
Il “Cristo indiano”: Se la parodia del sacro non indigna
Un uomo che abbia niente di sacro è pericoloso. Perché non deve rispetto a niente, se non a ciò che convenienza o calcolo gli suggeriscono. È pericoloso, è in balìa del potere. O della sua brama. Gli scontri in India ci interrogano. Quel che è avvenuto a seguito della pubblicazione sui libri scolastici e sui muri di una immagine che irride a Gesù, presentato con birra e sigaretta in mano, è da un lato un problema per quella regione. Significa che laggiù c’è un sinistro fermento, con la religione che è occasione per scontri.
Ma quanto successo interroga anche noi. Che a immagini del genere quasi non facciamo più caso. E che riteniamo che in fondo non ci sia nulla di fronte al quale l’irrisione o la polemica debba fermarsi. Viviamo strani paradossi. Ormai in una società come la nostra in cui il sacro trova mille modi anche non convenzionali per esprimere la propria presenza, accade che si possa quasi a cuor leggero lasciare che i segni religiosi siano offesi, dileggiati. Avviene di continuo. Siamo disposti a indignarci per un coro di tifosi dal tono “razzista” e quasi niente accade se vengono offesi i segni a cui tanti di noi affidano il senso della propria sofferenza e della propria esistenza.
In questo atteggiamento c’è da un lato una forza. Siamo convinti che il valore di quei segni sia tale che anche le peggiori irrisioni e offese non ne scalfiscano la sostanza. E però c’è anche una grande debolezza nella mancanza d’indignazione. La debolezza di chi comincia a non avere più niente di veramente sacro. Di chi incomincia ad essere un uomo “impagliato”, come diceva Eliot, cioè riempito solo dei contenuti mutevoli e fuggevoli del profano. Come se non avessimo quasi niente che riguardi con profondità e tremore le questioni più delicate e profonde del proprio essere. E allora sopportare, tollerare tutto non è più in realtà un paziente e forte segno di tenacia, ma un lasciar correre imbambolato, un intimidirsi, e non avere più nulla per cui arrabbiarsi. Gli scontri in India o le persecuzioni religiose in paesi lontani, ci paiono appunto cose troppo lontane. Qui non ci indigniamo quasi più per niente. Ma una società in cui all’irrisione non corrisponde anche un’indignazione è una società piatta. Cioè morta.
Una società dove gli uomini non hanno più nulla di caro. E un uomo che non ha niente di veramente caro è da temere.
fonte www.ilsole24ore.com
Sulla carenza di fanatismo
Esiste un problema tutto occidentale, un problema chiamato identità, che progressivamente s’è radicato grazie all’ipertrofico stile di vita consumista diffuso nella nostra società, supportato da un visione del mondo materiale, in cui l’unica certezza è rappresentata dalla quantificazione di beni, e che lascia tutto ciò che può apparire “superiore” in balia della contestazione, del dubbio, o della semplice apatica sussistenza formale.
Siamo della non ottimistica convinzione che ormai, in questa latitudine del globo, non esistano più forme d’espressione nelle masse che vadano al di là della mera emozionalità estemporanea, o della più squallida eterodirezione mediatica. Riteniamo che ormai, nella maggior parte delle esistenze dei nostri “cari” occidentali, tutto scorra senza dar più adito a nessun tipo di reazione che abbia una valenza identitaria, ma solo un mero scimmiottamento di triti luoghi comuni. Ciò implica l’incapacità di comprendere che, in altre parti del globo, l’indignazione, l’oltraggio, la dissacrazione, provocano moti rabbiosi di sana virulenza.
Qualche settimana fa i media italiani latravano circa le manifestazioni davanti alla nostra ambasciata a Teheran. Assistevamo, in tale frangente, allo stupore immacolato di chi non riesce più a concepire che un popolo come quello iraniano, s’indigni perchè un leader straniero, in questo caso il nostro capo di Governo, abbia apostrofato come una sorta di folle il loro capo di Stato. Abbiamo il mal celato difetto di ritenere che “tutto il mondo sia paese”, e che la nostra ignavia sia condivisa anche dagli altri popoli.
Pensiamo che la libertà coincida con l’espressione, priva di freni, d’ogni tipo di pulsione dissacratoria, di volgarità elevata ad arte, di cenciosa speculazione per finalità commerciali.
Nell’Occidente è scomparso l’orgoglio identitario, e con esso il rispetto del simbolo superiore. Degradato, purtroppo, a semplice logo pubblicitario, da sventolare in occasione di qualche pruriginosa necessità strumentale.
Pensiamo alla stucchevole querelle sul crocefisso nelle aule scolastiche, o all’altrettanto strumentale disputa sul presepe, che ormai fa capolino ad ogni vigilia di Natale. Una comunità sana, fondata in modo solido, e non preda delle proprie debolezze, non si porrebbe nessun tipo di problema circa il grado di rispetto timoroso da concedere ad ogni tipo d’espressione dissacratoria nei riguardi della propria simbologia, ma reagirebbe in modo vigoroso. Con quel giusto e sacrosanto grado di fanatismo positivo, linfa vitale per la preservazione identitaria della propria kultur.
Invece il fianco è ormai da un pezzo sfondato, dai colpi del relativismo più subdolo e multiforme.
La certezza nostra, come sempre, è che il venir meno della sicurezza materiale dei tempi ultimi implichi obbligatoriamente, in un certo numero d’individui, una necessità di recuperare ciò che può ridare forza esistenziale, ed ordine superiore.
Solo così si potrà porre fine all’epoca dell’uomo “impagliato”.








