feb 212010

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IL PERNO

Tutto il commercio passa attraverso alla moneta. Tutta l’industria passa attraverso alla moneta. La moneta è il perno. È il mezzo termine. Sta nel mezzo fra industria e operai. Può darsi che l’uomo puramente economico non esista, ma il fattore economico, nel problema della vita, esiste. Vivendo di frasi, e perdendo il senso delle parole, si perde «il ben dell’intelletto». Il commercio ha portato la prosperità della Liguria, l’usura le ha fatto perdere la Corsica. Ma perdendo il senso della differenza fra commercio e l’usura si perde il senso del processo storico. Vagamente in questi mesi si è incominciato a parlare d’una forza internazionale, detta finanza, ma sarebbe meglio chiamare questa forza «usurocrazia» ovvero il dominio dei grandi usurai congregati e congiurati. Non i mercanti di cannoni ma i trafficanti del danaro stesso hanno creata questa guerra, hanno create le guerre a serie, da secoli, a piacer loro, per creare debiti, per poi sfruttarne l’interesse; per creare debiti in moneta a buon mercato, per poi domandarne il pagamento in danaro più caro. Ma finché la parola moneta non viene chiaramente definita, e finché questa definizione non sia conosciuta dai popoli, i popoli entreranno ciecamente in guerra, senza conoscerne il perché. Questa guerra non fu un capriccio di Mussolini, e nemmeno di Hitler. Questa guerra è un capitolo della lunga tragedia sanguinaria che s’iniziò colla fondazione della Banca d’Inghilterra nel lontano anno 1694, coll’intenzione dichiarata nell’ormai famoso «prospectus» di Paterson, dove si legge: «il banco trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal niente». Per capire questa frase bisogna capire che cosa sia la moneta. La moneta non è uno strumento semplice come una vanga. Contiene due elementi: quello che misura i prezzi sul mercato, e quello che dà, il potere di comprare la merce. Su questa duplicità gli usurai hanno giuocato. Voi capite bene che un orologio contiene due principi, cioè quello della molla motrice, e quello della molla bilanciere, con un ingranaggio fra le due. Ma quando uno vi domanda cosa sia la moneta, voi non sapete cosa siano i biglietti da dieci lire e i pezzi di venti centesimi che avete in tasca. Sino al seicento prima del mille, quando un imperatore della dinastia T’ang emetteva i suoi biglietti di stato il mondo fu quasi costretto a adoprare come moneta una quantità determinata di qualche merce d’uso comune, sale o oro secondo il grado di sofisticazione dell’ambiente. Ma dall’anno 654 dopo Cristo, almeno, il metallo non era necessario agli scambi fra gente civile. Il biglietto statale dei T’ang dell’anno 856, che è ancora conservato, porta un’iscrizione quasi identica a quella che leggete sul vostro biglietto da dieci lire. Il biglietto misura il prezzo, e non il valore; ovvero i prezzi vengono calcolati in unità monetarie. Ma chi vi fornisce questi biglietti? E su che direttive vengono messi in circolazione questi pezzi di carta? E, prima di questa guerra, chi controllava l’emissione della moneta mondiale? Se voi volete cercare le cause della guerra presente, cercate di conoscere chi controllava e come venne controllata la moneta mondiale. Pel momento vi ripeto una sola indicazione presa dalla storia degli Stati Uniti d’America: il grande debito che i nostri amici  creeranno con questa guerra, verrà adoperato per controllare la circolazione  «Noi non possiamo permettere che i “greenbacks” circolino, perché non possiamo averne il dominio». Questo è dall’Hazard Circular dell’anno 1862. Mi pare che una situazione analoga esistesse nell’anno 1939. Direi che l’Italia non volendo indebitarsi, abbia fatto rabbia ai grandi usurai. Pensateci sopra! E pensate anche alla natura della moneta stessa, e alla trascuratezza degli economisti in genere quando noi domandiamo cosa sia la moneta, il credito, l’interesse, l’usura. Prima di discutere una politica monetaria, una riforma monetaria, una rivoluzione monetaria, dobbiamo essere ben sicuri della natura della moneta.

IL NEMICO

Il nemico è l’ignoranza. Al principio dell’ottocento John Adams vedeva che i difetti ed errori del governo americano derivavano non tanto dalla corruzione del personale, quanto da un’ignoranza della moneta, del credito e della loro circolazione. Siamo allo stesso punto. Il soggetto è giudicato arido da coloro che non ne capiscono la portata. Per esempio, un banchiere, verso la fine di Dicembre scorso, mi vantò che ad una certa epoca da lui ricordata, la moneta carta italiana valeva più dell’oro. Io suppongo che a quell’epoca «dorata» i Rothschild volevano comprare l’oro a buon mercato, per poi rialzarne il prezzo «a cime vertiginose». Nello stesso modo i Sassoon e loro compari hanno approfittato del ribasso dell’argento. L’argento difatti scese a 23 cents l’oncia, e fu poi comprato dagli imbecilli a 75 cents l’oncia, per far piacer ai loro padroni ebraici, e «per salvare l’India». dove col ritorno all’oro il Sig. Churchill, come già detto, ha fatto pagare dai contadini due staia di grano per soddisfare tasse ed interessi che un po’ prima avevano soddisfatto con un sol staio. Per combattere queste manovre del mercato del metalli bisogna capire che cosa sia la moneta. La moneta è oggi un disco di metallo o una striscia di carta che serve di misura ai prezzi e che conferisce, a chi la possegga, il diritto di ricevere in contraccambio qualsiasi merce offerta sul mercato sino al prezzo pari alla cifra indicata sul disco o sulla striscia, senza altra formalità che il trasferimento della moneta da mano in mano. Cioè la moneta è qualche cosa di diverso da uno scontrino speciale come un biglietto di ferrovia o di ingresso al teatro. Questa universalità conferisce alla moneta certi privilegi che lo scontrino speciale non può possedere. Su quei privilegi ritornerò un’altra volta. Oltre a questa moneta tangibile, esiste una moneta intangibile, chiamata «moneta di conto», che serve nelle operazioni bancarie, e di contabilità Questa insostanzialità deve essere trattata in una discussione del credito piuttosto che in un trattato sulla moneta. Nostro bisogno immediato è di chiarire le idee correnti a proposito della cosidetta «moneta-lavoro» e di precisare che la moneta non può essere «simbolo di lavoro» senz’altra qualifica. Può essere «certificato dí lavoro compiuto» a condizione che questo lavoro sia fatto dentro un sistema. La validità del certificato dipenderà dall’onestà del sistema, e dalla competenza di chi certifica, e bisogna che il certificato indichi un lavoro utile, o almeno piacevole, alla comunità. Un lavoro non già compiuto servirebbe piuttosto come componente del credito che come base ad una moneta propriamente intesa. In un senso metaforico si potrebbe chiamare il credito: «tempo futuro della moneta». Tutta la perizia delle zecche è stata adoperata per garantire la quantità e qualità del metallo nelle monete metalliche; non minori precauzioni saranno necessarie per garantire, la quantità qualità e l’opportunità del lavoro che servirà come base alla moneta da chiamarsi moneta-lavoro. Le stesse frodi di contabilità adoperate dagli strozzini nel passato per frodare il pubblico nel sistema monetario metallico, saranno, naturalmente tentate dagli strozzini di domani contro la giustizia sociale, sotto qualsiasi sistema di moneta che verrà istituita, e con uguale probabilità di successo finché la natura e i modi di questi processi siano chiaramente compresi dal pubblico o almeno, da una minoranza sveglia ed efficiente. Un solo pantano sarebbe asciugato colla creazione della moneta-lavoro. Voglio dire che i vantaggi del sistema aureo vantati dai banchieri sono vantaggi ai banchieri soli, e, in verità, di una sola parte dei banchieri. La giustizia sociale domanda uguali vantaggi a tutti. Il vantaggio della moneta-lavoro deriva principalmente da un fatto solo. Il lavoro non è monopolizzabile. E da questo solo fatto deriva l’accanita opposizione; tutto il chiasso, naturale ed artificiale che emana dal campo degli strozzini, internazionali ed autoctono. L’idea che il lavoro può servire di misura dei prezzi fu corrente già nel settecento, e fu chiaramente esposta da Benjamin Franklin. In quanto alla monopolizzabilità: nessuno è tanto scemo da lasciare il suo proprio conto di banca in balía altrui, ma nazioni, ed individui, ed industriali, «uomini d’affari» sono stati prontissimi e proclivi a lasciare il controllo delle monete nazionali, e della moneta internazionale nelle mani dei più fetidi rifiuti dell’umanità ivi compresi i padroni di Churchill e i ruffiani della cricca Rooseveltio-Baruchiana.

Il lavoro non è monopolizzabile.

La funzione del lavoro come misura comincia ad essere capita. Il pubblico italiano ha avuto opportunità di leggere chiare esposizioni del processo, come per es. quando «Il Regime Fascista» racconta che l’operaio russo deve pagare trecento ottant’ore lavoro per un soprabito che un operaio tedesco può comprare con solo ottant’ore. Un scritto di Fernando Ritter su il «Fascio» di Milano, in data del 7 Gennaio corrente, parla della moneta non in terminologia astratta, e parole generiche come «Capitale e finanza» ma in termini di grano e concime. In quanto alla validità della moneta primitiva ovvero la cambiale scritta su cuoio, C. H. Douglas ha lasciato la frase lapidaria: era buona quando l’uomo che emetteva la cambiale promettendo un bue, possedeva il bue. Il certificato di lavoro compiuto sarà ugualmente valido quando l’utilità del lavoro compiuto sia onestamente stimata da autorità competenti. È da ricordare che la terra non ha bisogno di ricompense monetarie per le ricchezze strappatele. La natura provvede con meravigliosa efficacia che la circolazione dei capitali e derivanti materiali si mantenga, e che quello che dalla terra viene, alla terra ritorni, con aulico ritmo, malgrado ingerenze umane.

TOSSICOLOGIA DELLA MONETA

La moneta non è prodotto della natura ma dell’uomo. È l’uomo che ne ha fatto uno strumento malefico, per mancanza di previdenza. Le nazioni hanno dimenticato le differenze fra animale, vegetale e minerale ovvero la finanza le ha fatto rappresentare tutte tre categorie naturali con un solo mezzo di scambio, negligendo di prendere in considerazione le conseguenze di tale atto. Il metallo dura, ma non si riproduce. Seminando l’oro non si raccoglie oro moltiplicato. Il vegetale esiste quasi per sé ma la coltivazione ne aumenta la sua riproduzione naturale. L’animale fa il suo contraccambio col mondo vegetale, concime contro cibo. L’uomo ammirando il lustro d’un metallo ne ha fatto catene. Poi egli inventò una cosa anti-naturale, ovvero fece una rappresentazione falsa, una rappresentazione del mondo minerale che segue la legge dei mondi vegetale e animale. L’ottocento, infame secolo dell’usura, andò oltre, creando una specie di messa nera della moneta. Marx e Mill, malgrado le loro differenze superficiali, sono d’accordo nell’attribuire alla moneta stessa proprietà quasi religiose. Si è perfino parlato dell’energia «concentrata nella moneta», come si parla della divinità nel pane benedetto. Ma il pezzo di cinquanta centesimi non ha mai creato la sigaretta o il pezzettino di cioccolato che usciva dalla macchina automatica. La durabilità conferiva al metallo certi vantaggi commerciali, che le patate e i pomodori non posseggono. Chi possiede metallo può aspettare il momento buono per scambiarlo contro merce meno durevole. Quindi i primi strozzinaggi da parte dei detentori dei metalli, e specialmente dei metalli che scarseggiano e non sono soggetti alla ruggine. Ma oltre questa potenzialità di agire ingiustamente che la moneta metallica assorbiva dall’essere metallo, l’uomo ha inventato una carta munita di tagliandi per fornire un quadro più visibile dell’usura. E l’usura è un vizio o reato condannato da ogni religione e da ogni moralista antico. Per es., nel De Re Rustica di Catone troviamo questo frammento di dialogo.

«E cosa pensate dell’usura?». «Cosa pensate, voi, dell’assassinio!» Shakespeare: «Il tuo oro è forse pecore e montoni?»

No! la moneta non è radice del male.

La radice è l’avarizia, la brama del monopolio. «Captans annonam, maledictus in plebe sit!» tuonò Sant’Ambrogio: monopolizzatori del raccolto, maledetti fra il popolo!. La possibilità d’agire con ingiustizia fu già conferita ai detentori d’oro all’alba della storia. Ma quel che l’uomo ha creato, egli può disfare. Basta creare una moneta che non goda la potenzialità di aspettare nel forziere fino al momento che favorisce il detentore della detta moneta, e le possibilità di strozzare il popolo per mezzo della moneta, coniata o stampata, spariranno quasi da sé.

L’idea non è nuova.

I vescovi del medioevo già emettevano una moneta che fu richiamata alla zecca per essere riconiata alla fine d’un periodo definito. Gesell, tedesco, ed Avigliano, italiano, quasi nello stesso tempo ideavano un mezzo ancora più interessante per arrivare ad una maggior giustizia economica. Essi proponevano una moneta carta sulla quale fu obbligo d’affiggere una marca del valore dell’un per cento del nominativo al principio di ogni mese. Il sistema ha dato risultati così lodevoli in zone ristrette che un popolo chiaroveggente ha il dovere di meditarci sopra. Il mezzo è semplice. Non sorpassa le capacità intellettuali d’un contadino qualsiasi. Tutti sono capaci d’affiggere un francobollo alla busta d’una lettera, o una marca da bollo a un conto d’albergo. Un vantaggio di questa tassa su tutte le altre tasse è che non può incidere che sulle persone che hanno in tasca, al momento dell’incidenza, danaro d’un valore cento volte più grande della tassa stessa. Un altro vantaggio è che non impedisce le operazioni di commercio, né di fabbricazione; cade solamente sulla moneta superflua, ovvero su la moneta che il detentore non è stato obbligato a spendere nel corso del mese precedente. Come rimedio dell’inflazione, i suoi vantaggi devono essere immediatamente comprensibili. L’inflazione consiste in una superfluità della moneta. Col sistema gesellista ogni emissione di biglietti si consuma in cento mesi, cioè in otto anni e quattro mesi, ovvero porta al fisco una somma uguale all’emissione originale della moneta. Le spese dei vari uffici adesso incaricati di strappare imposte al pubblico potrebbero ridursi al minimo e quasi sparire. Gli impiegati non vanno in ufficio per divertirsi. Si potrebbe dare loro opportunità di andar a spasso, o ad alzare il livello culturale del loro ambiente, anche pagando i loro stipendi attuali senza diminuire la ricchezza materiale d’Italia d’un solo staio di grano, o d’un litro di vino. A chi non piace lo studio, sarebbe concesso il tempo di produrre qualche cosa d’utile. Un grande errore dell’economia detta liberale è stato l’oblio della differenza fra cibo, e quel che non si può mangiare, né adoperare come vestito. Un realismo repubblicano richiamerebbe l’attenzione pubblica su certe realtà basilari. Un mezzo scemo, Philip Gibbs, scrivendo dell’Italia agli anglo-assassini, non capisce cosa si può fare con un prodotto che non si vende. L’idea d’adoperare il prodotto non entra nella psicologia bolscevico-liberale.

L’ERRORE

L’errore è stato la danarolatria, cioè il fare della moneta un Dio. Questo fu dovuto alla snaturizzazione cioè all’aver fatto della nostra moneta una rappresentanza falsa, dandole poteri che non doveva possedere. L’oro dura, ma non si moltiplica da sé nemmeno se mettete insieme due pezzi d’oro uno in forma di gallina e l’altro in forma di gallo. È ridicolo di parlare di frutto o di frutta. L’oro non germoglia come il grano. Una rappresentazione d’oro che pretende che l’oro possiede queste facoltà è una rappresentazione falsa. È una falsificazione. E la descrizione «falsificazione della moneta» può derivarsene. Ripeto: abbiamo bisogno d’un mezzo di scambio, e d’un mezzo di risparmio, ma non è necessario che lo stesso mezzo serva ad ambedue questi scopi. Non è necessario che il martello serva di lesina. La marca da bollo affissa al biglietto serve da bilanciere. Nel sistema usurocratico il mondo ha sofferto ondate alternanti d’inflazione e di deflazione; del troppo danaro e del troppo poco. Ognuno capisce la funzione del pendolo e del bilanciere. Bisogna portare questa capacità d’intendimento nel dominio monetario. Quando la moneta avrà un potere né eccessivo né troppo piccolo, allora ci avvicineremo ad un sistema sano dell’economia. Si è persa la distinzione fra commercio e l’usura. Si è persa la distinzione fra debito e debito ad interesse. Già nel 1878 si è parlato del debito non ad interesse; magari di debito nazionale non ad interesse. L’interesse che voi avete fruito nel passato è stato in gran parte illusione; ha funzionato a breve scadenza lasciandovi con un cifra di moneta superiore a quella che avete «risparmiata» ma posseduta in una moneta di cui quasi ogni unità valeva meno. Dexter Kimball facendo censimento dei buoni delle ferrovie americane durante un mezzo secolo ha fatto interessanti scoperte a proposito della quantità di queste obbligazioni che furono semplicemente annullate da cause contingenti. Se la memoria mi serve la cifra raggiungeva il 70%. Un interesse è dovuto, giustamente, da industrie ed impianti che servono ad aumentare la produzione. Ma il mondo ha perso la distinzione fra il produttivo e il corrosivo. Imbecillità imperdonabile perché questa distinzione fu nota nei primi anni della storia conosciuta. Rappresentare un corrosivo come produttivo è falsificare. I gonzi credono alle false rappresentazioni. Ridurre la moneta ai giusti poteri, lasciarle una durata corrispondente alle durate esistenti nel mondo materiale, ed in più il suo proprio giusto vantaggio (cioè quello d’essere scambiabile contro qualsiasi merce in qualsiasi momento che la merce esiste) ma non dare alla moneta, oltre a questo vantaggio, poteri che non corrispondono né alla giustizia, ne alla natura delle merci rappresentate o corrisposte. Per questa via si potrebbe avvicinarsi alla giustizia sociale e alla sanità economica.

VALOR MILITARE

Il valor militare non può esistere in un clima di vigliaccheria intellettuale. Nessuno deve arrabbiarsi se la collettività rifiuta di accettare le proposte sue, ma è vigliaccheria intellettuale non osare formulare i propri concetti sociali. Specialmente in un’epoca pregna d’opportunità, propriamente una epoca che annuncia la formulazione d’un nuovo sistema di governo. Ognuno che possiede una competenza storica ed una documentazione storica deve formulare i suoi concetti in relazione alla parte dell’organismo sociale che i suoi studi gli dànno un diritto di giudicare. Per formare tale competenza nelle generazioni future, si deve cominciare nelle scuole coll’osservazione di oggetti particolari, per poi progredire alla conoscenza dei fatti particolari della storia. Non è necessario che l’individuo abbia conoscenza enciclopedica, ma è necessario che ognuno che agisce pubblicamente possieda una conoscenza dei fatti essenziali del problema ch’egli tenta di trattare. Comincia col giuoco degli oggetti esposti per un istante davanti al bambino, nella mano che viene poi subito chiusa. Il pensiero s’impernia sulla definizione delle parole. Testi: Confucio ed Aristotele. Terminerei gli studi obbligatorii per ogni universitario con un confronto fra i due maggiori libri d’Aristotele, Etica Nicomachea e La Politica, e il tetrabiblon cinese. Per educazione pubblica ed extra-universitaria basterebbe il semplice regolamento delle librerie, cioè che ad ogni libraio fosse fatto obbligo di tenere in vendita, ed, in alcuni casi importanti, di esporre in vetrina per qualche settimana dell’anno certi libri d’importanza capitale. Chi conosce i capolavori, specialmente Aristotele, Confucio, Demostene, e il «Tacito» tradotto da Davanzati, non sarà abbindolato dalle porcherie. Per la moneta basta ch’ognuno pensi per sé al principio del bilanciere, ovvero agli effetti nazionali e sociali che deriverebbero dalla semplice affissione d’una marca da bollo nel punto dovuto. Meglio sul biglietto che sulla nota d’albergo. Si è parlato del cavalieri di S. Giorgio senza identificarli con dovuta precisione. Il danaro può ledere, ma la conoscenza economica oggi è piuttosto rozza, come fu la scienza medica quando si sapeva che una gamba rotta fa male, ma non si riconoscevano gli effetti dei microbi. Non è tanto il danaro che compra una volta un Badoglio, ma l’effetto segreto dell’interesse che rode dovunque. Questo non è l’interesse pagato al privato sul suo conto di banca, ma l’interesse sul danaro che non esiste, ovvero sul miraggio della moneta, un interesse che equivale al 60% e di più in confronto alla moneta che rappresenta lavoro onesto, o prodotti utili all’umanità. Ripeto: si sono perdute le distinzioni fra produttivo e corrosivo; fra la divisione dei frutti d’un lavoro fatto in collaborazione, e l’interesse corrosivo che non rappresenta un aumento qualsiasi di produzione utile e materiale. È, naturalmente, inutile far dell’antisemitismo, lasciando in piedi il sistema monetario ebraico, che è il loro strumento più tremendo di strozzinaggio. Ai Mazziniani domandiamo perché non leggono quelle pagine de «I doveri dell’Uomo» che trattano delle banche.

NOTA

[1] Io avevo scritto: «Utopia, un paese placido giacente ottant’anni a Est di Fara Sabina». Per la chiarezza e semplicità ho così cambiato. Ma per la traduzione inglese ho restaurato la prima metafora.

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