I quaranta giorni di Trieste
Il 1° maggio 1945 le truppe del maresciallo Tito, comandante dei partigiani di orientamento comunista della Jugoslavia, invasero con tappe forzate la città di Trieste.
La singolarità dell’occupazione, in una città per la stragrande maggioranza italiana, fu che le truppe tifine tralasciarono di spingersi all’interno della Slovenia, dove la popolazione era prevalentemente slava, per affermare con il fatto compiuto della presa militare, la loro presenza nei territori che l’etnia e la geografia dicevano essere italiani. L’interesse di Tito era quello di pretendere nel futuro Trattato di Pace le linee di confine al fiume Tagliamento. Se questa teoria fosse stata accettata oggi metà del Friuli sarebbe sotto la sovranità Jugoslava.
L’occupazione di Trieste durò fino al 12 giugno del 1945: i tristemente celebri Quaranta giorni di Trieste. Si trattò di un periodo di vero terrore, non si capiva se l’annullamento fisico contava più di quello morale. Oltre 4.000 triestini “scomparvero”, prelevati dalle loro abitazioni durante la notte dalla OZNA (la polizia segreta di Tito), in quanto considerati «filoitaliani» e quindi potenzialmente pericolosi per la futura annessione. La scusa principale a giustificazione degli arresti era quella di accusare i malcapitati di essere fascisti. Ma erano menzogne: oltre 100 militi della Guardia di Finanza, ad esempio, i quali avevano fattivamente collaborato con il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), furono infoibati a Basovizza, Monrupino e altri luoghi nel maggio del 1945.
L’incubo sarebbe finito soltanto con l’arrivo massiccio delle truppe americane e inglesi.

Salma con evidenti ustioni nella parte superiore del corpo
La repressione a Fiume
Anche a Fiume, caduta il 3 maggio 1945 sotto l’occupazione jugoslava, si verificò il triste fenomeno delle sparizioni in massa di elementi italiani appartenenti alle più svariate categorie sociali. Vennero trucidati i due senatori Riccardo Gigante e Icilio Bacci, simboli di una italianità sconfitta ma ancora indomita. Oltre ad essi furono uccisi anche alcuni autonomisti fiumani: il medico Mario Blasich, l’industriale Matteo Skull, il commerciante Giuseppe Sincich che, pur essendo antifascisti, non erano graditi alle autorità jugoslave.
Molti scomparvero senza far più ritorno: il podestà Gino Sirola, il direttore della «Vedetta d’Italia» Carlo Colussi con la moglie Nerina Copetti, l’antifascista Angelo Adam e tanti altri.
La ricerca italo-croata ha potuto stabilire che, dal 3 maggio 1945 al 31 dicembre 1947 (quindi a guerra finita), le vittime della repressione guidata dalla polizia segreta jugoslava (la OZNA) a Fiume e dintorni sono state 652.
Di alcune vittime si è saputo con certezza che sono state eliminate; altre sono letteralmente scomparse e i luoghi della sepoltura sono tuttora sconosciuti.
Il numero esatto delle vittime probabilmente non si saprà mai. Solo nel 2002 è apparso un volume, dal titolo Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947), stampato in versione bilingue italiana e croata, a cura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e frutto della collaborazione tra la Società di Studi Fiumani e l’Istituto Croato per la Storia di Zagabria, che offre molte risposte, dopo decenni di omertà, su quelle tristi vicende.
In base a tale ricerca si è scoperto che anche vicino a Fiume vi era una voragine usata dai partigiani slavi per eliminare i nostri connazionali e altri elementi compromessi col nuovo regime titoista: la foiba di Costrena.
Si è saputo inoltre che a Castua, in una fossa nel bosco della Loza, furono gettati i corpi trucidati e fatti a pezzi di Riccardo Gigante e di altri dieci soldati italiani.








