Quando la Verità storica cancella le falsità…

“Il delitto imperdonabile della Germania prima della Seconda Guerra Mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto.” (Winston Churchill, 1960)
“Non fu la politica di Hitler a lanciarci in questa guerra. La ragione fu il suo successo nel costruire una nuova economia crescente. Le radici della guerra furono l’invidia, l’avidità e la paura.” (Generale J. P. C. Fuller, storico della Seconda Guerra Mondiale)
“Abbiamo fatto di Hitler un mostro, un demonio. Sicché non abbiamo potuto sconfessare questo dopo la guerra. Dopotutto, avevamo mobilitato le masse contro il diavolo in persona. Così siamo stati obbligati a recitare la nostra parte in questo scenario diabolico dopo la guerra. In nessun modo potevamo dire al nostro popolo che la guerra era solo una misura economica preventiva.” (James Baker, sottosegretario agli Esteri USA, 1992)
INFATTI
“Noi non conduciamo la nostra politica economica secondo le vedute o i desideri dei banchieri di New York o di Londra, la politica economica della Germania viene invece condotta esclusivamente in base agli interessi del popolo tedesco. Ed in ciò sono un fanatico socialista che conserva costantemente davanti ai propri occhi gli interessi totali del suo popolo.” (Adolf Hitler, 24/2/1941)
Cosa vogliamo
Della “damnatio memoriae”, ovvero la Storia, giudice degli eventi
(di Antonio Bergamini, Gabriele Gruppo, Barbara Spadini)
Con la seguente comunicazione, che arriva mesi dopo alcuni eventi:
1- attribuzione della borsa di studio al Prof. Magg. Ferruccio Spadini in data 8 settembre 2011 da parte del Provveditore agli studi di Mn;
2- attacco a Barbara Spadini, da parte degli ambienti della sinistra mantovana , della CGIL provinciale ,della sezione locale A.N.P.I., dell’osservatorio sulle discriminazioni territoriale, della comunità ebraica mantovana, dopo aver partecipato alla conferenza di Forza Nuova, alla presenza dell’on. Roberto Fiore in data 23 settembre 2011;
3- interrogazione sugli eventi di cui sopra in data 15 ottobre 2011 girata da FIVL-FF.VV. (Federazione italiana volontari della libertà- Associazione Fiamme verdi) di Voghera e Brescia alle persone istituzionali qui sotto citate:
>prof. Giuseppe Colosio, Direttore Ufficio scolastico regionale
>prof.ssa Francesca Bianchessi, Dirigente USP reggente di Mantova
>prof. Roberto Archi, Dirigente I.C. “Luisa Levi” di Mantova
>E P.C.: dott. Nicola Sodano, Sindaco di Mantova
>dott.ssa Cristina Bonaglia, Assessore all’Istruzione del comune diMantova
>sigg.ri Capigruppo Consiliari del Consiglio Comunale di Mantova
>dott. Alessandro Pastacci, Presidente della Giunta Provinciale di Mantova
>dott.ssa Francesca Zaltieri, Assessore alla cultura della provincia diMantova
>sigg.ri Capigruppo Consiliari del Consiglio Provinciale di Mantova
>dott. Roberto Formigoni, Presidente della Giunta della regione Lombardia
>dott. Gianni Rossoni, Assessore all’Istruzione della regione Lombardia
>dott.ssa Monica Rizzi, Assessore ai Giovani della regione Lombardia
>arch. Alberto Cavalli, Sottosegretario all’Università della regione Lombardia
>dott. Davide Boni, Presidente del Consiglio regionale della Lombardia
>dott. Claudio Bottari, Consigliere regionale della Lombardia
>dott. Carlo Maccari, Consigliere regionale della Lombardia
>dott. Giovanni Pavesi, Consigliere regionale della Lombardia
>dott. Franco Nicoli Cristiani, Consigliere regionale della Lombardia
>dott. Mauro Parolini, Consigliere regionale della Lombardia
>dott.ssa Margherita Peroni, Consigliere regionale della Lombardia
>sig. Renzo Bossi, Consigliere regionale della Lombardia
>sig. Alessandro Marelli, Consigliere regionale della Lombardia
>sig. Pierluigi Toscani, Consigliere regionale della Lombardia
>dott. Giambattista Ferrari, Consigliere regionale della Lombardia
>dott. Gianantonio Girelli, Consigliere regionale della Lombardia
>dott. Francesco Patitucci, Consigliere regionale della Lombardia
>dott. Gianmarco Quadrini, Consigliere regionale della Lombardia
>sigg.ri Capigruppo Consiliari del Consiglio Regionale della Lombardia
intendiamo esprimere alcune idee in proposito che non sono “parole in solitaria”, ma piuttosto, risposta corale intesa ad esprimere un dissenso che – come sempre- verrà esternato attraverso canali liberi e via internet , coinvolgendo portali, blog e social network, affinchè possa arrivare il più lontano possibile ed in modo democratico.
COSA VOGLIAMO:
osservazioni a nome dei collaboratori del Centro di documentazione R.S.I. di Mantova, ente privato
(scrive il Dott. Antonio Bergamini, storico)
“Gli italiani corrono sempre in aiuto al vincitore. “
“Fascismo: I fascisti, in Italia, sono una trascurabile maggioranza.”
“Io comunista? Non posso permettermelo. Non ho i mezzi.”
“In Italia non esiste la verità. La linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi.”
“Lei è comunista, io aristocratico, tutte e due odiamo il popolo: la differenza è che lei riesce a farlo lavorare.”
Ennio Flaiano
Il motore che dà vita al sistema (il nostro mondo)
è sempre e solo la “voluntas di voluntas”
questo voler volere che spinge
a tutto pur di ottenere ciò a cui aneli,
anche allo sterminio di un’intera classe sociale…
A. Schopenhauer
“La storia non ha bisogno di giudici.”
“Non si può studiare ciò che si odia”
A.B.
Che cosa vogliamo?
Non è nostra intenzione convertire nessuno, non siamo missionari, non ci interessa occupare tutte le posizioni di potere all’interno delle istituzioni culturali, non vogliamo fondare una nuova parrocchietta nera che si sostituisca a quella rossa. Non pensiamo di avere la verità, anche perchè al nostro interno vi è un ricco mosaico di posizioni: laiche, cattoliche, di destra sociale, neo-con/bushiane, tradizionaliste, socialiste… Non vogliamo avere ragione. Non odiamo i nostri avversari, che sono semplicemente, per noi, persone che la pensano diversamente, anche se sappiamo che molti di loro ci odiano. Non siamo apologeti del Fascismo. Non siamo i giudici di nessuno. Vogliamo solamente vivere in un regime democratico. Vogliamo partecipare a concorsi nelle università e negli istituti di ricerca storica vedendo valutate le nostre conoscenze storiche, le nostre pubblicazioni e non la nostra fede politica. Vorremmo poter collaborare a costruire una storiografia migliore, in quanto frutto di una pluralità di punti di vista. Vorremmo poter scrivere liberamente su giornali e per case editrici senza il preventivo bavaglio della censura di regime. Vorremmo poter distribuire i nostri libri nelle librerie. Vorremmo poter partecipare a conferenze ed a meeting politici nostri e di amici senza rischiare la vita, sputi ed insulti. Vorremmo che la violenza contro di noi ed i nostri amici fosse condannata senza “se” e senza “ma”, così come noi condanniamo e condanneremmo quella “dei nostri”. Vorremmo semplicemente esprimere liberamente le nostre opinioni.
Sappiamo bene quanto il cammino in questo senso sia lungo e periglioso.
Sappiamo cosa successe a Renzo De Felice, a Guareschi, a Montanelli e, pur non potendo avvicinarci alla statura di questi giganti,non ci facciamo illusioni.
Se potessi fare una domanda a qualche nostro avversario, la principale sarebbe questa: come mai nei Dipartimenti di Storia contemporanea- e non solo- e negli istituti di ricerca lavorano solo persone di sinistra? Come può scaturire da tale monocultura qualcosa di veramente valido in termini storici, quando la storia nasce da scontro di idee leale, da contaminazioni, da meticciamenti ed ibridazioni continue di punti di vista, da revisioni e approfondimenti continui?
Quanti storici oggi oltre ad andare ai convegni dell’A.N.P.I., vanno a alla fondazione r.s.I. di Cicogna(Terranuova Bracciolini, Ar) a fare ricerche, quanti a Mantova sono stati alla Piccola Caprera di Ponti sul Mincio (Mn) a visionare gli archivi ed ad intervistare i reduci?
Oggi la storiografia è ridotta allo stesso misero livello del giornalismo italiano, ridotto cioè a ricalcare narrative consunte e stereotipate.
Un tale livello hanno le università italiane da non essere, nessuna di esse, ai primi posti tra le università europee. Esse producono in serie letterati monodirezionali, ingessati entro le gabbie di un’ ideologia ed i risultati a tutti i livelli e gradi scolastici sono questi: “Il muro di Berlino? Costruito dagli occidentali e smantellato dai soli sovietici. Il regime comunista di Mao in Cina? Un tentativo di migliorare la qualità della vita del popolo. Cosa sono la destra e la sinistra come movimenti politici? La destra promuove le disuguaglianze sociali, la sinistra tenta di rimuoverle…”.
È la storia che viene insegnata ai nostri ragazzi, nelle scuole medie superiori. È la Storia tagliata con l’accetta, i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Vincenzo Merlo, docente di ruolo di Diritto ed Economia politica in una scuola secondaria statale lombarda, ha provato a dare un’ occhiata ad alcuni testi delle discipline citate, in uso (o proposti per l’adozione) negli altissimi anni, dal 2002 al 2004 e ha segnalato a Libero alcuni casi emblematici. Dal testo “Stato e mercato” di Luigi Bobbio, Vittorio Falletti e Maurizio Maggi (Einaudi Scuola, Volume classe prima, Anno 2002 – pagg. 105,106) leggiamo: «… l’atteggiamento verso le disuguaglianze è ciò che distingue in modo più evidente la sinistra e la destra… Le politiche volte a ridurre o abolire le disuguaglianze sociali sono in genere avversate dalla destra». Insomma, la destra si accanisce sul popolo, la sinistra lo protegge. Neppure una parola sull’effettivo fondamento storico della contrapposizione citata, è cioè la divisione esistente nel Parlamento rivoluzionario francese del 1789. Proprio dalla diversa collocazione dei banchi dell’Assemblea del Terzo Stato trae origine la dicotomia destra-sinistra: si siederanno a sinistra i rivoluzionari più accesi, che vogliono in quel modo rimarcare l’avversione al cristianesimo e in particolare alla Chiesa Cattolica, nel cui credo si professa che “Cristo siede alla destra del Padre”. A destra siedono coloro che non condividono questa presa di posizione e hanno posizioni più vicine alla monarchia.
Sarebbe poi lunghissimo il discorso su come viene descritto il fascismo. Basti comunque annotare che la quasi totalità dei libri esaminati nulla riporta degli eccidi compiuti nel “triangolo rosso”, nulla delle foibe dei comunisti titini. Tra le interpretazioni singolari della storia recente figurano quelle riferite al regime comunista di Mao e alla paternità del Muro di Berlino, contenute nel testo “Stato giuridico – Stato economico” di L. Gallino e I. Vitrotto (Lattes, 2004, vol. 1°): a pg. 219 si riporta infatti che «… la Cina sarà teatro di una lunga guerra civile che nel 1949 porterà ad un regime comunista. L’economia passa completamente sotto la direzione dello Stato che cerca di migliorare la qualità della vita del popolo promovendo campagne contro l’analfabetismo e favorendo il controllo delle nascite. Mao muore nel 1976». Nulla dice dei milioni di morti causati da quel regime, per esempio con la Rivoluzione culturale. Sempre nel libro di Gallino e Vitrotto sopra citato, a pag. 47, si descrive la vicenda del Muro di Berlino: «… le potenze occidentali nel 1961 riuscirono ad attuare il proposito di separare materialmente la città in due zone con la costruzione di un muro che segnasse il confine tra il sistema capitalistico dell’ovest e l’economia socialista dell’est. Soltanto il novembre 1989, il presidente della Germania orientale Krenz, d’intesa con il presidente russo Gorbaciov, annunciò la demolizione del muro e la riunificazione delle due Germanie…». Tutto qui. Si sa che i manuali devono sintetizzare le nozioni, ma a furia di sintetizzare si arriva a distorcere e a nascondere la realtà, che è ben più complessa di quel che vorrebbero le demagogie.” (Fonte:http://gioventuperugina.forumfree.it/?t=14792370).
Con questo non intendo postulare la necessità di quote di storici alla Manuale Cencelli e neppure la necessità di una via induttiva alla ricerca storica, preferendo la storia alla storiografia.
Qualunque storico agisce mediante teorie o meglio attraverso canovacci di lavoro, spunti, riflessioni generali ed ogni costruzione storiografica è sempre una ricostruzione parziale e “partigiana”, anche la più obiettiva ed in questo senso forse il termine obiettività in ambito storico ha un valore estremamente relativo, che si può associare ai fatti relativi alla storia evenemenziale di braudeliana memoria. La teoria anticipa e regola sempre la ricerca storica, grave è quando i fatti vengono contorti, stravolti od ignorati al fine di rendere infalsificabile la teoria o meglio trasformare la storia in una mitologia.
Questo è avvenuto col fenomeno delle Insorgenze meridionali anti-napoleoniche tacciate quali fenomeni della reazione e del più bieco tradizionalismo cattolico, con la Resistenza vandeana tacciata al medesimo modo, con Vichy, con la Repubblica Sociale. Interi momenti storici stravolti, ignorati, condannati in nome della teoria del progresso illuminista-giacobino.
Il punto di partenza è dato dalla deformazione che l’ideologia fa della realtà. Questa si esplica attraverso una visione immanente, totalitaria, autosufficiente ed autoreferenziale che ridefinisce la realtà attraverso forme categoriali rigide ed eterne e che trova nel teleologismo progressista la propria giustificazione ed il proprio senso. “L’aspetto ideologico consiste nell’ergere la ragione (che è solo una parte della natura umana, e neppure la parte più consistente) a canone supremo di giudizio delle strutture sociali e politiche, nonché a fondamento di un nuovo concetto di società basato su una filosofia meccanica, lontana dalla vera natura dell’uomo, e precorritrice di morte e tirannie” (Fonte: E. Burke, “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”, Ideazione, Roma 1998.).
Nella lotta del bene contro il male non vi possono essere sconti per nessuno, ogni cedimento alle ragioni del nemico viene visto come un tradimento. La forza dell’ideologia è tale che si possono rinnegare genitori, amici figli, in nome di una causa santa e giusta.
Lo scrittore che maggiormente ha indagato il rapporto tra totalitarismo ed ideologia è stato A.I. Solzenicyn sia nella monumentale opera in tre volumi Arkipelag Gulag che in opere minori quali Alla stazione di Krecetovka.
In Arkipelag Gulag l’ideologia viene assurta quale giustificazione del male e della violenza: in poche frasi viene spiegata e definita la figura dell’individuo totalitario giustificato nelle sue azioni dal fine supremo che per i nazionalsocialisti era la salvaguardia della razza, la salvezza e la potenza della Germania, per i conquistadores la fede e per i giacobini vecchi e nuovi il progresso dell’umanità. La stazione di Krecetovka, a mio parere il più pregnante esempio del male che ha demolito le basi della società russa, illustra la parabola morale di un «uomo sovietico» nel quale il germe dell’ ideologia e della sospettosità staliniana s’è tanto radicato da portarlo a commettere una mostruosa ingiustizia.
Il fondamentalismo ideologico porta alla morte dell’ uomo, o meglio e che poi è la medesima cosa, alla morte della sua libertà con la condotta di vita delegata all’ideologia stessa.
Questa forza dell’ ideologia, morte le grandi ideologie del XX° secolo, è sopravvissuta negli attori umani reduci dell’ Età delle ideologie. Essi non si rendono conto della fine di un mondo ed ancora, come ai tempi di Torquemada, pretendono pubbliche abiure in nome delle loro idee giuste e sante a priori.
“Perché l’ideologia, in particolare e soprattutto quella comunista, è contraria alla Verità? Lo è per l’egualitarismo che contraddice e sopprime la libertà personale. Lo è per il totalitarismo che concentra in pochi il destino di molti. Ne vincola l’intera vita sociale, stermina il dissenso e lo reprime come inammissibile e imperdonabile. Lo è in quanto derivazione perversa e contraddittoria dal settecentesco Secolo dei Lumi. L’ideologia comunista comincia con il finto amore per l’Uomo, ma esso, nell’intelletto e nella pratica, finisce con l’orrore della vita. Io ho vissuto nel Partito impraticabili, estranianti ideali, io ho vissuto l’ideologia dell’avversione all’uomo. Mi sforzo di indurre gli altri a fare i conti con un passato che è praticamente fallito, ma non è morto. Mi batto perché esso non venga rimosso senza essere stato affrontato criticamente e senza una contestazione civile, ma implacabile….” (Fonte: Massimo Caprara, Da Palmiro a Nicodemo).
Si può forse parlate di tradimento dei chierici? Sì, quando l’intellettuale abbandona la ricerca disinteressata e libera per mettersi al servizio di una ideologia.
In effetti molti intellettuali si definiscono democratici, ma molti dimostrano l’esatto contrario, demonizzano l’avversario, che non combattono con idee e proposte alternative, ma mediante i soliti stereotipi dell’ ur fascismo.
“E’ opportuno soffermarci” a questo punto “ sul concetto di tolleranza.
Il vero significato di tolleranza rimane, invece, quello di rispetto per ciò che è diverso. Rispetto che non implica accettazione, condivisione o confusione, ma, semplicemente, pacifico riconoscimento delle proprie differenze.
Chiarito così il concetto di tolleranza (concetto strutturale dell’identità occidentale), dobbiamo ora specificare come esso sia necessario a qualsiasi identità che voglia preservarsi: la falsa tolleranza porta alla rinuncia, la mancanza di tolleranza porta alla degenerazione, la vera tolleranza permette di conservare la propria identità.
In questo senso, e in questi limiti, possiamo affermare che la tolleranza è un elemento essenziale di ogni vera identità.” (Fonte: Francesco Marascio Ideologia: negazione di ogni identità.).
In questa battaglia per l’egemonia culturale la sinistra ha smarrito buona parte dei principi che ne hanno informato dalla Rivoluzione Francese in poi l’agire; lo stesso illuminismo franco-kantiano risulta fondamentalmente distorto in buona parte dei suoi principi fondamentali, o piuttosto- come direbbe qualche critico conservatore -sono addivenuti ad una piena attuazione. Questo almeno in due campi: nell’attuazione di principi fondamentali non applicati agli avversari ed in una visione profetico-teleologica del proprio agire.
A livello generale la complessità del livello emico viene dedotta e semplificata attraverso le categorie etiche dell’ elite progressista, la quale ha dato alla storia un livello di finalità inversamente proporzionale all’ agire complicato ed articolato della storia sugli attori sociali e politici.
Si tratta di una storiografia fortemente moralista, che ha soprattutto per la storia economica e in parte per quella sociale un indubbio valore, ma che trasforma lo storico in giudice.
A parte questi difetti generali tipici di una visione della storia come progresso, una visione anti-vichiana senza dubbio, vi sono due interrogativi generali: uno relativo alle resistenze al revisionismo anche neutro ed un altro sul valore del revisionismo stesso.
Per il primo punto le resistenze in Italia fortissime si strutturano a tre livelli: il primo generale riguarda la formazione della mitologia fondativa repubblicana e la sua messa in crisi. Vi è un secondo livello ideologico-teleologico il quale definisce la lotta del bene contro il male e quindi la categorizzazione definitiva di vinti e vincitori in due ambiti dai quali non è possibile uscire.
Ad un terzo livello vi è in molti la consapevolezza della fragilità della vulgata resistenziale, sia in termini numerici che nelle finalità politiche della stessa, non legata- nella maggioranza dei suoi attori – a termini di libertà e democrazia, che furono propri della minoranza resistenziale di cui Edgardo Sogno rappresenta un fulgido esempio, troppo legata alla politica stalinista di Togliatti. Una posizione debole deve essere difesa con estrema aggressività.
Questo non significa demonizzare la Resistenza ma inserire Fascismo, R.S.I. e Resistenza nel loro contesto storico fatto di luci ed ombre e vederne i limiti così come è giusto fare.
Personalmente sono anche contrario all’ apologetica fascista, che vale quanto quella dell’ antifascismo militante. Piuttosto il Fascismo deve essere studiato nel suo contesto con modalità storiche e senza pretendere di fare il giudice della storia degli avversari.
Vorrei fare un’ultima considerazione riguardo al concetto di colpa collettiva che viene definita sul Fascismo soprattutto riguardo alle leggi razziali. Una delle pagine più nere del Fascismo, ma va anche detto della popolazione italiana, visto che i soli ad opporsi veramente a queste furono la Chiesa Cattolica e ,paradossale, alcuni gerarchi. Se colpa collettiva fu, fu di quasi tutti gli italiani anche di quelli che a guerra perduta divennero comunisti: e come non ricordare articoli vergognosi sugli ebrei di taluni futuri intellettuali di sinistra che di ciò mai pagarono pegno.
Conseguentemente mi faccio un’ ultima domanda: chi combattè agli ordini di Togliatti e Stalin non è oggettivamente colpevole delle loro nefandezze? Vale solo per Ferruccio Spadini il discorso?
Non esistono mezze misure
(scrive: Gabriele Gruppo, Associazione culturale Thule-Italia)
“La storia la scrivono i vincitori”
H. Goering.
Quando in Italia nell’ultimo decennio s’è toccato il tasto della storia contemporanea, in molte occasioni son stati fatti “appelli al dialogo”, “appelli per la pacificazione”, oppure son state ipotizzate tavole rotonde storico/culturali, aventi lo scopo di dare alla luce una memoria nazionale “condivisa”. In cui prendesse altra forma, più in sintonia con l’evoluzione del nuovo secolo, il retaggio portato in dote da quel che fu il mutamento politico nazionale tra il 1943 ed il 1945, culminato con l’avvento della repubblica “nata dalla resistenza”.
Non facciamoci illusioni però, che ché se ne dica la storia non potrà mai essere un campo neutro, o qualche cosa che possa essere suscettibile a compromessi disinteressati. Per cui chi brama certi traguardi “pacificatori” forse ha la coda di paglia e la faccia di bronzo, o più semplicemente non comprende lo spirito della società attuale; superficiale e materialistico.
I fautori di tale mirabile sforzo storico/analitico vorrebbero addirittura indirizzarlo in nome e per conto delle “giovani generazioni”. Ovvero uno degli spazi di manovra più solcati da ogni tipo di pressione mediatica, e da una costante ed invasiva attenzione della propaganda commerciale. Solo un cieco non vedrebbe quanto questi “giovani” siano da tempo assuefatti ad una moltitudine di stimoli esterni, spesso antivaloriali, e comunque ormai disabituati nella maggior parte dei casi anche solo ad avere una seppur vaga opinione sul proprio futuro. Figuriamoci dunque riconoscersi in un passato lontano, di cui non colgono nulla più che attraverso un’infarinatura scolastica.
Sorvoliamo dunque sui risultati e sull’efficacia di questi proponimenti pedagogici, che spesso zoppicano quanto coloro che li propongono.
Ci siamo infatti ormai abituati a non credere più a nulla di tutto quel che giunge dalla cultura ufficiale, e a vederne, non certo senza compiacimento, la sempre più marcata carenza di strumenti efficaci che facciano presa sulle masse, ed il suo inesorabile declino presso la comunità nazionale.
Basterebbe semplicemente indagare su quanta stima godano ad esempio le Istituzioni repubblicane presso il popolo, o quale sia l’opinione sugli “alti” esempi d’ipocrisia e di falso perbenismo che abbondano presso la classe dirigente italiana, per avere più di una conferma a riguardo di quel che abbiamo appena scritto.
Posta questa breve constatazione del presente, ci viene da riflettere come la vicenda qui trattata di Ferruccio Spadini, colui che reca ancora l’onere d’aver “perso la guerra”, e del tentativo di riabilitarne integralmente la memoria nella società mantovana portato avanti da sua nipote Barbara, sia un perfetto esempio di come uno sforzo, non legato a finalità dubbie, possa trovare ostracismi spesso stupidi, sempre ideologici, da parte di chi si proclama “garante” della libertà di pensiero, d’espressione, e di correttezza intellettuale.
Intoccabili custodi di una verità storica che non ammette obiezioni sostanziali, ma solo qualche piccolo lifting superficiale.
La risposta sta nei fatti e nelle azioni di coloro che si palesano quali avversari di Barbara Spadini, i garanti della verità ufficiale, contro lo scandalo eretico da lei portato, di chi praticamente, a lor detta, dovrebbe vergognarsi delle proprie origini, ed invece ostinatamente ne porta con orgoglio le istanze.
La levata di scudi che sempre accompagna ogni capitolo del “caso Spadini”, rappresenta la contraddizione provata e la malafede intellettuale dei sedicenti uomini liberi, che vorrebbero in realtà stroncare sul nascere una verità alternativa, che certamente poco garba, poiché rimetterebbe in discussione le fondamenta stesse della loro autorità di decidere chi debba essere orbato di legittimità storica, e chi ascendere a fulgido esempio per il presente e per l’avvenire.
A raccontar favole sulla propria imparzialità in molti son capaci, specie se ricoprono ruoli nel sistema vigente.
La verità, così come la storia, è da sempre oggetto politico e strumento di legittimazione, anche se l’ipocrisia imperante nega tale evidenza. Non v’è nulla per noi che provochi così tanta irritazione di chi non ammette la propria partigianeria, ma si ricava comodi ruoli super partes, contraddetti fin dai primi passi. O che scalpita veemente, per denunciare il tentato incendio doloso ideologico contro la sacralità laica del processo di sedicente “liberazione” resistenziale; quel fatto storico che sta ufficialmente alla base della Repubblica italiana, dunque della legittimità politica, e finanche morale, di queste persone.
Nel “caso Spadini” riscontriamo per ciò tutti i segni evidenti dell’ipocrisia di certi sodalizi politico/culturali.
Il mancato riconoscimento pubblico, in seno alla comunità mantovana, della memoria di un suo appartenente dalla comprovata onestà esistenziale, e dall’indubbio valore quale combattente d’Italia.
L’ottusità nel non voler ammettere dopo decenni di distanza dai passati trascorsi il marchiano errore processuale che ci fu, e fu commesso contro Ferruccio Spadini uomo e ufficiale dell’esercito, pur avendo egli a sua difesa odierna una postuma sentenza assolutoria della Corte di Cassazione, organo di quello stesso Stato tanto difeso dai democratici.
Sono queste le due prime palesi storture che balzano agli occhi. Perorate da coloro che, ad esempio, parlano di sedicenti “morti irriducibilmente diverse” per sminuire il torto fatto a Ferruccio Spadini, attraverso vani e capziosi paragoni biografici, con altri esempi di vittime del secondo conflitto bellico.
Questo è un tipico esempio di machiavellismo propagandistico, e reca tutti i segni della malafede in chi ieri, oggi, e fin quando ne avrà l’opportunità, cercherà di farsi scudo della storia e della verità per conservare il suo piccolo ruolo d’ingranaggio, nel grande meccanismo del sistema vigente.
Sappiamo benissimo che parlare “dalla parte sbagliata” risulta operazione scomoda, svantaggiosa, e che i nemici ed avversari ideologici incontrati da Barbara Spadini attualmente possono godere di una posizione di tutto privilegio, di benemerenza, in quanto esponenti della cultura ufficiale.
Chi andrebbe a criticare il teorema delle “morti irriducibilmente diverse”, se non coloro che intravvedono in esso il bastone del moralismo progressista, il ricatto che pone i morti, ma spesso anche i vivi, nelle due fazioni precostituite; “buoni” e “cattivi”.
Dove i “buoni”, o chi per loro, vincono i “cattivi” sbaragliando l’oscurantismo recrudescente da loro incarnato, utilizzando gli stessi toni dell’Apocalisse di San Giovanni.
Mentre i “cattivi”, incredibilmente qui incarnati da Ferruccio Spadini, la cui biografia sarebbe da far leggere a tanti galantuomini contemporanei, scontano a loro guisa una giusta sconfitta.
“Buoni”, “giusti”, “coraggiosi”, di quanti altri aggettivi positivi vorranno fregiarsi questi eredi diretti di chi, nel lontano 1945, si prostrò ai piedi dei vincitori d’Occidente e d’Oriente, dopo aver combattuto una mediocre guerra di bande armate irregolari, talmente importante per i risvolti bellici degli Alleati vincitori, da non venir mai presa in considerazione ai tavoli delle conferenze di pace degli anni successivi, in cui l’Italia figurava SEMPRE, è bene rammentarlo, come nazione sconfitta.
Ecco dunque un’altra nota dolente, per coloro che vorrebbero fissare la storia in un eterno immutabile presente, attraverso la mera ricapitolazione canonica della vittoria dei “buoni contro i “cattivi”.
In questo ambito Ferruccio Spadini serve a tale canovaccio, come l’emblema della parte d’Italia sconfitta dai “buoni”.
Sì, perché i legulei della cultura ufficiale da sempre insegnano, a nuove generazioni sempre più distratte, che esiste un modo di vincere astuto, senza doversi prendere la responsabilità delle proprie eventuali azioni distruttive, o di dubbia motivazione etica.
Dividendo l’Italia in “buoni vincenti” e “cattivi perdenti” s’è potuto tacere il fatto che la nostra nazione agli occhi del mondo e della storia abbia perso unitariamente la Seconda Guerra mondiale, e pure in malo modo, senza queste distinzioni di lana caprina.
S’è creato l’artificio propagandistico che solo una parte, quella dei “cattivi”, abbia perduto la tenzone tra il 1943 ed il 1945, e che sia stata ricacciata nei meandri del male assoluto. Mentre la parte d’Italia che viene onorata, portatrice di riscatto, è stata quella che in realtà ha furbescamente rinnegato ogni tipo di dignità e di responsabilità nazionali, ed ha deciso d’accodarsi alle salmerie dei vincitori.
Venendo comunque da essi trattata quale utile idiota.
La sopravvivenza del mito resistenziale sta alla base di ciò che resta della legittimità della Repubblica italiana, e i tentativi maldestri di cavalcare ora anche il Risorgimento, ad esempio con le celebrazioni nel 2011 dei 150 anni dell’unità patria, sono la prova che tale mito mostra tutti i segni del tempo, i suoi limiti territoriali, e di reale efficacia di fronte alle esigenze identitarie del XXI secolo.
Ecco perché i gelosi custodi dell’ortodossia culturale non possono cedere anche solo di un palmo dai loro pseudo infallibili parametri di giudizio, o da spauracchi ideologici che ormai hanno fatto il loro tempo.
Riabilitare anche solo parzialmente la figura di Ferruccio Spadini sarebbe come ammettere che anche i “buoni” hanno sbagliato, che anche tra i detentori del male assoluto c’erano delle nature esemplari che travalicavano le concezioni ideologiche per puro amor di patria, e che la servivano in quanto animati non da oscure volontà omicide, come spesso si legge nelle targhe commemorative dei “buoni”, ma da un superiore senso del dovere verso l’Italia.
Non dovrebbero esistere mezze misure di comodo, quando in gioco c’è l’identità della nazione, questo dovrebbero imparare i sacerdoti laici del mito resistenziale, o gli stregoni dello sdoganamento storico per finalità politiche.
Di fronte al nostro futuro si celano le forme di una terra incognita da affrontare, e che potrebbe mettere a dura prova la tenuta stessa dell’Occidente. Gli italiani non possono dunque rimanere ostaggio di una lontana contrapposizione che più non ha senso, e che lentamente tramonta con i suoi ormai canuti protagonisti.
Tutto questo per dire che l’opera di Barbara Spadini noi la vediamo inquadrata nel nobile tentativo di fornire alla comunità, quello che potrebbe diventare un vero esempio superiore unificante. Solo però nel quadro di una nuova concezione educativa, che veda il ruolo del principio di responsabilità individuale indissolubilmente legato alla vita della nazione. Non possiamo infatti proseguire nell’illusione che i dogmi costituzionali, o i conservatorismi storici, ci pongano al riparo da un mondo di vasi di ferro, mentre l’Italia resta vaso di coccio.
Continuo l’opera
( scrive Barbara Spadini, a nome e per conto di se stessa)
Sono una donna di quarantotto anni, insegno da ventisette, sono una moglie, una mamma, una lavoratrice, un’elettrice di questa Nazione, che non chiamo Paese ( erroneo concetto anti identitario in cui non mi riconosco) , nata e cresciuta dal 1963 in avanti, entro una cornice democratica.
Ho studiato nella scuola pubblica, mi sono laureata in una pubblica università, lavoro per la scuola pubblica e nelle scuole pubbliche ho mandato le mie figlie, condividendo questa scelta con mio marito, insegnante di scuola pubblica anche lui.
Sono una donna che non vive con le pattine ai piedi e lo spazzolone in mano, però, forse trascurando qualche lavoro domestico in favore del mio impegno in tanti settori, perlopiù culturali, entro i quali canalizzo i miei interessi – prevalentemente umanistici- che sono legittimamente parte della mia esistenza.
Sono nipote e onorata di esserlo di un professore di lettere, Ferruccio Spadini, uomo di cultura e d’arme per scelta: volontario in tutte le guerre, è stato soldato per vocazione , sapendo morire per ciò in cui credeva, fatto, questo, indiscutibile.
Pluridecorato, eroe della prima guerra mondiale, diviene “traditore della Patria” a causa della sua scelta successiva, ma coerente, quella di militare accanto all’alleato tedesco entro la Repubblica Sociale Italiana, ove diviene Maggiore della Guardia Nazionale Repubblicana.
Muore a cinquant’anni fucilato alla schiena, a guerra abbondantemente finita, legato ad una seggiola che è caduta in piedi con lui, metaforicamente parlando, perchè chi sa morire per scelta e per un’idea, cade in piedi anche se ucciso con onta.
A quest’uomo, a questo nonno, a questo insegnante e militare, patriota ed eroe, ho voluto fortemente tributare da nipote e da insegnante un riconoscimento scolastico, una borsa di studio che dal 2007 viene conferita a livello provinciale, ad alunni meritevoli in uscita dalla ex scuola media, ora secondaria di primo grado, intenzionati a continuare a studiare, divenendo per questo motivo speranza e futuro dell’Italia, in un’ottica culturale, sociale e di promozione di se stessi , delle loro famiglie e della comunità italiana intera.
Nel 2007, una polemica mediatica enorme si abbatteva sulla decisione presa, con toni e sviluppi assai poco edificanti , in una costruzione di eventi , articoli, polemiche, ormai noti che ho sempre trovato artificiosi e – in quanto tali- non hanno certo fermato la mia iniziativa: ho continuato a elargire la borsa di studio negli anni successivi.
Dal 2007 altre iniziative si sono concretizzate attorno allo studio storico della Repubblica Sociale Italiana ed a mio nonno, tra le quali il libro che ho scritto sulla sua figura , pubblicato nel 2008 e presentato in diversi contesti, la mia iscrizione e collaborazione con la Fondazione R.S.I.- Istituto storico di Cicogna, la mia iscrizione e collaborazione con l’Associazione culturale Thule Italia, il mio impegno di studio e di ricerca nel campo storico, le personali conoscenze con ricercatori e studiosi del campo di molte parti d’ Italia, con i quali sono nate collaborazioni interessanti ed altre ne nasceranno.
Insieme a tutto questo, la perdita di alcune “amicizie”, l’essere spesso criticata, il trovare mio nonno e la mia famiglia assai spesso al centro di bufere mediatiche, di polemiche da quattro soldi, di interpellanze ridicole, capziose e faziose, legate a ragioni antistoriche, ma fortemente ideologizzate e politicamente orientate, che certamente non hanno messo e non metteranno mai a tacere Barbara Spadini, a cui si è tentato di ascrivere persino il reato di apologia di fascismo, scordandosi della sua carta di identità.
In ragione delle mie personalissime scelte ed iniziative, protette peraltro dalla legalità entro la quale esse si muovono – ma ,soprattutto, in ragione della mia assoluta libertà di movimento all’interno del contesto culturale e storico in cui opero, essendo promulgatrice del concetto di libertà di pensiero- nel tempo ho osservato come la “cultura”, nella nostra Nazione si espliciti continuamente entro paletti prestabiliti, in ossequio ad interessi politici ed economici che fanno dell’editoria, della promozione libraria e saggistica, ecc. un puro e semplice vassallaggio e commercio.
Se c’è una cosa che non mi trova d’accordo è questo trinomio servo-soldo-cultura, che da studiosa non posso sostenere, in nessun caso.
E’ molto più semplice ed anche intellettualmente più onesto, scrivere, produrre e stampare a proprie spese, promuovendo i propri testi inviandoli gratuitamente agli interessati; costruire dal nulla un centro di documentazione riguardante la storia contemporanea italiana e straniera – in particolare quella dal 1943 al 1945- accessibile a tutti- che divenga nel tempo una Memoria libraria e documentaria, acquistando libri con finanze personali; costruire ed aggiornare un blog gratuito e alcune pagine gratuite sui social network, ricercando notizie dai vari siti internet o da documenti ritrovati; promuovere e sostenere l’opera di case editrici coraggiose, che curano e stampano libri quasi all’indice per la storiografia ufficiale italiana; avvalersi della collaborazione di storici ed esperti preparati ma non “del mestiere”, che ricercano e scrivono con passione e maggior libertà.
Del resto tutto questo impegno lo devo a mio nonno, citato quale:” pagina vergognosa per l’Italia e l’Europa intera”, in considerazione del fatto che- quando lo si valuta “storicamente”- gli si addebitano tutte le colpe oggettive che sono le stesse per cui in Italia, e solo in Italia, esiste una storia dei vincitori ed un’altra- parallela- dei vinti, che risulta sempre di serie infima poichè memoria di coloro che hanno sulle spalle il male assoluto, il “nazifascismo” cosiddetto: e sono i “repubblichini”, naturalmente, macchiatisi di ogni strage e sempre e comunque dannati perchè portatori tutti,anche nelle loro individualità, del marchio di persecutori.
In Italia vige la storia della damnatio memoriae: e su questo intendo lavorare dissentendo, perchè la storia non è un giudice.
Io non ho paura della storia, la ricerco, la studio e ne scrivo, sottoscrivendo col mio nome, cognome, indirizzo, telefono e mail.
Non ho paura del confronto: sono prontissima ad intavolare qualunque discussione, purchè non si parli di “nazifascismi” e di “repubblichini”, di generalizzate “colpe di regime”, di facili pacificazioni, di revisionismi presunti, di negazionismi vari e di tutti gli –ismi che colpiscono come schiaffi ignoranti la nostra cultura, stretta in definizioni che andrebbero invece aggiornate, corrette, illuminate da un pensiero coraggioso, quello che chiamerei “integrativo”.
In questa chiave ecco che, già nei manuali e sussidiari in uso nelle scuole, dovrebbero essere “integrati”, non corretti, alcuni capitoli, che mostrino con chiarezza come non possano essere ignorati centomila caduti della R.S.I, ponendoli nell’oblio, o milioni di giapponesi vittime dell’atomica; centinaia di sacerdoti italiani travolti e massacrati; migliaia di donne stuprate; centinaia di ausiliarie violentate e uccise e che mostrino anche molto bene il “perchè” migliaia di giovani e giovanissimi abbiano generosamente aderito alla Repubblica Sociale Italiana o alle SS italiane : e questo è doveroso che i giovani di oggi lo vengano a sapere e su questo si interroghino e facciano le debite riflessioni, soprattutto prima di raggrupparsi in cortei violenti, pur dichiaratamente antifascisti, aggredendo a parole donne e ragazzine( la sottoscritta e figlie) che intendevano prendere parte ad una conferenza legalizzata e ufficializzata .
Solo estirpando alla radice il controsenso “storia-politica”, o “storia -ideologia”, si potrà finalmente arrivare ad un’integrazione della stessa, riscrivendone- anzi allungandone- pagine intere: questo non è revisionismo, è presa di coscienza, è ammissione di ricerca della verità, è soprattutto desiderio di attualizzare- alla luce di settant’anni di muro contro muro- i fatti e riportarli alla loro vera dimensione: quella storica, fatta di documenti, fonti, testimonianze.
I giudici non servono più, ora, considerando che pesanti addebiti vanno ascritti a tutti i protagonisti di una sventurata guerra mondiale che, se avesse veramente insegnato qualcosa ai popoli, sarebbe stata la più grande lezione di civiltà della storia, ponendo i germi per costruire non un contenitore vuoto, quello della U.E., ma nazioni sagge, sostenute da valori nuovi di autentica cooperazione, nella salvaguardia della propria identità nazionale, basata sulla tradizione, sul lavoro, sul popolo.
Non intendo piegare il mio pensiero, fosse anche il solo ed unico pensiero ed insisterò quindi in questo impegno che – spero- possa contribuire alla verità storica : tutto questo continuando a schivare i gioghi imposti da condizionamenti che ho finora superato senza timori particolari.
Del resto, mio nonno, morto per i propri ideali, ha mostrato ampiamente di non avere paura e in quest’ottica di continuità, non avrei nemmeno altra scelta.
Nuova tessera dell’Associazione
Comunichiamo che, al fine di snellire gli adempimenti relativi ai rinnovi annuali delle iscrizioni all’Associazione, le tessere di iscrizione/rinnovo rilasciate a partire dalla data odierna avranno validità sino al 31 dicembre 2012. Terminato l’allineamento in tale data, le iscrizioni/rinnovi seguenti decorreranno dal 1° gennaio di ogni anno ed avranno validità sino al successivo 31 dicembre.
Contestualmente, presentiamo la nuova tessera.
Giacomo Tognacci


Statuto e Modulo d’Adesione
Approfittiamo dell’ospitalità sul portale di Thule per indicare ai fruitori di questo sito che è stato messo on line lo Statuto e il Modulo d’Adesione del Movimento di Transizione Nazionale sul sito: www.movimentotransizionenazionale.org
Siamo quindi giunti all’otto settembre e – come già qui e altrove preannunciato – è in tale data che viene presentato lo Statuto nonché il Modulo di adesione al Movimento di Transizione Nazionale. Questo passo, nonché l’avvio del tesseramento segna l’effettivo inizio del cammino del Movimento. E permetteteci quindi di spendere qualche parola definitiva. Tale cammino non dipenderà da nessun altro se non dalla volontà del singolo. La vittoria o la sconfitta non saranno perciò ascrivibili a nessun fattore esterno, a nessun incubo che alberga nei nostri sonni, a nessun potere occulto. Non ci saranno giustificazioni di sorta. Il lavoro, lo studio, la famiglia, gli amici, i passatempo sono aspetti fondamentali dell’esistenza di ognuno e nessuno chiede di rinunciarvi. Quello che si chiede è di domandarvi in piena coscienza e consapevolezza quale posto darete con la vostra adesione al Movimento. Se siete soddisfatti della vostra esistenza e dell’attuale società, è ovvio che il Movimento non faccia per voi. Così come se temete di mettere in pericolo il vostro equilibrio, quello status quo verso il quale a parole si è spesso insofferenti ma che nei fatti rappresenta un sicuro rifugio. Non si può fare una colpa se nonostante un epidermico malessere poi alla fine si ritiene il male minore: siamo comunque – nolenti o volenti – figli di questa società. Però diviene una colpa quell’atteggiamento di adesione spirituale “part-time”. Questo sì che è deleterio per un gruppo che si sta formando poiché chi vi sarà vicino si fiderà di voi, della vostra presenza – subordinata ovviamente alle personalissime faccende pratiche della quotidianità -, del vostro apporto per poi ritrovarsi solo, nuovamente solo potremmo dire. Perciò come atto di rispetto verso coloro che in questo Movimento credono fermamente soffermatevi e chiedetevi se questo sia il vostro cammino. E infine ricordiamo che il Movimento non è in competizione con alcuno, né in contrapposizione con altre realtà che in modo complementare, simile o alternativo lottano (o tentano di lottare) contro questa società. Il Movimento è nato per porre su un tavolo un progetto basato su un Programma sensato e se ciò è stato visto come pericoloso da chi avrebbe dovuto esultare per la nascita di qualcosa di serio e di ponderato che potesse fornire uno stimolo non può essere un nostro cruccio. Il compito del Movimento è chiaro, le sue finalità sono chiare, quindi c’è spazio per chiunque riconosca nel progetto del MTN una validità e voglia quindi collaborarvi.
E ora vi lasciamo allo Statuto e al Modulo di adesione con una premessa di carattere pratico. Ovvero lo Statuto e l’annesso Manifesto hanno iniziato l’iter burocratico del quale bisogna attendere il termine previsto – ci teniamo larghi per la settimana prossima – prima di raccogliere le quote. Quindi, già da oggi potrete inviare il Modulo completato ma sapendo che le nostre risposte con i relativi estremi per il tesseramento vi giungeranno a partire da martedì 20 settembre.
Per il Movimento!
Agli Uomini e alle Donne di Thule Italia
Qualche anno fa – quando mi avvicinai a Thule Italia con un paio di commenti sul Libro degli Ospiti del sito ed una timida offerta di collaborazione nell’ambito della grafica Web – non immaginavo nemmeno lontanamente il percorso che mi si sarebbe aperto davanti.
All’epoca, in verità, la mia idea non si spingeva oltre il considerarmi un simpatizzante che avrebbe potuto supportare a distanza una bella iniziativa. A distanza, appunto.
La realtà si è rivelata alquanto diversa e, attraverso esperienze successive nei rapporti umani, nello studio e nel lavoro, mi ha portato – del tutto inaspettatamente – sino a questo giorno.
E’ stato un viaggio relativamente breve (ed anche, oserei dire, intrapreso tardivamente) nel quadro della mia vita, ma d’una intensità tale da influire profondamente su di me. In sintesi, una concezione del mondo consolidatasi in anni di letture, osservazioni e riflessioni ha avuto modo di arricchirsi quasi improvvisamente di nuove prospettive, nuovi scorci prima pressoché inesplorati, così confermandosi e rivelando altresì una fecondità ed una “luminosità” che mi era apparsa in precedenza negata.
Ora, nel condividere la consapevolezza della responsabilità del nuovo ruolo assunto, non voglio dimenticare né abbandonare la serenità e, direi, la gaiezza che hanno dominato i miei sentimenti in questi anni di attività.
Nel rinviare alle prossime occasioni d’incontro, chiudo infine questo breve saluto con una promessa di continuità e rinnovamento e con l’augurio di un buon lavoro a tutti coloro i quali vorranno operare per l’Associazione. A coloro che invece ancora cercano la propria via dell’azione, auguro che in Thule Italia trovino ciò che io stesso ho trovato e ne traggano tutto l’arricchimento possibile.
Giacomo Tognacci








