feb 282010

Capitoli precedenti: parte prima, seconda, terza

L’ECONOMIA ORTOLOGICA

IL PROBLEMA CENTRALE

In un precedente articolo si è accennato all’impossibilità di costituire, una scienza economica o di distinguere quella parte dell’economia che è prudenza, scaltrezza, perizia da quella parte che è o può essere scienza, senza prima definire chiaramente i termini basilari ed elementari e raggiungere l’accordo sulle definizioni stesse. Riassumiamo brevemente i principali risultati cui siamo giunti in questa parte, diremo terminologica, del nostro precedente articolo. La MONETA è un titolo o mandato quantitativamente prefissato, scambiabile contro qualsiasi merce o servizio senza altra formalità che la trasmissione da mano a mano e che non frutta interesse come i buoni del tesoro, ferroviari o altri. La moneta è SANA O VALIDA quando è emessa, da chi possiede una merce trasferibile o da chi ha la possibilità di eseguire un servizio, in corrispettivo della merce o del servizio, e quando la merce o il servizio stesso sono desiderati. L’INFLAZIONE si ha quando la moneta è emessa in corrispettivo di una merce o di un servizio non trasferibile o non desiderato, o quando è emessa in eccesso della quantità desiderata o trasferibile o non eseguibile. Il CREDITO di un singolo o di una ditta corrisponde alla fiducia degli altri nella possibilità e intenzione di pagare del singolo o della ditta o eseguibile. Solamente in questi anni un pubblico eletto comincia a rendersi conto, principalmente nelle questioni degli scambi fra Stati, che questi pagamenti, in ultima analisi, vengono effettuati in merce. Tentando di definire la MERCE, potremo chiamare così qualsiasi materia, prima o lavorata. Per entrare però nel campo economico occorre che qualcheduno la desideri. Per fare un secondo passo verso una scienza economica bisognerebbe definire il problema centrale dell’economia ed i suoi necessari componenti o fattori. Lo studio economico trae nome dalla parola oîkos = casa. Staccato da questa sua radice il termine diviene sofisma e teorica vuota poiché la sua ragione d’essere è appunto di far mangiare, vestire e vivere comodamente la gente, il che implica naturalmente l’avvicinamento della merce da dove si trova a chi ne ha bisogno o desiderio. Gli elementi necessari del processo economico in qualsiasi società che abbia superato la fase primitiva sono quattro:

1) i prodotti della natura;
2) il lavoro;
3) il trasporto:
4) il «Monetarv carrier» [1] termine che potremo tradurre in italiano con «mezzo di scambio» «strumento monetario».

Questo strumento è una misura, ma di carattere sui generis.

Non è infatti una misura posseduta dal venditore e che il venditore trattenga dopo aver misurato la stoffa, il grano, il liquido venduto. È anzi portata dal compratore e da questi lasciata al venditore in corrispettivo della merce avuta. Tutti questi elementi sono condizionati e governati dalla volontà. Dal desiderio, dalla fame, dal freddo, sorge la volontà di possedere. Dal senso etico umano sorge la volontà di regolare il processo economico in modo giusto. Qui sta tutto il problema; problema che non esiste in vacuo ma che deve essere situato dalla scienza nel mondo e nel clima dell’intelligenza umana qualè non in un clima intellettuale astratto. È precisamente in questo senso che noi uomini sparsi, indipendenti, di libero arbitrio possiamo servire a qualche cosa, nonostante i limiti della nostra capacità e sapienza. E qui bisogna ch’io elenchi vari fatti, fattarelli e piccolezze di diversa importanza, fortuiti e senza significato apparente se giudicati uno ad uno, ma che sono in complesso indici della natura del terreno cerebrale, e dell’orientamento intellettuale o anti-intelligente. Bisogna che racconti anche fatti da me vissuti, non per intenzione autobiografica, ma solo perché bisogna riferire fatti concreti. Quattro anni fa io stampai una lista di otto quesiti per conoscere l’opinione su di essi degli uomini più intelligenti di mia conoscenza, o che sapevo interessati al problema. Fra questi uno rispose a proposito del quarto quesito: «Bisogna pensarci» Il quesito era: «Se la moneta viene considerata certificato di lavoro compiuto, le tasse non sono più necessarie». Con questo io non intendevo affermare una novità ma mi riferivo a speculazioni ed esperienze già provate. Sui fogli di moneta cartacea emessa dell’UUTERGUGGENBERGER a Wörgl si legge la parola «arbeitswert» cioè valore di lavoro  [2]. Tutto il poema senza metrica che è stampato sul verso di questa moneta merita l’attenzione dei più profondi pensatori. Si legge anzitutto: «Langsam umlaufendes Geld» il che rende chiara la realtà di questa moneta emessa in contatto diretto colle condizioni effettive di quella vallata dell’Inn, dove non c’è che terra e uomini, dove unica ricchezza sono i raccolti, che non si producono da sé. Questa moneta ha circolato effettivamente. Si vede dallo stato dei biglietti, anche di quello mio nonno [3], sgualciti e sbiaditi per il continuo passaggio da mano a mano. La ricchezza della Vallata di Wörgl risulta direttamente dal lavoro. Ed il lavoro solo è posseduto in potenziale da tutti gli abitanti. Attenzione poi alla parola Geld [4] sinonimo in tedesco di moneta, traccia delle invasioni teutoniche. Il francese dice argent. Lo spagnolo danaro perché «ubicunque lingua Romana, ibi Roma». La parola dotta e greca «numismatica» deriva dal fatto che la moneta non è prodotto della natura ma del costume, delle abitudini sociali. Così dice Aristotele e bisogna sempre fidarsi delle autorità La parola nómos ha avuto poi anche un significato più antico: prato, posto dove pascolano le bestie ; poi ha assunto il significato di cibo» e infine significati meno materiali: costume, abitudine. Tutti questi significati della parola non sono accennati da Aristotele nell’Etica Nicomathea. Eppure egli era un uomo riflessivo. Non conosco le vicende morfologiche della parola greca prima di Aristotele, ma per la comprensione chiara dell’economia mi pare un gran peccato che la parola romana pecunia, titolo a una pecora, non abbia continuato a vivere nel suo primo significato e che il mondo sia caduto sotto il dominio del vitello dorato, idolo artificioso, che non ha mai partorito che stragi, paure ed avarizia. Può essere che questo che io dico sembri ai dotti professori e specialisti di una semplicità infantile; dovrei però rispondere che in 18 anni di curiosità economica ho trovato in alto loco una tale ignoranza dei più semplici ed elementari fatti e rapporti economici che sento necessariamente il bisogno di cominciare col chiarire delle cose che sembrano «quasi infantili» o col riferire brani lessigrafici, i più pedanteschi, per evitare guai e confusioni ulteriori. Le tracce di tale ignoranza sono visibili nel linguaggio stesso e la mancanza di logica e di effettiva conoscenza domina il mondo d’oggi giorno. A titolo d’esempio, e non per scherzare, ricordo un delegato ad una conferenza internazionale  che aveva scritto un libro in cui non distingueva fra un aratro e un’ipoteca. Altro aneddoto: avendo il DOUGLAS dichiarato che nel sistema commerciale dell’ottocento la produzione espressa in moneta si crea più velocemente di quel che la potenza d’acquisto venga distribuita, il notissimo professore X «confuta il DOUGLAS» per i suoi buoni allievi  perché a suo giudizio, il DOUGLAS avrebbe trascurato l’elemento «velocità». In realtà egli cita il DOUGLAS omettendo proprio le parole da questo dedicate a quel concetto. È quindi giustificata la diffusa opinione che l’economia non sia una scienza? Io preferisco ammettere che il dotto prof. X non sia uno scienziato nel senso che questa parola si adopera per gli studiosi di chimica e di fisica.

La mia generazione non fu educata nell’economia.

Io presi ad interessarmene nel 1918 o 1919 quando la stampa inglese si mostrava tanto silenziosa nei riguardi del DOUGLAS, e cominciai ad interrogare uomini pratici. Una delle ore più «vissute» della mia vita fu quella che passai in colloquio col GRIFFETHS, fondatore del Sinn Fein, e promotore della più o meno raggiunta autarchia d’Irlanda. Ci, trovavamo nella sua camera per sfuggire ai detectives che infestavano l’albergo. Era l’epoca dell’«armistizio» quando i delegati irlandesi fulono invitati a Londra con garanzia di immunità. Ad un certo momento GRIFFETHS disse: «Tutto quello che voi mi dite è vero. But I can’t move ‘em with a cold thing like economics», cioè io non posso sollevare questo popolo con una cosa fredda come l’economia.

Appresi molto in quel colloquio.

La vita intima dell’uomo dipende dalla moneta. Quasi nessuno ne indaga la natura. Forse il TROLLOPE fu il primo romanziere ad accorgersi di questa verità. Ma non si può scrivere l’Histoire morale contemporaine ignorando la motivazione economica. Si va in fondo o si rimane alle apparenze. Nondimeno le difficoltà per chiunque vuol fare un po’ di luce sono enormi. L’incomprensione è enorme. L’economia non è una cosa «fredda». È una cosa calda, cocente, come la fame, la sete. Entra nelle viscere. «Quia pauper amavi» lamenta Ovidio. I dilettanti di buona volontà, i fanatici, quelli che non hanno pratica degli affari, o della politica, o dell’amministrazione si prestano ad ogni attacco. La paura di un Mc KENNA di tutto quel che, viene «dal di fuori», di tutto quel che è amateur, è quasi giustificata. O almeno io comprendo l’avversione d’un tale uomo per noi autodidatti, per chiunque non sia allenato alla precisione. Ho citato errori dei tradizionalisti. Ma fra noi, cioè fra i miei amici riformatori, gli sbagli sono pure frequenti; sbagli di buona fede, provenienti dal non aver abitudine al metodo, o dal non comprendere la mentalità dei lettori o semplicemente dal fatto che il «terreno» è nuovo. In una scienza già ben conosciuta si potrebbe quasi dire che lo stesso tipografo avrebbe potuto evitare un errore puerile come quello che è nel mio ultimo articolo: a pag. 395 (n. 5-6 del I937). Io non sostengo, infatti, che il 12% di 12 miliardi fa un miliardo; ma che il 12% di 8 1/3 miliardi fa un miliardo! Altro caso: lo SWABEY in un articolo di alto valore ed interesse in «Criterion» a proposito della posizione della Chiesa Anglicana di fronte all’usura, citando una lettera mia privata ed elittica confonde chi emette il danaro con chi lo dà in prestito. Il «Criterion» essendo un trimestrale, occorrono tre mesi per rettificare l’errore. L’articolo invece di essere autorevole, rimane solamente interessante. Tutta la posizione del SWABEY ne risulta indebolita. Dà un vantaggio ai «nemici» Ma solamente nell’economia, fra tutte le scienze, esistono «nemici» in questo senso. L’errore deve servire ad un rischiaramento. Notare a proposito del significato materiale di nómos che il Monte dei Paschi trovò e mise in atto le basi valide del credito nella prima parte del seicento; e cioè:

1) l’abbondanza della natura,
2) la responsabilità di tutto il popolo.

La Chiesa o gli economisti cattolici nel millennio fra Sant’Ambrogio e Sant’Antonino da Firenze misero in luce altri rapporti veri, considerando l’interesse come componente nel problema del giusto prezzo. Così facendo evitavano i fanatismi di chi voleva totalmente abolire l’interesse. La distinzione fra usura e partecipazione non fu nuova. Pur nei libri di Mosè si distingueva fra il frutto ed il corrosivo, neschek, il serpente che morde. Lo Stato, o chiunque fornisce una misura per gli scambi, lavora. In quanto questa misura è stabile o varia in modo sistematico, chiaro a tutti, lo Stato o l’emittente della -moneta merita un compenso. Questa è la base etica per le marchette di Avigliano e di GESELL o per i demurrage charges sulla moneta. Senza parlare in particolare di questo o quel processo economico insisto che per una chiara comprensione della verità economica in genere tutte queste premesse devono essere comprese, messe in rapporto l’una con l’altra e con le loro basi etiche. Nei tempi passati anche coloro che fornivano i dischi metallici avevano una loro funzione e attraverso mille anni di ricerche del giusto compenso l’idea del 5% si è fatta luce. Ma dire che quelli che fanno i calcoli, che tengono una contabilità sana non hanno diritto a niente, sarebbe un assurdo da fanatico. Su questo terreno i socialisti inglesi o alcuni fra loro combattono il DOUGLAS, appunto perché egli cerca il prezzo giusto per tutti i servizi e per tutte le merci. Si deve comprendere che lo Stato emettendo moneta sana e valida serve ed ha diritto a un compenso, compenso che differisce da qualsiasi tassa o imposta. La differenza fra imposta e partecipazione data almeno dal sistema «dei nove campi» dei vecchi imperatori cinesi. Ma è una distinzione cardinale per l’economia ortologica e volizionista. Queste mie frasi sono disordinate? Sembrano confuse? È forse naturale che le comuni opinioni siano confuse: il caos non è mai stato abolito da nessuno.

Il codice Napoleone non lo abolì.

Del resto un’idea nuova, o magari una scienza, nasce dal caos. Bisogna poi considerare non solamente la confusione esistente nelle opinioni del pubblico ma anche le condizioni e le contingenze in cui si trova quel migliaio di persone più o meno qualificate e competenti a collaborare nella formazione di una cognizione vera. Il W., per esempio, non distingueva fra aratro e ipoteca. Il vecchio X che era consigliere della Banca d’Inghilterra e simultaneamente del Governo americano, tanto che dopo le sue dimissioni si sussurrava che tutti e due lo impiegavano più come informatore che come consigliere, sedeva nella vita privata su un ricco sofà e confessava: «Signora, le confesso, io non ci capisco». Parole che rimano con quelle di un giovane e brillante professore di Cambridge: «Ma non capiscono!». Egli parlava dei suoi colleghi della facoltà economica di quella Università e ripeteva con voce sempre, più soffocata: «But they do…. not… know. They do not KNOW». Abbiamo di fronte una incomprensione vera. Ed abbiamo inoltre da combattere i nostri propri difetti di metodo e di pervicacia ed i nostri personali limiti d’intelligenza. Veniamo al concreto e al particolare. DOUGLAS era ingegnere abituato a far i suoi disegni e a presentarli ai competenti. Diceva, da sè, che non era un capo di partito, che non poteva capeggiare un partito. Dopo la visita del DOUGLAS agli S. U. A. il senatore CUTTING mi scriveva con amarezza che egli aveva dato un ricevimento in onore del DOUGLAS, invitando quanti senatori e deputati credeva capaci di comprenderne le teorie. «DOUGLAS hadn’t sold the idea». DOUGLAS. che non era al corrente delle abitudini americane, non aveva «esposto» le sue dottrine, si era insomma condotto come un qualsiasi europeo modesto che va ad un ricevimento ed aspetta che gli altri gli rivolgano delle domande. La lista mandatami da CUTTING dei senatori capaci di comprendere l’economia, è breve, da un certo punto di vista, tragicamente breve. Era distinta in due gruppi: di quelli competenti a comprendere il Social Credit, e di quelli aderenti ad altre dottrine «eretiche» ma interessati all’economia. La sua lista dei deputati era ancora più breve, ma egli scriveva che naturalmente conosceva meno i membri dell’altra Camera che quelli del Senato. La morte di questo senatore in un incidente aviatorio ha certamente procrastinato la riforma monetaria nel mio paese. Ma si pensi alla posizione d’un altro senatore più vecchio che parlando al CUTTING diceva: «lo non comprendo il Douglasismo, ma se Lei lo vuole io vi sosterrò». Evviva l’amicizia personale! Non si può certo definire però quest’attitudine precisamente scientifica. Altro caso, il BRENTON, conosciuto in privato con l’appellativo di «cane malaticcio» è un bravo ragioniere. Vive in un’atmosfera di nobile passione ed esasperazione. Per dieci anni ha battagliato quasi da solo, calcolando le percentuali del «A» e del «B» nell’algebra Douglasista. Disprezza il mondo e quasi tutti i suoi abitanti. È apprezzato altamente dal manipolo dei ben disposti che possono servirsi dei suoi calcoli. Ma è arrivato fino ad attaccare un libro sul suo giornale senza averlo letto, solamente perché l’annuncio dell’editore faceva capire che in esso si trattava di altre idee economiche. La scienza si costruisce con calma. Non che io voglia negare il valore della passione. Passione e esasperazione aprono spesso la via a nuove idee, motivano e stimolano l’azione ecc. Ma ora è questione di creare una scienza, un’economia ortologica e coerente. Nel 1919 ORAGE lamentava che DOUGLAS «non sapesse scrivere». Io non capii queste parole. Gli scritti del DOUGLAS mi parevano chiarissimi, ed il secondo volume dove collaborò ORAGE mi pareva anzi inferiore al primo. Ma l’incomprensione e l’incomprensibilità non sono certo una cosa semplice ed uniforme. Un non specialista crede di comprendere dove un perito vede un mucchio d’ambiguità e dove il dilettante non ne vede nemmeno una. Questa è soprattutto la causa che tanto separa i lettori dagli scrittori. Non cerco perciò di riodinare queste mie pagine.

Bisogna che il lettore serio si renda conto da solo

1) della difficoltà della materia;
2) della difficoltà di farsi comprendere in questa materia.

Comprensione che viene sabotata dai veri oppositori, monopolisti, privilegiati, che non vogliono che la luce si faccia. Vi paiono eccentriche le mie opinioni? Ebbene ricordate come prima della guerra abissina molti italiani credevano eccentrica la mia opinione che la stampa inglese fosse bugiarda. Per un americano questa scoperta può anche essere una riscoperta. JEFFERSON scriveva ad un amico intimo: «The EngIish papers; their lies».

Evviva il buio pesto!

In America oggi si possono comprare gli scritti di LENIN, TROTSKI, MARX, STALIN, in pratiche edizioni a 10 e 25 cents. Ma gli scritti dei padri della repubblica non si possono comperare: o non sono stati mai stampati o sono esauriti. Eppure dal I776 al 1860 gli Stati Uniti rappresentarono il più interessante «esperimento statale» del mondo e con l’andar degli anni l’interesse non è diminuito. Io ho 10 grandi volumi di JEFFERSON per caso. Il padre di T. S. ELIOT era jeffersoniano, e ne diede un’edizione  al figlio, il quale, non interessandosene molto la passò a me. Le lettere di JOHN ADAMS le ho viste solamente alla Biblioteque National di Parigi, e da anni le cerco, per comperarle. VAN BUREN scrisse la sua autobiografia nel 1861 ma questa fu stampata solo nel 1920, non credo per macchiavellismo dei banchieri ma piuttosto perché la notte d’ignoranza era così fitta che gli stessi professori e storiografi non ne comprendevano l’importanza. Tutta la battaglia fra lo Stato e le banche combattuta negli Stati Uniti dal 1830 al 1840 e vinta dallo Stato è quasi da tutti ignorata. Di tutto ciò non si parla nei libri di scuola. I nostri grandi presidenti JOHN ADAMS, JACKSON e VAN BUREN non fanno grande figura in questi libri. E solamente in questi ultimi anni si cerca di rendere un po’ di giustizia a ANDREW JOHNSON, che successe nell’alta carica dopo la morte del LINCOLN. Il frutto della battaglia del 1830-1840 andò perso nella confusione della nostra guerra civile.

La nostra scienza non sorge nel vacuo.

È più di ogni altra confusa e sabotata dagli interessi coscienti ed incoscienti. I monopolisti non sono solamente i fautori della emissione creditizia. Gli occupatori di poltrone, una volta dette cattedre, non tollerano serenamente di essere disturbati. Il professore SCOTT NEARING fu cacciato. Il KITSON mi scrive: «Tre professori che per primi adoperarono i miei libri in classe furono cacciati dai loro posti». Esiste il sabotaggio industriale, gli inventori hanno sempre incontrato delle difficoltà; per esempio la storia del telefono automatico è interessante a questo proposito. Mi sorprende che il rapporto del TWEDDEL nel «Medical World» del gennaio 1931 sulla cura calcica della tubercolosi polmonare non abbia avuto maggiori ripercussioni. Ma in tutti i casi, ad eccezione della questione monetaria, gli interessi sono speciali. I sabotatori costituiscono dei piccoli gruppi. Contro una vera scienza economica insorgono invece i più potenti dei monopolisti, con tutta la stampa che è padroneggiata dai grandi trusts, banche, ecc. E, d’altro lato, sta il popolo indeciso. T. S. ELIOT, ottimo giudice della psicologia inglese, mi scrive: «Tutto questo interesse popolare  sparirà con l’aumento delle paghe dovute al riarmo e all’attività contingente». La curiosità delle masse nelle grandi democrazie, anche quando per un quasi miracolo o per molte sofferenze viene sollevata, è destinata a venire meno mediante 10 o 15 scellini la settimana. Rimangono solamente i pochi studiosi o i grandi appassionati. E questi ultimi commettono errori. Hanno i difetti connessi alla loro qualità. Non osano dire: «Ho sbagliato». Qualche volta è difficile convincerli che devono dire: «Ho sbagliato». Hanno cariche, ecc. La loro autorità dipende… ecc. Un altissimo dignitario mi felicita della mia versatilità. Io non mi rallegro. E non vedo la versalità. Un poema epico è un poema che contiene la storia. Chi non s’intende di economia non capisce affatto la storia. Senza andare in fondo del problema economico e di quello specifico della moneta, io farei una cosa superficiale ed idiota e non un poema serio. Ma il clima intellettuale del tempo nostro si ribella. Ammira DANTE ma si rivolta contro le parole: «I guai che sopra Senna induce falseggiando la moneta», dove il Poeta condanna una svalutazione pre-Rooseveltiana. DANTE occupandosi di valori etici per forza doveva considerare la moneta e lo staio. OMERO considera il problema del vitto, dell’allevamento dei suini, della logistica e dei cibi per Ulisse e i suoi marinai. L’estetica borghese vuol non solamente che l’arte abbandoni il disegno per l’ornamento, ma vuol che anche la poesia si riduca a giuochi di parole, a pura ornamentazione verbale, «splendore di frase» ecc. Bisogna creare un laboratorio per l’economia, magari un laboratorio cerebrale, in piena coscienza delle condizioni che ne determinano il funzionamento come si fa per la chimica e la biologia. Io dico tutto quel che penso. La prima volta che scrissi per questa Rivista, il direttore non abituato ai miei difetti non mi fece correggere le bozze di stampa ed io non vidi le didascalie sotto i cliché della moneta carta. Per un numismatico si deve dire sotto il primo: «Dritto d’un biglietto emesso secondo il sistema di GESELL dal Gesellista UNTERGUGGENBERGER. Grandezza originale 8 x 14 cm.». Per la terza riproduzione con le parole aggiunte e non mie «in magazzino» si apre un problema ben importante. Forse nessuno sa con precisione dove sia il limite fra l’emissione di moneta e l’emissione di credito. Certo mio nonno non teneva la sua legna sotto un tetto. «Magazzino» era forse la foresta oppure forse gli ammassi di tronchi d’alberi già tagliati. La consegna era generalmente in forma di tavole segate. Ma non so dove si arrestasse la «moneta» nel senso nostro, e dove cominciasse il credito, cioè il complesso di fiducia fra lavoratori e padrone, la disponibilità della foresta vergine, ecc. Analogamente io ho sempre sostenuto che a un certo punto la lira era basata sulla parola del Duce. Per me una base molto più sicura dell’oro altrui. Voglio alludere all’oro vincolato, manipolato dagli irresponsabili, condizionato, sotto l’influsso dei R. o l’astro dei D. Non c’è economista ai nostri giorni che non abbia bisogno di confessare apertamente e di esaminare e riesaminare in sé stesso il limite della sua propria ambiguità, i punti dove egli sbaglia, se non grossolanamente come in W. , per lo meno sempre in notevole misura, commettendo queste piccole confusioni e lasciando terreni coperti di nebbia.

I colpevoli sono quelli che non vogliono conoscere i fatti.

Il prof. R., per esempio, che mi mandò tre cartoline umoristiche negando che un paese possa avere una specie di moneta per uso interno ed un’altra per gli scambi internazionali. Il W. che fece escludere le mie lettere da un grande quotidiano londinese, perché l’avevo chiamato in privato bugiardo pagato, e i gentlemen non parlano così. Lo stesso W. ammetteva poi in lettera privata a me che lo Stato può emettere moneta direttamente ma che egli non approvava tale procedimento. Nessuna altra scienza soffre come la scienza monetaria delle opinioni politiche di quelli che scrivono, intorno e a proposito di tali argomenti. Dico intorno e a proposito volendo distinguere quest’attività dall’analisi, dalla ricerca storica, dall’attività scientifica di coloro che indagano la natura della moneta, e i rapporti effettivi fra la scienza monetaria e il buon governo.

La scienza di questi rapporti esiste e può svilupparsi.

Il Mencio tre secoli a. C. ricorda che fra il re Shun e il re Wan passavano mille anni e che quando la loro sagezza fu messa insieme pareva «due parti d’un sigillo».

Questo articolo può dividersi in tre parti.

La prima, che riassume il mio articolo precedente sul bisogno d’una terminologia economica chiara e accettata dagli autorevoli competenti. e quindi sempre più comprensibile non solamente per il lettore comune ma anche per gli specialisti; la seconda, che tratta della definizione del problema totale e dei suoi componenti inelluttabili ed essenziali; la terza, sulla comprensione del clima dell’ambiente e delle circostanze nelle quali si sviluppa e si diffonde la scienza economica. Bisogna che almeno qualche centinaio di persone smetta di parteggiare pro o contro per sorregerci fra noi con un po’ di comprensione. Non desidero che le mie definizioni siano discusse, ma vorrei piuttosto suggerimenti pratici e positivi. Come si può definire meglio la moneta, il credito ecc.? Esistono o non esistono altri componenti fondamentali del problema oltre la materia, il lavoro, il trasporto e lo strumento monetario, tutti e quattro governati dalla rettitudine. dalla directio votuntatis?

[1] EZRA POUND, A. B. C. of Economics, Faber, London, 1933.

[2] Per errore di stampa nel fascicolo 5-6-1937 della «Rassegna Monetaria» si parlava di biglietti emessi dal GESELL. Con la frase «moneta di Gesell» io intendevo dire moneta emessa col sistema Gesellista. Ero in viaggio e le bozze non mi poterono raggiungere. L’errore non verte però sulla validità del sistema Gesellista.

[3] V. illustrazioni del precedente articolo dell’A. nel fase. 5-6 ilel ‘<)37 della «Rassegna monetaria».

[4] Vedi HERMANN FISCHER, Schwabisches Wörterbuch, Laupp’schen Buchhandlungm, Tübingen 1911. Sette colonne per illustrare questa parola; cfr. Schuld = biasimo, con guilt inglese, non gilt.

Esso è simile alla voce «Gold» (oro) radice comune a tutte le lingue nordiche. Geld, gieldan = pagare; Geld, divisione di territorio a scopi fiscali, pagamento, servizio, società (confusione con guild); anche sterile. Geld vale anche per tributo.

feb 272010

Per il monaco Lanz Von Liebenfels, l’umanità degenerò nel caos a causa degli incroci umani con gli animali

Si è ritagliato un suo piccolo posto nella storia. Lo troviamo in tutti i libri più importanti che si occupano delle primissime origini ideologiche del Nazionalsocialismo. A volte viene descritto addirittura come quello che fornì a Hitler le idee: Jörg Lanz von Liebenfels, a metà strada fra il monaco erudito e il visionario psichedelico, fu capace di immaginare fantastici mondi da apocalisse. Dipinse lo scenario della storia come una lotta manichea tra la razza ariana luminosa e quella tenebrosa degli uomini-bestia, attingendo dalla Bibbia, da antichi testi gnostici, aramaici, greci, da dimenticati libri apocrifi e da un’infinità di dettagli archeologici e filologici, nella certezza che l’Età dell’Oro, popolata in origine da un’umanità bella e nobile, fosse degenerata nel caos della modernità a causa degli incroci umani con gli animali. In questa sua «rappresentazione zoomorfa del principio del male», come l’ha definita lo storico Goodrick-Clarke, in realtà si ritrovano antichi incubi dell’uomo. La paura della bestia, e della bestia che è in noi, ha dato vita nel tempo ad ogni sorta di proiezione.
In materia, ci sono dei piccoli classici. Ad esempio, Il Bello della Bestia di Silvia Tommasi, in cui si è ripercorso l’immaginario “bestiale” da Lovecraft a Karen Blixen. Oppure, il famoso Bestie, uomini, dèi di Ossendowsky, in cui l’Asia viene popolata di presenze oscure e terribili, fino a Bestie o dei? L’animale nel simbolismo religioso, in cui, tra l’altro, Grado G. Merlo sottolineava la pratica cristiana di attribuire agli eretici i tratti dell’immondo animale. Impostazione foriera di radicalismo tra opposte fazioni ideologiche, che avrà le sue ricadute nel Novecento. E proprio a questa mentalità giudeo-cristiana di associare la bestia al demoniaco, drammatizzando così al massimo il suo già robusto dualismo di fondo, si può far risalire la febbrile volontà di Lanz von Liebenfels di giudicare la vicenda storica come un continuo processo di corruzione, attraverso la promiscuità sessuale tra uomo superiore e uomo imbestiatosi.
Adesso le Edizioni Thule Italia ripropongono il testo certo più caratteristico di Lanz, Teozoologia. La scienza delle nature scimmiesche sodomite e l’elettrone divino, a cura e con la traduzione di Marco Linguardo. Si tratta di un vero unicum editoriale. Il bizzarro titolo ci rimanda direttamente all’epoca, il 1905, in cui il libro fu scritto. Le recenti scoperte scientifiche dei raggi X e della radioattività, di cui Lanz fu un appassionato studioso, lo portarono a diventare egli stesso uno sperimentatore, ottenendo anche svariati brevetti di motori e sistemi elettrici. Ne trasse le immagini del Theozoon, l’uomo divino fornito di poteri magnetici superumani, e del suo speculare semibestiale, l’Anthropozoon.
Questa nota futuristica, unita al tradizionalismo võlkisch di cui Lanz era imbevuto e all’erudizione teologica, costituirono l’esplosiva miscela di una formula ideologica pericolosamente in bilico tra fantascienza e millenarismo pangermanista. Non sarà stato comunque un caso che il giovane viennese Lanz, assunti nel 1897 i voti monacali presso l’abbazia cistercense di Heiligenkreuz, si fosse dedicato non solo alla severa esegesi biblica, ma anche all’apprendimento di un sapere razzialista direttamente appreso dal suo istitutore conventuale, l’erudito Nidvard Schlõgl, biblista e orientalista allora di fama. La teoria che «la radice di tutti i mali del mondo avesse effettivamente una natura animale subumana», come dice Goodrick-Clarke, si stilizzava in Lanz nel rappresentare la lotta cosmica tra l’ordine, di cui erano detti portatori i popoli bianchi dominatori, e il caos ingenerato invece dagli orgiasmi sessuali, con cui i popoli di colore avrebbero sedotto i signori, conducendoli a crescente rovina bio-psichica.
Questa idea fissa si era rafforzata in occasione del ritrovamento, avvenuto nel 1894 nello stesso monastero in cui Lanz ricoprì anche ruoli di insegnante, di una pietra tombale medievale, in cui compariva la scena di un antico aristocratico che teneva sotto i piedi una specie di animale. Da qui insorse nell’immaginario di Lanz una ricerca ossessiva di prove, che attraverso l’arte antica, certi obelischi e bassorilievi assiri, o i bestiari medievali, testimoniassero di quella pratica di ibridazione universale, che a un certo punto si saldò a idee di rigenerazione situate in un mitico futuro, in cui l’uomo – non diversamente da quanto tratteggiato da Nietzsche, che per il suo Superuomo usò il termine di Züchtung, che significa allevamento – si sarebbe purificato da ogni impurità attraverso la pratica di una selezione dei tipi migliori.
Lasciate entro pochi anni la tonaca e l’abbazia, Lanz dal 1900 entrò in contatto con ambienti del pangermanesimo, come quelli legati a Guido von List, Theodor Fritsch e Ludwig Woltmann. Non si sa come, riuscì ad entrare in possesso del castello di Werfenstein, sul Danubio, facendone la sede dell’Ordine del Nuovo Tempio, da lui fondato. Quanto poi alla sua rivista Ostara, che veicolava l’ideologia ariosofica in un misto di teosofia, cristianesimo ariano e pangermanesimo razzista, noi sappiamo da numerosi storici, a cominciare da Fest e Kershaw, che il periodico venne letto dal giovane Hitler. E, molto probabilmente, i due, che furono a Vienna e a Monaco in anni vicini, ebbero anche modo di conoscersi. Ma Hitler divenne ben presto un politico moderno e realista, e una volta al potere lasciò indisturbato Lanz, ma fece chiudere molti circoli dell’occultismo völkisch, giudicandoli confusionari.
Effettivamente, occorre dire che esiste da sempre nell’arte e nella psicologia umana un’associazione tra la bestia e l’uomo, che è circonfusa di pesanti inquietudini. Gli studiosi si sono spesso interrogati su quelle presenze animalesche così ricorrenti un po’ ovunque, dalle divinità egizie alla tavoletta di Narmer, in cui una figura di dominatore aggioga una forma subumana, alle cattedrali gotiche, sovrabbondanti di mostruose creature animali, alle placche dorate vichinghe, in cui si vedono bestie umanoidi, fino alle rappresentazioni legate al lupo, da alcuni studiosi rovesciate in miti sovrumani: per dire, anni fa Chiesa Isnardi studiò il lupo mannaro presente nelle tradizioni europee come un’immagine del Superuomo. In ogni caso, la strana figura del monaco Lanz – che ebbe tra i suoi estimatori personaggi come Lord Kirchner, August Strindberg e autorevoli biblisti del suo tempo – rimane ancorata a un’epoca in cui il progresso scientifico e il riemergere di arcaismi occulti si fusero in maniera impensata. Creando i presupposti di un’ideologia di massa che di lì a pochi anni avrebbe salito la ribalta mondiale.

Luca Leonello Rimbotti

Tratto dal quotidiano “Linea” cartceo del 21/02/2010

La versione internet del portale di “Linea”

feb 262010

Download: Mattioli Vitaliano - Gli ebrei e la Chiesa - 1933-1945 (71)

I roghi dei libri.

In una interessante lettera pubblicata da Rinascita – quotidiano di sinistra nazionale anno XIII n. 14 del 23 gennaio 2010 – un lettore, Vittorio Soldaini, ricordava lo strano episodio del libro di monsignor Vitaliano Mattioli “Gli ebrei e la Chiesa” stampato dalle edizioni Mursia nel 1997 e precipitosamente ritirato dalle librerie a seguito di fortissime e non specificate pressioni. Crediamo che, esatta od erronea che sia, ogni opera dell’umano intelletto debba essere sottoposta al libero giudizio dei lettori e degli studiosi che decideranno autonomamente se in essa ci siano spunti interessanti o castronerie. Per il libro in questione ciò non fu possibile in quanto ritirato dall’editore e sparito dalla distribuzione. La recensione di Roberto Beretta pubblicata sul quotidiano della CEI l’Avvenire, venerdì 18 luglio 1997 a pagina 20 è alquanto datata ma ricostruisce efficacemente il clima in cui maturò quella decisione censoria. All’autore sostanzialmente si imputa di aver inserito nella bibliografia dell’opera libri di autori “proibiti”. Da allora la repressione delle idee e del libero pensiero in Francia e in tutta Europa è fortemente aumentata. Migliaia di persone sono finite in carcere per reati di opinione e per aver diffuso dei libri. Nemmeno, contrariamente a quanto afferma l’articolo, l’Abbè Pierre ed il filosofo Roger Garaudy si salvarono dalla persecuzione dei nuovi censori. Crediamo di fare un buon servizio al libero pensiero e alla circolazione delle idee mettendo a disposizione di quanti volessero leggerlo il libro “scomparso” di Vitaliano Mattioli.

Si ringrazia “Harm Wulf” per la preziosa collaborazione, come sempre.

***

Avvenire, venerdì 18 luglio 1997, pagina 20

Libri al rogo: l’Italia che dice?

di Roberto Beretta

Dibattito. E’ accaduto pochi giorni fa: un saggio sugli ebrei e la Chiesa è stato ritirato. Un censura accettabile?

Ad esser ruvidi e un po’ qualunquisti, si potrebbe citare il Salman Rushdie dei versetti satanici. Andando invece più sul velluto, c’è almeno da riflettere sulla schizofrenia degli intellettuali: che un giorno strillano contro “il rogo dei libri” di storia contemporanea annunciato da certi gruppi studenteschi (di destra), quello seguente applaudono compunti il ritiro dal commercio di un volume sulla storia degli ebrei nella seconda guerra mondiale. O, per lo meno tacciono. Simo onesti: se l’avessero chiesto i cattolici, di ritirare un saggio ritenuto offensivo contro la storia della chiesa, avremmo avuto i cortei in piazza a sostenere la libertà di opinione e il diritto all’informazione; e l’editore avrebbe raddoppiato le vendite. Invece adesso succede il fatto, altrimenti inaudito, che un libero editore – Mursia – decida di togliere dalle librerie un volume – Gli ebrei la Chiesa di Vitaliano Mattioli – perché è accusato di antisemitismo e per le dichiarate pressioni di un gruppo, e nessuno si sogna di muovere un dito. Anzi (lo ha fatto l’Unità), si commenta la circostanza come un atto dovuto di fronte a un’ “offesa” e a una provocazione non tollerabile. Certo,  la critica è legittima: e che il libro di Mattioli fosse discutibile lo avevano dimostrato, per esempio, la stroncatura dell’esperta Elena Lowenthal sul Sole24ore, o il parere in chiaroscuro dello storico Agostino Giovagnoli su questo stesso giornale (“Con affermazioni di questo tipo si rischia di ripetere quei luoghi comuni contro cui giustamente l’autore polemizza…”); mentre pare che il mensile Jesus, il quale ha pubblicato una segnalazione elogiativa del suo storico Franco Pierini, per sollecitazione di alcuni importanti consulenti s’appresti a rivedere il trafiletto in cui si riferiva di quel “libro quanto mai opportuno” che arriva “a conclusioni pressoché definitive”. Dunque il dibattito già c’era, e ben vivo, e libero: perché questa censura col sapore agro della repressione? E perché nessuno degli infiniti garantisti italiani che si levi a protestare? “Finalmente!”. Vittorrio Messori accoglie l’intervista con sollievo: “Era ora che qualcuno si muovesse. Questa è una censura davanti alla quale esprimo il massimo sconcerto. Ormai hanno diritto di parola persino i pedofili e se invece uno storico stimato, professore nelle Pontificie Università e tra l’altro anche prete, affronta un argomento storico sulla base di documenti, nessuno si cura di difendere il suo diritto. Alle idee si risponde con altre idee, non coi sequestri. Tra l’altro, alcune tesi riportate da don Mattioli le ho discusse io stesso, e proprio su Avvenire”. Ecco appunto. Fra gli elementi che hanno mandato in furia l’Unione delle Comunità ebraiche italiane e la sua presidente Tullia Zevi (che avrebbe scritto in merito persino al Vaticano) ci sono proprio alcune tesi storiche; per esempio quella che furono i banchieri ebraici a finanziare gli inizi del nazismo, e che Hitler fu antisemita perché temeva che ebrei filo-bolscevichi portassero il comunismo in Germania. Messori: “Ho letto il libro di Mattioli e devo imputargli una certa leggerezza nella bibliografia: dove cita autori come Guenon o Faurisson davanti ai quali soprattutto un cristiano dovrebbe mostrare molta cautela. Tuttavia bisogna cominciare a riconoscere un fatto che sembra scandaloso ma è inoppugnabilmente documentato: fino al 1941, tra Hitler e il movimento sionista c’erano accordi precisi. Il sionismo (al contrario dal Congresso mondiale ebraico, che fu sempre antinazista) aveva infatti interesse a popolare la Palestina, dove nessun ebreo voleva andare spontaneamente, e Hitler con le sue espulsioni di ebrei apparve provvidenziale. Questo è un fatto: però non si può dire. Mattioli ne ha parlato, ed ecco la censura”. Ma in Francia, per esempio, nessuno ha ritirato dal commercio il discussissimo ultimo lavoro di Roger Garaudy, su I miti fondatori di Israele, ben più revisionista del saggio di monsignor Mattioli; anzi, l’Abbè Pierre stesso ha difeso l’amico filosofo asserendo che “ormai, se dici che un ebreo è stonato, ti accusano di antisemitismo”. E’ così, Messori? “Agli amici ebrei dico: non si tratta di fare negazionismo ma non ci devono essere zone tabù né diktat nella ricerca storiografica. Prima o poi il rifiuto della verità si paga. Guarda caso, gli ultimi roghi di libri sono avvenuti a Berlino negli anni Trenta”. Senza contare che – inevitabilmente – un provvedimento così drastico di censura fa scattare l’umana simpatia nei confronti del colpito; nel caso Vitaliano Mattioli, professore di teologia morale al Urbaniana di Roma e autore di numerosi saggi storici, dal marxismo alla conquista dell’America. Che cosa allega a sua discolpa monsignore? “Anzitutto respingo decisamente le accuse di antisemitismo: il mio intento era solo di illuminare un periodo storico. Poi rivendico la mia esclusiva responsabilità sull’opera; tirare in ballo il Vaticano e il dialogo con gli ebrei non c’entra niente. Infine, devo confermare di non aver inventato nulla: ogni frase nel mio libro ha una nota che indica la fonte, io mi sono limitato a comporre il mosaico”. Dunque insiste? “Che alcune banche ebraiche abbiano sovvenzionato i nazisti è documentato. Così come un certo collaborazionismo dei sionisti. Ma nel volume denuncio pure le colpe degli Alleati, che non hanno fatto nulla per fermare Hitler. Ho l’impressione che molti non abbiano letto il libro. In compenso mi arrivano telefonate da tutto il mondo per congratularsi del lavoro e rammaricarsi della censura. Son dispiaciuto, perché credevo di vivere in un Paese in cui la libertà di espressione è rispettata, però in un certo senso questa polemica mi fa uscire vincitore. Ci vuol pazienza, ma la verità verrà alla luce”. Non ha pensato di protestare con l’editore? “Per ora no. Del resto, il provvedimento di ritiro dal commercio non mi è stato comunicato e quello che so l’ho appreso dai giornali. Curioso, perché la Mursia al mio manoscritto non ha mai fatto obiezioni e alla fine hanno voluto persino una copia con la dedica…”. Già: come mai un editore di primo piano si risolve a un provvedimento tanto autolesionista nei confronti di un libro con 4.000 copie già vendute? Alla Mursia cercano le parole: “Il ritiro è provvisorio, magari a settembre rimetteremo in commercio il testo con qualche correzione”. Quindi ammettete che le tesi del volume sono errate. “No, il provvedimento non è affatto un’ammissione di colpa; ma la direzione ha ricevuto lettere di pressione per ritirare il volume”. E allora? Non sarà mica la prima volta che vi capita… Avete paura di un boicottaggio? “No, non ci sono ragioni economiche. Forse faremo un confronto pubblico, vedremo…”. Insomma dietro l’imbarazzo si evince che la pressione è stata davvero molto, molto potente. Antipatico, no? “Antipatico si – ammette Piero Stefani  professore di dialogo con l’ebraismo a Venezia -. L’editore doveva accorgersi prima del basso livello culturale di quel libro non per le pressioni ricevute. Perché il lavoro di Mattioli, in realtà, è scritto da un dilettante, che mette insieme cose disparate senza rendersi conto della gravità delle sue affermazioni; non si tratta dunque d’antisemitismo né di revisionismo, bensì di sprovvedutezza storica che si squalifica da sé”. Può darsi. Ma intanto la censura ha fatto il suo martire.

feb 252010

Il “Cristo indiano”:  Se la parodia del sacro non indigna

Un uomo che abbia niente di sacro è pericoloso. Perché non deve rispetto a niente, se non a ciò che convenienza o calcolo gli suggeriscono. È pericoloso, è in balìa del potere. O della sua brama. Gli scontri in India ci interrogano. Quel che è avvenuto a seguito della pubblicazione sui libri scolastici e sui muri di una immagine che irride a Gesù, presentato con birra e sigaretta in mano, è da un lato un problema per quella regione. Significa che laggiù c’è un sinistro fermento, con la religione che è occasione per scontri.

Ma quanto successo interroga anche noi. Che a immagini del genere quasi non facciamo più caso. E che riteniamo che in fondo non ci sia nulla di fronte al quale l’irrisione o la polemica debba fermarsi. Viviamo strani paradossi. Ormai in una società come la nostra in cui il sacro trova mille modi anche non convenzionali per esprimere la propria presenza, accade che si possa quasi a cuor leggero lasciare che i segni religiosi siano offesi, dileggiati. Avviene di continuo. Siamo disposti a indignarci per un coro di tifosi dal tono “razzista” e quasi niente accade se vengono offesi i segni a cui tanti di noi affidano il senso della propria sofferenza e della propria esistenza.

In questo atteggiamento c’è da un lato una forza. Siamo convinti che il valore di quei segni sia tale che anche le peggiori irrisioni e offese non ne scalfiscano la sostanza. E però c’è anche una grande debolezza nella mancanza d’indignazione. La debolezza di chi comincia a non avere più niente di veramente sacro. Di chi incomincia ad essere un uomo “impagliato”, come diceva Eliot, cioè riempito solo dei contenuti mutevoli e fuggevoli del profano. Come se non avessimo quasi niente che riguardi con profondità e tremore le questioni più delicate e profonde del proprio essere. E allora sopportare, tollerare tutto non è più in realtà un paziente e forte segno di tenacia, ma un lasciar correre imbambolato, un intimidirsi, e non avere più nulla per cui arrabbiarsi. Gli scontri in India o le persecuzioni religiose in paesi lontani, ci paiono appunto cose troppo lontane. Qui non ci indigniamo quasi più per niente. Ma una società in cui all’irrisione non corrisponde anche un’indignazione è una società piatta. Cioè morta.
Una società dove gli uomini non hanno più nulla di caro. E un uomo che non ha niente di veramente caro è da temere.

fonte www.ilsole24ore.com

Sulla carenza di fanatismo

Esiste un problema tutto occidentale, un problema chiamato identità, che progressivamente s’è radicato grazie all’ipertrofico stile di vita consumista diffuso nella nostra società,  supportato da un visione del mondo materiale, in cui l’unica certezza è rappresentata dalla quantificazione di beni, e che lascia tutto ciò che può apparire “superiore” in balia della contestazione, del dubbio, o della semplice apatica sussistenza formale.

Siamo della non ottimistica convinzione che ormai, in questa latitudine del globo, non esistano più forme d’espressione nelle masse che vadano al di là della mera emozionalità estemporanea, o della più squallida eterodirezione mediatica. Riteniamo che ormai, nella maggior parte delle esistenze dei nostri “cari” occidentali, tutto scorra senza dar più adito a nessun tipo di reazione che abbia una valenza identitaria, ma solo un mero scimmiottamento di triti luoghi comuni. Ciò implica l’incapacità di comprendere che, in altre parti del globo, l’indignazione, l’oltraggio, la dissacrazione, provocano moti rabbiosi di sana virulenza.

Qualche settimana fa i media italiani latravano circa le manifestazioni davanti alla nostra ambasciata a Teheran. Assistevamo, in tale frangente, allo stupore immacolato di chi non riesce più a concepire che un popolo come quello iraniano, s’indigni perchè un leader straniero, in questo caso il nostro capo di Governo, abbia apostrofato come una sorta di folle il loro capo di Stato. Abbiamo il mal celato difetto di ritenere che “tutto il mondo sia paese”, e che la nostra ignavia sia condivisa anche dagli altri popoli.

Pensiamo che la libertà coincida con l’espressione, priva di freni, d’ogni tipo di pulsione dissacratoria, di volgarità elevata ad arte, di cenciosa speculazione per finalità commerciali.

Nell’Occidente è scomparso l’orgoglio identitario, e con esso il rispetto del simbolo superiore. Degradato, purtroppo, a semplice logo pubblicitario, da sventolare in occasione di qualche pruriginosa necessità strumentale.

Pensiamo alla stucchevole querelle sul crocefisso nelle aule scolastiche, o all’altrettanto strumentale disputa sul presepe, che ormai fa capolino ad ogni vigilia di Natale. Una comunità sana, fondata in modo solido, e non preda delle proprie debolezze, non si porrebbe nessun tipo di problema circa il grado di rispetto timoroso da concedere ad ogni tipo d’espressione dissacratoria nei riguardi della propria simbologia, ma reagirebbe in modo vigoroso. Con quel giusto e sacrosanto grado di fanatismo positivo, linfa vitale per la preservazione identitaria della propria kultur.

Invece il fianco è ormai da un pezzo sfondato, dai colpi del relativismo più subdolo e multiforme.

La certezza nostra, come sempre, è che il venir meno della sicurezza materiale dei tempi ultimi implichi obbligatoriamente, in un certo numero d’individui, una necessità di recuperare ciò che può ridare forza esistenziale, ed ordine superiore.

Solo così si potrà porre fine all’epoca dell’uomo “impagliato”.

feb 242010

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