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Il martirio di Norma Cossetto
Norma Cossetto era una splendida ragazza di 23 anni di San Domenico di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l’Università di Padova. Girava in bicicletta nei comuni dell’Istria, alla ricerca del materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo “L’Istria rossa” (terra rossa per la bauxite). Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa. Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare i presenti.
Il giorno successivo prelevarono Norma conducendola nell’ex caserma dei Carabinieri di Visignano, dove i capi banda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nell’ex caserma della Guardia di Finanza a Parendo insieme ad altri parenti, conoscenti e amici. Dopo una sosta di un paio di giorni, durante la notte, vennero tutti trasportati con un camion nella scuola di Antignana, dove Norma subì il suo vero martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi ed esaltati, quindi gettata nuda nella foiba poco distante, su una catasta di vittime istriane.
Il 10 dicembre 1943 i Vigili del Fuoco di Pola recuperarono la sua salma: era caduta supina, le braccia legate con il filo di ferro su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati e altre parti del corpo sfregiate.
La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier.
Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e condannati a morte, costretti a passare l’ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero, obbligati a vegliare la spoglia di Norma alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima. Soli, schiacciati dal peso enorme del rimorso e dal terrore per l’imminente fucilazione, tre di loro impazzirono completamente, prima di cadere all’alba sotto i colpi del mitra.

Nel 1950 l’Università di Padova ha concesso la Laurea Honoris Causa alla memoria della martire delle foibe.
Nel 2006 Licia Cossetto, la sorella sopravissuta alla povera Norma, ha ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, la Medaglia d’Oro al Valore Civile.

La testimonianza di Nidia Cernecca

Nidìa Cernecca nacque a Gimino d’Istria nel 1936. Nel 1943 suo padre Giuseppe, semplice impiegato comunale venne arrestato e, dopo un processo-farsa, torturato e ucciso dai miliziani comunisti italiani e slavi. L’uomo venne decapitato e con la sua testa fu giocata una macabra partita di pallone.

Signora Cernecca, in che periodo avvenne la tragedia che coinvolse la sua famiglia?

Nel settembre del 1943, mese fatale per le sorti dell’Italia, quando gli istriani videro scatenarsi la bramosia di quella parte della popolazione slava che mirava ad annettere, con qualsiasi mezzo, l’Istria e la Dalmazia alla Jugoslavia, identificando tutto ciò che era italiano con il fascismo.

Lei, allora, era una bambina. Quali sono le immagini e i ricordi che hanno segnato per sempre la sua vita?

Avevo sei anni e traumatiche immagini si sono suggellate nella mia infanzia. Eravamo scappati a Cittanova, sperando nella salvezza dal mare. Mio padre, che a quel tempo lavorava in Municipio, non voleva credere a queste condanne senza colpa. Era stimato e amato da tutti. Consigliato da mia mamma, si era rifugiato nei dintorni di Cittanova per starci relativamente vicino. La mamma – come fosse un ostaggio – fu imprigionata per alcune ore ma poi fu rilasciata poiché, nel frattempo, erano riusciti ad arrestare il papà. Noi non lo vedemmo più. Tutto ciò che è stato scritto sulla sua morte è stato raccolto da testimonianze di chi l’ha visto incanutire in otto giorni di torture e umiliazioni. Una sorella, imprigionata con i cinque figli nello stesso carcere, sentiva le sue urla. Poi fu visto attraversare il paese con un carico di pietre sulle spalle, impostogli come ulteriore umiliazione di fronte ai suoi compaesani e la conclusione fu che lo lapidarono. Il capobanda Ivan Motika venne in casa nostra ad annunciare con fierezza la sua morte. Ho il ricordo delle sue minacce di morte se avessimo tentato di recuperare il corpo. Dopo, riuscimmo a scappare di notte su un camion carico di bauxite; la nostra unica speranza era Trieste, dove ci rifugiammo.

Cosa vorrebbe dire oggi ai responsabili dell’oblio della tragedia istriana, soprattutto ai nostri giovani, che hanno il diritto, dopo tanto tempo, di conoscere tutta la verità?

Dopo cinquant’anni – anni nei quali il nostro atroce dolore (otto morti in dieci giorni nel nostro parentado) è stato vissuto in dignitoso e composto silenzio – sono venuta a sapere che il persecutore Ivan Motika è ancora vivo. Oggi questo assassino vive impunito la sua vecchiaia a Rovigno, in una bella zona residenziale, fiero, probabilmente, delle sue atrocità e della lunga connivenza italiana, lo so che la giustizia divina ha pensato ai quattro materiali esecutori dell’uccisione di mio padre. Ai giovani invece dico che le atrocità della recente guerra civile nella ex Jugoslavia – così insopportabili per l’animo degli italiani – noi istriani le abbiamo vissute sulla nostra pelle cinquant’anni fa e quella esperienza, abbiamo dovuto conservarla in silenzio, per non essere giudicati, dai nostri confratelli, come fascisti, avendo noi rifiutato di considerarci jugoslavi. Invece – oggi finalmente non ne dubita più nessuno – noi eravamo solo degli italiani e tali volevamo restare, a costo di qualsiasi sacrificio.

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Come promesso, continuiamo con il riportare estratti dal libro “Foibe. Dalla tragedia all’esodo“, titolo dell’omonima mostra visitata lo scorso anno dalla Thule – sezione Lazio.  Entreremo nel vivo dal prossimo articolo, mentre è qui doveroso trascrivere gli interventi e il quadro storico – imperfetto in alcuni passaggi – che  costituiscono l’introduzione del volume.

La precedente parte la potete trovare qui:  Foibe. Dalla tragedia all’esodo (con breve introduzione polemica)

La vicenda storica

1797

Il Trattato di Campoformio

Il declino della Serenissima

Nel 1797 terminò la storia millenaria della Repubblica di Venezia. Nonostante la dichiarata neutralità durante la campagna d’Italia condotta dalla Francia rivoluzionaria, la Repubblica venne invasa dalle truppe francesi di Napoleone Bonaparte che occuparono la terraferma, giungendo ai margini della laguna.

A seguito delle minacce francesi di entrare in città, nella seduta del 12 maggio 1797, il Doge e i magistrati deposero le insegne del comando, mentre il Maggior Consiglio abdicò e dichiarò decaduta la Repubblica, istituendo il governo di una Municipalità provvisoria. Il 17 ottobre 1797 con la stipula del Trattato di Campoformio tale assetto diventò definitivo.

Napoleone entrò così a Venezia, quasi senza che venisse sparato un solo colpo. Poco dopo anche l’Istria e la Dalmazia, ormai caduta la madrepatria, si consegnarono ai francesi.

I territori istriani e dalmati dopo la parentesi delle Provincie Illiriche (1809-1813) passarono all’Austria. Diversa sorte subirono i possedimenti delle isole Ionie, passando sotto il dominio inglese.

1815

Il Congresso di Vienna

L’avvento degli Asburgo in Adriatico

Il Congresso di Vienna si tenne nella capitale dell’allora Impero Austriaco, dal 1° ottobre del 1814 al 9 giugno 1815. A parteciparvi furono le principali nazioni europee che tentarono, così, di dare un assetto all’Europa dopo l’avventura napoleonica”. Nel Nord Italia venne costituito il Regno Lombardo-Veneto sotto il controllo dell’Austria, comprendente i territori di terraferma della Repubblica di Venezia (Veneto, Friuli e Lombardia orientale) e, contrariamente ai principi-guida del Congresso, la Serenissima non fu più ricostituita. L’Istria, Fiume e la Dalmazia entrarono a far parte dei domini austriaci. Nel maggio 1818 il Consiglio di Governo della Dalmazia pur constatando che «gli abitanti della zona montagnosa e quelli della parte marittima erano profondamente dissimili per i loro costumi, inclinazioni, occupazioni, aspetti e lingua», invece di amministrare gli uni con un governo militare – come proposto da Vienna – e gli altri con uno civile, manifestava l’opportunità di «fondere in un popolo omogeneo i due popoli indigeni così profondamente estranei gli uni dagli altri».

1848-1866

L’epoca dei risvegli nazionali

Nel 1848 lo scoppio dei moti insurrezionali nell’Impero Austriaco fu animato da una forte presa di coscienza nazionale. In Italia, nonostante l’impegno dei Savoia, i moti fallirono.

Nel 1861, dopo le vittoriose guerre d’indipendenza e l’impresa garibaldina, nacque il Regno d’Italia. Gli Asburgo non fidandosi più degli italiani e, soprattutto in Dalmazia, cominciarono a favorire l’elemento slavo. Le crescenti tensioni fra Austria e Prussia per la supremazia in Germania, sfociate nel 1866 nella guerra austro-prussiana, offrirono all’Italia l’opportunità di entrare nel conflitto. L’8 aprile 1866 il Governo italiano concluse una alleanza militare con la Prussia. Secondo i piani prussiani, l’Italia avrebbe dovuto impegnare l’Austria sul fronte meridionale. Nonostante le sconfitte italiane su terra e mare (Battaglia di Lissa) l’Italia guadagnò Mantova e l’intera antica terraferma veneta. Rimanevano in mano austriaca il Trentino Alto Adige, il Friuli orientale, la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia.

1914-1918

La fine della prima guerra mondiale

A seguito della Conferenza di Pace di Parigi del 1919 si stipularono una serie di trattati.

L’Impero Austro-Ungarico, con il Trattato di Saint Germain, venne diviso in varie parti: nacquero i nuovi Stati di Austria, Ungheria, Boemia, Cecoslovacchia.

Il Trentino-Alto Adige, la Val Canale, Trieste, l’Istria, diverse isole dalmate e la città di Zara vennero assegnate all’Italia. Tuttavia, gran parte della Dalmazia (Spalato, Sebenico e numerose isole) e Cattaro (promesse all’Italia con il Patto Segreto di Londra del 1915) entrarono a far parte del neonato Regno dei Serbi Croati e Sloveni, che divenne in seguito Regno di Jugoslavia. Per quanto riguarda Fiume, l’Italia avanzava le sue pretese in quanto la maggioranza della popolazione del cosiddetto corpus separatum ungherese era italiana, mentre gli jugoslavi sottolineavano che l’area circostante Fiume fosse a maggioranza slava.

I negoziati si interruppero bruscamente quando, il 12 settembre 1919, una forza volontaria guidata da Gabriele d’Annunzio, occupò la città e fondò uno Stato definito Reggenza Italiana del Carnaro.

II 12 novembre 1920 fu firmato il Trattato di Rapallo che definì i nuovi confini tra Italia e il Regno dei Serbi Croati e Sloveni.

D’Annunzio venne cacciato con la violenza da Fiume (“Natale di Sangue”, 1920) e a Fiume fu costituito lo Stato Libero che ebbe una esistenza effimera. Solo con il Trattato di Roma (1924), Fiume fu annessa all’Italia.

La seconda guerra mondiale

L’addio italiano all’Istria e alla Dalmazia

All’indomani della firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, il Governo provvisorio siglò alcuni accordi con gli alleati che rimandavano la definizione dei confini orientali dello Stato al termine della guerra. In risposta all’armistizio e alla spaccatura della penisola in due, i tedeschi già il 18 settembre costituirono militarmente la cosiddetta Adriatisches Kustenland (comprendente i territori delle province di Trieste, di Gorizia, di Fiume, di Pola e di Lubiana) che tennero fino al 1° maggio 1945. In tale data, i partigiani jugoslavi riuscirono a occupare la città di Trieste per cercare di annetterla assieme ai territori limitrofi alla nascente Federazione Jugoslava e, pertanto, Tito, appoggiato anche dalle formazioni partigiane comuniste italiane che vi operavano, poté affermare di avere il controllo di tutta la Venezia Giulia.

Il 3 luglio 1946 De Gasperi, in qualità di Primo Ministro, dovette firmare a Parigi una clausola con cui accettava la cessione di Fiume, il territorio di Zara, le isole di Lagosta e Pelagosa e quasi tutta la Venezia Giulia (gran parte dell’Istria, del Carso triestino e goriziano e l’alta valle dell’Isonzo), e la creazione del Territorio Libero di Trieste. Il territorio triestino venne diviso in due zone: la Zona “A” (Trieste, Sgonico, Monrupino, San Dorligo della Valle, Duino-Aurisina e Muggia), amministrata dagli alleati, e la Zona “B” (area a sud di Muggia fino al Quieto) amministrata dagli jugoslavi.

La situazione si chiarì solo il 5 ottobre 1954 quando Tito accettò il passaggio della Zona “A” all’Italia, in cambio del riconoscimento dell’amministrazione jugoslava della Zona “B”.

1943

Le prime vittime delle Foibe

I paesi interni dell’Istria furono i primi a essere oggetto della pulizia et-nica jugoslava. Dopo l’8 settembre 1943, alla firma dell’armistizio tra l’Italia e i Governi alleati, l’esercito italiano crollò e smobilitò tutti i suoi reparti, lasciando senza difesa i paesi interni dell’Istria.

Le bande partigiane slave cominciarono a colpire nelle singole località le figure più rappresentative dell’etnia italiana, al fine di terrorizzare quanti non accettavano di partecipare alla lotta del Movimento popolare di liberazione jugoslavo. I primi a essere perseguitati e, in molti drammatici casi, gettati vivi nelle foibe furono carabinieri, possidenti, segretari comunali, maestri di scuola, sacerdoti.

Questo periodo di terrore durò fino alla prima metà del novembre 1943, periodo in cui le truppe tedesche e quelle della neo costituita RSI (Repubblica Sociale Italiana) riconquistarono militarmente il territorio interno dell’Istria.

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È un vero e proprio viaggio nell’archeologia del Novecento. Non si parla infatti delle rovine di antiche civiltà, dei resti muti e affascinanti di templi o arene, ma della presenza ancora viva di testimonianze di pietra relativamente recenti. Molte città europee nascondono nei loro anfratti memorie antiche e meno antiche, alle volte appariscenti, altre volte nascoste, quasi timidamente appartate. Basta saper guardare, ed ecco che il passato improvvisamente riappare. In Germania, ad esempio. I bombardamenti a tappeto della Seconda guerra mondiale, che hanno semidistrutto la quasi totalità delle città tedesche, e poi la rapida ricostruzione del dopoguerra, non sono stati sufficienti per azzerare un tessuto urbano ancora leggibile. Il Medioevo gotico, il barocco, lo stile del neoclassicismo ottocentesco sono ancora ben presenti, uno accanto all’altro. E ben visibili sono anche le presenze del Terzo Reich, con un giacimento architettonico di tutto rispetto. Monumenti, edifici amministrativi, impianti sportivi, palazzi di rappresentanza, case d’abitazione, strutture militari: le nuove e modernissime città della Germania sono risorte accanto alle numerose realizzazioni che il “Reich millenario”, nella manciata di anni che ebbe a disposizione, riuscì a compiere. A volte soffocando ed emarginando, altre volte riutilizzando, la modernità ha comunque stabilito un suo modus vivendi con lo scottante passato “imperiale”: e qui noti un bassorilievo, là un fregio, certe volte un colonnato oppure un piccolo particolare, una data, un ornamento non scalpellato. Molti degli edifici che fecero corona a quella vicenda folgorante che fu l’ascesa del Nazionalsocialismo sono ancora lì. Basta lasciarsi guidare da un’eccezionale iniziativa editoriale, che con una serie di pubblicazioni sta dando vita a vere e proprie guide specialistiche. Esse ci introducono alla presenza leggibile e riconoscibile del Terzo Reich nelle moderne città tedesche. Un modo di fare storia, questo, che è documentazione, testimonianza, valorizzazione della memoria di un’epoca che ha comunque segnato il Novecento, e non solo. L’iniziativa è dell’Editrice Thule Italia, si intitola Orme del Terzo Reich, ed è concepita come una collana, Itinerari fra storia e architettura, di cui sono già uscite le due monografie su Berlino e su Monaco, e di cui è annunciata come prossima una terza, quella su Norimberga. Non semplici guide, in realtà, ma molto di più. Libri di storia, documenti iconografici, e con una cura per il dettaglio che comprova la scientificità e la qualità di questa originale iniziativa. Si presentano itinerari, si ricostruiscono gli scenari storici indicandocene le attestazioni sopravvissute, aprendoci così al racconto dell’epopea politica e insieme offrendo un ricchissimo repertorio fotografico, che rappresenta decine e decine di edifici come erano all’epoca e come sono oggi, con apparati didascalici preziosi, in grado di fornire una esauriente mappatura circa la consistenza e la dislocazione dei numerosi edifici ancora oggi visibili, di quelli modificati e di quelli andati distrutti. Parliamo dunque di uno strumento utilissimo per il ricercatore, per l’appassionato di storia, per il cultore degli stili architettonici e, soprattutto, per tutti coloro che hanno a cuore l’identità storica delle nostre città europee. Che sono veri scrigni di storia, stratificazioni secolari in cui la volontà, la lotta, il destino dei nostri popoli sono incisi quasi fisicamente sulla pietra. L’inserimento della struttura urbana qual’era prima del 1945 e qual’è oggi nel quadro di una ricostruzione storica e iconografica di prima qualità, permette al lettore di seguire passo passo gli avvenimenti politici e il contesto urbano in cui essi avvennero. A Monaco possiamo così, ad esempio, fermarci davanti al numero 41 di Thierschstrasse, la casa che Hitler abitò al tempo del Putsch del 1923, perfettamente tenuta, oppure davanti al terrazzo del terzo piano della Prinzregentenplatz, dove il Führer portò in seguito la sua residenza monacense, e che oggi è la ben conservata sede della polizia. Al numero 50 della Schellingstrasse, a poca distanza dalla famosa loggia ottocentesca della Feldhernnhalle, dove si celebravano i riti nazionalsocialisti, e che è stata risparmiata dai bombardamenti, si trova ancora l’edificio in cui, dal 1925 al 1931, fu stabilito il quartier generale della NSDAP. L’aquilotto in pietra, sovrastante l’architrave del portone, è ancora al suo posto: gli manca solo la testa. E, accanto, in quello che fu il negozio del fotografo Hoffmannn (le foto degli anni Trenta mostrano le vetrine piene di ritratti del Führer), oggi c’è un rivenditore di biciclette. Nella fitta serie di documenti del libro dell’Editrice Thule Italia dedicato a Monaco spicca la documentazione relativa a due grandi palazzi costruiti nel 1935, su progetto originale di Paul Troost: il Führerbau, al n. 21 della Arcisstrasse, dove vennero firmati gli accordi di Monaco, e il Verwaltungsbau, cioè l’edificio amministrativo del partito, sulla Meiserstrasse: entrambi intatti, oggi sono la sede dell’Accademia musicale (da cui sono state tolte solo le enormi aquile al di sopra dei loggiati esterni) e un Istituto di storia dell’arte. E la celebre Casa dell’Arte Tedesca è rimasta al suo posto, solo un po’ oltraggiata dal guard-rail di un recente sottopasso. Anche a Berlino, a parte i più noti edifici come lo stadio olimpico, numerose sono le tracce della nazi-Era armonicamente inserite nel quadro nella nuova megalopoli. Basta pensare al vasto edificio del Ministero dell’Aviazione di Goering, in puro stile neoclassico, oggi adibito a Ministero delle Finanze, sulla famosa Wilhelmstrasse. Oppure, all’ambasciata italiana costruita nel 1940, al palazzone dell’amministrazione comunale berlinese, costruito da Speer nel 1938, fino ai lampioni della Bismarckstrasse, che sono ancora quelli scelti dallo stesso Speer lungo l’Asse Est-Ovest da lui tracciato. Oppure, ancora, i numerosi monoblocchi dei bunker anti-aerei, la Casa dell’Arbeitsfront, l’abitazione di Leni Riefenstahl a Dahlem, il villaggio olimpico…decine, centinaia di documenti di pietra, grandi e piccoli. Forse è anche per questo che, come lamentano certi storici, in Germania il passato non passa.

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