Tratto da “Tedeschi in fuga” di Guido Knopp
pagg. 154-158

A quel punto, tuttavia, i tre grandi non avevano ancora piegato la dittatura hitleriana. Ci sarebbero voluti, per conseguire quest’obiettivo, altri tre mesi di guerra totale, con centinaia di migliaia di vittime da entrambe le parti e immense devastazioni. Grandi città come Breslavia e Dresda erano state fino ad allora in vasta misura risparmiate dai bombardamenti. Dopo Jalta, l’ondata della distruzione avrebbe investito anche loro.
Lo scempio che subirono queste due grandi città è strettamente collegato con la tragedia dei profughi. Dresda aveva accolto, nell’inverno ’44-’45, molti sfollati soprattutto dalla Slesia, e fra questi anche tantissimi abitanti di Breslavia. Il 14 febbraio questo rifugio che gli esuli avevano scelto o era stato loro imposto fu repentinamente trasformato in un orrido mare di fuoco.
Al circo Sarassani era in corso la rappresentazione serale del martedì grasso, e molti abitanti di Dresda si erano concessi un po’ di distrazione dal quotidiano peso della guerra. Improvvisamente suonarono le sirene: allarme aereo. Gli spettatori accorsi sotto la tenda del circo rimasero calmi. Dresda, come Breslavia, aveva fama di « rifugio antiaereo del Reich ». Gli abitanti di Dresda sapevano che la loro metropoli era irrilevante sotto il profilo militare e speravano che gli alleati avrebbero dimostrato di saper apprezzare e risparmiare le bellezze architettoniche della «Firenze sull’Elba». Si sentivano al sicuro anche le centinaia di migliaia di profughi slesiani che stavano in quei giorni affluendo in città, ammassandosi lungo l’Elba, in un contesto urbano quasi sprovvisto di ripari dai bombardamenti e di artiglierie contraeree. Molti cannoni della Flak – denominazione dell’antiaerea tedesca – che si vedevano puntati qui e là nel cielo erano finti, perché quelli veri erano stati da tempo trasferiti sul fronte.
Alle 22 e 09 la radio comunicò: «Attenzione! Attenzione! Attenzione! Formazione aerea nemica sopra la città! Recarsi immediatamente nei rifugi! »
Per parte loro, gli equipaggi dei 244 bombardieri britannici Lancaster si stupirono quando raggiunsero il loro obiettivo: non c’era la violenta luce dei riflettori a esplorare il cielo, non si sentivano, in mezzo al rumore dei motori, le esplosioni dei proiettili sparati dalla Flak. I pochi aerei da caccia tedeschi in grado di decollare e che erano rimasti di stanza a Dresda aspettavano ancora di capire quale fosse l’obiettivo dell’incursione prima di levarsi in volo.
Erano le 22 e 10 quando si scatenò l’inferno e deflagrarono in città le prime delle micidiali bombe da due tonnellate. Il cielo si tinse di un colore rosso come il sangue. Le bombe incendiarie provocarono in un battibaleno il dilagare di giganteschi roghi. Le bombe a frammentazione facevano tremare la terra. Molti tratti di strada si trasformarono in forni nei quali roteava un uragano di vento infuocato che travolgeva e trascinava tutto con sé. Dalle case si levavano fiamme paurose. L’asfalto bruciava e i veicoli dei vigili del fuoco si incendiavano nel percorrere le vie asfaltate. La gente soffocò e bruciò nelle cantine. La « tempesta di fuoco » che devastò Dresda si potè vedere fin a 350 chilometri di distanza. Quella che era allora una ragazza profuga di 15 anni ricorda oggi: « Si sentiva un fragore continuo, come di tuoni, frammisto a fischi e a urla. Le mura tremavano e oscillavano sotto l’impatto delle bombe. Quanto sia durato l’attacco, non so. A me sono sembrate ore». Altri profughi subirono il bombardamento a bordo dei treni che erano stati fermati fuori dalla città: «Poi sono piovute le bombe. Noi, più che seduti, eravamo ammucchiati nei vagoni strapieni. Abbiamo visto parecchi abitanti di Dresda accorrere verso di noi, persone che avevano subito ustioni tremende e che cercavano rifugio nei treni. Non si sentivano che esplosioni e non si vedeva che fuoco. Però la misura intera dell’orrore ci si è palesata solo alla vista di quella gente bruciata». Gertrud Eichner di Breslavia, una delle persone che assistette a questa scena, fu una delle poche che sopravvisse.
Seguirono altre due ondate di bombardamenti, che esasperarono la violenza del primo. I vigili del fuoco erano praticamente impotenti. Al calore intollerabile si aggiungeva il fumo irrespirabile. Gli abitanti della città e quanti vi si erano rifugiati non ebbero scampo: chi usciva dalle cantine per non essere ucciso dal fumo e dalla polvere, era schiacciato dalle macerie che cadevano o era investito e bruciato vivo dalle fiamme.
La stazione ferroviaria, uscita miracolosamente indenne dalla prima ondata, offrì ora uno spettacolo terribile. Le bombe incendiarie del secondo passaggio avevano sfondato la copertura in vetro della struttura e la folla dei passeggeri che attendevano di essere portati fuori dalla città dai treni fu investita dal fuoco. Ogni aiuto venne troppo tardi. Le squadre di soccorso trovarono solo cadaveri che bruciavano.
Hannchen Kòhler di Breslavia ha impresse ancora oggi nella mente le immagini della mattina successiva: «Quando ci sono arrivata, la stazione stava ancora tutta bruciando. La sera prima c’erano ancora i lunghi convogli provenienti dalla Slesia, i vagoni carichi di cavalli e di bagagli. Ho trovato tutti morti quelli che erano alla stazione ferroviaria. Il pavimento era coperto di detriti carbonizzati e ancora in fiamme, in lungo e in largo non c’era più alcuna persona viva. Ero uscita, fra l’altro, per andare a vedere come stava una zia che abitava vicino alla stazione. Anche lei e i suoi erano tutti morti: due sorelle di mia madre, un fratello, mia cugina. Se fossi stata da loro, sarei morta anch’io ».
Le dimensioni della tragedia divennero evidenti solo ai primi chiarori dell’alba. Dresda, che era stata una delle più belle città della Germania, era ridotta a un unico, grande cumulo di macerie e di cenere. Ma l’opera della distruzione non era ancora finita. Erano le 8 del mattino quando arrivarono 450 « fortezze volanti» dell’us Air Force. Alle oltre duemila tonnellate di bombe che erano cadute sulla città nel corso della notte se ne aggiunsero altre 700 in pieno giorno.
Nessuno ha mai fornito una giustificazione militare dell’insensato massacro. Arthur Harris, il comandante dell’aviazione britannica, era convinto di « infliggere il colpo del ko all’economia e alla volontà combattiva del nemico ». Eppure, gli attacchi dell’aviazione tedesca sulle città inglesi all’inizio del conflitto avevano dimostrato il contrario, e cioè che i bombardamenti a tappeto di quel genere rafforzavano semmai la volontà di resistenza. Tuttavia Harris si attenne al proprio parere: «Un popolo governato dittatorialmente risulterà più fragile ed esposto di noi ». E non volle sentire obiezioni, benché sapesse sicuramente pure lui che la città era piena anche di profughi.
Quanti furono gli abitanti di Dresda, e quanti i profughi che morirono in quei due giorni fra le rovine della città non si sa con precisione. Sicuramente centinaia di migliaia. Non ci sarebbe del resto statistica capace di rendere adeguatamente la sofferenza di quella notte di febbraio e del mattino che la seguì.








