.mantova.it

In una mostra che, a cent’anni dalla pubblicazione del celebre Manifesto e a 76 dalla storica Esposizione Futurista di Palazzo Ducale, indaga i due movimenti evidenziandone analogie e divergenze.

orario: da martedì alla domenica dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00.
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: interi euro 5, ridotti euro 3. La visita alla mostra si può prenotare gratuitamente telefonando al 0376 432432, tutti i giorni dalle 8:30 alle 17:00. Visite didattiche: sono previsti percorsi didattici differenziati per fasce scolastiche da prenotare al 0376 432432. Il costo del percorso didattico con laboratorio è € 3,00 a scolaro da pagare all’operatore didattico

vernissage: 13 dicembre 2009.

catalogo: in mostra

editore: SILVANA EDITORIALE

ufficio stampa: STUDIO ESSECI

curatori: Melania Gazzotti, Anna Villari

autori: Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Francesco Cangiullo, Carlo Carrà, Conti, Fortunato Depero, Marcel Duchamp, Filippo Tommaso Marinetti, Bruno Munari, Francis Picabia, Man Ray, Kurt Schwitters, Tristan Tzara

note: A promuoverla è l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Mantova in collaborazione con la Fondazione Banca Agricola Mantovana.

genere: documentaria, arte contemporanea, collettiva, disegno e grafica

email: comunicazione@provincia.mantova.it

Segnalazione dell’Iscritta Barbara Spadini

ott 282009

Riflettere sul tempo sembra cosa assurda. Sappiamo bene cos’è, il tempo.

Da quando l’uomo ha imparato a possederlo, con la clessidra prima, con l’orologio poi, è prassi comune chiedersi:” che ora è?”.

Da tanto, invece, l’orologio mi pare inutile. Mi pare inutile “misurare”.

Del resto l’uomo, misura di tutte le cose, quello del “possiedo, quindi sono”, ha imparato a impossessarsi anche dei secondi, per ottimizzarli, per consumarli, per goderli, per viverli al massimo…vivere il tempo.

E’ un bel concetto, saper vivere il tempo.

Oggi, come ieri, gli uomini di buona volontà, super produttivi, hanno condotto le loro auto di gran carriera in direzione – posto- di- lavoro, alzandosi “per tempo” per avere “il tempo” di fare una doccia, vestirsi come il tempo richiede, uscire, bere un caffè- lampo al bar con veloce lettura del quotidiano, lavorare a ritmo sostenuto, consumare un breve spuntino, tornare a lavorare in orario, poi rientrare a casa non troppo in ritardo, ritagliarsi del “tempo libero”, dormire quel poco tempo che si può…hanno “vissuto” il tempo, tra l’altro dicendo al cellulare almeno a dieci persone:”eh, sai, non ho proprio tempo”.

Vorrei far notare l’affermazione:”NON HO TEMPO”.

E’ un’affermazione gravissima: prima di tutto superba, perchè il tempo non è possesso dell’uomo. Ed è doppiamente superba perchè ammette per ognuno di noi di non volersi soffermare sull’altro da sé, togliendogli tempo (là dove volere, potere e dovere sono un unico concetto, divisi solamente dall’ipocrisia genetica da cui l’uomo è afflitto da sempre). E così l’uomo post moderno dà e toglie il tempo a piacere, a se stesso, agli altri, agli eventi. Controlla il tempo e lo scandisce a propria misura. Fa del tempo un uso consumistico, lo “adopera”….Ed ecco che l’affermazione – corollario:”tempo sprecato” risuona come un rimprovero all’agire, al produrre, all’essere all’altezza dei ritmi imposti dalla società.

L’uomo non ha il tempo, nel senso che non lo possiede affatto. L’uomo non è il tempo, nel senso che col tempo non si identifica, pur desiderandolo, dicendo a se stesso “sono figlio del mio tempo”…. L’uomo è nel tempo, ma ne ha perso la consapevolezza.

Progressivamente il concetto di tempo è stato sostituito, operazione moderna, dal concetto di storia.

Da qui la “ misurazione”: date, cronologie, catalogazioni documentarie di eventi “secondo il tempo”in cui sono avvenuti. La storiografia ha evoluto il concetto di “tempo” nel concetto disciplinare e accademico di “studio”.

Così a scuola si studia “la storia”.Si prendono anche i voti, in storia, si valuta l’apprendimento della disciplina, quindi si studia per forza o per amore la storia.

Mi piacerebbe sapere, allora, perchè i bambini sono così felici quando- giocando- perdono la cognizione del tempo che passa….o perchè un adulto coinvolto in un proprio hobby o interesse smette di guardare l’orologio…..semplicemente perchè si è rimpossessato della vera idea di tempo, cioè vi è stato “dentro” senza misurarlo? Credo di sì. Credo proprio sia così. Sveglie e orologi: qualcosa non va….

Tempo lineare e tempo verticale

Indietro non si può, mai, tornare. Quel che è fatto, è fatto. Potendo tornare indietro, quante cose non si rifarebbero. O quante, non fatte, si potrebbero fare .E qui quanta poesia: i rimpianti, i rancori- che sono poi rimpianti col grugno- i per sempre ed i mai. E quanta filosofia: i ritorni ciclici, gli eterni ritorni, il destino, il fato, il tempo perduto….Perdere il tempo? Non sia mai: oggi bisogna evitarlo, bisogna “accorciare” le distanze, buttarsi “a capofitto”, produrre”freneticamente”, ridurre gli imprevisti, che sono – naturalmente- interferenze inutili nel tempo produttivo.

E così, la fascia “produttiva” della società è quella “attiva”. O giudicata tale, nel segno della quantità di tempo che mette a disposizione del lavoro: forse chi non produce non merita il tempo? O ne è escluso?

Certo: mia nonna non lavorava ma, quando faceva la sfoglia per le tagliatelle, ci metteva tanto tempo. Un tempo rituale, quello della farina e delle uova, che si amalgamavano sotto la magia plasmatrice delle sue mani veloci, che poi stendevano, impastavano e stendevano ancora…e che poi,ancora, tagliavano in listarelle la pasta, la adagiavano ad arte, la lasciavano riposare….il tempo di mia nonna era differente dal mio tempo, fatto di tagliatelle confezionate, che non lascera’ nelle mie figlie alcun ricordo, nessun tempo passato ad osservare. Ecco che il tempo produttivo della fabbrica di tagliatelle mi pare inumano. E quello di mia nonna assolutamente divino. Tanto può il ricordo: ed il ricordo è conoscenza ed è tempo.

Ogni essere umano che si possa dichiarare tale, intendo che sa identificare se stesso come ancora “umano”, riconoscerà che c’è il tempo naturale, quello fisico e quello divino.

Cos’è l’uomo senza intuire il proprio sé quale parte della natura, o senza la percezione di sé in sé e la percezione d’essere anche altro da sé?.

Fin dalle origini, allora, la percezione del triplice sé era legata al tempo triplice delle dimensioni proprie dell’uomo totale, dell’uomo completo, dell’uomo- progetto originario.

A questo triplice tempo, aggiungerei un tempo escatologico, quello che sarà eternamente, inteso – naturalmente- secondo la propria Fede. Ma questo “quarto tempo” per ora lo lascerei sospeso e in speranza di divenire tale.

Vorrei verticalizzare: la dimensione delle Idee è grande quanto grande è la spiritualità creativa dell’uomo.

Il tempo, la freccia che ci lega al divino, il ponte che ci congiunge all’Infinito, è innato in ognuno di noi. E’ spazio libero, è ordine e potenza, è nostalgia infinita di percezione- pur confusa- della nostra vera essenza, è desiderio compulsivo di riunire le parti di noi stessi in un quadro più ampio.

Il tempo verticale è il tempo di Dio. Non c’è religione che non insegni ad alzare gli occhi al Cielo, in uno slancio spontaneo verticale, per oltrepassare il limite umano e contemplare l’infinito, che è sempre azzurro-incompiutezza.

I miti dell’uomo sono sempre verticali: alberi altissimi, montagne sacre, abissi profondi.

Oggi, al massimo, conserviamo la volontà di guardare il cielo per sapere se pioverà o no…perduta la consapevolezza della necessità di adorare il verticale, un’architettura invisibile di elevazione che tocca l’anima, lo spirito, l’intelligenza e l’interiorità di ognuno di noi.

Il tempo divino, quindi, è quello verticale: una vertigine che l’uomo può vivere solo nel dubbio, perchè certezze metafisiche – a meno di una Fede profonda- non sono date.

Sistemi filosofici, teologici gnostici o agnostici, teosofie, ateismi ed ogni altro codice di pensiero verso Dio sale comunque – nell’accettazione o nel rifiuto- in verticale.

I Giganti che scalano l’Olimpo, tuttavia, appaiono miti sorpassati, oggi più che mai, quando scalare un’idea o spendersi per essa, diventa una fatica intellettuale enorme. Meglio il confronto tecnologico con il concreto, un piano nel quale l’uomo d’oggi gioca le sue carte “alla pari”. Si pensa e si soffre meno.

E così eccoci al tempo lineare, la freccia lanciata all’orizzonte. Quella che ci consente di chiamare vita la nostra esistenza: infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia.

Tutto si consuma, anche il tempo della vita, in un lancio che non è slancio, perchè non “tende a”: vola dritto, in attesa della fine della corsa. Se poi il bersaglio venga o meno centrato, sta al nostro fare, sempre fare, strafare.

Come ci poniamo, in questa corsa, nei confronti di noi stessi, degli altri, degli eventi, dei sentimenti? Siamo in un “carpe diem”, che cantiamo- stonatamente- all’unisono, orientati dal fatto che l’uomo deve trovare il proprio piacere ed il proprio comodo.

In questo tempo lineare, eticamente mal speso, si consuma tutto, in un vortice di follia collettiva che non ammette rinunce o sacrifici ma prende ogni giorno d’assalto frontale, guerrieri contro il tempo che è sempre poco.

Mai una riflessione, mai un cogliere l’oltre, mai una fantasticheria sull’altrove… perchè soffrire, se ci hanno insegnato che la parola d’ordine è “limitare i danni”, “scegliere il male minore”, “circondarci di comodità ”? Perchè riflettere sull’esistere, quando la vita si vive, si fa?

Vivere da protagonista oggi significa in fondo mettere insieme le immagini di più spot pubblicitari: giovani, belli, di successo, eleganti, curati, circondati da oggetti di lusso e di marca, sempre sorridenti e …di corsa. Nelle pubblicità un essere umano che pensa non l’ho mai visto. O che scrive una lettera, o legge un libro, o si riposa contemplando.

Ed è del tempo circolare che vorrei parlare, parlare tanto:il tempo vitale della contemplazione, della perfezione.

Tempo circolare

Tutto ciò che il Potere del Mondo fa, lo fa in circolo. Il cielo è rotondo, e ho sentito dire che la terra è rotonda come una palla, e che così sono le stelle. Il vento, quando è più potente, gira in turbini. Gli uccelli fanno i loro nidi circolari, perché la loro religione è la stessa nostra. Il sole sorge e tramonta sempre in circolo. La luna fa lo stesso, e tutt’e due sono rotondi. Perfino le stagioni formano un grande circolo, nel loro mutamento, e sempre ritornano al punto di prima. La vita dell’uomo è un circolo, dall’infanzia all’infanzia, e lo stesso accade con ogni cosa dove un potere si muove. Le nostre tende erano rotonde, come i nidi degli uccelli, e inoltre erano sempre disposte in circolo, il cerchio della nazione, un nido di molti nidi, dove il Grande Spirito voleva che noi covassimo i nostri piccoli.” ( Black Elk, Alce Nero, Hehaca Sapa – wichasha wakan , sciamano, uomo sacro dei Lakota Sioux)

Ciò che veramente abbiamo perso, oggi, è il senso ed il tempo del cerchio.

Il cerchio implica simbolicamente per l’uomo un modo d’essere che è stato obliato, come tante antiche tradizioni sacrali che per millenni hanno fatto parte della sua essenza originaria.

Vorrei citare solamente e per intenderci la valenza del cerchio nella leggenda di Re Artù, il significato della disposizione in cerchio di capanne, monumenti e necropoli delle antiche civiltà,o l’abitudine di comunicare seduti in cerchio degli antichi Saggi.

Ancora si potrebbero citare i vari culti legati al Sole; il simbolismo sacro, alchemico, magico,esoterico, iniziatico mediato dal cerchio; il senso di perfezione che il cerchio ispira e nel quale è possibile includere ogni tipo di figura geometrica.

Ancora mi viene spontaneo un accenno al Circolo Celtico, mitizzato ma espressione di una verità druidica fondante ed imprescindibile, per capire la civiltà celtica in generale: ogni luogo è possibile ma provvisorio, perchè la vera vita è Aldilà, dove Aldilà implicava anche l’idea di “ritorno a”. Da qui l’usanza celtica di sapersi serenamente- dopo vittorie o sconfitte- riconciliare coi propri nemici e saper vivere fra loro senza scomporsi nel rispetto, riconoscendo che il potere non è la chiave di lettura della vita.

Potrei andare oltre, ma la riflessione che può meglio tramutarsi in immagine è quella dei binari delle ferrovie brutalmente imposti nelle pianure dei Lakota: linee diritte dell’uomo bianco che facevano a pugni con la natura circolare dei Sioux.

Se uno non va di persona nel Dakota…non capisce..nelle grandi pianute c’è un grande orizzonte rotondo che ti circonda, non hai questo nostro senso delle prospettive, della verticalità,il dover segnare i percorsi, perchè sei sempre immerso in un gigantesco cerchio..”(Gianfranco Manfredi, creatore dell’albo Magico Vento).

Il popolo Lakota, nomade per vocazione, non si spostava mai in linea retta, orizzontale, ma in cerchio, come si spostavano le grandi mandrie di bisonti.Si trattava cioè di un sistema di vita nomade che tornava sui propri passi.

Significava, cioè, spostarsi per seguire un ciclo naturale, all’interno del quale nulla era identico a sé. Si può parlare di un nomadismo ciclico ed esplorativo: mai un Sioux avrebbe impiantato la propria tenda nell’identico luogo, perchè era dei Sioux la consapevolezza che tutto gira su se stesso, il mondo all’unisono con le sfere celesti e ciò fa cambiare i punti di riferimento.

Ecco anche l’orientarsi Sioux senza bisogno di strade, le strade diritte dei bianchi, delle quali i Lakota non comprendevano minimamente il senso e l’utilità.

Se scegli una strada lineare, è per non tornare”, dicono gli indiani. Questo fa comprendere appieno il senso del loro tempo circolare, dell’eterno ritorno, che segue la legge ciclica del Cosmo.

Il tempo circolare è crescita : “ una crescita che avviene all’interno della propria coscienza, in armonia con le leggi della Terra e del Cosmo, nel cerchio del tempo che va e ritorna come le onde del mare, senza alcuna progressione lineare”(Elda Fossi, Gli indiani d’America).

Senza pretendere di aver esaurito qui la complessa visione esistenziale e sacrale dei Lakota, mi piace quindi proseguire nella riflessione sul tempo circolare ricordando che esso è proprio di altre tradizioni: è il tempo della Liturgia cattolica, delle stagioni, dell’alternarsi dei mesi dell’anno, dell’agricoltura dei nostri avi, del sorgere del nuovo giorno, del rinascere della Fenice, delle religioni orientali.

Nella nostra cultura occidentale, invece, prevale e continua a prevalere l’idea del tempo come conquista,che porta e porterà l’uomo sempre più ad accentuare la visione del sè individuale sul collettivo, mai sentendosi parte di un tutto che ispira contemplazione.

Ecco che spendere bene il proprio tempo significa recuperare l’idea di fermata: una fermata necessaria a far luce sulle vere prerogative umane,che non sono certo quelle dell’avanzare a tutti i costi.Ecco perchè i Sioux sono stati definiti dai bianchi ignoranti ed inferiori: per non condividere il senso del tempo come progresso lineare.

Il tempo delle conquiste deve lasciar posto al tempo sacrale del “ sentirsi parte”: con buoni auspici per il rapporto perduto col proprio sé interiore, per la qualità del rapporto con gli altri, per il miglioramento dello stile di vita di tutti.

Non ci sono orologi nel Tempo dello Spirito: a questo ritorno è doveroso iniziare a pensare.

Brabara Spadini

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