lug 072010

Quando a Est si difendeva l’Europa

di Luca Leonello Rimbotti dal sito

http://www.mirorenzaglia.org/

La guerra ad Est del 1941-45 è stata paragonata da un storico alla lotta tra due animali preistorici per la vita e per la morte. E davvero, come disse Hitler nel 1942, se non ci fosse stato lo scudo della Wehrmacht, l’Europa avrebbe conosciuto le delizie del paradio sovietico direttamente nell’anno 1941. Oppure, come testimoniò a sua volta Léon Degrelle, «se la Waffen-SS non fosse esistita, l’Europa sarebbe stata interamente occupata dai Sovietici fin dal 1944». La storiografia russa più recente si è incaricata di documentare nel modo più chiaro che l’attacco a Oriente lanciato da Hitler il 22 giugno 1941 anticipò di un soffio la già decisa aggressione sovietica all’Europa. Si trattò quindi di una guerra preventiva in piena regola, che seguiva l’antica massima di strategia militare per cui la miglior difesa è l’attacco. I recenti libri di Constantine Pleshakov e Viktor Suvorov, ad esempio, che hanno attinto a una vastissima documentazione russa, e che sono stati tradotti in italiano in questi anni, hanno portato una mole di prove a testimonianza del fatto che era intenzione di Stalin di attaccare nell’estate 1941 e che fu per questo che i tedeschi, quando irruppero in Ucraina, trovarono a ridosso del fronte più di cento divisioni sovietiche schierate con circa cinque milioni di soldati, metà dei quali liquidati o presi prigionieri nelle prime settimane. Era il già completato schieramento dell’Armata Rossa sul confine, che attendeva solo il segnale dell’aggressione. Quella guerra fu dunque una guerra di prevenzione dell’Europa dal disegno staliniano di approfittare della partita ancora aperta a Ovest tra Germania e Gran Bretagna, per entrare in Europa e dare inizio coi fatti alla rivoluzione mondiale bolscevica. Questo dà pieno conto delle motivazioni con cui centinaia di migliaia di volontari europei si arruolarono nell’esercito tedesco per difendere, come si diceva con enfasi non priva di fondamento, la civiltà europea contro la barbarie comunista. E questo proclamava Degrelle, che di quel volontariato divenne il simbolo, incarnando al meglio l’autentico spirito di sacrificio che animò la gioventù europea che venne inquadrata nei famosi reparti pan-europei della Waffen-SS: dagli spagnoli ai croati, dai danesi agli olandesi, dai bosniaci ai francesi, dagli italiani agli ungheresi…e fino ai fiamminghi e ai valloni. Proprio la saga sanguinosa dei belgi valloni che dal 1941 al 1945 combatterono nella Legione Wallonie è forse la più nota, in virtù del fatto che le memorie di guerra stese nel dopoguerra da Léon Degrelle hanno avuto una vasta risonanza. I suoi libri Fronte dell’Est oppure Waffen SS, la grande sconosciuta hanno contribuito non poco a rafforzare, nel post-bellico mondo giovanile degli “esuli in patria”, un sentimento politico di affratellamento tra i popoli europei, di ben altra sostanza ideale rispetto alle grottesche utopie legate all’attuale interpretazione bancaria e oligarchica del concetto di Europa unita. Quell’epopea omerica cantata da Degrelle ha avuto un nuovo capitolo nella pubblicazione, avvenuta a Parigi nel 1972, del libro La neige et le sang di Paul Terlin, nome d’arte di Henri Moreau, un giovane volontario rexista della Legione Wallonie che prese parte ai terribili combattimenti in teatri-chiave del fronte orientale, dalla zona del Don e del Dnjepr, a quella di Kiev, alla battaglia nella sacca di Cherkassy, fino all’esperienza finale nel settore settentrionale, in Estonia. È da poco uscita la traduzione italiana di questo libro incandescente: si intitola La neve e il sangue. Al fronte con Degrelle. Storia di un sopravvissuto della Wallonie (Novantico Editrice), e narra le terribili prove sostenute da Terlin dal novembre 1943 al 25 agosto 1944, quando una cannonata russa gli trinciò di netto il braccio destro e gli polverizzò la mano sinistra. Le ultime pagine, di grande umanità e di stringatezza davvero commovente, narrano l’odissea sulla nave ospedale lungo il Baltico infestato dai sottomarini sovietici, il rientro in una Germania semidistrutta, la prigionia cui a guerra finita venne destinato pur in quelle condizioni fisiche miserande, il viaggio di trasferimento al campo di concentramento di Darmstadt in carri bestiame piombati, in cui venivano ammassati invalidi, mutilati e feriti, poi un rocambolesco e incredibile tentativo di fuga dal campo recintato americano, il processo di “de-nazificazione” e infine l’umiliazione, dopo anni di prima linea e le gravissime mutilazioni, di vedersi accusato in patria come “criminale di guerra” e “collaborazionista”. Solo dopo questo estenuante calvario, il maresciallo della Brigata d’assalto Wallonie, grande invalido, senza braccia e con delle protesi, poté rifarsi una vita e – come ci informa Harm Wulf in una sua nota introduttiva – dedicarsi alla promozione del movimento per il Credito Sociale del maggiore Douglas (vicino alle idee di Ezra Pound) e al sindacato connnesso. Paul Terrin, o meglio Henri Moreau, è morto nel febbraio 2008, ultimo dei tre sopravvissuti della Wallonie, lasciandoci dunque un documento storico di eccezionale valore, che non esitiamo a definire dello stesso livello della grande memorialistica europea di guerra, paragonabile a Kobilek del nostro Soffici oppure al più famoso Tempeste d’ acciaio di Jünger. La Sturmbrigade Wallonie era stata aggregata alla divisione SS Wiking del generale Gille, un uomo della stoffa degli Steiner, dei Dietrich, degli Hausser, che godeva la piena fiducia dei suoi uomini. E proprio la Wiking era uno dei reparti pan-europei più rinomati, comprendente tedeschi, danesi, norvegesi, olandesi, fiamminghi, olandesi, svizzeri-tedeschi, estoni e finanche alcuni svedesi. Nell’unità Wallonie, composta da volontari borgognoni partiti un giorno dell’estate 1941 dalla stazione di Bruxelles con il sogno di un’ Europa dei popoli, Terlin visse scene strazianti e traumatiche, a contatto quotidiano con la morte e con la sensazione sempre incombente di dover combattere contro un nemico che non dava quartiere, che attaccava senza curarsi delle perdite, che sembrava attingere a riserve umane e materiali inesauribili, di cui inoltre era ben conosciuta la pratica di non fare prigionieri e di dedicarsi con metodo al massacro indiscriminato. Eppure, neanche nella sconfitta, nella continua ritirata, nella crescente penuria di mezzi, mancò mai a quei giovani la convinzione di rappresentare qualcosa di più alto della vittoria o della sconfitta…«che meraviglia l’aria di mare di quella fantastica estate! Su quella strada d’Estonia eravamo seicento Valloni, convinti che il mondo appartenesse alla nostra giovinezza e alla nostra fede». In uno scenario di bombardamenti da terra e dall’aria, di orrore, paura, distruzioni, morte di compagni, strazio delle popolazioni, si potevano trovare giovani che ancora davano voce ad angoli di poesia, di gioia di vivere, proprio mentre il sipario sull’Europa stava per calare in un’orgia di sangue. Léon Degrelle aveva al suo fianco uomini di questa tempra. Si potrebbe dire che a un’ epoca di ferro e di fuoco occorrono uomini di ferro e di fuoco. «Senza braccia, ma col morale del vincitore» si descrisse Terlin quando depose la divisa. Un guerriero dell’Iliade in pieno secolo XX. http://www.mirorenzaglia.org/?p=14439 _____________________________________________ Paul Terlin – Federico Prizzi – Emilio Del Bel Belluz La neve e il sangue. Al fronte con Degrelle – Storia di un sopravvissuto della Wallonie Novantico Editrice, 2010, brossura 13,5 x 21,5 cm. pag. 208, prezzo 20,00 euro. Immagine copertina ad alta definizione: http://img138.imageshack.us/img138/413/copertinayj.jpg Novantico Editrice Casella Postale 28 – 10064 Pinerolo (TO) http://www.novantico.com/ Disponibile presso: http://www.ritteredizioni.com/ Fotografia di Henri Moreau alias Paul Terlin tratta dal volume “Legion Wallonie 1941 – 1945″ di Jean Mabire ed Eric Lefèvre pubblicato dalle edizioni Art et Historie d’Europe nel 1988 a pagina 126 troviamo una fotografia in bianco e nero di un ragazzo vallone in divisa tedesca della Wehrmacht prima del passaggio nella Waffen SS. La didascalia recita: umo dei pimi arruolati della Legione, il sergente Henri Moreau , originario della regione del Borinage, che ha sempre servito nella 4a compagnia. Ferito in modo gravissimo il 25 agosto 1944 a Noëlla da un colpo di obice che gli amputa entrambe le braccia, raccoglierà i suoi ricordi in un opera intitolata “La Neige et le Sang ” firmata con lo pseudonimo di Paul Terlin: http://img41.imageshack.us/img41/9799/moreau.jpg Copertina dell’edizione francese del 1972: http://img31.imageshack.us/img31/1030/mor1z.jpg Manifesto della Legione Wallonie riprodotto nella controcopertina del volume: http://img59.imageshack.us/img59/4335/wallonie.jpg Indice: Prefazione, Il perchè di una scelta di Federico Prizzi; La Neige et le Sang di Federico Prizzi; La neve è rossa di Emilio del Bel Belluz; Henri Moreau di Harm Wulf; 1 aprile 2008 di Emilio del Bel Belluz; Leon Degrelle, come io l’ho conosciuto di Henri Moreau; La Neve e il Sangue: Capitolo I L’Ucraina: Ritorno al Fronte; Sulla difensiva a Mochny; La foresta di Teclino; Un isba nella fanghiglia; Ripiegamento sotto il fuoco nemico; Terrore a Starosseliè; Il “ferro di cavallo” di Derenkowez; Nowo-Bouda, la nostra grande battaglia, Chenderofka, ultima tappa; Eroico sfondamento. Capitolo II L’Estonia: Partita a scacchi in Estonia; La riconquista del mulino di Patska; Kambia rimane in mano nostra; Centocinquanta contro tremila, La nostra ultima frontiera si trova sull’Embach; A Noëlla, 25 agosto 1944; La nave-ospedale del Baltico; Una fantastica evasione.

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giu 202010

“Se gli uomini desiderano ritrovare un giorno il mondo degli iperborei e divenire simili agli Dei, è verso Nord che devono spiegare le loro vele e agitare i loro remi. Laddove il Settentrione e l’Occidente si incontrano, il Sole non tramonta.(…) Noi ritroveremo, nella certezza e nella fedeltà, le azioni dei nostri antenati. Annunceremo a tutti la buona novella del ritorno del Sole. Accenderemo il fuoco nei nostri camini e prepareremo i fuochi sulle colline. Dal momento che il destino dei nostri popoli diventa una caricatura nella società mercantile e nella fede egualitaria, noi rifiuteremo la religione del piagnucolio e del rifiuto, per ritrovare la coscienza della nostra avventura e della nostra unità.”

Jean Mabire

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giu 172010

Non è questione di voler difendere a tutti i costi “l’indifendibile”,
piuttosto di chiedersi il perché soprattutto quando non dovrebbe più
essercene alcuna necessità, siano state costruite così tante fantasie
inerenti la figura del Fuhrer e del Nazionalsocialismo. Assodato dalla
cultura ufficiale ormai trattarsi del “male assoluto”, non passa giorno
in cui documentari televisivi o nuovi studi puntualmente pubblicati su
riviste o libri, aggiungano tasselli sempre più sconcertanti, che con il
tempo paradossalmente assumono dignità e valore di verità definitive. E
si tratta di firme autorevoli a garantirlo. Purtroppo però invece quando
qualche isolata voce racconta sia pur sottovoce “altre” verità,
puntualmente cala un silenzio mediatico e scientifico del tutto
incomprensibile. Lo abbiamo già affermato e la cultura ufficiale non
perde occasione per ribadirlo, il Nazionalsocialismo è stato
universalmente definito “male assoluto”: ma allora per quale ragione
diventa così necessario aggiungere dettagli spesso facilmente
confutabili che ne aumentino la fama sinistra? Ecco servito al circo
mediatico un altro dei grandi misteri del nazismo. Ma soprattutto,
perché questa necessità, perché questa esigenza di inventare particolari
a volte del tutto gratuiti? E non si parla in questa sede di errori
storici – anche se non mancano nemmeno quelli e soprattutto tra le firme
più prestigiose come avremo modo di vedere -, bensì di fantasie belle e
buone che oltre a tutto e paradossalmente, una volta smascherate,
porteranno argomenti a chi non condivide la vulgata ufficiale. Vediamo
quindi alcune di queste fantasie lasciando le conclusioni al lettore.
Certo questi pochi dettagli non cambieranno la storia ma ci auguriamo
possano invece far nascere domande, soprattutto perché ci annoveriamo
tra quelli che del cosiddetto “revisionismo” non hanno una cattiva idea
anzi, ne auspicano il necessario salubre svolgimento: tanto per le cose
dell’uomo della preistoria come per quelle della storia. Storia che a
volte non è poi però così storia. Sul Fuhrer è stato detto di tutto.
Probabilmente si tratta dell’uomo più studiato di tutti i tempi, così
sviscerato e radiografato che forse sarebbe possibile tracciare una
biografia minuto per minuto della sua intera esistenza. E mai come in
questi ultimi anni storici e ricercatori hanno potuto pubblicare in
merito tonnellate di materiale, forse in questo motivati dalla curiosità
morbosa del pubblico: per comprendere meglio ciò, basti fare una breve
considerazione. Di un uomo qualunque a nessuno interessa nulla, ma se
quello stesso uomo perde la vita in un incidente – soprattutto nelle
piccole comunità di provincia – il giorno successivo i giornali andranno
a ruba e tutti vorranno sapere tutto il possibile su quell’uomo: il
fenomeno durerà qualche giorno e poi tutto tornerà nel disinteresse e
nell’oblio. Abbiamo constatato più volte questo fatto. Certo, è
possibile dare molte altre risposte in merito e ben più sottili, resta
il fatto che le masse hanno una loro psicologia ed i loro meccanismi: e
questo ben sanno molti storici divulgatori. Potrebbe infatti essere
questo uno dei motivi che stanno alla base di molte “scoperte” spesso
strombazzate ma, così fosse, che guaio per cultura e rigore scientifico.
Verrebbe a tal proposito da pensare che per la nostra società la verità
sia un fatto ormai superato. Eppure essa da qualche parte è ma forse,
come voleva Eraclito per la natura, ama nascondersi.

Negli anni ’70 uscì un film storico, “Gli ultimi 10 giorni di Hitler”,
firmato dal regista Ennio De Concini. Tale film si avvaleva della
garanzia di Hugh Trevor Roper, professore di storia moderna
all’Università di Oxford, tanto che lo studioso a conclusione della
pellicola firmava la seguente dichiarazione: “Questo film è il risultato
di accuratissime ricerche. Sia le parole che le azioni sono tutte basate
su autentiche testimonianze storiche”. Ora, al di là del fatto che si
vede in tutta la durata della pellicola un Fuhrer pimpante e grintoso
quando è invece noto che era ormai affetto dal morbo di Parkinson,
un’altra perlina è data da Eva Braun che – nientemeno su invito dello
stesso Hitler – si mette a cantare canzoni in inglese per distrarre
donne e ufficiali nel bunker. Poniamo tutto ciò sia vero. Come abbia
però potuto Roper, e la produzione del sedicente film storico accettare
quest’idea, ottenere testimonianze sugli ultimi drammatici secondi di
vita della Braun e del Fuhrer resta fatto inspiegabile dal momento che
questi due erano completamente soli. La Braun infatti, dopo aver
ascoltato la confessione di Hitler che afferma che la guerra era perduta
già dal 3 febbraio del 1943 ma che lui l’avrebbe continuata per non
doverlo ammettere (“il prezzo sarebbe stato la mia vita”) e quindi
doversi suicidare, di rimando dice: “Ma … tutti questi morti… e tu lo
hai fatto soltanto per questo, per guadagnare tempo. Forse io non ti ho
mai capito, non ti ho mai conosciuto” e stravolta inghiotte una
pastiglia di veleno. Hitler, che non si accorge di ciò perché intento a
vaneggiare cose del tipo che lui avrebbe voluto morire il 5 maggio come
Napoleone, voltatosi improvvisamente vede la donna accasciata e
immediatamente nota la mancanza di una pillola di cianuro: a questo
punto sbotta in una serie di affermazioni tipo “ Sgualdrina,
presuntuosa, insolente e stupida. Mi hai tradito anche tu” ed altre
ancora più fantasiose che non meritano nemmeno di essere riportate,
dopodiché si avvelena e contemporaneamente si spara. Sentito il colpo
fuori dalla sua stanza (“il cuore della Germania ha cessato di
battere”), donne e gerarchi senza fare una piega si accendono invece una
sigaretta: lui infatti non voleva si fumasse nel bunker. “Accuratissime
ricerche” le chiamano. La domanda che sorgerebbe spontanea a chiunque a
questo punto è una sola: ma com’è possibile avere dettagli sugli ultimi
colloqui tra la Braun ed il Fuhrer se presenti c’erano solo loro ed
entrambi sono morti subito dopo? Continuano i misteri del nazismo;
questo film è stato visto e rivisto per anni (lo ha trasmesso tra gli
altri anche Rai2) da milioni di persone senza che mai nessuno storico o
studioso sollevasse la benché minima obiezione. “Pur di sopravvivere
qualche tempo (è sempre la Braun a dirlo nel drammatico colloquio
finale….), non hai esitato a mandare a morte milioni di persone”. Chi le
ha riferite queste affermazioni frutto di “autentiche testimonianze
storiche” e che fine ha fatto questo testimone auricolare? Fa riflettere.

E veniamo al simbolo per eccellenza del nazismo ovvero lo svastica (“lo”
e non la in quanto derivato dal sanscrito svasti ossia felicità, al
maschile). Quante volte si è infatti sentito, soprattutto nei
seguitissimi documentari televisivi sul nazismo magico o esoterico che
dir si voglia, che il simbolo in origine sinistrogiro – ovvero con gli
uncini rotanti verso sinistra – è stato invertito verso destra negli
anni ’20 dal Fuhrer in persona per sottolinearne così la valenza
negativa e “satanica”? Infinite, tanto che ormai è diventato per tutti
un fatto assodato. Eppure le cose non stanno affatto così. Rene Alleau è
autore di un interessante studio (Le origini occulte del nazismo, Parigi
1969, ed. Mediterranee) su cui si potranno dire molte cose ma certo non
che si tratti di un libro filonazista: ecco quindi cosa dice Gianfranco
De Turris nell’introduzione a questo studio. “ Scrive René Guénon:
“quanto al senso di rotazione indicato dalla figura, esso ha
un’importanza del tutto secondaria e non influisce sul significato
generale del simbolo; in effetti si trovano entrambe le forme a indicare
sia una rotazione da destra a sinistra, sia una da sinistra a destra,
senza che questo implichi necessariamente l’intenzione di stabilire fra
loro un’opposizione qualsiasi”. Parole del 1931, pubblicate quando si
discuteva sul simbolo scelto da Hitler non ancora al potere. Sicché, a
mo’ di conclusione, si può dire – come nota ancora Julius Evola – che
“deve ritenersi una fantasticheria ciò che qualcuno ha sostenuto, in
margine a una interpretazione “demoniaca” dell’hitlerismo, ossia che il
movimento invertito della croce uncinata fosse uno stigma involontario
ma chiaro del suo carattere demoniaco”. Val la pena di sottolineare
ancora come queste non siano tesi di saggisti del dopoguerra, ma
costituissero dibattito e polemica già negli Anni Trenta, come dimostra
il libro di Guénon, alle cui precisazioni ovviamente nessuno fece caso”.
Ma non finisce qui; l’enciclopedia dei simboli della Garzanti più volte
ristampata, pubblica nella sua ultima edizione (pag. 526) un paio di
interessanti riproduzioni grafiche. La prima riguarda il Buddha assiso
sul loto con lo svastica sul petto: si tratta di un antico dipinto
giapponese del periodo Kamakura e lo svastica è inequivocabilmente
destrogiro. La seconda riproduzione invece ancor più curiosa, è inerente
alla raffigurazione di un usuraio ebreo tratta da una miniatura dalle
“Cantigas de Santa Maria” di Alfonso el Sabio: sull’uomo campeggiano
vicine svastica e stella di David: questa volta però lo svastica è
sinistrogiro. Ad ogni modo a chiusura di qualsiasi ultimo eventuale
dubbio, ecco il risultato di una nostra personale scoperta avvenuta in
Piemonte in terra biellese; ad Oropa – uno dei più noti santuari mariani
d’Italia – in cima alla cappella dedicata a Sant’Eusebio fa bella mostra
di sé uno svastica in pietra destrogiro, così come nel vicino paese di
Rosazza dove nei pressi della chiesa locale un altro – questa volta
realmente – enorme svastica in pietra sempre destrogiro troneggia. Li
volle il senatore Federico Rosazza, alto gerarca della massoneria
locale, nel 1875. Come spiegare a questo punto la reiterante ed
insistente volontà “satanica” del Fuhrer di invertire il senso rotatorio
dello svastica “storicamente esclusivamente destrogiro”? Eppure
quest’idea è ormai un assodato dato di fatto ufficiale e ripetuto in
ogni possibile occasione: fa riflettere.

Veniamo quindi al bravo studioso di nazismo esoterico, nonché docente di
Filosofia della politica a Parigi e curatore di inchieste speciali per
la RAI, Marco Dolcetta. Nel suo libro specialistico in merito
(Nazionalsocialismo esoterico, Roma 2003, ed. Castelvecchi) il
ricercatore a cui comunque va il merito di avere realizzato un lavoro
nel complesso degno e lo diciamo senza ironia, riesce però ad alimentare
la confusione dilagante con una serie di affermazioni che poco si
addicono ad uno studioso serio: ma gli uomini purtroppo spesso
sbagliano. Anzitutto l’inconsistente rivelazione fatta rilevare – e
personalmente verificata nella sua inconsistenza presso gli stessi
ambienti antroposofici – dal giornalista Alfonso Piscitelli. A proposito
del libro dice infatti il giornalista (Linea, 26 marzo 2003): “ Dolcetta
[…] lo condisce con una inedita rivelazione: Steiner – scrive – divenne
da subito un acceso nazionalsocialista, giungendo ad affermare che in
Hitler si era incarnata la luce dell’Arcangelo Michele”. Ma dove? Non
risulta che Steiner abbia mai espresso giudizi su Hitler. Risulta che
abbia condannato il razzismo biologico e il nazionalismo esasperati. […]
Forse Dolcetta è a conoscenza di particolari della vita di Steiner che
sfuggono agli altri studiosi. Tuttavia c’è una frase a pag. 29 del libro
che fa riflettere sulle fonti documentarie: “Dicerie fatte circolare ad
hoc (dai nazisti, n.d.r.) furono sufficienti a far chiudere già nel 1935
tutti i principali centri antroposofici della Germania e a indurre
Steiner ad astenersi successivamente dalla politica”. O forse Steiner fu
indotto ad astenersi dal fatto che era morto in Svizzera dieci anni
prima?” si chiede Piscitelli. Insomma, un bel pasticcio; prima Steiner
loda il Fuhrer poi, per qualche altra astrusa ragione i nazisti fanno
circolare brutte voci su di lui al punto da indurlo a smettere con la
politica: solo che smette dieci anni dopo la sua morte. Mah. Pensare che
Dolcetta è uno degli studiosi a cui si fa riferimento per costruire – e
mai come in questa sede il termine è appropriato – quei documentari
televisivi sul Nazismo in cui succede di tutto. Ma non è finita, e non
ce ne voglia il simpatico studioso che però forse dovrebbe studiare
meglio. Nello stesso volume c’è un’altra perlina che merita di essere
riportata; Dolcetta infatti a pag. 76 afferma che in una stanza del
castello di Wewelsburg ristrutturato da Himmler per farci un’accademia
delle SS Ahnenerbe sarebbe “presente la statua di Arminio, ripresa
nell’atto di sconfiggere le legioni romane”: ma dove? Forse lo studioso
parla della gigantesca statua alta decine di metri collocata in seno
alla foresta di Teutoburgo? Certo, non distante da Wewelsburg, comunque
un po’ difficile da rinchiudere in una stanza ma, e qui sta il vero
sconcerto, in riferimento alla nota battaglia che costò carissima
all’imperatore Augusto e a Roma “così come descritto nella Germania di
Tacito”: falso storico, in tale libro Tacito non ha infatti mai parlato
della battaglia avvenuta tra l’8 e l’11 settembre del 9 dopo Cristo tra
Varo ed Arminio, leggere per credere. Al punto che nelle note di una
delle tante edizione di quest’opera, Gian Domenico Mazzocato scrive a
proposito del fatto sostenuto da alcuni che Tacito avrebbe scritto la
Germania a fini propagandistici filoromani: “E se opera di propaganda, a
favore di cosa? A favore di un’azione decisa da parte di Traiano che
ridimensionasse e riscattasse la storica sconfitta di Teutoburgo di
quasi un secolo prima, oppure a favore di un prudente consolidamento del
confine?”: frase che dimostra l’inequivocabile assenza di volontà di
parlare di Teutoburgo. E sono studiosi di fama nazionale, fa riflettere.

Ma quando non sono studiosi di fama nazionale sono giornalisti che a
volte si improvvisano tali. E’ il caso di Cecchi Paone che comunque non
è certo l’unico a fare affermazioni opinabili, e a cui và ad ogni modo
tributata una certa simpatia soprattutto perché in un paese come
l’Italia, che sembra sopravvivere “culturalmente” grazie alle periodiche
flebo di grandi fratelli, ha tentato quanto meno discorsi più profondi.
A volte anche riuscendo piuttosto bene: saremmo faziosi a non
riconoscerlo. Paone però ancora in tempi recenti in occasione di una sua
trasmissione sul nazismo, ripropone per l’ennesima volta la storia di
Hitler che alle olimpiadi di Berlino del 1936 si rifiutò di dare la mano
a Jessie Owens in quanto atleta negro. Falso, ancora una volta. Fu
addirittura Owens in persona a sostenere il contrario, tanto che in
un’intervista su un giornale, l’americano disse: “Non è vero che Hitler non mi strinse la mano. Hitler non strinse la mano ad alcun atleta,
vincitore o partecipante che fosse (e figuriamoci se il Fuhrer si
metteva a stringere la mano ai 4.066 atleti partecipanti a quei
giuochi…). Alla cerimonia di chiusura dei giuochi, Hitler ci passò in
rassegna e, giunto vicino a me, mi fece addirittura un cenno di
riconoscimento”. (Andrea Benzi, Orion, agosto 2004, n° 239, pag. 48). La
stessa notizia è stata peraltro riferita dal Sole-24 ore su di un
opuscolo uscito in tre riprese; qui Owens afferma: “Tutti i giornali di
allora scrissero che Hitler lasciò lo stadio indignato dopo la mia
vittoria nel salto in lungo sul tedesco Long. Non è vero. Quando, dopo
essere salito sul podio, io passai davanti ad Hitler per rientrare negli
spogliatoi, vidi il cancelliere che si alzò in piedi e mi salutò con un
cenno della mano. E io feci altrettanto”. Nel medesimo studio si
aggiunge di quanto Owens fosse diventato popolarissimo in Germania in
quel periodo e di quanto buoni fossero i suoi rapporti con gli atleti
italiani fascisti, mentre – aggiunge ancora Benzi su Orion – è
“superfluo ricordare come gli Stati Uniti, grandi accusatori della
Germania per le leggi antisemite, mantenessero la legislazione e gli usi
discriminatori verso i neri fino a metà degli anni ‘50”. Ma non è ancora
tutto; l’azzurro Arturo Maffei presente a Berlino nel 1936 per competere
nel salto in lungo al Corriere della Sera così parlò: “Non è vero che
Hitler non strinse la mano ad Owens. Non andò così. Ero lì, nel
corridoio sotto la tribuna, dopo la gara, il Fuhrer salutò Luz Long che
aveva vinto l’argento. Poi andò da Owens (che aveva vinto l’oro) e gli
fece il saluto a braccio teso proprio mentre questi gli tendeva la mano
per stringerla. Allora fu Hitler a tendere la mano ma intanto Owens si
era corretto portando la sua mano alla fronte per eseguire il saluto
militare”. Materiale al riguardo sembrerebbe quindi essercene, eppure
per qualche singolare motivo la storia di Hitler che rifiutò di
stringere la mano del negro Owens continua periodicamente a passare come
vera e definitiva: fa riflettere.

Ma restiamo in questo campo. Quante volte infatti si è sentito ripetere
in siffatti documentari della personalità perversa e “satanica” del
Fuhrer? E quante altre volte abbiamo sentito raccontare la storia di
Hitler che si sveglia allucinato e sudato nel corso della notte mentre
urla: “Là, là. Nell’angolo. Chi c’è là?”, mentre i suoi assistenti
cercano in tutti i modi di soccorrerlo tranquillizzandolo poco a poco? E
via così con altri dettagli tutti a confermare che la presenza avvertita
dal Fuhrer era, e non poteva che essere, Satana in persona perché Hitler
– così ci hanno raccontato per anni e lo fanno ancora – aveva stretto un
patto con il diavolo tanto che ci parlava pressoché quotidianamente.
Resta da capire com’è che, avendo stretto un accordo con lui, ne avesse
così paura quando questi si manifestava magari per suggerirgli qualcosa:
ma qui siamo nel demenziale. Parliamo invece della fonte, unica fonte,
da cui questa notizia trae origine e da cui sono derivate tutte le
teorie sul satanismo hitleriano: l’autore è Hermann Rauschning ed il
libro su cui è riportata è Gesprache mit Hitler, uscito nel 1939 e
pubblicato ovunque nel mondo con enfasi e capillare distribuzione.
Ebbene, si tratta di un falso. Puntualmente smascherato grazie al lavoro
certosino di uno storico svizzero, Wolfgang Haenel, che nel 1983 ne
parlò pubblicamente ad un convegno dei membri dell’Istituto di Ricerche
sulla Storia Contemporanea di Ingolstadt, quindi non a occasionali
turisti di passaggio. La notizia in Italia uscì sul Giornale il 2
ottobre 1985 a firma di Michele Topa (“Hitler mi ha detto” un sacco di
frottole) ma “non pare che la stampa italiana né gli storici vi abbiano
prestato molta attenzione. […] Infatti, come spesso accade, ciò che
conviene non far risaltare in una “società dell’informazione” come
l’attuale, si tace, si soffoca. E quel che non si sa, non esiste”,
scrive Alleau nell’introduzione al suo libro sulle origini occulte del
nazismo. Da notare in buona evidenza che il libro di Rauschning è sempre
stato considerato ed utilizzato “come fonte sicura e diretta” così certa
che ancora oggi l’episodio del Fuhrer e dei suoi incubi satanici passano
come verità definitive nonostante la – questa invece sì – definitiva
scoperta della falsità del libro e della totale inattendibilità del suo
autore. E’ ovvio che Haenel fornisce prove inconfutabili a dimostrazione
della sua tesi, peraltro verificabili da chiunque consultando il
dettagliato articolo del Giornale o consultando il libro di Alleau e,
ovviamente, mai smentite da alcuno: quindi Hitler non aveva rapporti con
il maligno e storici seri confermano lo studio di Haenel. Ma allora
perché da più parti si continua a raccontare questa storia perversa del
nazismo satanico come fosse vera? Fa riflettere.

Sotto il regno dell’imperatore Tiberio (14-37 d.C.) era stato emanato un
decreto che ordinava la pena di morte per tutti quei druidi che avessero
sacrificato vittime umane agli dèi, e mai nessuno storico si è sognato
di accusare questa legge. Ovviamente giusta, una simile barbarie in
effetti andava condannata senza riserve per cui la legge di Tiberio
appare più che legittima, sana e civilizzatrice. Ma quanti hanno invece
notato o fatto notare che proprio sotto il regno del medesimo Tiberio
migliaia di gladiatori e prigionieri venivano pubblicamente scannati non
per gli dèi, ma per il meno celeste divertimento popolare? O quanti
invece hanno riflettuto sul fatto che, sempre sotto lo stesso
Imperatore, per puro gusto estetico e per realismo si faceva ardere un
uomo in scena ogni qualvolta si rappresentava La Morte d’Ercole,
tragedia di Eschilo? L’episodio insegna come a volte vanno le cose.
E in
questo clima anche e soprattutto le rune erano viste con grande
sospetto, considerate segni druidici magici, perversi, misteriosi. Nel
VIII secolo alcuni prelati dichiararono ancora che le rune costituivano
un’invocazione al demonio, annullavano il battesimo ed offendevano il
pudore qualora fossero state ostentate; in Islanda nel 1100 il possesso
di rune era punibile con il rogo, in barba alle illuminate riflessioni
greche precedenti di più di un millennio sul relativismo culturale.
Ovviamente il fatto che il nazismo – le SS di Himmler in particolare -
facesse abbondante uso di questi simboli, non poteva passare inosservato
tanto da prestarsi ancora una volta alle più singolari fantasie: ma i
conti, ancora una volta, non tornano. Himmler si diceva; sul capo delle
SS s’è sentito di tutto a parte un “dettaglio” che ha però la sua
importanza, e nemmeno molto secondaria. Nessuno infatti ha mai ben
compreso come il gerarca abbia potuto suicidarsi con una capsula di
cianuro dopo avere subito un attentissimo controllo ma soprattutto, e
qui stiamo per servire un altro dei misteri del nazismo, nessuno sa cosa
Himmler abbia detto in una settimana di interrogatori. “I documenti
relativi non sono neppure classificati come top secret. Semplicemente è
come se non esistessero” scrive Dolcetta nel suo libro. Curioso,
estremamente curioso. Il secondo uomo più potente della Germania nazista
viene torchiato per una settimana e non esiste un documento che sia uno
che riporti l’esito di un colloquio senz’altro definibile storico:
perché? Ma procediamo; quante volte il capo delle SS è stato anch’esso
dipinto in combutta con il demonio, oscuro e perverso nei soliti
documenti e documentari? E le rune, spesso ancora oggi eredi di un
ancestrale negativo ricordo collettivo che le vogliono simboli magici
quando non satanici (è stato detto anche questo)? Bene, a tal proposito
valgano un paio di curiosità da pochi centesimi. Ecco infatti che si
dice sulla Sig rune (quella delle SS per intenderci) su un qualsiasi
volume relativo ad esse (Nigel Pennick, L’oracolo delle rune, Monaco
1990, ed. Armenia): “ Secondo la tradizione questa runa simbolizza la
forza imponente del sole e le qualità vitali della luce del giorno. […]
Simbolicamente Sig rappresenta l’influenza benevola della magia, che
agisce ovunque nel mondo per preservare la vita. […] Sig è
l’irresistibile forza solare in grado di oscurare qualsiasi opposizione
[…] sarà sempre la luce ad uscire vincitrice dalla battaglia conto il
buio”. Si potrà a questo punto dire di tutto, ma non che la runa Sig
rappresenti forze oscure, demoniache e perverse: eppure è stato detto
dozzine di volte. Ma non è tutto; il simbolo dei pacifisti mondiali
(quello di “peace, love and freedom e Woodstock per intenderci) è
anch’esso in realtà una runa circoscritta in un cerchio che come tale fu
utilizzato per la prima volta nel 1935 dalla Panzer Division della
Wehrmacht che combatté in Polonia, Francia ed Unione Sovietica, stesso
identico simbolo: chissà se a qualcuno dei pacifisti è mai venuto in
mente di pagarne il copyright? Facezie a parte, concludiamo quindi
questa parziale e del tutto in fieri analisi sulle stranezze in caduta
libera relative al Terzo Reich spostando l’attenzione sul macabro
castello di Wewelsburg, luogo scelto e ristrutturato da Himmler per
farci l’accademia delle SS Ahnenerbe. Marco Dolcetta nel 2003 affermava
che “non vi era, perlomeno ufficialmente, un vero e proprio rituale di
iniziazione per entrare nelle SS Ahnenerbe”, ma nella pagina seguente
contraddicendosi afferma lesto che “per quanto riguarda invece la
cerimonia della prima iniziazione, di certo si sa che bevevano gocce del
sangue di Hitler”: siamo dunque arrivati al vampirismo. Ma non è tutto;
è questa volta Alleau che invece già nel 1969 aveva
particolareggiatissimi dettagli sulle iniziazioni delle SS a Wewelsburg,
a parlare di combattimenti tra uomini a torso nudo contro cani da
battaglia, carri armati transitanti su piccole buche scavate in pochi
secondi nelle quali i candidati SS si accucciavano lesti, granate fatte
esplodere sull’elmetto e, dulcis in fundo, gatti vivi trattenuti a mani
nude a cui venivano estirpati gli occhi con un bisturi “per dimostrare
la totale indifferenza emotiva davanti al dolore animale e,
all’occasione, umano”: strano che questa in televisione non si sia
ancora sentita, ma c’è tempo per riparare. Insomma, ce n’è per tutti gusti.

Quali conclusioni quindi trarre da tutto questo? Ciò che già dicemmo
all’inizio di questo breve excursus, ovvero che non saranno certamente
alcuni dettagli a cambiare la storia, ma ci si chiede – e legittimamente
riteniamo – il perché della necessità ancora al presente e a millennio
superato, di inventare fantasiosi elementi da aggiungere ad una storia
che è ormai storia. E torna alla mente ancora una volta quell’adagio che
vuole che la storia venga scritta dai vincitori, vincitori tra cui gli
inglesi che in possesso di notizie come quella che diremo avrebbero
probabilmente fatto di tutto per aggiungerla alle già tante altre
sentite, non fosse che questa è invece vera e non se ne parla affatto.
E’ stato infatti recentemente scoperto che per popolare i propri
possedimenti nelle colonie il governo di Londra ha deportato tra il 1850
ed il 1968 ben 150 mila bambini inglesi vagabondi. Esisteva addirittura
una legge, la Poor amendment act che legalizzava la deportazione
all’insaputa dei genitori. “Durante il viaggio e nei loro nuovi paesi, i
piccoli venivano trattati in maniera brutale.
La storia è stata
insabbiata dalle autorità, ma oggi i pochi sopravvissuti chiedono
giustizia”, riporta la rivista Storia illustrata nel marzo del 1998.
Proviamo ad immaginare se una cosa del genere fosse avvenuta invece in
Germania? Come minimo ci avrebbero fatto un film sopra, anche perché qui
non parliamo di streghe o maghetti ma di un fatto storicamente accertato
protrattosi fino al 1968: fa riflettere. E molto.

Lodovico Ellena

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giu 172010

Origine etnica delle nazioni europee

Luca Leonello Rimbotti

Dal sito http://www.mirorenzaglia.org/?p=14165

Arriva dalla California, naturalmente. È un nuovo attacco all’identità europea. Un ennesimo professore americano di storia, che si chiama Patrick J. Geary, col suo libro Il mito delle nazioni. Le origini medievali dell’Europa (Carocci), dà il segnale di un nuovo affondo inteso a demolire, in pieno stile mondialista, ciò che resta del sentimento nazionale e identitario dei popoli europei. Attiriamo l’attenzione sul fatto che libri del genere non nascono a caso o per innocuo desiderio di ricerca. Sono il frutto di precise operazioni ideologiche, e vengono prima programmati e poi portati a compimento in base a una strategia ben definita: la globalizzazione, al fine di svellere le ultime ostinate resistenze degli etnicismi – che in Europa sono storicamente più tenaci che altrove – ha bisogno di argomenti anche culturali, di una cultura rovesciata come un guanto e offerta all’ignoranza di massa come fosse un vangelo.

La globalizzazione capisce che non basta il martellamento consumistico, non bastano le poderose iniezioni di politica immigrazionista coatta, non bastano le intimidazioni ai governi, non bastano neppure i bombardamenti al fosforo. Per certe realtà, come quelle europee, particolarmente forti quanto a personalità storica e coscienza culturale residua, occorrono adeguati ordigni culturali. Occorre una generalizzata falsificazione della storia, messa in campo al fine di recidere, piano piano e con infiltrazioni concettuali a lento ma sicuro rilascio, anche l’ultimo tenue filo che lega ancora oggi ogni popolo al suo passato, alla sua fierezza bio-storica, alla sua cultura atavica: solo così si potranno avere prossimamente quelle masse di popolazioni sradicate e spogliate di identità, che occorrono al potere mondiale per gestire finalmente senza ostacoli il progetto del Governo Mondiale.

I popoli coscienti e maturi, orgogliosi del loro passato e ben strutturati quanto a profonda memoria storica, sono ossi duri da rodere, per il mondialista. Essi possono sempre opporre resistenza, magari anche imboccare un domani le vie della ribellione aperta al disegno cosmopolita, appellandosi a motivazioni comunitariamente forti. Le popolazioni ridotte a branchi multietnici, invece, hanno tutte le caratteristiche del prodotto voluto: assenza di identità etnica, perdita del senso di legame sociale che nasce dalla memoria condivisa, indigenza culturale, de-territorializzazione. Una volta compiuta quest’opera, che è già in corso da alcuni decenni, il narcotico del consumismo provvederà nei giusti dosaggi affinché queste plebi mondiali affastellate non diano luogo qua e là a fastidiose rivolte degli schiavi. La formula è semplice, e chiara come il sole per chiunque abbia occhi per vedere.

Geary dà l’assalto all’idea di nazione con tutte le armi a sua disposizione, arruolandosi nella famigerata banda storiografica di Hobsbawm (quello che ha scritto che le tradizioni  nazionali non esistono, sono state inventate nell’Ottocento dagli studiosi nazionalisti dei vari Paesi…) e senza tanti complimenti scrive che il moderno nazionalismo «ha trasformato la nostra visione del passato in una discarica di rifiuti tossici, intrisa dei miasmi del nazionalismo etnico, miasmi che si sono insinuati nei recessi più reconditi della coscienza popolare. Bonificare questa discarica è la sfida più grande con cui gli storici devono oggi fare i conti». Per demolire questo “lavoro sporco” delle culture nazionaliste, Geary comincia dal Medioevo. L’epoca in cui, come si sa, lo stanziamento dei popoli ha creato il sostrato etnico che ha fatto da base, sin nel nome, alle moderne nazioni: Franchi, Germani, Britanni, Bulgari…

Su questo terreno, a ruota libera, Geary finisce col raccontare ogni sorta di sciocchezza. La più enorme delle quali è che «la storia delle nazioni che hanno popolato l’Europa nell’Alto Medioevo non comincia nel VI secolo, bensì nel XVIII». Sarebbero stati gli intellettuali tardo-settecenteschi a inventarsi di sana pianta l’immaginaria identità etnica dei popoli, che non esisteva all’epoca delle migrazioni che seguirono la caduta dell’Impero romano. Sarebbero stati i Klopstock, i Lessing, gli Herder, insieme ai fratelli Grimm e ai cultori romantici delle radici popolari che fiorirono in quasi tutte le nazioni europee, a inventarsi popoli inesistenti, origini fantastiche, insomma un passato da fiaba. La continuità tra le migrazioni “barbariche” altomedievali e l’identità moderna sarebbe dunque un falso nazionalista.

Come chiave di volta del suo ragionamento, Geary ci racconta che le tribù germaniche non avevano coscienza di appartenere a un unico popolo. Che l’etnogenesi, l’omogeneità etnica originaria dei popoli, è un’impostura moderna. E che sin dall’Alto Medioevo, dunque, i popoli non conoscevano e non erano interessati alla loro identità etnica. Queste affermazioni, palesemente false, vengono rinforzate dal prefatore, il medievista Giuseppe Sergi (soltanto omonimo dello studioso delle razze di inizio Novecento…), il quale non si perita di affermare che all’interno dei popoli medievali il peso della percezione di una comunanza di sangue era «nullo».

A smentire tali incaute affermazioni ideologiche basterebbero le saghe nordiche, per l’appunto germinate nell’Alto Medioevo e tutte incentrate sulla comunanza di sangue interna alla Sippe, la schiatta ereditaria. Le ricostruzioni medievali sull’origine dei popoli – da Gregorio di Tours per i Franchi a Jordanes per i Goti, fino a Paolo Diacono per i Longobardi – sono innestate tutte su miti etnogenetici: che il mito corrisponda poi solo in parte alla storia – che ovviamente ha sempre comportato sovrapposizioni più o meno grandi all’interno di un popolo – non ha alcun significato. Conta l’intenzione di segnalare un’appartenenza.

Il mito delle origini etniche di ogni nazione dimostra, appunto, quanto profondamente ogni cultura ci tenesse alla propria identità, rafforzandola con narrazioni leggendarie di forte presa emotiva. Esattamente come accadeva nell’Antichità, con le genealogie divine. È appena il caso di ricordare – e lo ha rimarcato lo studioso Walter Pohl - che uno dei massimi documenti umani come la Bibbia reca come centrale il concetto di diversità etnica. Ma poi pensiamo, tra i tanti esempi possibili, all’idea di limpieza de sangre diffusa in area ispanica, su cui, nel tardo Medioevo, fu fondata la Reconquista spagnola contro gli Arabi. Senza dimenticare che i regni barbarici fondati dopo la dissoluzione dell’Impero, come tutti sanno erano essenzialmente regni etnici.

Le medievali dimostrazioni di attaccamento all’identità etnica non erano che la continuazione di quell’antica consapevolezza che, sia a Roma – col concetto di gens, intimamente legato proprio al gene ereditario – sia in Grecia – con la synghèneia, l’uguaglianza di sangue, con medesima radice che rimanda al gene – era stata posta alle fondamenta della comunità, dando luogo alle rigide e ben note restrizioni all’accesso alla cittadinanza presenti sia in Grecia sia a Roma, almeno fino a Caracalla. Anthony Smith fa giustizia delle speculazioni della scuola cui appartiene  Geary, scrivendo nel suo libro sulle Origini etniche delle nazioni (Il Mulino) che «nelle ere premoderne, e addirittura nel mondo antico, scopriamo aspetti straordinariamente simili all’idea “moderna” di identità nazionale». Basterebbe questo per liquidare il problema sollevato dai globalizzatori.

Inoltre, occorre dire che la coscienza di appartenere a un’unico popolo, sulla quale specula Geary, non è per nulla essenziale. Le etnie sono nate ben prima dei nazionalisti ottocenteschi e i popoli sono tali anche prima di accorgersi essi stessi di esserlo. Spessi i “barbari” scoprirono la propria individualità grazie agli sforzi dei Romani di distinguerli: Cesare o Tacito davano loro un nome, e separandoli dalla massa informe, contribuirono a dare coscienza a tribù che non sapevano di essere ciò che erano. Tuttavia, se nei “barbari” non c’era un’idea della comunità di tutti i Germani (che non poteva ancora esserci nell’Alto Medioevo), ce n’era una fortemente espressa a proposito della propria gente, della propria comunità tribale. Ad esempio, come ha rammentato proprio in questo senso Pohl, il re goto Vitige, in occasione della sua salita al trono, si rivolse in modo preciso al geticus populus. Era la medesima sensibilità per l’appartenenza etnico-culturale che si ritrova in quel documento risalente al tempo della battaglia di Poitiers – VIII secolo – in cui per la prima volta si parla di Europeensens.

Fior di liberali come Tocqueville, Renan o Max Weber hanno in passato riconosciuto l’importanza decisiva del fattore etnico nei processi di identificazione comunitaria. Senza contare che il discorso potrebbe essere spostato un tantino all’indietro, potendosi retrodatare di alcuni millenni la faccenda dell’omogeneità etnica dell’Europa, dal Medioevo nientemeno che al Neolitico: secondo le ricerche recenti di Renfrew – studioso liberale per nulla etnicista…-, il quale ad esempio scrive apertamente che gli insediamenti protostorici degli Indoeuropei non generarono fusioni con i precedenti strati etnici (quelli legati all’assetto preistorico della “Grande Madre” nella cosiddetta “Europa antica”), ma ebbero sostanza omogenea.

Dal Neolitico fino ad appena ieri, in Europa non ci sarebbero state apprezzabili infiltrazioni etniche esogene…altro che Medioevo! In questo spazio di tempo enorme, le uniche presenze “extracomunitarie” furono l’effimero raid degli Unni e dei popoli ad essi associati – che lasciarono in Europa, con gli Ungheresi, l’unica traccia non indoeuropea, a parte i Finlandesi che hanno un’altra storia – e la presenza, marginalizzata nell’estremo sud europeo, degli Arabi oppure più tardi dei Turchi. Le “invasioni barbariche” furono spostamenti di popoli tutti interni all’ecumene indoeuropea.

Ma poi, basta prendere in mano il libro di Smith (e neppure lui è certo un “etnicista”…) per comprendere «l’estensione universale delle etnie, la loro persistenza attraverso i cambiamenti, le strategie di sopravvivenza e i processi di dissoluzione, i vari complessi mitico-simbolici, tramite i quali le etnie affermano e difendono se stesse». Dice Geary che il nazionalismo è una brutta bestia, e che basta guardare di quale faida è stato capace con le guerre balcaniche del tardo Novecento. Eh, no. Non può dire una stupidaggine simile. La guerra balcanica è nata proprio perché le varie etnie erano state forzatamente fuse a macchia di leopardo dal pregiudizio marxista-internazionalista di Tito, attraverso i mescolamenti coatti di popolazioni. Il nazionalismo non prevede affatto l’odio per le altre nazioni. Il nazionalismo, che è la semplice estensione sulla massima scala della comunanza familiare, prevede al contrario il rispetto e l’ammirazione per le altre nazioni, la cui diversità è una preziosa ricchezza per tutti. Per dire, De Gaulle pensava possibile un’Europa delle Patrie. E Thiriart proponeva un nazionalismo europeo. La questione è un’altra. L’odio ideologico tra i popoli, nell’epoca moderna, è nato non dal nazionalismo, ma dall’uso strumentale che del nazionalismo ha fatto per secoli il mercantilismo borghese-capitalista. E proprio Smith, scrivendo che il mercantilismo di Stato «accelerò di molto la rivalità tra gli stati», potrebbe facilmente ricordare questa banalità ai propagandisti della discarica globale come Geary.

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mag 172010

Céline. Gli artigli del gatto
Luca Leonello Rimbotti

http://www.mirorenzaglia.org/?p=13427

Era ostile alla democrazia, al capitalismo, al marxismo, all’America, all’Unione Sovietica, al progressismo…era nazionalista, si diceva fiero di essere figlio di un fiammingo e di una bretone, rivendicava le sue radici nordiche, ammirava la Germania, era anche francamente razzista…e di sicuro detestava violentemente gli ebrei. Così a occhio, c’è n’è abbastanza per pensare che, dopotutto, Céline e il Nazionalsocialismo non fossero poi tanto lontani. Eppure, esiste un tipo di storiografia, o meglio di biografia, che tende – esattamente come per Jünger o per Evola – a mettere la sordina su certe imbarazzanti convergenze e a enfatizzare certe opportune discordanze. Dice: Céline era pacifista…parlò spesso male dei nazisti…non è vero che collaborò coi tedeschi dopo il 1940…mandò solo qualche lettera ai giornali collabo…criticava, accusava, insomma non era dei loro. E inoltre: sì, d’accordo, durante la guerra aveva amici all’ambasciata tedesca di Parigi, andava e veniva, va bene, prese parte a manifestazioni per l’amicizia franco-germanica, si sa, bandiere con la svastica, saluti, un certo clima…, ma certo, vide di buon’occhio anche la guerra ai sovietici…però insomma non era nazista. Anzi, coi nazisti ce l’aveva proprio.
Confessiamolo, in questo modo di ragionare c’è qualcosa che non va…Noi continuiamo a credere che non sia un’eresia pensare che il romanziere e il movimento hitleriano qualcosa in comune, sotto sotto, ce lo dovevano avere. Poi consideriamo che, appena gli americani misero piede in Normandia, nel giugno del 1944, Céline scappò in tutta fretta da Parigi. Uno si potrebbe chiedere: perchè scappare? E dove scappò? Forse tra le braccia dei “liberatori”? Niente affatto. Il più lontano possibile dagli odiati nazisti? Neppure. Va diritto a Sigmaringen, dove i tedeschi avevano sistemato il governo vichysta di Pétain e dove si ritrovarono quasi tutti i collaborazionisti, quelli duri che non mollavano, coi Doriot, coi Dèat. Ma perchè Céline, se era anti-nazista, andò proprio a Sigmaringen, in bocca al feroce teutone?
Leggi un tomo di oltre mille pagine e non riesci a trovare la risposta. Si tratta di Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio di Marina Alberghini (Mursia). L’autrice, amante dei gatti, ha fatto di Céline il suo eroe e non si ha il cuore di chiederle di dire tutta la verità, nient’altro che la verità. Oggigiorno non si possono avere eroi nazisti, non sta bene, lo sanno tutti. Dunque bisogna accontentarsi. Anziché una biografia, abbiamo così un magnifico ritratto a olio. Difatti, sul perchè Céline andò a Sigmaringen, la Alberghini scrive che lo fece perchè…«prima di tutto a Sigmaringen c’era bisogno di un medico e questo su di lui era un forte richiamo…A Sigmaringen lo attendevano nuove esperienze, nuove avventure, cose da vedere».
Da non credere! Stai a vedere che, nell’Europa del 1944, di medici c’era bisogno solo a Sigmaringen! E allora chiediamo: ma davvero solo in quel preciso angolo di Reich, dove si ammassarono i fascisti francesi irriducibili, si potevano avere “nuove esperienze”, “nuove avventure”? L’autrice forse non ha colpa, per questo suo modo di piegare in quattro le biografie per farne ritrattini d’occasione. Si sarà certo detta: un così bravo scrittore, così affezionato al suo gatto Bébert…non può essere nazista.
Noi confermiamo che, difatti, Céline nazista dichiarato, iscritto, inquadrato, non lo fu mai. Un anarchico del genere, anzi, un anarchista del genere (poiché Céline non era funzionale neppure all’anarchia), non poteva avere un’ideologia condivisa con un’istituzione, un partito, un sistema. Certo, in questo senso Céline non fu mai nazista. Solo che si può dire in tutta tranquillità che ebbe le medesime idee dei nazisti, ma pensate in modo diverso. È mai possibile?
Trattandosi di Céline, tutto è possibile. Qualcuno lo ha scritto, ad esempio Elena Fiorioli, che nel suo Céline e la Germania, pubblicato a Verona nel lontano 1982, precisò che «l’antisemitismo céliniano non è sorretto da una argomentazione scientifica e proprio per questo suo aspetto d’improvvisazione differisce dalle teorie naziste». Erano due antisemitismi. Quello di Céline era tutto viscere e invettive, ma certo non meno radicale, tanto che ci fu chi, tra i nazisti, trovò sconveniente quella prosa così violenta. I pamphlet antisemiti di Céline ebbero fredda accoglienza nella Germania nazista: furono giudicati…troppo aggressivi. Eppure, scriveva sempre la Fiorioli, «Céline condivise con il nazionalsocialismo la convinzione che gli Ebrei, “commercianti di cannoni”, fossero i responsabili di tutte le guerre».
La Alberghini sottolinea parecchie volte che Céline era pacifista, che per un momento ce l’ebbe con gli ebrei, è vero, ma solo perchè gli sembrava che fossero loro a fomentare la guerra…in realtà nulla di personale, assolutamente. Céline era pacifista, quindi – così ragiona la Alberghini – non poteva essere nazista. Poi apri il Kershaw, sfogli l’Overy, leggi il Gobbi, insomma, storici di nome. E scopri che, nel 1939, e poi ancora nel 1940, ma anche dopo, se c’era un pacifista in Europa, quello era Hilter, che non volle la guerra, che ci rimase male quando gliela dichiararono, che offrì invano la pace agli inglesi una, due, tre volte, che incolpava gli ebrei di forzare la mano al governo di Londra per fargli continuare la guerra…insomma, le stesse convinzioni di Céline. Non piccole sfumature. La medesima lettura della situazione politica.
Allora ripensi a quanto ha scritto Philippe Alméras nella sua biografia di Céline del 1997. Una pagina a caso: il 29 ottobre 1942 «la “Commissione di studi giudaico-massonici” dà un pranzo in occasione dell’uscita del numero speciale di Welkampf, dedicato alla questione ebraica in Francia…Céline è citato in testa alle personalità francesi presenti…». Che ci faceva Céline, in quella data tarda, insieme agli “esperti” nazisti di giudaismo, e insieme a Montandon, a Pierre Costantini, a Henry Coston, il “meglio” della militanza francese anti-ebraica? Ma forse dobbiamo chiederci: dove avrebbe dovuto trovarsi, se non lì, uno che era amico di Abetz, di de Brinon, di Luchaire, di Daudet…uno che condivideva il nazionalismo radicale di Maurras ma che, a differenza del vecchio maestro, amava la Germania?
Céline, è vero, era proprio una specie di gatto randagio, e il titolo del libro della Alberghini è ben scelto. Ma era un gatto con artigli belli forti, in grado di far male. E li adoperò, quegli artigli, e distribuì graffi profondi un po’ a tutti. Ma per alcuni ne ebbe più che per altri. Come dire: «Io voglio che si faccia un’alleanza con la Germania e subito…Confederazione degli Stati Ariani d’Europa…L’alleanza franco-tedesca significa la potenza giudeo-britannica ridotta a zero. Il fondo stesso del problema colpito, infine. La Soluzione». Firmato: Céline, 1938. Diciamo che Streicher, ma anche Himmler, di sicuro Hitler, non avrebbero potuto che sottoscrivere. E ammettiamo senz’altro che, per non essere stato un nazista, Céline sapeva parlar chiaro. La verità, sullo speciale “anti-nazismo” di Céline, la disse un giorno Lucien Rebatet: «Céline non perdonò a Hitler di aver perso la guerra».

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