mar 312010

Scriviamo, come si suol dire in questi casi, ad urne ancora “calde”. La ridda mediatica impazza; vincitori, sconfitti, dichiarazioni, festeggiamenti, percentuali, equilibri ecc.

Tutto come da copione? Forse no.

Abbiamo seguito ininterrotte maratone post elettorali sui canali televisivi e le radio, cercando di trovare quel “qualche cosa” che stonasse rispetto al passato. Ammettiamo che, per certi aspetti, il canone liturgico dell’avvenimento sembrava seguito con zelo da tutti. C’era però quel dato sull’astensionismo che aleggiava, evocato ma non analizzato, timidamente minimizzato, ed a volte usato quale incipit stonato per ragionamenti erronei.

In effetti chi cantava vittoria voleva solo accentuare i dati salienti del proprio successo, chi invece avrebbe dovuto cavalcare il dato sull’astensionismo non lo ha fatto. Perché?

La composita opposizione all’attuale governicchio  berlusconiano, sembrava più preoccupata di trovare un motivo per autocelebrare la propria sopravvivenza, che cogliere l’opportunità di aggiungere frecce molto più acuminate al proprio arco politico. La propaganda, se fatta bene, sa sfruttare anche le cose più impensabili ed eterodosse, pur di far breccia nell’immaginario collettivo. Ciò non s’è visto attutato.

Il dato sull’astensionismo emerge chiaro: un italiano su tre non sé recato alle urne. Dunque un sostanziale fallimento di chi ritiene di ben governare la nazione, e ciò a prescindere da qualsiasi disamina politicamente capziosa o levantina.

L’incapacità però, da parte dell’opposizione, di creare una sinergia con l’elettorato disilluso appare evidente. Così come il non aver compreso che fenomeni come le liste del neo Savonarola Grillo, capaci d’influenzare un risultato (Piemonte) o di ridimensionarlo (Emilia Romagna), rappresentano una febbre indicativa del malessere che si respira nei riguardi della politica nazionale, non compresa da chi vuol essere alternativo allo schieramento di governo.

A “destra” (scusate la vetusta classificazione) chi non sente rappresentate le proprie istanze o non si reca a votare, o sceglie la Lega, straordinaria camera di compensazione umorale, che parla al popolo con il linguaggio del popolo, ma poi sfodera quadri di partito talentuosi, frutto di una scuola dirigenziale fine ed acuta. Personalità capaci d’innestarsi “romanamente” nei gangli del potere in modo accorto e capillare, ma sempre pronte a sfoderare dialetto padano e cavalli di battaglia storici (come il federalismo), capaci di scaldare il cuore della base, ed in grado di portare benzina al carroccio.

La sedicente “destra” antagonista, alternativa, non conforme ecc. si metta il cuore in pace; fino a quando non riuscirà a comprendere e catturare le ragioni dell’astensionismo, incarnandone le ragioni profonde, ed elaborando un progetto serio, potrà solo far qualche breve comparsata nel grande spettacolo democratico, sperperando quelle poche energie, umane e materiali, che per strana fortuna ogni tanto riesce ancora a pescare.

Ecco dunque la novità di questa tornata elettorale; nessuno è riuscito a decifrare il messaggio proveniente dall’astensionismo, fenomeno che accomuna molti Stati europei.

La democrazia rappresentativa, in particolare in Italia, non è più capace di affrontare tematiche concrete, salienti in questa epoca di crisi dell’Occidente e delle sue strutture politiche ed economiche. Le risposte appaiono incomplete, le ricette deludenti, i programmi vaghi ed inconcludenti.

A ridosso dei risultati si fa un gran parlare di “tranquillità” e di “stabilità” del Governo per i prossimi tre anni.

Riteniamo prossimo un brusco e doloroso risveglio.

mar 302010

Riceviamo da Harm Wulf e pubblichiamo la recensione del testo “After the Reich. The brutal history of the Allied occupation” e ci aggiungiamo al ringraziamento verso Fabrizio Rinaldini per la sua traduzione.

After the Reich: The Brutal History of the Allied Occupation

di Giles MacDonogh, edito da Basic Books nel 2007, ristampato nel febbraio 2009, pagine 656, lingua inglese, ISBN: 978-0465003389

Recensione pubblicata nel numero di Primavera 2009 dal “The Journal of Social, Political and Economic Studies”, pagine 95-110.

L’indomani della “Guerra buona”: una revisione. La verità che riaffiora dall’oceano del mito. (1)

di Dwight D. Murphey, già docente di diritto commerciale alla Wichita State University dal 1967 al 2003 (2)

Chi narra con onestà gli eventi umani, odierni o remoti, appartiene ad una stipe tanto rara quanto onorabile. Dovremmo senz’altro elevarli nel pantheon degli dei terreni. Allo stesso modo, indubbiamente, vi dovremmo annoverare anche coloro che, non già per disaffezione verso l’Occidente o gli Stati Uniti o il suo popolo, bensì per sete di verità, portano alla luce gli spaventosi avvenimenti che furono conseguenza della Seconda Guerra mondiale (così come le enormità commesse come parte del modo in cui la guerra fu combattuta contro le popolazioni civili, sebbene questo non sia argomento che vogliamo investigare in questa sede). Quella Guerra gli americani la conoscono come “the good war” (3) e coloro che la combatterono sono noti come “the greatest generation” (4). Ma adesso, lentamente, veniamo colpiti da realtà così banali rispetto alla complessa esistenza umana: tanto vi fu che non era affatto “buono” e, insieme all’abnegazione ed agli intenti elevati, ci furono molta venalità e brutalità. Queste realtà vengono a galla perché esistono degli studiosi che, quantomeno, sono consapevoli che un oceano di propaganda bellica genera un mito che resta per vari decenni, e che hanno una dedizione per la verità che travolge le molte lusinghe di conformità al mito. Questo articolo inizia come una semplice recensione del libro di Giles MacDonogh(5), libro che appartiene per larga parte al genere di trasgressione al mito che ho appena elogiato. Tuttavia, poiché esiste materiale supplementare di grande valore di cui non posso non far parola, l’ho ampliato per comprendervi altre informazioni ed autori, benché esso rimanga soprattutto una recensione di After the Reich. Quello di MacDonogh è un libro sconcertante, al tempo stesso coraggioso e vile, per lo più (ma non del tutto) meritevole del grande elogio che si deve agli studiosi incorruttibili. Come già abbiamo osservato, il pubblico americano ha pensato a lungo allo sforzo bellico alleato nella Seconda Guerra mondiale come ad una “grande crociata” che opponeva il bene e la giustizia al male nazionalsocialista (6). Perfino dopo tutti questi anni è probabile che l’ultima cosa che il pubblico vuole è di apprendere che, sia gli alleati occidentali, che l’Unione Sovietica commisero enormi e indicibili torti durante la guerra e dopo. Sfida questa riluttanza MacDonogh che racconta la “storia brutale” per esteso. Questa propensione è encomiabile per il coraggio intellettuale che dimostra. Alla luce di ciò sconcerta che, nel momento stesso in cui lo fa, maschera la storia, proseguendo in parte, nella sostanza, nell’insabbiamento di pezzi di storia instaurato dall’incombere della propaganda bellica, per quasi due terzi del secolo. Perciò il grande valore del suo libro non è da ricercare nella sua completezza o nella rigorosa imparzialità, bensì nel fatto che fornisce una sorta di passaggio – quasi esauriente – che può avviare dei lettori scrupolosi verso una ulteriore ricerca su un argomento d’immensa importanza. Per questo articolo, sarà intanto significativo iniziare riassumendo la storia narrata da MacDonogh, aggiungendoci parecchio. Soltanto dopo averlo fatto esamineremo quanto MacDonogh occulta. Tutto ciò ci condurrà quindi ad alcune riflessioni conclusive. Nella sua prefazione, MacDonogh dichiara che il suo proposito è di “mostrare come gli alleati vittoriosi trattarono il nemico al momento della pace, in quanto nella maggior parte dei casi non si trattò di criminali che furono stuprati, affamati, torturati o bastonati a morte ma di donne, bambini e vecchi”. Sebbene ciò lasci intendere che il tono del libro è sdegnato, la narrazione è nel complesso informativa piuttosto che polemica. La produzione accademica di MacDonogh comprende vari libri di storia tedesca e francese e delle biografie (oltre a quattro testi sul vino). (7)

Le espulsioni (oggi definite “pulizia etnica”).

MacDonogh ci racconta che, al termine della guerra “sedici milioni e mezzo di tedeschi furono cacciati dalle proprie case”. Nove milioni e trecentomila vennero espulsi dalla parte orientale della Germania, diventata Polonia. (Sia il confine orientale che quello occidentale della Polonia furono drasticamente spostati verso ovest per accordo fra gli alleati, con la Polonia che si prendeva una fetta importante della Germania e l’Unione Sovietica che afferrava la Polonia orientale). Gli altri sette milioni e duecentomila furono strappati dalle proprie terre ancestrali dell’Europa Centrale dove vivevano da generazioni. Questa espulsione di massa fu stabilita nell’accordo di Potsdam di metà 1945(8), anche se tale accordo prevedeva esplicitamente che la pulizia etnica avesse luogo “nel modo più umano possibile”. Churchill fu fra quelli che lo sostennero, in quanto avrebbe condotto “ad una pace durevole”. In realtà, questa operazione fu talmente inumana da equivalere ad una delle più grandi atrocità della storia. MacDonogh riferisce che “circa due milioni e duecentocinquantamila persone sarebbero morte durante le espulsioni”. Questa è la stima minima, in un intervallo che va da due milioni e centomila a sei milioni, se prendiamo in considerazione soltanto gli espulsi. Konrad Adenauer, troppo amico dell’occidente, riuscì a dire che fra gli espulsi “sono morti, spacciati, sei milioni di tedeschi”.(9) Vedremo il racconto di MacDonogh della fame e dell’esposizione al freddo estremo cui fu soggetta la popolazione della Germania nel dopoguerra, ed a questo punto vale la pena di menzionare (anche se va al di là dell’argomento espulsioni) ciò che dice lo storico James Bacque (10): “il confronto fra i censimenti ci rivela che fra l’ottobre del 1946 [un anno e mezzo dopo la fine della guerra] e il settembre del 1950 sono scomparse in Germania circa 5 milioni e settecentomila persone”.(11) Ciò che MacDonogh chiama “la più grande tragedia marittima di tutti i tempi” accadde quando la nave Wilhelm Gustloff (12), che trasportava i tedeschi da Danzica nel gennaio del 1945, fu affondata con “oltre 9.000 persone, fra cui molti bambini”. A metà del 1946 “delle foto mostrano alcuni dei 586.000 tedeschi di Boemia pigiati in delle auto come sardine”. In un altro passaggio MacDonogh ci racconta come “i rifugiati erano spesso così ammucchiati da non potersi muovere per defecare e così spuntavano dai veicoli coperti di escrementi. Molti, all’arrivo, erano morti”. [Questo ci richiama alla mente le scene descritte così vivacemente da Solzenicyn nel primo volume di “Arcipelago Gulag” (13)]. In Slesia, “fiumane di civili furono strappati dalle proprie case sotto la minaccia delle armi da fuoco”. Un sacerdote stimò che un quarto della popolazione tedesca di una città della Bassa Slesia si uccise, dato che intere famiglie si suicidarono insieme.

La condizione della popolazione tedesca: fame e freddo estremo.

I tedeschi parlano del 1947 come dell’Hungerjahr, l’ “anno della fame”, ma MacDonogh afferma che “perfino nel 1948 non si era posto rimedio al problema”. La gente mangiò cani, gatti, topi, rane, serpenti, ortica, ghiande, radici dei denti di leone (14) e funghi non ancora maturi in un frenetico tentativo di sopravvivere. Nel 1946 le calorie fornite nella “U.S. Zone” (15) in Germania calarono a 1.313 del 18 marzo dalle già scarse 1.550 precedenti. Victor Gollancz (16), uno scrittore ed editore inglese, ebreo, obiettava “stiamo affamando i tedeschi”.(17) Ciò concorda con la dichiarazione del senatore dell’Indiana Homer Capehart (18) in un discorso al Senato statunitense del 5 febbraio 1946: “Finora, per nove mesi, questa amministrazione ha portato deliberatamente avanti una politica per ridurre le masse alla fame”. (19) MacDonogh ci narra che la Croce Rossa, i Quaccheri, i Mennoniti ed altri volevano far entrare del cibo ma “nell’inverno del 1945 le donazioni furono respinte con la raccomandazione di utilizzarle in altre zone d’Europa straziate dalla guerra”. Nella zona americana (20) di Berlino “la politica statunitense era che nulla dovesse essere distribuito e tutto, al contrario, gettato via. Così le donne tedesche che lavoravano per gli americani erano fantasticamente ben nutrite ma non potevano portar nulla alle proprie famiglie ed ai bambini”. Bacque afferma che “alle agenzie di soccorso straniere fu impedito di inviare cibo dall’estero; i treni coi viveri della Croce Rossa vennero rimandati in Svizzera; a tutti i governi stranieri fu negata l’autorizzazione di mandare alimenti ai civili tedeschi; la produzione di fertilizzanti fu bruscamente ridotta. La flotta da pesca fu tenuta nei porti mentre la gente moriva di fame”. (21) Sotto l’occupazione russa della Prussica orientale, MacDonogh ravvisa “impressionanti analogie” con la “deliberata riduzione alla fame dei kulaki ucraini nei primi anni ‘30” ad opera di Stalin. Come era accaduto in Ucraina “furono riferiti casi di cannibalismo, con la gente che mangiava la carne dei propri figli morti”. La sofferenza per il freddo gelido unita alla fame per creare strazio e un elevato numero di morti. Anche se l’inverno 1945-’46 fu nella norma “la terribile penuria di carbone e di cibo furono sentiti intensamente”. Si abbatterono poi due inverni freddi in maniera anomala , nel 1946-’47 “forse il più freddo a memoria d’uomo” (22) e quello del 1948-’49. Nella sola Berlino si stima siano morte 60.000 persone nei primi dieci mesi dopo la fine della guerra e “l’inverno successivo si calcola ne abbia sterminate altre 12.000”. La gente viveva nelle buche fra le rovine e “alcuni tedeschi –in particolare rifugiati dall’Est- praticamente nudi”. Nel suo libro “Gruesome Harvest: The Allies’ Postwar War Against The German People” (23) Ralph Franklin Keeling menziona una affermazione di un “famoso pastore tedesco”: “Migliaia di corpi sono appesi agli alberi nei boschi intorno a Berlino e nessuno si prende la briga di tirarli giù. Migliaia di corpi li portano nel mare l’Oder e l’Elba, non li si nota nemmeno più. Migliaia e migliaia muoiono di fame sulle strade. Bambini vagano da soli per le strade”. (24) Alfred-Maurice de Zayas (25), nel suo “The German Expellees: Victims in War and Peace” (26) raccontava come, in Yugoslavia, il maresciallo Tito usasse i campi come centri di sterminio per far morire di fame i tedeschi.(27)

Stupri di massa, cui si deve aggiungere il “sesso spontaneo” ottenuto dalle donne affamate.

Gli stupri furiosi delle truppe d’invasione russe sono, ovviamente, infami. In Austra, nella zona russa, “lo stupro fece parte della vita quotidiana fino al 1947 e molte donne contrassero delle malattie veneree e non ebbero i mezzi per curarsi”. MacDonogh scrive che “stime prudenziali collocano il numero delle donne violentate a Berlino a 20.000”. Quando gli inglesi arrivarono a Berlino, “gli ufficiali, in seguito, rievocavano la violenta emozione provata nel vedere i laghi della prospera zona occidentale pieni di corpi di donne che si erano suicidate dopo esser state violentate”. L’età delle vittime non faceva alcuna differenza: le donne stuprate avevano da 12 a 75 anni. Fra queste, infermiere e suore (alcune violentate anche cinquanta volte). “I russi erano particolarmente crudeli coi nobili, incendiavano le loro ville e violentavano o ammazzavano gli abitanti”. Benché “la maggior parte degli indesiderati figli dei russi venissero abortiti”, MacDonogh scrive che “si stima che da 150.000 a 200.000 ‘neonati russi’ siano comunque sopravvissuti”. I russi violentavano ovunque andassero, tanto che non furono soltanto le tedesche ad essere stuprate, ma anche donne ungheresi, bulgare, ucraine ed anche jugoslave, sebbene quest’ultime fossero dalla stessa parte. Esisteva una linea di condotta ufficiale contro la violenza carnale, ma era, solitamente, a tal punto ignorata che “fu solo nel 1949 che furono realizzate concrete azioni dissuasive nei confronti dei soldati russi”. Fino ad allora “furono incitati da [Ilya] Ehrenburg (28) e da altri propagandisti sovietici che vedevano lo stupro come espressione dell’odio”. Sebbene vi fosse una “incidenza molto estesa di stupri commessi da soldati americani”, esisteva anche una politica militare coercitiva contro di essi, con “diversi soldati americani giustiziati” per questo. I capi d’imputazione per stupro “salirono costantemente” durante gli ultimi mesi di guerra, ma calarono nettamente in seguito. Ciò che invece continuò fu probabilmente quasi peggiore: lo sfruttamento sessuale di donne affamate le quali vendevano “volontariamente” i propri corpi in cambio di cibo. In “Gruesome Harvest”, Keeling cita da un articolo apparso sul Christian Century (29) del 5 dicembre 1945: “Il comandante della Polizia Militare americana ha dichiarato che la violenza carnale non rappresenta un problema per loro in quanto ‘un po’ di cibo, una barretta di cioccolata o un pezzo di sapone rendono inutile lo stupro’ “. (30) Le dimensioni del fenomeno sono dimostrate dalla cifra che MacDonogh fornisce, di “94.000 Besatzungskinder (31) o ‘bambini dell’occupazione’, stimati, [che] nacquero nella zona americana”. Egli scrive che nel 1945-’46 “molte ragazzine ricorsero alla prostituzione per sopravvivere. Ed anche i ragazzi assolsero lo stesso compito per i soldati alleati”. Keeling, scrivendo nel 1947 per la pubblicazione del proprio libro [in tal modo si spiega l’uso del presente nella frase], diceva che c’era “una impennata di malattie veneree tale da raggiungere proporzioni epidemiche” e proseguiva scrivendo che “una larga parte dell’infezione è stata originata dalle truppe americane di colore che noi abbiamo collocato in gran numero in Germania e fra le quali la percentuale di infezioni veneree è molte volte più alta che non fra le truppe bianche”. Nel luglio del 1946, aggiunge, la percentuale annua per i soldati bianchi ammonta al 19%, per i neri sale al 77,1%. Ripete quindi ciò che noi stiamo qui dimostrando, quando mette in evidenza “lo stretto legame fra il tasso di malattie veneree e la disponibilità di cibo”. (32) Se MacDonogh menziona stupri commessi da soldati britannici, a me è sfuggito. Egli però racconta di violenze carnali di polacchi, francesi, partigiani di Tito e profughi. A Danzica “i polacchi si comportarono tanto duramente quanto i russi. Furono i polacchi a liberare (33) la città di Teschen (34), nel nord [della Cecoslovacchia] il 10 di maggio. Per cinque giorni essi stuprarono, saccheggiarono, incendiarono e uccisero”. Scrive del “comportamento dei soldati francesi a Stoccarda, dove forse 3.700 donne ed otto uomini furono violentati” ed aggiunge che “altre 500 donne [furono] stuprate a Vahingen(35) e riferisce dei “tre giorni di uccisioni, saccheggi, incendi e stupri” avvenuti a Freundenstadt.(36) Sui fuggiaschi dice che “c’erano circa due milioni di prigionieri di guerra e lavoratori coatti provenienti dalla Russia che avevano costituito delle bande che rubavano e violentavano in tutta l’Europa centrale”.

Trattamento dei prigionieri di guerra.

In tutto, ci furono approssimativamente undici milioni di pionieri di guerra tedeschi. Un milione e mezzo non tornarono mai a casa. Qui MacDonogh esprime il proprio giusto sdegno: “Fu scandaloso trattarli con così scarsa cura che un milione e mezzo di loro morirono”. La Croce Rossa non ebbe alcun incontro faccia a faccia con quelli che erano detenuti dai russi, in quanto l’Unione Sovietica non aveva firmato la Convenzione di Ginevra. MacDonogh afferma che i russi non facevano alcuna distinzione fra civili e prigionieri di guerra tedeschi, anche se sappiamo che un rapporto del KGB li selezionava per mandarli a morte o per altri scopi. Alla fine della guerra, i russi ne detenevano da quattro a cinque milioni in Russia (e qui, di nuovo, gli archivi del KGB vale la pena di consultarli, come ha fatto lo storico James Bacque; essi registrano la cifra di 2.389.560 prigionieri). Un gran numero fu detenuto per oltre dieci anni, e furono rimandati in Germania soltanto dopo la la visita di Konrad Adenauer a Mosca nel 1956.(37) Ciononostante, nel 1979 –34 anni dopo la fine della guerra!- “si riteneva ci fossero 72.000 prigionieri ancora in vita, principalmente in Russia”. A Stalingrado furono catturati circa 90.000 soldati tedeschi, ma soltanto 5.000 fecero ritorno a casa. Gli americani fecero una distinzione fra i quattro milioni e duecentomila soldati catturati durante la guerra, cui le Convenzioni de L’Aia e di Ginevra davano diritto alla protezione ed ai mezzi di sussistenza, ed i tre milioni e quattrocentomila catturati in Occidente alla fine della guerra. MacDonogh dice che questi ultimi furono classificati come “Surrendered Enemy Persons” (SEP) o come “Disarmed Enemy Persons” (DEP), (38) cui furono negate le tutele delle due Convenzioni. Non fornisce la cifra totale di quelli che morirono mentre erano in custodia americana, dicendo “non è chiaro quanti soldati tedeschi morirono di fame”. Rivela, comunque, varie situazioni: “I più famigerati campi americani per prigionieri di guerra erano i cosiddetti Rheinwiesenlager”. (39) Qui gli americani, lasciarono che “oltre 40.000 soldati tedeschi morissero di fame abbandonati nei fangosi pantani del Reno”. Scrive che “qualsiasi tentativo della popolazione civile tedesca di dar da mangiare ai prigionieri era punito con la morte”. Sebbene la Croce Rossa fosse autorizzata alle ispezioni, “il filo spinato che circondava i campi dei SEP e dei DEP era impenetrabile”. Altrove, alle “caserme del Genio di Worms c’erano 30-40.000 prigionieri seduti nel cortile, che si spingevano per farsi spazio, senza alcuna protezione dalla pioggia che li gelava”. I prigionieri morivano di fame a Langwasser (40) e nel “famigerato campo” di Zuffenhausen (41) dove “per mesi il pranzo consisté in zuppa di rape, con mezza patata per cena”. Sarebbe un errore ritenere che una carenza mondiale di cibo fosse all’origine dell’impossibilità statunitense di dar da mangiare ai prigionieri. Bacque scrive che “il capitano Lee Berwick del 424° Fanteria, che comandava le sentinelle del campo di Bretzenheim (42), mi disse che ‘il cibo era accatastato tutto intorno alla recinzione del campo’. I prigionieri vedevano le casse impilate ‘alte come case’ ”. (43) Uno dei 19 campi di concentramento americani sul Reno, l’A2 di Remagen in Renania-Palatinato, a fine aprile 1945. Si nota bene l’assenza di baracche o altri ricoveri (che la democrazia non ne conosca l’uso?). Ciò che ci dice MacDonogh sul trattamento dei prigionieri di guerra da parte degli inglesi appare discordante. In Gran Bretagna c’erano 391.880 prigionieri al lavoro nel 1946 ed un totale di 600 campi nel 1948. Egli scrive che “il regime non era così duro e in termini percentuali il numero di uomini che morirono mentre erano in prigionia britannica è sorprendemente basso rispetto a quello degli altri alleati”. Tuttavia altrove racconta come “gli inglesi riuscirono ad eludere [le clausole della Convenzione di Ginevra] che prevedeva di fornire da 2.000 a 3.000 calorie al giorno”, così che “per la maggior parte del tempo il livello scese sotto le 1.500 calorie”. Gli inglesi avevano un campo di prigionia in Belgio che “era noto per essere particolarmente massacrante”. Laggiù “si riferisce che le condizioni dei 130.000 prigionieri non fossero ‘molto meglio di quelle di Belsen’. (44) Quando il campo fu ispezionato nell’aprile del 1947 si trovarono appena quattro lampadine funzionanti; non c’era combustibile, né pagliericci e neppure cibo, a parte la ‘minestra d’acqua’”. Un servizio della Reuters del dicembre 2005 aggiunge una significativa dimensione: “Secondo il Guardian, gli inglesi gestirono un carcere segreto in Germania per due anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale dove i reclusi, compresi membri del Partito Naz(ionalsocial)ista, furono torturati e fatti morire di fame.(45) Citando dei dossier del Foreign Office, resi pubblici in seguito ad una richiesta ai sensi del Freedom of Information Act (46), il quotidiano scrive che la Gran Bretagna ha detenuto uomini e donne [sic] in una prigione di Bad Nenndorf fino al luglio del 1947. Il giornale riferisce di ‘Minacce di giustiziare i prigionieri, oppure di arrestare, torturare e uccidere le loro mogli e i loro figli erano considerate “del tutto appropriate” in quanto mai furono attuate’”. (47) I francesi pretesero lavoratori tedeschi per ricostruire il paese, ed a questo scopo inglesi ed americani cedettero loro circa un milione di soldati tedeschi. MacDonogh dice che “il loro trattamento fu particolarmente brutale”. Non molto tempo dopo la fine della guerra, secondo la Croce Rossa, 200.000 prigionieri morivano di fame. Siamo informati di un campo “nella Sarthe [dove] i prigionieri dovevano sopravvivere con 900 calorie al giorno”. (48)

Il saccheggio dell’economia tedesca (49).

I capi alleati non erano d’accordo fra loro sul Piano Morghentau (50) per spogliare la Germania del suo patrimonio industriale e trasformarla in un paese agricolo. L’opposizione di alcuni e l’esitazione di altri, tuttavia, non impedì che de facto il piano venisse attuato. Quando la confisca fu conclusa, la Germania era in larga misura priva di mezzi produttivi. MacDonogh afferma che sotto i russi “Berlino perdette circa l’85% della propria capacità industriale”. Da Vienna venne portata via ogni macchina. Dal Danubio fu sottratto il naviglio e “una delle priorità sovietiche fu la confisca di qualsiasi importante opera d’arte trovata nella capitale [Vienna]. Questa fu un’operazione totalmente pianificata”. Però “peggiore del completo trasferimento della base industriale fu il rapimento di uomini e donne per sviluppare l’industria in Unione Sovietica”. Sotto gli americani, lo smantellamento dei siti industriali proseguì finché il generale Lucius Clay (51) non lo fermò un anno dopo la fine della guerra. Fino all’azione di Clay, il Piano Morghentau era incarnato dalla Disposizione n. 6 dell’Ordine 1067 (529 del Joint Chiefs of Staff (53). MacDonogh dice che dove “il furto degli ufficiali americani fu perpetrato su scala massiccia” fu nel “sequestrare scienziati ed impadronirsi di attrezzature scientifiche”. Gli inglesi presero molto per se e passarono altro patrimonio industriale agli “stati clienti” come la Grecia e la Jugoslavia. La famiglia reale britannica ricevette lo yacht di Goering (54) e la zona britannica della Germania fu spogliata degli “stabilimenti che potevano in seguito entrare in competizione con le industrie britanniche”. MacDonogh scrive che “gli inglesi ebbero la propria tipologia di furto organizzato con la [cosiddetta] T-Force, che cercava di racimolare qualsiasi ingegno industriale”. (55) Da parte loro i francesi sostennero “il diritto alla razzia”. “La Francia non esitò ad appropriarsi di un’azienda di clorati a Rheinfelden, una di viscosa a Rottweil, delle miniere Preussag e dei gruppi chimici Rhodia”, e di molto altro ancora. (56) Se il Piano fosse stato realizzato del tutto per un lungo periodo di tempo, gli effetti sarebbero equivalsi ad una calamità. Keeling, in “Gruesome Harvest”, scrive che tentare “la distruzione permanente del cuore industriale tedesco” avrebbe avuto come “conseguenza ineluttabile la morte per fame e malattia di milioni, decine di milioni di tedeschi”. (57)

Il rimpatrio forzato dei russi per Stalin.(58)

Il libro di MacDonogh si limita all’occupazione alleata, però ci sono, naturalmente, molti altri aspetti del dopoguerra che meritano d’esser menzionati, anche se qui ci limiteremo ad uno solo di questi. (Anche MacDonogh ne fornisce alcuni dettagli). Riguarda il rimpatrio alleato in Unione Sovietica dei Russi catturati. Nel suo “The Secret Betrayal” (59) Nikolai Tolstoy racconta come, fra il 1943 ed il 1947, furono “restituiti” un totale di 2.272.000 Russi. I sovietici ne raccolsero altri 2.946.000 in varie parti d’Europa conquistate dall’Armata Rossa. Quelli mandati in Unione Sovietica dalle democrazie occidentali comprendevano migliaia di zaristi (60) emigrati che non avevano mai vissuto sotto il regime sovietico. (61) Tolstoy scrive che, anche se erano in molti quelli che volevano davvero tornare in Russia (mentre molti altri si opponevano disperatamente e ci furono mandati, in effetti, fra le violenze e le grida), tutti, senza distinzione, vennero trattati brutalmente, giustiziati, violentati o resi schiavi. Alcuni dei rimpatriati erano russi che avevano combattuto per la Germania da volontari contro l’Unione Sovietica, comandati dal generale Vlasov.(62) Il Generale Vlasov nel 1943 Alcuni erano Cosacchi, molti dei quali non erano neppure cittadini sovietici. (63) Il violento rimpatrio ebbe inizio nell’agosto 1945. Tolstoy narra come, per obbligarli al trasferimento, siano stati impiegati l’inganno, le bastonate, le baionette e perfino la minaccia di usare un carro lanciafiamme. (64)

La giustizia dei vincitori.

Quando la guerra terminò c’era unanimità fra i capi alleati sul fatto che i capi Naz(ionalsocial)isti fossero messi a morte. Alcuni volevano una esecuzione immediata, altri “una corte marziale straordinaria”. Ci fu un inaspettato vantaggio nell’insistenza degli inglesi a seguire le “formalità legali”, come fu poi deciso. Il risultato fu una serie di processi coi trabocchetti dei normali procedimenti giudiziari, che però furono di fatto una parodia dal punto di vista del “principio della legalità”, mancando sia dello spirito che dei particolari del “giusto processo”. In due capitoli, MacDonogh fornisce un resoconto del principale processo di Norimberga e della serie di processi che si ebbero in seguito, per anni. Fra questi, gli americani celebrarono vari processi a Norimberga, dopo il principale; davanti ai “tribunali per la denazificazione” (65) furono giudicate migliaia di cause; dopo la loro entrata in funzione i tribunali tedeschi continuarono i processi e, naturalmente, sappiamo del processo in Israele e dell’eseczione di Eichmann. (66) Vi sono molti motivi per chiamarla “giustizia dei vincitori”. Perché se fosse stato altrimenti, un tribunale veramente imparziale avrebbe dovuto essere convocato in qualche parte del mondo (ammesso che una cosa simile fosse stata possibile subito dopo una guerra mondiale) ed avrebbe dovuto procedere contro i crimini di guerra commessi da tutte le parti combattenti. Ma ovviamente sappiamo che una forma di giustizia tanto imparziale non era neppure contemplata. Nell’atto d’incriminazione di Norimberga i Naz(ionalsocial)isti erano accusati del massacro del corpo ufficiali polacchi della foresta di Katyn, imputazione che fu discretamente (e con grande disonestà intellettuale e “giudiziaria”) tralasciata nel giudizio finale, dopo che era divenuto chiaro a tutti che erano i sovietici ad aver commesso la strage. (67) Un altro dei molti altri esempi possibili sarebbe quello relativo alle deportazioni Naz(ionalsocial)iste addebitate a Norimberga sia come crimine di guerra che come crimine contro l’umanità. Per converso, nessuno fu mai “assicurato alla giustizia” per l’espulsione alleata dei milioni di tedeschi dalle loro terre ancestrali dell’Europa centrale.

Una fonte che i lettori troveranno istruttiva.

Per la credibilità della fonte, il resoconto dell’ex-maggiore dell’aeronautica militare statunitense Arthur D. Jacobs nel suo libro “The Prison Called Hohenasperg” (68) sarà utile ai lettori quanto lo è assimilare (e valutare) le informazioni contenute nel libro di MacDonogh e quelle degli altri autori cui abbiamo qui rinviato. E’ prezioso sia come storia della brutalità che della compassione americane. Jacobs prestò servizio in aeronautica per ventidue anni, si congedò nel 1973 ed in seguito insegnò alla Arizona State University per altri vent’anni. (69) Il libro racconta la sua storia personale: i suoi genitori, tedeschi, emigrarono negli Stati Uniti nel 1928 e nel 1929. Ebbero due figli, nati a Brooklyn (perciò cittadini statunitensi) e uno di loro era Arthur Jacobs. I ragazzi vissero i loro primi anni a Brooklyn, dove frequentarono la scuola elementare. La famiglia fu presa e trattenuta ad Ellis Island (70) verso la fine della guerra e fu quindi detenuta per sette mesi nel campo d’internamento di Crystal City, in Texas (71), dove fu trattata bene. Poi furono “rimpatriati volontariamente” in Germania (dopo esser stati minacciati di deportazione) nell’ottobre del 1945, vari mesi dopo la resa tedesca. Quando arrivarono in Germania la madre di Jacobs fu inviata in un campo, il padre ed i due figli in un altro. Questi ultimi raggiunsero un campo d’internamento a Hohenasperg (72), dopo un viaggio di 92 ore rinchiusi in un carro merci con un freddo glaciale, insieme a donne e bambini e, soprattutto, a pane e acqua e “senza calore, senza coperte e senza gabinetti a parte un fetido bugliolo all’aperto”. Jacobs stesso aveva dodici anni e compì il tredicesimo nella settimana in cui era a Hohenasperg, prima di essere mandato in un altro campo a Ludwigsburg. (73) Nel carcere di Hohenasperg fu sottoposto ad una severa disciplina come un qualunque prigioniero e le guardie lo minacciarono ripetutamente di impiccarlo se avesse disobbedito. Il campo di Ludwigsburg in effetti era un centro di detenzione in attesa del rilascio. E’ istruttivo quanto Jacobs ci racconta della misera dieta: “A colazione ci davano un bicchiere di latte ‘grigio’ e una fetta di pane scuro. A mezzogiorno non c’era pasto”. A cena “ognuno riceveva una scodella di minestra…, per lo più acqua aromatizzata col dado. Nessuna seconda porzione. Sentivo sempre i morsi della fame”. Mentre erano internati a Ludwigsburg, lui ed i suoi fratelli erano costretti a guardare dei film sui “campi di sterminio” (74) tedeschi. La madre, il padre ed i fratelli furono rilasciati dai rispettivi campi a metà marzo del 1946 ed andarono a vivere coi nonni di Jacobs nella zona sotto controllo britannico. Non erano i benvenuti fra i tedeschi che incontravano, in quanto “eravamo altre quattro bocche da sfamare”. Jacobs vide che “la Germania era logorata dalla guerra e affamata”. Fu aiutato da un soldato americano che gli trovò un lavoro al “Graves Registration” (75). Perse il lavoro quando quel soldato fu trasferito ed iniziò una lotta per “vivere nel periodo in cui si moriva di fame, l’inverno del 1946-1947”. Dopo molto girare, ebbe un altro lavoro con l’Esercito americano, stavolta nella flotta militare. A lui si interessò una donna americana che conosceva una coppia in una fattoria del Kansas sud-occidentale che li avrebbe condotti in America a vivere con loro. Pertanto, Jacobs e suo fratello partirono per gli Stati Uniti nell’ottobre del 1947. Erano stati in Germania per 21 mesi. Trascorsero undici anni prima che Jacobs potesse rivedere i genitori. Tirò avanti e, come abbiamo detto, riuscì a diventare ufficiale di carriera nell’aeronautica militare statunitense. Dopo aver conseguito l’MBA (76) all’Università Statale dell’Arizona, divenne ingegnere industriale e più tardi docente della stessa Università.

Se MacDonogh ha scritto tutto ciò che abbiamo riferito (ed altro ancora) del suo libro, come si può sostenere che egli prosegue in modo significativo nell’occultamento di tali orrori, un occultamento che dal 1945 li ha consegnati al dimenticatoio? Questa domanda ci conduce ai difetti del libro, che sono di una natura tale da dare ai lettori una comprensione ridotta delle dimensioni delle atrocità e dei loro responsabili. Ciò che passa di più il segno è il trattamento che MacDonogh riserva al lavoro dello storico canadese James Bacque, autore di “Other Losses” (77) e “Crimes and Mercies”. Quando rimanda al primo di questi libri, dice che Bacque “asseriva che i francesi e gli americani avessero ucciso un milione di prigionieri di guerra”, una affermazione che “fu definita un lavoro di ‘mostruosa speculazione’ e fu rigettata da uno storico americano come una ‘tesi assurda’”. Secondo MacDonogh “da allora è stato provato che Bacque fraintese, nei documenti alleati, le parole ‘other losses’ e ne intese avessero il significato di ‘deaths’”. (78) Perciò parla di “falsa pista di Bacque”. Egli respinge tanto decisamente la tesi di Bacque che nella pagina sulle ulteriori letture consigliate, alla fine del libro, MacDonogh apparentemente si scorda del tutto di Bacque, dicendo che “sul trattamento dei prigionieri di guerra non esiste niente in inglese e il principale esperto americano –Arthur L. Smith- pubblica in tedesco”. (79) Pensavo fosse giusto chiedere a Bacque cosa rispondeva al rigetto di MacDonogh. Bacque mi ha risposto che “la speculazione sulle parole rappresenta bene i miei critici, perché loro non sono stati in tutti i maggiori archivi e non hanno intervistato le migliaia di sopravvissuti che hanno scritto ai giornali, ai giornalisti televisivi e ad altri scrittori sulle loro esperienze vicine alla morte nei campi degli americani, dei francesi e dei russi”. Lungi dall’ammettere di aver mal interpretato la categoria delle “other losses”, Bacque afferma che “il significato del termine mi fu chiarito dal colonnello Philip S. Lauben, dell’esercito degli Stati Uniti, responsabile dei movimenti dei prigionieri per lo SHAEF nel 1945. (80) Ho l’intervista su nastro e la firma di Lauben su una lettera di conferma. Lauben non ha mai negato ciò che mi riferì”. In seguito Lauben dichiarò alla BBC che “si era sbagliato”, però la probabilità di un errore è esile dal momento che era l’ufficiale responsabile fin dall’inizio e vide sia i campi che i documenti. La differenza fra il trattamento che riservano MacDonogh e Bacque alla questione dei prigionieri di guerra tedeschi in mani americane è solo apparente, non appena si confronta l’interesse che ognuno riserva alla limitazione del cibo. MacDonogh riferisce in un passaggio che “qualsiasi tentativo della popolazione civile tedesca di dar da mangiare ai prigionieri era punito con la morte”. Ciò è sbalorditivo di per se e certamente non ha bisogno di spiegazioni. Bacque ci racconta parecchio di più: “Il generale Eisenhower inviò un ‘corriere urgente’ per tutta la vasta area ai suoi ordini dichiarando che per i civili tedeschi era un reato punibile con la morte dar da mangiare ai prigionieri. Ed era un reato da pena di morte anche accumulare del cibo in qualche luogo per portarlo ai prigionieri”. Scrive che “l’ordine fu inviato in Germania ai governi provinciali, con l’ordine di trasmetterlo immediatamente alle amministrazioni locali. Copie dell’ordine sono state recentemente scoperte in vari villaggi nei pressi del Reno”. (81) Alle pagine 42-43 di “Crimes and Mercies” Bacque pubblica una copia in tedesco e in inglese di una lettera datata 9 maggio 1945, in cui viene notificata tale proibizione agli ufficiali del distretto. Bacque fornisce prove come quella del professor Martin Brech di Mahopac, all’estrema periferia di New York, che fu guardiano del campo americano di Aldernach in Germania (82). Brech racconta che “passò alcune fette di pane attraverso il filo spinato, ma l’ufficiale suo superiore gli disse ‘Non dargli da mangiare. La nostra politica è che questi uomini non mangino’”. “Dopo, la notte, Brech portò di nascosto un altro po’ di cibo nel campo e l’ufficiale gli disse ‘Se lo fai ancora, ti faccio fucilare’”. Così troviamo in Bacque una descrizione più nitida e una maggiore attribuzione di responsabilità che non in MacDonogh. Alla luce dell’enorme quantità di dettagli forniti dal libro di MacDonogh, ciò sarebbe perdonabile se non fosse per il suo tentativo di cancellare il lavoro di uno studioso di grande importanza che ha analizzato l’argomento in maniera esauriente. Una soppressione del genere riduce la comprensione del lettore di altri importanti argomenti che MacDonogh tratta con tale brevità che il lettore può a stento farsi un’idea completa. Per esempio, MacDonogh racconta di come, durante l’esecuzione di Joachim von Ribbentrop a Norimberga (83) “il boia pasticciò l’esecuzione e la corda strangolò l’ex-ministro degli esteri per venti lunghi venti minuti prima che spirasse”. Nel suo libro “Nuremberg: The Last Battle” (84), lo storico David Irving racconta parecchio di più, compreso il fatto che la forca era stata progettata in modo da permettere alla botola di ruotare all’indietro e spezzare “qualsiasi osso” dei visi di Keitel, Jodl e Frick. Dice ancora che il corpo di Goering (dopo che si era suicidato assumendo del veleno) “fu trascinato nella stanza dell’esecuzione [dove] i medici militari [fecero] frenetici tentativi di rianimarlo perché lo si potesse impiccare”. Ci sono un gran numero di punti in cui MacDonogh dice la metà di qualcosa d’importante, solo per lasciare l’argomento incompleto. Abbiamo già rilevato il suo accenno ai “30-40.000 prigionieri seduti nel cortile [alle caserme del Genio di Worms], che si spingevano per farsi spazio, senza alcuna protezione dalla pioggia che li gelava”. Ci lascia solo indovinare le conseguenze del congelamento. In un altro punto, riferisce che “gli americani mantennero in piedi campi per oltre un milione e mezzo di Naz(ionalsocialisti)isti o membri della SS”. Questa è la sua unica menzione in merito a questi campi, che si può supporre fossero perfino maggiormente punitivi degli altri. MacDonogh era troppo oberato da altri dettagli per proseguire ulteriormente su tale argomento? Non è che si astiene deliberatamente dall’esplorare certe cose? O forse l’omissione è dovuta a come i dettagli venivano fuori, frammentari come la scarica di un fucile a pallettoni? Al lettore occorrerà valutare fino a che punto “After the Reich” sia il lavoro di uno studioso eminente oppure un racconto di narrativa popolare. (85) Il libro di MacDonogh annovera molte pagine di note finali e cita un gran numero di fonti. Di rado si esprime criticamente su una data fonte. Ma nella maggior parte dei casi accoglie qualsiasi cosa una certa fonte abbia da dire. Al libro avrebbe giovato molto un saggio bibliografico in cui l’autore valutasse le fonti principali, condividendo col lettore una analisi accurata della base probatoria per la sua narrazione. Un esempio in cui è essenziale una valutazione critica è nel suo rimando a quel che ha da dire Ilse Koch (86) sui “paralumi e i trofei realizzati con pelle e organi umani”: MacDonogh dice che lo psicologo Saul Padover afferma gli sono stati mostrati. (87) Vorremmo sapere cosa concluderebbe MacDonogh se dovesse valutare la contro-prova che proclama la collezione di paralumi una “leggenda”. Altrettanto dicasi per le molte citazioni di MacDonogh del libro di Raul Hilberg “The Destruction of the European Jews”. (88) Esiste una vasta letteratura accademica che contesta ogni aspetto dell’“Olocausto”. (89) Leggendo MacDonogh non si verrebbe mai a sapere che esiste quella letteratura, o perché lui non la conosce oppure perché trova più prudente, come molti fanno, non menzionarla. Nonostante le sue limitazioni, “After the Reich” realizza molto, laddove fornisce un ulteriore collegamento nella catena delle rivelazioni che, nel tempo, consentono ai lettori scrupolosi una comprensione più completa della storia moderna. Il fatto che, all’epoca dei fatti e per così tanti decenni successivi, mostruosità della più grande importanza siano state lavate via dalla propaganda suggerisce che vi siano delle implicazioni molto al di là degli eventi stessi. Il primo ministro britannico Benjamin Disraeli (90) osservava che “tutti i grandi eventi sono stati distorti, la maggior parte delle cause importanti occultate” e proseguiva dicendo che “Se la storia d’Inghilterra sarà mai scritta da qualcuno che abbia consapevolezza e coraggio, il mondo ne rimarrà sbalordito”(91). Le implicazioni suggeriscono domande profonde di cui sarebbe negligenza non far menzione: Com’è che una certa versione della realtà può, su così tante materie, avere un dominio quasi totale, mentre le voci di milioni di persone e di un buon numero di studiosi seri vengono emarginate nel nulla? (Fortunatamente, per quanto interessa il lavoro di Bacque, esso è reperibile in dodici lingue e in tredici paesi, sebbene a lungo non sia stato disponibile negli Stati Uniti). Sappiamo davvero la verità su molte cose? Oppure sono innumerevoli gli argomenti celati in un miasma di omissioni e travisamenti? Dove sono i nostri storici accademici? Alla maggior parte di loro piace fornirci miti gradevoli, che è ciò che ci aspetta da loro, e per questo essi sono ricompensati con medaglie, premi e vendite elevate dei loro libri. Quanto è pervasiva una viltà che pone pressoché tutto avanti alla ricerca della verità? Al genere umano importa davvero profondamente della verità? Fino a che punto una società o un’epoca sono “democratiche” se le menti dei propri cittadini sono piene di fantasmi, cosicché la maggior parte dei loro giudizi sono o sciocchi o manovrati? E fino a che punto sono “democratiche” se quei cittadini non hanno neppure voce in capitolo nelle decisioni della più grave importanza? (92) E’ significativo ciò che scrive Keeling: “nella storia moderna nessun popolo di nessuna nazione, noi compresi, ha mai avuto una voce rilevante nel prendere le grandi decisioni, e sull’andare in guerra, e sul comporre gli accordi di pace”(93).

Traduzione a cura di Fabrizio Rinaldini.

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1 (NdT) Link alla recensione: http://www.gnosticliberationfront.com/book_review_article.htm

2 (NdT) Per maggiori informazioni sul professor Dwight D. Murphey, autore della recensione, vedi:

http://www.dwightmurphey-collectedwritings.info/InfoReDDM.htm

3 (NdT) “La Guerra Buona”. Col libro “The Good War: An Oral History of World War Two” lo scrittore ed attore ebreo americano Louis “Studs” Terkel (1912 – 2008) ha vinto il Premio Pulitzer nel 1985.

4 (NdT) “La generazione più grande”.

5 (NdT) Per maggiori informazioni sull’autore di “After the Reich”, Giles MacDonogh, vedi:

http://www.macdonogh.co.uk/experience.htm

6 (NdT) “Nazi” nell’originale. Il traduttore – per principio - non usa la parola “nazista”.

7 (NdT) Vedi: http://www.macdonogh.co.uk/experience-books.htm

8 (NdT) L’accordo (Potsdam Agreement) fra Gran Bretagna, Stati Uniti ed Unione Sovietica fu stipulato durante la Conferenza di Potsdam del 17 luglio-2 agosto 1945 e fu firmato dai “soliti” Winston Churchill, Harry Truman e Josef Stalin. Chi lo desidera può consultare il bestiale diktat in lingua inglese al sito: http://www.pbs.org/wgbh/amex/truman/psources/ps_potsdam.html

9 Adenauer è citato in James Bacque, “Crimes and Mercies: The Fate of German Civilians Under Allied Occupation, 1944-1950″ (Boston, Little, Brown and Company (Canada) Limited, 1997), pag. 119. I lettori possono consultare anche Theodore Schieder (a cura di), “The Expulsion of the German Population from the Territories East of the Oder-Neisse-Line” (Bonn, Ministero Federale degli Espulsi, Rifugiati e Vittime di Guerra, 1958). Alfred-Maurice de Zayas è autore di altri tre libri su questo argomento: “The German Expellees: Victims in War and Peace” (New York, St. Martin’s Press, 1986); “A Terrible Revenge: The Ethnic Cleansing of the East European Germans, 1944-50″ (New York, St. Martin’s Press, 1994) e “Nemesis at Potsdam: The Expulsion of the Germans from the East” (Lincoln, University of Nebraska Press, 1988).

10 (NdT) James Bacque, storico canadese, nato nel 1929. Di lui, in italiano, si può leggere “Gli altri lager”, Mursia, 1993, sullo sterminio dei prigionieri di guerra tedeschi nei campi alleati. Interessante anche “Did the Allies Starve Millions of Germans?” (http://www.serendipity.li/hr/bacque01.htm ) che si può trovare tradotto col titolo “GLI ALLEATI HANNO FATTO MORIRE DI FAME MILIONI DI TEDESCHI?” al link

http://andreacarancini.blogspot.com/2009/03/james-bacque-parla-del-piano-morgenthau.html

11 (NdT) Purtroppo questa nota non è presente nel testo originale. E’ comunque presumibile che la frase sia tratta dal libro di James Bacque citato nella nota precedente.

12 (NdT) Wilhelm Gustloff (1896-1936), uno dei primi membri del Partito fin dal 1923. Lavorava presso il Servizio metereologico tedesco a Davos, in Svizzera, e ricopriva la carica di Landesgruppenleiter della NSDAP. Fu ucciso dall’ebreo Frankfurter il 4 febbraio del 1936. Ebbe funerali di Stato nella sua città natale, Schwerin, ai quali partecipò il Führer che decise di dedicare a lui la nave da crociera della Kraft durch Freude (Kdf) varata l’anno successivo. La “Wilhelm Gustloff” stazzava 25.484 tonnellate, era lunga 208 metri e raggiungeva i 15 nodi e mezzo. L’altra nave per le vacanze dei lavoratori tedeschi era la “Robert Ley” (204 metri, 27.288 tonnellate, 15 nodi e mezzo, 1.470 passeggeri). La KdF controllava inoltre: la “Berlin” (15.286 tonnellate), la “Columbos” (32.000), la “Der Deutsche” (11.430), la “Dresden” (14.500), la “Monte Olivia” (14.000), la “Monte Sarmento” (14.000), la “Oceana” (8.791), la “Sierra Cordoba” (11.469) e la “Stuttgart” (13.400). Tutte, ricordiamolo, per le crociere dei lavoratori.

13 (NdT) Aleksandr Solzenicyn, “Arcipelago Gulag”, tre volumi, Mondadori, 1974-1975-1978.

14 (NdT) Taràssaco comune (taraxacum officinale).

15 (NdT) Zona occupata dagli Stati Uniti.

16 Sir Victor Gollancz (1893 – 1967), socialista, scrittore ed editore, nipote del rabbino Sir Hermann Gollancz. I

due libri citati nella nota successiva sono rispettivamente del 1946 e del 1947.

17 Vedi i due libri di Victor Gollancz sul trattamento dei rifugiati: “Our Threatened Values” e “In Darkest Germany”.

18 Homer Earl Capehart (1897–1979), uomo d’affari e politico, repubblicano, senatore dal 1945 al 1963.

19 Capehart é citato da Ralph Franklin Keeling in “Gruesome Harvest: The Allies’ Postwar War Against The German People”, (Torrance, CA, Institute for Historical Review, 1992), pag. 64. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1947 dall’Institute of American Economics di Chicago.

20 (NdT) La traduzione è letterale. Meglio sarebbe scrivere “Nella zona di Berlino occupata dagli americani”.

21 Bacque, “Crimes and Mercies…”, cit., pag. 91.

22 (NdT) Per rendersi conto di cosa fu quell’inverno, vedi: http://meteolive.leonardo.it/meteolive-notizia-19099-il_gelido_inverno_1946_1947.html

23 (NdT) “L’orribile vendemmia: la guerra post-bellica degli alleati contro il popolo tedesco”. Fra le varie edizioni di questo libro segnaliamo quella della Liberty Bell Publications del 2004 di 152 pagine, ISBN: 978-1593640088, in lingua inglese.

24 Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pag. 64.

25 (NdT) Alfred-Maurice de Zayas (nato nel 1947 a Cuba), avvocato, storico e scrittore, è attualmente docente di diritto internazionale alla “School of Diplomacy and International Relations” di Ginevra.

26 (NdT) “I tedeschi espulsi: vittime della guerra e della pace”, Palgrave Macmillan, 1993, pagine 177, ISBN: 978-0312090975, in lingua inglese.

27 Zayas, de, “The German Expellees…”, cit., pag. 97.

28 (NdT) Ilya Grigoryevich Ehrenburg (1891–1967), lo scrittore e giornalista ebreo che in un volantino propagandistico scritto di suo pugno ed intitolato, con impeccabile chiarezza programmatica, “Uccidete!”, incitava i soldati sovietici a trattare i tedeschi dei paesi conquistati come esseri subumani. Il volantino si concludeva con queste parole: “I tedeschi non sono esseri umani. Da oggi in poi, la parola “tedesco” sarà la più orribile delle maledizioni. Da oggi in poi la parola “tedesco” sarà per noi una ferita nella carne viva. Noi non abbiamo niente da discutere. Noi non proveremo emozione. Noi uccideremo. Se non avrete ucciso almeno un tedesco durante il giorno, quel giorno sarà stato sprecato. [...] Se non riuscite a uccidere un tedesco con un proiettile, allora uccidetelo con la vostra baionetta. Se il vostro fronte è tranquillo e non ci sono combattimenti, allora uccidete un tedesco per passare il tempo. Se avete già ucciso un tedesco, uccidetene un altro. Non c’è niente di più divertente per noi di un cumulo di cadaveri tedeschi. Non contate i giorni, non contate i chilometri. Contate una cosa soltanto: il numero di tedeschi che avete ucciso. Uccidete i tedeschi! [...] Uccidete i tedeschi! Uccideteli!”

29 (NdT) La più importante rivista protestante di Chicago. Fondata nel 1884, Christian Century, quindicinale, durante la Seconda Guerra mondiale prese ferma posizione anche contro l’internamento nei campi di detenzione dei cittadini americani di origine giapponese.

30 Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pag. 64.

31 (NdT) Sull’argomento vedere “Children of World War Two. The hidden enemy legacy” di Kjersti Ericsson e Eva Simonsen, Berg, 2005, ISBN: 978-1-84520-206-4, in lingua inglese.

32 Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pagg. 62-63.

33 (NdT) La traduzione è letterale. Il traduttore avrebbe usato “occupare”.

34 (NdT) Teschen, oggi Cieszyn, è ora una città polacca, praticamente sul confine con la Repubblica Ceca.

35 (NdT) Vaihingen an der Enz è una cittadina del Baden-Württemberg.

36 (NdT) Anch’essa nel Baden-Württemberg.

37 (NdT) La “storica” visita del Cancelliere tedesco a Mosca è dell’8 febbraio 1956. Adenauer incontrò Nikita Chruschtschow, segretario generale del PCUS.

38 (NdT) “Nemici arresi” e “Nemici disarmati”.

39 (NdT) Ovvero, poeticamente, i “Campi sui prati del Reno”. Ufficialmente definiti “Prisoner of War Temporary Enclosures” (PWTE) erano un gruppo di 19 campi di concentramento, in gran parte sulla riva occidentale del Reno, in cui furono ammassati centinaia di migliaia di soldati tedeschi a morire di fame, disidratazione e freddo. Alla Croce Rossa fu sempre impedito di accedere ai campi.

40 (NdT) Nella zona sud-est di Norimberga.

41 (NdT) Nella zona nord di Stoccarda.

42 (NdT) Comune del distretto di Bad Kreuznach in Renania-Palatinato, sede del Rheinwiesenlager A6 (Winzenheim/Bretzenheim).

43 Bacque, “A Truth So Terrible”, in “Abuse Your Illusions” articolo inviato da Bacque a Dwight D. Murphey. * (NdT) Il libro “Abuse Your Illusions” si trova anche in edizione italiana col titolo “Tutto quello che sai è falso 2”, Nuovi Mondi Media, 2004 , pag. 484, ISBN: 88-89091-09-6. L’articolo di J. Bacque è a pagina 173 (“Una verità così terribile”. I campi di prigionia degli “Alleati”).

44 (NdT) Ci si riferisce al campo tedesco di Bergen-Belsen (o comunemente Belsen), situato nella Bassa Sassonia, a sud-est della città di Bergen, vicino a Celle. Si stima che nei primi cinque mesi del 1945 vi siano morti 35.000 detenuti a causa di una epidemia di tifo.

45 (NdT) Il campo si trovava a Bad Nenndorf, una piccola stazione termale vicina ad Hannover. L’articolo di Ian Cobain (http://www.guardian.co.uk/uk/2005/dec/17/secondworldwar.topstories3 ) fu pubblicato su The Guardian del 17 dicembre 2005 con un titolo significativo: “The interrogation camp that turned prisoners into living skeletons. German spa became a forbidden village where Gestapo-like techniques were used” [Il campo per interrogatori che trasformò i prigionieri in scheletri viventi. Le terme tedesche divennero un villaggio proibito dove furono usate tecniche da Gestapo].

46 (NdT) Legge (Act) del Parlamento britannico del 30 novembre 2000 che introduce il diritto di sapere (“right to know”) da parte dei cittadini sulle questioni collegate agli enti pubblici (“public bodies”). La sua denominazione ufficiale è “The Freedom of Information Act 2000 (c.36)”.

47 “Britain Ran Torture Camp After WWII: report” (http://www.abc.net.au/cgibin/common/printfriendly.pl?

http://www.abc.net.au/news/newsitems/200512/s1533464.htm ).

48 (NdT) La Sarthe è nella Regione della Loira, nel nord-ovest della Francia. Il campo era quello di Mulsanne, diviso nei carceri n. 401, n. 402 e n. 403 D.P.G.A. (Dépôts de Prisonniers de Guerre de l’Axe).

49 (NdT) L’autore usa una parola che forse è ancora più significativa: “stripping”, che significa “spogliare, denudare”.

50 Ideato da Henry Morghentau junior, ebreo, nato a New York l’11 Maggio 1891, figlio di un ricco speculatore immobiliare e diplomatico (Henry Morghentau senior), amico personale di Franklin e Eleanor Roosevelt. Il “nostro” Henry, dal 1934 al 1945 fu Secretary of Treasure [Ministro del Tesoro] e creatore del War Refugee Board, all’interno del Ministero. Per mezzo di questo organismo, fra il 1944 ed il 1945, entrarono negli Stati Uniti circa 200.000 ebrei. Anni dopo fu l’uomo di punta della Conferenza di Bretton Woods, durante la quale venne creato l’International Monetary Fund [Fondo Monetario Internazionale] e la International Bank for Reconstruction and Development, quella che oggi è nota come World Bank [Banca Mondiale]. Negli ultimi anni di vita Morghentau è stato consulente finanziario dello Stato d’Israele. Morì a Poughkeepsie, nello stato di New York, il 6 Febbraio 1967.

51 (NdT) Lucius Dubignon Clay (1897-1978), generale americano, nel maggio 1945 viene nominato rappresentante del generale Dwight D. Eisenhower. Dal 1947 al 1949 sarà il Governatore generale della zona d’occupazione americana.

52 (NdT) Emesso il 26 aprile 1945, l’ordine 1067 ordinava al generale Eisenhower di “salvaguardare dalla distruzione e prendere sotto il [proprio] controllo archivi, progetti, documenti, carte, archivi ed informazioni e dati scientifici, industriali e d’altro tipo appartenenti a…enti tedeschi impegnati nella ricerca militare”. Veniva lasciata ad Eisenhower la discrezionalità delel misure da prendere.

53 (NdT) Il Joint Chiefs of Staff (JCS) [Stato Maggiore Congiunto] è un organismo militare statunitense creato nel luglio del 1942, durante la presidenza Roosevelt, dall’Ammiraglio William D. Leahy. Il suo compito è quello di “consigliare” il governo degli Stati Uniti.

54 (NdT) Lo yacht “Carin II”, di 27 metri e mezzo e 70 tonnellate fu regalato ad Hermann Goering nel 1937 per il suo secondo matrimonio (con Emmy Sonnemann) ma il Reichsmarschall volle dedicarlo alla prima moglie, morta sei anni prima.

55 (NdT) Creata subito dopo lo sbarco in Normandia, la T-Force aveva il compito di “identificare, mettere al sicuro, custodire e sfruttare le informazioni speciali e preziose, compresi i documenti, le attrezzature e le persone di valore per gli eserciti alleati”. Sull’argomento: Judt, Matthias e Ciesla, Burghard “Technology transfer out of Germany after 1945″, Routledge, 1996, ISBN: 3718658224, in lingua inglese.

56 (NdT) Rheinfelden e Rottweil sono nel Baden-Württemberg. Le miniere di antracite della Preussag AG si trovano a Ibbenbüren nel distretto di Steinfurt, in Nordrhein-Westfalen. La Rhodia, nata in Germania nel 1927, oggi è un colosso della chimica con sede centrale nel quartiere de La Défense a Parigi. E’ attiva nel settore chimico, farmaceutico, agro-chimico, elettronico e della produzione di pneumatici, ha 15.530 dipendenti (2007) e 131 milioni di Euro di profitti (2007). Un ottimo affare per un furto…

57 Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pag. VI.

58 (NdT) Sull’argomento vedi anche A. Bolzoni,”I dannati di Vlassov”, Mursia, 1991.

59 (NdT) Nkolai Tolstoy, “The secret betrayal” [Il tradimento segreto], Scribner, 1978, pagine 503, ISBN-13: 978-0684156354, in lingua inglese.

60 (NdT) Citando N. Tolstoy, dell’argomento parla anche Piero Buscaroli, in “Dalla parte dei vinti”, Mondatori, 2010.

61 (NdT) E che, quindi, non erano mai stati cittadini sovietici.

62 (NdT) Il generale Andrej Andreevi? Vlasov ed altri undici alti ufficiali dell’Esercito di Liberazione Russo furono impiccati il 2 agosto 1946 a Mosca. Vlasov aveva solo quarantasei anni.

63 (NdT) Vedi: Pier A. Carnier, “L’armata cosacca in Italia 1944-1945″, Mursia, 1990.

64 (Nota dell’Autore integrata dal Traduttore) Nikolai Tolstoy, “The Secret Betrayal” (New York, Charles Scribner’s Sons, 1977), pagine 371, 24, 315, 40, 183, 242, 343. Si consiglia anche la lettura di: Julius Epstein, “Operation Keelhaul: The Story of Forced Repatriation from 1944 to the Present”, (Old Greenwich, Devin-Adair Publ., 1973, ISBN: 978-0815964070) e Nicholas Bethell, “The Last Secret: Forcible Repatriation to Russia 1944- 7″ (Londra, Deutsch, 1974, pagg. XIV+224).

65 (NdT) Le famigerate “Spruchkammer”. Il 7 gennaio del 1947 il Werwolf fece saltare in aria quella di Norimberga… (da: Stephen G. Fritz, “Endkampf: Soldiers, Civilians, and the Death of the Third Reich”, The University Press of Kentucky, 2004, pagine 416, ISBN: 978-0813123257, in lingua inglese).

66 (NdT) L’SS-Obersturmbannführer Karl Adolf Eichmann fu impiccato pochi minuti prima della mezzanotte di giovedì 31 maggio 1962, in una prigione a Ramla, in Israele.

67 Vedi l’analisi sul massacro della foresta di Katyn in Bacque, “Crimes and Mercies…”, cit., pagg. 74-5, 135.

68 (NdT) “The Prison called Hohenasperg” di Arthur D. Jacobs, Universal-Publishers, 1999, pag. 172, ISBN: 9781581128321, in lingua inglese. Se ne possono scaricare le prime 25 pagine gratuitamente all’indirizzo: http://www.universal-publishers.com/book.php?method=ISBN&book=1581128320

69 (NdT) Per la precisione al College of Business. Si ritirò nel 1997. Il suo sito è: http://www.foitimes.com/.

70 (NdT) Un americano, come l’autore, non ha bisogno di spiegare cos’è Ellis Island, un simbolo per l’America cosmpolita. Per un lettore italiano forse è meglio farlo: Ellis Island è un isolotto alla foce del fiume Hudson nella baia di New York. Antico arsenale militare, dal 1892 al 1954, anno della chiusura, l’isola è stata la maggiore frontiera d’ingresso per gli immigranti che sbarcavano negli Stati Uniti. Durante la Seconda Guerra mondiale vi vengono detenuti cittadini giapponesi, italiani e tedeschi e il 12 novembre 1954 il Servizio Immigrazione lo chiude definitivamente, spostando i propri uffici a Manhattan. Dopo una parziale ristrutturazione negli anni ottanta, dal 1990 ospita il Museo dell’Immigrazione.

71 (NdT) Dal sito di Jacobs: http://www.foitimes.com/internment/cc_tx.htm

72 (NdT) Hohenasperg, nel Baden-Württemberg, vicino a Stoccarda, è una antica fortezza e carcere (oggi civile) fin dal 1500.

73 (NdT) Altra città del Baden-Württemberg.

74 (NdT) Il virgolettato è del traduttore.

75 (NdT) Oggi “Mortuary Affairs”. Si tratta del “programma di ricerca, recupero, tentata identificazione, evacuazione e inumazione temporanea delle salme dei militari”.

76 (NdT) Master of Business Administration, equivalente alla Laurea in economia e commercio.

77 (NdT) “Other Losses” [Le altre perdite] di James Bacque, II edizione rivista ed ampliata 1999, pagine 304, Key Porter Books, Fenn Publishing, ISBN: 978-1551681917, in lingua inglese. Una recensione del libro di Bacque, scritta da Arthur S. Ward, si trova al link: http://www.vho.org/GB/Journals/JHR/10/2/Ward227-231.html

78 (NdT) “Altre perdite” e “morti”.

79 (NdT) Di Arthur L. Smith, nato nel 1927, professore emerito di storia alla California State University di Los Angeles vedi il noto “The War for the German Mind: Re-Educating Hitler’s Soldiers” [La guerra per le menti tedesche: la rieducazione dei soldati di Hitler] del 1996, Berghahn Books, pagine 214, ISBN: 9781571818928, in lingua inglese.

80 (NdT) “Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force” [Supremo Quartier Generale alleato del Corpo di spedizione]. Il QG delle forze alleate nell’Europa nord occidentale dal tardo 1943 alla fine della guerra. Lo comandò sempre il generale Dwight D. Eisenhower.

81 (NdT) Vedi nota 39.

82 (NdT) Località sul Reno

83 (NdT) Il Reichsaußenminister e SS-Gruppenführer Joachim von Ribbentrop fu impiccato il 16 ottobre 1946.

84 (NdT) “Nuremberg: The Last Battle”, di David Irving (fotografie di Walter Frentz), pagine 377, Focal Point Publications, I Ed. 1996, ISBN: 978-1872197166, in lingua inglese. Scaricabile gratuitamente al link: http://www.fpp.co.uk/books/Nuremberg/index.html Ed. italiana: “Norimberga, l’ultima battaglia”, Edizioni Settimo Sigillo, 2002.

85 (NdT) La traduzione di questa frase non è letterale.

86 (NdT) Ilse Koch, nata Köhler (1906 – 1967), moglie dell’SS-Standartenführer Karl Otto Koch (1897 – 1945), comandante dei campi d’internamento di Buchenwald e Majdanek. Condannata all’ergastolo nel 1947, graziata nel 1949, arrestata di nuovo lo stesso anno e condannata ancora all’ergastolo da un tribunale tedesco nel 1951. Si impiccò nel carcere femminile di Aichach nel 1967.

87 (NdT) Sullo “psicocombattente” ebreo Saul K. Padover (1905-1981) e sulla questione Ilse Koch, vedi: “I complici di Dio”, di G. Valli, Effepi, 2009, alle pagine 1124, 2531, 3052 e 3052 del testo su CD.

88 (NdT) Raul Hilberg (1926-2007, ebreo), “The Destruction of the European Jews” di Raul Hilberg, prima edizione del 1961, pagine 1536, Yale University Press 2003, in lingua inglese. Prima ediz. italiana 1995, “La distruzione degli ebrei d’Europa”, Einaudi 1999, 2 volumi, pagine 1358.

89 (NdT) Il virgolettato è del traduttore.

90 (NdT) Benjamin Disraeli, Primo Conte di Beaconsfield (1804–1881), ebreo sefardita di origine italiana, prima liberale e quindi conservatore, fu Primo Ministro del Regno Unito due volte: dal 27 febbraio al 3 dicembre 1868 e dal 20 febbraio 1874 al 23 aprile 1880.

91 Disraeli è citato da Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pag. 135.

92 (NdT) Domande inutili….”this is democracy, my dear”.

93 Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pag. 134.

mar 302010

Perché i nazisti si dedicarono alla studio di tutto ciò che, ancor oggi, è considerato futuristico, trascendente e non convenzionale? I responsi sono vari e molteplici, e la verità ancora una, risulta senza padre. Alcuni di coloro che, si interessano di queste cose, intravedono la risposta nell’ipotesi aliena, e nel tentativo di plagio, di tecnologia e conoscenze altrui. Per altri studiosi, la spiegazione, è invece fornita, dalla visione, mistica e simbolica, data alla storia e alla vita, dai componenti del III° Reich. Marco Sbrana (tratto da “Oltre la conoscenza”).

È complesso poter stabilire dove sia la realtà, forse su entrambi i fronti, o forse in nessuno di essi; è comunque un dato di fatto che l’aspetto essoterico della cultura nazista sia un postulato accertato da tutti, universalmente riconosciuto come fondato. Il nazionalsocialismo, era infatti, quasi totalmente improntato alla mistica e all’occulto e traeva la propria linfa vitale dall’esaltazione dell’irrazionale. Julius Evola (1898-1974), esponente dell’ala più radicale e ascetica del fascismo, teorico di quello che verrà definito il super – fascismo, fondatore del “Gruppo di Ur” e propugnatore della superiorità della cultura e filosofia latina dichiarò sempre che la fondamentale differenza tra nazismo e fascismo fosse stata proprio la mancanza, in quest’ultimo, di ogni elemento esoterico. Incolpava di ciò il nefasto influsso del Vaticano che, a suo dire, era contrario al tradizionalismo europeo e limitava la naturale tendenza verso il mito, la trascendenza, la metafisica, rendendo strutturalmente più debole, il regime italiano. Intendiamoci, non è che i centinaia di volumi e trattati sullo spiritualismo nazista vadano presi per oro colato; ma non si può dare una valutazione completa della materia, senza conoscere la ‘ratio’ che è alla base della più spaventosa ideologia partorita dalla storia.

PREDISPOSTI DALLA NASCITA

Tutti gli storici contemporanei per oltre 50 anni hanno dibattuto e continuano a dibattere su un quesito fondamentale; come abbia fatto uno spiantato d’imbianchino austriaco, senza arte né parte, a divenire in meno di 20 anni leader indiscusso di tutta la Germania! Le risposte, manco a dirlo, sono le più disparate: si va da quella demoniaca, esposta nei toni più accesi e apocalittici da Trevor Ravenscroft, a quella del figlio dello spirito tedesco (tanto cara ai neonazisti). Probabilmente, ancora una volta, la verità è presente, in piccole porzioni, in ogni teoria. Vediamo quindi di valutarle singolarmente. L’elemento demoniaco è, per tutti i credenti, uno degli aspetti lampanti del nazismo; ma è nel contempo il più riduttivo e squalificante; risolve tutto semplicemente utilizzando l’assioma religioso dell’esistenza del maligno. Per i molti che si pongono però qualche quesito in più, è veramente poco esplicativo e chiarificatore. Perché il demonio avrebbe scelto tra tutti gli uomini proprio Hitler? Perché solo in quel determinato momento? Se era uno dei tre biblici Anticristo, gli altri chi sono? É evidente che si potrebbe andare avanti all’infinito, senza approdare da nessuna parte. Nei primi anni Settanta Ravenscroft formulò una spiegazione innovativa. Lo scrittore britannico che, si presentava come semplice portavoce dell’operato di quella strana figura che fu Walter Johannes Stein, sosteneva che lo spirito umano è soggetto in qualche modo a una sorta di reincarnazione; il male alberga latente in specifici individui; determinati meccanismi lo possono improvvisamente risvegliare. Essendo figlio di questa terra, vaga alla morte dell’albergatore sotto forma eterea, finché non incontra un’altra anima con requisiti appropriati che lo possa contenere; ciò è sempre avvenuto e sempre accadrà fino alla fine dei tempi. “L’incarnazione” avviene poco dopo il parto, prima del battesimo, inspirando nel nuovo nato, predisposto all’origine, tutta l’essenza della malvagità. Se viene a mancare la patologia scatenante, la malignità però non si libera nella sua pienezza, rimanendo sospesa ad uno stato potenziale; e l’individuo veicolante, pur vivendo in modo meschino, egoistico ed arrogante, rimane essenzialmente innocuo. Esistono determinati fenomeni che risvegliano il male; generalmente si anima per antitesi al bene, con la stessa intensità e la forza di quest’ultimo. Solo rarissime volte nella storia il male si è esteso nella sua totale ampiezza; una di queste è stata proprio la dittatura nazista che ha portato il mondo sull’orlo dell’apocalisse. Specifici oggetti, dalle spiccate caratteristiche, sono portatori del nucleo benigno: il Graal, l’Arca dell’Alleanza, la punta della Lancia che penetrò il fianco di Cristo; essi sono i più potenti catalizzatori, per questo Hitler li cercava. Colui che domina gli oscuri poteri di queste reliquie, può utilizzarli per il bene o per il male. É arduo commentare queste affermazioni, che non soddisfano né il credente né il laico; Ravenscroft mescola cattolicesimo e predestinazione calvinista in un cocktail instabile ed esplosivo.

I SUPERIORI SCONOSCIUTI

É questa una delle più diffuse spiegazioni circa l’improvviso cambiamento di Hitler. Tutti concordano nel definire il futuro dittatore come un ragazzo emarginato, introverso, con notevoli difficoltà comunicative, incapace di socializzare e collocato ai margini della società. Come fece a divenire, da lì a pochi anni, un ipnotizzatore di folle? I fautori di questa visione parlano di manipolazione dell’inconscio del fuehrer da parte di superiori non identificati, dagli immensi e sconosciuti poteri. Ecco alcuni episodi dimostrativi. In un’occasione Hitler si era confidato con l’SS Rauschning, cosa che avveniva assai raramente, dicendogli: “Bisogna che la natura produca una varietà nuova”. Si riferiva alla razza ariana. Ispiratagli secondo alcuni, non tanto dalla mitologia nordico – celtica, quanto da certe visioni di creature misteriose che il fuehrer diceva di avere. “L’uomo nuovo vive in mezzo a noi! É intrepido e crudele, ho avuto paura davanti a lui”, disse un’altra volta Hitler, ancora madido di sudore estatico, ai suoi più stretti collaboratori. Questi deliri vennero studiati dallo psicologo Achille Delmas che scrisse: “Una persona del suo seguito mi ha detto che Hitler si sveglia la notte mandando grida convulse. Invoca aiuto, seduto sulla sponda del letto, ed è come paralizzato. É preso da un panico che lo fa tremare al punto da scuotere il letto; grida cose confuse ed incomprensibili; ansima come se fosse sul punto di soffocare; lo stesso personaggio mi ha descritto una di queste crisi con particolari che mi rifiuterei di credere se la mia fonte non fosse così sicura. Hitler era in piedi, con aria smarrita, nella sua camera; barcollante, si guardava attorno. ‘É lui, è lui, è venuto qui!’ gemeva. Le sue labbra erano livide, il sudore gli grondava a grosse gocce; improvvisamente pronunciò cifre senza alcun senso, parole, frammenti di frasi. Era terribile, adoperava termini bizzarramente raggruppati, del tutto strani. Poi era divenuto di nuovo silenzioso, ma continuava a muovere le labbra. Poi, improvvisamente aveva ruggito: ‘Lì, lì, nell’angolo! É lì”. Pestava il pavimento con i piedi e urlava. Lo avevano rassicurato, dicendogli che non c’era nulla di straordinario e si era calmato a poco a poco. In seguito aveva dormito a lungo ed era ridiventato pressoché normale e sopportabile per qualche tempo. Un chiaro sintomo di pazzia, diremmo noi. Ma per i suoi adepti queste crisi erano in realtà fenomeni di ‘contatto’ con i ‘Maestri Invisibili’, quei misteriosi capi segreti descritti dall’essoterista Cotton Mathers, della Golden Dawn, nel “Manifesto ai membri del Secondo Ordine”. Mère, la compagna del guru Sri Aurobindo, disse che il compagno invisibile di Hitler (così simile al ‘visitatore in camera da letto’ dei casi di rapimento UFO) era un “Asura”, un demone dalla testa fiammeggiante che aveva preso possesso del fuehrer. Esso era Satana, secondo il gesuita padre Regimbald, che sostiene che Hitler avrebbe steso un patto col diavolo. E l’essoterista Eckardt, guida spirituale di Hitler, riferendosi a lui disse: “Egli danzerà, ma la musica l’ho scritta io. Noi gli abbiamo dato i mezzi per comunicare con Essi”. Essi” erano, per Eckardt, delle creature intermedie tra gli uomini e le intelligenze superiori, venerati nel gruppo esoterico segreto Thule, al quale Hitler ed Eckardt appartenevano. Questi esseri intermedi sarebbero stati gli Ariani, i modelli originari, l’uomo-dio di Rauschning. In tempi più recenti Virgil Armstrong, sedicente ex agente segreto CIA, Hitler sarebbe stato in contatto con gli extraterrestri, che tra l’altro avrebbero seguito con grande interesse le fasi del secondo conflitto mondiale.

IL FIGLIO DELLO SPIRITO TEDESCO

Trai i vari tentativi di spiegazione è questo il più caro ai neonazisti; sinteticamente possiamo dire che questi nostalgici, storpiando e addomesticando a loro uso e consumo tutta la filosofia degli ultimi due secoli, strumentalizzano gli scritti dei grandi filosofi quali Hegel, Kant, Shopenhauer; ed arrivano a sostenere che “da Federico Barbarossa in poi si è inalato nelle terre tedesche uno spirito di vittoria e dominio; è scritto che la Germania e la sua cultura devono guidare l’Europa verso un periodo di lunga prosperità; le altre potenze non vogliono questo, ma la loro è una battaglia persa. L’essenza stessa della Germania non può essere distrutta, più la si combatte più si rafforza. Essa si concentra in grandi uomini, designati divinamente: Barbarossa, come Bismark ed Hitler erano fra questi eletti, presto ne arriverà uno nuovo, portatore delle energie di tutti; egli compierà il disegno precostituito; i suoi predecessori hanno combattuto per lui, per l’uomo che verrà. Fautore di questa delirante teoria è lo scrittore Miguel Serrano; per lui l’uomo che verrà è l’incarnazione del superuomo, dell’eletto, capace di integrare e disintegrare la materia. Sarà un essere dalla dimensione non umana, dove la presenza fisica è solo un archetipo; egli è posseduto dalla trascendenza e la sua forma umana è una semplice apparenza. É legato alla teoria del sincronismo, sa essere qua e là, fuori dal tempo e dallo spazio in un’altra dimensione. L’uomo Hitler muore quindi fisicamente, ma l’archetipo resta, perché è stato creato dal desiderio di una nazione; si reintegra quindi in una nuova dimensione fisica, il ghiaccio, e attende il momento del ritorno. Il fuehrer sapeva che avrebbe perso nel mondo della materia, perché la sua dimensione umana non era destinata alla vittoria; vinse la guerra perdendola, purificandosi ed entrando in un’altra dimensione. Per la scienza dell’implosione il ghiaccio dell’Antartide è Hitler, ed è in attesa di tornare per il riscatto dell’Età Nera, come il redentore del cattolicesimo. Nessun commento…

Marco Sbrana

mar 282010

Potrà destare sconcerto che qui, sul portale di Thule Italia, venga postato un lungo articolo proveniente dall’Archivio Antifascista di Venezia se non fosse  che esso risulti utile per comprendere alcune bizzarie ideologiche.

Premessa

Si racconta che una volta Jack Kerouac presentò una sorta di programma politico-culturale della Beat Generation che parlava della “volontà che unisce i nostri gruppi e che ci fa comprendere che gli uomini e le donne devono apprendere il sentimento comunitario al fine di difendersi contro lo spirito di classe, la lotta delle classi, l’odio di classe!” e che si concludeva con l’auspicio “Noi andiamo a vivere presto in comune la nostra vita e la nostra rivoluzione! Una vita comunitaria per la pace, per la prosperità spirituale, per il socialismo”.Il pubblico composto da “alternativi” di sinistra ne fu entusiasta ma si raggelò subito apprendendo di aver applaudito un discorso pronunciato da Adolf Hitler al Reichstag nel 1937. Di simili provocazioni ci sarebbe ancora bisogno. In tempi in cui molte cose si confondono, trascolorano e sembrano sempre più assumere contorni incerti, mentre in politica la destra gioca la carta dello sfondamento a sinistra -emblematica l’affermazione elettorale del partito nazional-populista di Haider quale primo “partito operaio” austriaco- e i partiti che si richiamano alla sinistra rincorrono la destra per accreditarsi davanti ad un indistinto elettorato quale garanzia d’ordine, annullando in questo modo la loro identità legata all’idea stessa di liberazione sociale, tutto si presenta come paralizzante quanto sfuggente complessità e di conseguenza constatiamo, come sostiene un attento osservatore di tali implicazioni, di non essere “più in grado di sorvegliare con attenzione la realtà”[1]. In un presente in cui è possibile riscrivere la storia, ossia la memoria della società, capovolgendo ruoli e parti, col rischio di dover rivivere un passato che troppo in fretta era stato lasciato alle spalle, sta passando quasi inosservata la ricomparsa di un fascismo rivoluzionario che, in contrapposizione anche con la destra borghese e nostalgica, mantiene le sue radici nelle componenti più radicali dei movimenti nazionalisti che portarono al potere Mussolini ed Hitler per poi finire da questi liquidate in quanto ormai incompatibili con il regime, e riprende le esperienze teoriche e organizzative che tra gli anni `60 e `70 cercarono di ritrovare la rotta e nuove sponde tra i marosi della ribellione sociale. Anche se per il momento, il ritorno sulle scene europee di queste componenti variamente connotate come nazionalrivoluzionarie, nazionalcomuniste o nazionalcomunitariste non sembra avere la forza per determinare rilevanti cambiamenti negli attuali rapporti sociali, è altrettanto vero che queste avvertono il favorevole mutarsi della situazione internazionale; da un lato infatti la prospettiva della Nazione Europea, da loro da sempre auspicata ed intesa soprattutto come potenza economica-militare, è ormai un “luogo comune” che appartiene in modo trasversale sia alla destra che alla sinistra politica ma, allo stesso tempo, questa comporta l’apertura di nuovi conflitti per l’egemonia tra le varie nazioni e i diversi gruppi economici, così come si assiste ad un’accelerazione delle tensioni tra gli Stati facenti parte dell’Unione Europea e gli USA che rendono tutt’altro che stabile il tanto celebrato nuovo ordine mondiale seguito alla caduta dei regimi dell’Est. In questo contesto infatti, la Germania “unificata” è tornata a giocare un ruolo centrale quale principale potenza della Mitteleuropa con la missione storica di mantenere la coesione interna del Vecchio Continente; contemporaneamente, la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’impetuosa ripresa del nazionalismo russo permettono di immaginare la realizzazione di uno spazio geopolitico euro-asiatico così come avrebbero voluto i nazionalbolscevichi tedeschi negli anni Trenta e come venne teorizzato nel dopoguerra da Jean Thiriart che, per fondare il movimento di Jeune Europe poté contare anche su non trascurabili finanziamenti tedeschi.
Difficile prevedere quali sviluppi futuri e quali margini d’azione politica sullo scacchiere internazionale potranno aprirsi per questa variante del fascismo che, sotto vario nome e con ogni mezzo necessario, persegue l’obiettivo di un nuovo ordine europeo non lontano da quello prefigurato negli originali piani di dominio del Terzo Reich; ma poichè la penetrazione ideologica e culturale, mirante a sostituire l’identità di classe con il mito della comunità di “sangue e suolo” e a soffocare nel nazionalismo ogni ipotesi di liberazione sociale, è la condizione necessaria per imporre nuove gerarchie e immutate logiche di sfruttamento, è più che mai necessario sviluppare l’opposizione antiautoritaria e anticapitalista anche attraverso la ricerca storica e persino l’analisi filologica. Se dopo la loro lettura troverete queste pagine allarmanti, il loro intento potrà considerarsi almeno parzialmente raggiunto.

IL PARADOSSO DELLA CONTRORIVOLUZIONE

La destra deve diventare sempre più di sinistra. (Roberta Angelilli, già simpatizzante di Terza Posizione attualmente eurodeputata di Alleanza Nazionale) Il panorama storico e politico del neofascismo è senz’altro complesso e per certi aspetti contraddittorio: vi sono forze che siedono in parlamento ed altre extraparlamentari, si trovano gruppi che si dichiarano tradizionalisti, altri che si professano rivoluzionari e vi sono persino quelli che si definiscono rivoluzionari conservatori o “anarchici di destra”; alcune formazioni si rifanno ai fascismi e altre al nazismo; alcuni settori si accreditano come strenui difensori dei valori cattolici, altri si dichiarano filoislamici, altri ancora sono attraversati dall’esoterismo e vi sono pure quelli che parlano il linguaggio della New o della Next Age. Premesso questo non deve sorprendere quindi il fatto che vi siano settori a cui va stretto l’abito della destra e che conseguentemente affermano di collocarsi “oltre la destra e la sinistra”, oppure che affermano persino di ritenersi una componente storica del movimento operaio. Emblematico a tal riguardo quando scritto solo pochi anni fa da un militante nazional-comunista: Il fascismo italiano, quello nato come movimento il 23 marzo del 1919 a Milano, è una costola del pensiero marxista. Esso riconosce l’esattezza delle teorie marxiste del plusvalore, che pensa di restituire ai proletari socializzando le imprese. Esso però respinge l’internazionalismo proletario, naufragato con lo scoppio della prima guerra mondiale, e vuole unire alla lotta sociale quell’Italia, nazione proletaria, contro le potenze plutocratiche allora come oggi padroni del mondo. Esistono varie tendenze in seno al marxismi: stalinisti, maoisti, operaisti, economicisti ecc. (…) Aggiungete dunque i fascisti tra queste tendenze[2]. Nel più recente passato in Italia si sono peraltro registrati precedenti di questo tipo: basti pensare ai “nazi-maoisti” e a Lotta di Popolo; alle teorizzazioni nazional-popolari di Franco Freda e Paolo Signorelli negli anni ’70; all’attività clandestina di gruppi quali i Nuclei Armati Rivoluzionari, Terza Posizione e Costruiamo l’azione che, a cavallo degli anni ’70 e ’80, pur con impostazioni ideologiche diverse riprendevano almeno parte delle posizioni teoriche del fascismo più radicale. Prima vedevo -dirà Valerio Fioravanti, uno dei fondatori dei NAR- che vi erano tre forze che si contrapponevano, e cioè i fascisti, i comunisti e lo Stato democratico, ritenevo che noi fascisti dovessimo appoggiare lo Stato democratico contro i comunisti per poi affrontare il vincitore dello scontro che sarebbe risultato indebolito. In seguito risultò molto più logico il contrario, e cioè appoggiare i comunisti contro lo Stato democratico; (…) questo sia per una minor fiducia nei fascisti, sia per una rivalutazione degli schemi rivoluzionari marxisti-leninisti [3]. Tutto questo può apparire soltanto un gioco di mascheramenti oppure l’espressione marginale di un ribellismo inclassificabile; la questione invece è assai più seria e basta infatti conoscere un po’ di storia per sapere che il termine nazista era semplicemente la contrazione dell’aggettivo nazional-socialista scelto da Hitler per il suo partito, così come aveva voluto la bandiera rossa quale sfondo per la svastica nera su cerchio bianco in quanto doveva rappresentare “l’idea sociale del movimento” [4].

ALLA SINISTRA DI HITLER

La definizione che abbiamo dato del fascismo come rivoluzione di destra resta in sostanza comune a tutte le sue varianti. (George L. Mosse) [5] Il termine “nazionalbolscevismo” comparve per la prima volta in un opuscolo dal titolo omonimo, pubblicato dopo la Prima Guerra Mondiale in Germania, scritto da un accademico di destra, tale Eltzbacher, che di fronte alle sanzioni economiche e all’occupazione militare degli Alleati vittoriosi auspicava una Germania bolscevizzata. Nel biennio 1919 – ’20, i comunisti Wolffheim e Laufenberg ripresero queste teorizzazioni, richiamandosi alle tesi di W. Rathenau per la “resistenza armata” di tutto il popolo contro l’imperialismo e, implicitamente, alle classiche tesi fichtiane sullo “Stato corporativo chiuso”, battendosi per la collaborazione tra “nazionalisti rivoluzionari” e Partito comunista, sia contro i capitalisti che contro la socialdemocrazia [6]. Secondo numerosi storici, soprattutto di scuola liberale, tale convergenza tra “opposti estremismi” contro la democrazia non solo vide in seguito la luce ma fu la causa della morte della Repubblica di Weimar e, a supporto di tale tesi si citano come prove il referendum contro il governo prussiano retto dal socialdemocratico Otto Braun e lo sciopero dei trasporti pubblici di Berlino con la strana intesa tra le “camicie brune” delle SA (Sturmabteilung) e la Lega dei combattenti del Fronte Rosso; in realtà però tale visione non tiene conto della guerra civile combattuta strada per strada dai militanti comunisti del K.P.D., assieme agli anarcosindacalisti della F.A.U. (Freie Arbeiter Union) e a settori operai socialdemocratici, contro le squadre naziste. Le responsabilità della sinistra social-comunista tedesca furono semmai altre, a partire dal fallimentare progetto di costruzione di un socialismo di Stato, in grado di eliminare le contraddizioni tra Capitale e Lavoro, fatto proprio dai nazisti e poi usato da Hitler nella costruzione del suo Stato totalitario; inoltre rimane un’ombra inquietante la connivenza di buona parte della sinistra tedesca di fronte al montante antisemitismo. La questione centrale resta però in gran parte da indagare e riguarda l’identità “anticapitalista” e “antiborghese” che la propaganda nazionalsocialista seppe costruire attorno al suo effettivo ruolo reazionario e antiproletario, affermandosi anche in settori decisamente popolari; sovente infatti si tende a dimenticare che le prime SA fondate nel ’21 erano composte da operai, disoccupati e sottoproletari, e che i veri artefici dell’affermazione nazista nelle roccaforti operaie di Amburgo, Berlino e Lipsia furono dei “filosovietici” come i fratelli Strasser[7] assieme all’organizzazione delle cellule di fabbrica nazionalsocialiste (NSBO) di Reinhold Muchow [8]. Se si considerano le ricerche statistiche riguardanti la composizione sociale degli elettori del Partito Nazista, dei suoi iscritti e dei membri delle SA c’è di che rimanere allibiti; bastino solo alcune cifre: gli operai dequalificati costituivano tra il ’25 e il ’33 la categoria sociale più numerosa tra i membri del NSDAP (ossia del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori) e il 62% circa degli squadristi SA erano lavoratori industriali e agricoli [9]. L’estrazione popolare e proletaria di buona parte delle SA, assieme all’estremismo socialista di alcuni suoi comandanti legati a Gregor Strasser, tra l’altro determinarono tra il dicembre `32 e il gennaio `33 autentici casi di rivolta contro la direzione politica imposta da Hitler; nella Franconia Centrale buona parte delle 6/7.000 “camicie brune” sotto la guida del loro comandante Wilhelm Stegmann costituirono una organizzazione paramilitare indipendente affermando che le SA dovevano smettere di essere soltanto i “vigili del fuoco” o le “guardie di palazzo”. Analoga sedizione si registrò in Assia e a Berlino vi furono scontri tra SA e SS. Inoltre “in diverse parti del paese membri delle SA delusi passarono ai comunisti, che li arruolarono prontamente nei propri reparti paramilitari” [10]. La corrente “anticapitalista” del nazismo fu molto forte sino ai primi anni Trenta e, oltre che all’interno di ampi settori delle SA, la sua influenza era avvertibile a diversi livelli della società tedesca. Nel `33 il presidente dell’Alta Slesia, Bruckner, attaccò con forza i grandi industriali “la cui vita è una continua provocazione”. A Berlino, tale Koeler, della Federazione operaia nazista, ebbe a dichiarare: “Il capitalismo si arroga il diritto esclusivo di dare lavoro alle condizioni da lui medesimo stabilite. Questo dominio è immorale e dobbiamo spezzarlo”, mentre Kube, capo del gruppo nazista al Landtag prussiano, se la prendeva con i latifondisti ed il governo sollecitando la riforma agraria mediante la confisca prevista dal programma del partito. Da tempo ormai però il führer aveva deciso altrimenti incaricando il principale capitalista tedesco, Krupp von Bohlen, della riorganizzazione dell’industria tedesca, mentre il Consiglio generale dell’economia risultava composto da 17 membri, comprendenti tutti i maggiori industriali e i più importanti banchieri della nazione che avevano appoggiato la controrivoluzione nazista. Dopo la conquista del potere Hitler, ormai Cancelliere del Reich, avviò pertanto un’opera di spietata normalizzazione interna al fine di “mantenere l’ordine nelle strutture economiche (…) secondo le leggi originarie radicate nell’umana natura”; l’apice di tale stabilizzazione venne raggiunto il 30 giugno 1934 durante “La Notte dei Lunghi Coltelli”, quando vennero sterminati un certo numero di politici conservatori scomodi, personalità cattoliche e militari dissidenti, assieme alla “sinistra” del nazionalsocialismo facente capo al capi delle SA di Roehm, e a settori di destra, capeggiati dall’ex-cancelliere generale von Schleicher, che tramavano contro Hitler utilizzando tatticamente anche la corrente “rossa” del Partito nazista che si riconosceva in Gregor Strasser; ma il senso principale del massacro fu quello descritto con precisione da Julius Evola: Fra le SA, le Camicie Brune, il cui capo era Ernst Roehm, si era fatta largo l’idea di una “seconda rivoluzione” o di un secondo tempo della rivoluzione; si denunciava il sussistere nel Reich di gruppi “reazionari”, che erano quelli della Destra, e una combutta di Hitler coi “baroni dell’esercito e dell’industria” (…) Ebbene, il 30 giugno 1934 valse essenzialmente come lo stroncamento di questa corrente radicalista del partito e di un suo supposto complotto [11]. D’altra parte fu lo stesso Hitler, durante il discorso pronunciato al Reichstag il 13 luglio seguente, ad assumersi la responsabilità di “giustiziere supremo del popolo tedesco” e a rivendicare la legittimità delle centinaia di assassini compiuti dalle SS e dalla Gestapo che in questo modo avevano sventato una “rivoluzione nazionalbolscevica” [12]. Sul finire del `34 e ai primi del `35 circa centocinquanta comandanti delle SS furono trovati uccisi; sui loro cadaveri un cartoncino con le lettere R.R. per Roehms Rächer (Vendicatori di Roehm) farebbe pensare ad un’estrema vendetta dei nazisti ormai nemici di Hitler; ma ormai per il Fronte Nero, per Opposizione e per gli altri gruppi della Rivoluzione Conservatrice, su posizioni diverse ma accomunati dalla visione secondo cui Germania e Unione Sovietica avrebbero dovuto dare vita ad un’alleanza anticapitalista in funzione anti-Occidente, non rimaneva che scomparire in attesa di momenti più propizi che si sarebbero presentati sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Interessante peraltro notare che anche una parte del fascismo russo avrebbe maturato simili convinzioni, giungendo ad affermare che “le aspirazioni nazionali della Russia si sono espresse nell’azione del Partito comunista e dei suoi dirigenti” e ritenendo che lo stalinismo avesse finito per riflettere le loro idee [13]. Il destino dei sospetti nazionalbolscevichi tedeschi, schedati e perseguitati dalla Gestapo [14], fu in alcuni casi quello dell’eliminazione fisica o della deportazione nei lager [15], tanto che sono stati definiti come i “trotzkisti” del nazionalsocialismo; ma così come difficilmente si può negare che Trotzky sia stato un comunista per il fatto che venne fatto assassinare da Stalin, altrettanto difficilmente si può negare che i nazionalbolscevichi siano stati solo la “sinistra” del movimento nazista e, paradossalmente, lo stesso Hitler fu a modo suo “nazionalbolscevico” quando nel `39 Ribbentrop e Molotov firmarono l’infame patto di non-aggressione tra Germania ed URSS.

L’EREDITA’ POLITICA DI J. THIRIART

Quando la vittoria non toccasse al Tripartito, i più dei fascisti veri che scampassero al flagello passerebbero al comunismo, con esso farebbero blocco. Sarebbe allora varcato il fosso che separa le due rivoluzioni.
(P. Drieu La Rochelle, “Italia e Civiltà”, 23.5.1944) Negli ultimi anni, dopo la sua rifondazione, è tornato a far parlare di sé il ]Partito Comunitario Nazional-europeo (PCN), costituendo un punto di riferimento sia teorico che organizzativo anche per i nazionalcomunitaristi italiani che, dopo aver chiuso la loro esperienza come tendenza più o meno interna al Fronte Nazionale di A.Tilgher, hanno costruito precisi rapporti con questo partito tanto che è andata formandosi una “Rete di lingua italiana” ad esso collegata che pubblica “Nazione Europa”, ossia la versione italiana della testata storica del PCN “La Nation Européenne”. Le origini del PCN sono abbastanza note. All’inizio degli anni ’60 ebbe una certa notorietà l’organizzazione Jeune Europe con la sua omonima rivista, entrambe fondate e dirette dal belga Jean-François Thiriart (noto anche con il nome di Jean Tisch), che andò sviluppandosi sino a contare undici sezioni europee, tra cui quella italiana che fu tra le più consistenti e durature [16]. Ma chi era questo Jean Thiriart, già facente parte degli Amis du Grand Reich Allemand, che affermava di essere disposto anche ad “allearsi col diavolo” e che per riferimenti storici aveva Federico II di Prussia e Stalin? E chi erano i militanti di Jeune Europe che lui stesso definì come “i cavalieri dell’Apocalisse, gli uomini di una situazione disperata”? Nato a Liegi da una famiglia di tradizioni liberali, secondo i suoi biografi[17], Thiriart aderì in un primo tempo alla Jeune Garde Socialiste e al Partito Comunista, ma con lo scoppio del Secondo Conflitto Mondiale e l’occupazione tedesca entrò a far parte del Fichte Bund, una formazione legata al movimento nazionalbolscevico di Wolfheim e Laufenberg, arruolandosi poi volontario nelle SS; processato e condannato a morte per collaborazionismo fu quindi graziato e divenne imprenditore nel settore ottico. Nel dopoguerra Thiriart fu tra i fondatori del Movement d’Action Civique di cui nel `60 divenne il principale dirigente assieme al dott. Paul Teichmann; pur respingendo la definizione di fascista il MAC assunse subito come proprio simbolo la croce celtica del movimento francese Jeune Nation e risultò essere, secondo lo studioso Michel Géoris-Reitshof, “l’unico movimento fascista serio e organizzato”.[18] Il suo organo di stampa si chiamava “Nation Belgique” e proprio sulle sue pagine Thiriart, grazie all’apporto teorico di Henri Moreau, ex-socialista e antisemita, mutilato di guerra per aver combattuto in Russia con le Waffen-SS, cominciò a teorizzare il “comunitarismo” come superamento del fascismo uscito dal conflitto mondiale. Forte della credibilità acquisita in patria Thiriart si candidò, con la sua formazione, alla direzione del neofascismo europeo e, potendo contare su consistenti finanziamenti da parte della Union Miniére belga e della finanziaria tedesca Misereor, fondò Jeune Europe lanciando nel giugno `62 un Manifesto alla Nazione Europea che, significatamente, s’apriva con lo slogan “Né Mosca né Washington” e in cui si faceva appello alla costruzione di “una grande patria comune, una Europa unitaria, potente, comunitarista”, “contro la partitocrazia, per la preminenza dell’individuo sul termitaio, perchè l’Africa resti all’Europa”.[19] Tra le prime iniziative politiche di Jeune Europe vi fu l’appoggio incondizionato al regime portoghese impegnato in Angola e in Mozambico contro la guerriglia anticolonialista, appoggio che Lisbona avrebbe ricambiato con generosi finanziamenti. In breve tempo l’esperienza di Jeune Europe, quale “organizzazione per la formazione di un quadro politico” cosÏ come amava definirsi, si rivelò molto importante rappresentando il tentativo più avanzato del neo-fascismo europeo di uscire dalle posizioni nostalgiche e di mettersi in gioco all’interno dei sommovimenti politici, sociali e culturali dell’epoca, recuperando sia parte dell’eredità storica del “nazionalbolscevismo” tedesco che le teorie di D. La Rochelle e E. Malynski. La critica del “mondialismo”, successivamente sviluppata da Alain de Benoist e quindi oggi fatta propria da quasi tutta la destra, ha proprio in Thiriart il primo teorico che, fin dai primissimi anni `60, aveva definito il “mondialismo” come espressione delle scadute concezioni dell’ideologia liberalborghese e dei suoi derivati che, partendo dalla considerazione che gli uomini sono uguali, ritengono che sia possibile stabilire delle regole generali, applicabili a tutti e in tutti i tempi [20]. In verità dal 1960 al `62, l’organizzazione si prestò a fornire appoggio politico e logistico, attraverso le sue articolazioni in Belgio, Francia, Spagna, Italia e Germania, all’organizzazione filogolpista OAS che raccoglieva i militari e i colonnelli francesi oltranzisti impegnati in Algeria contro la guerriglia di liberazione nazionale; tale scelta, nettamente in contrasto con l’affermata volontà di schierarsi a fianco dei movimenti nazional-rivoluzionari extraeuropei, venne in seguito motivata con ragioni tattiche francamente poco plausibili. Su impulso di Thiriart, nel ’62 sembrò che a livello europeo si andasse verso la costituzione di un Partito Nazionale Europeo; nel protocollo costitutivo, rispettivamente firmato a Venezia dallo stesso Thiriart per ]Jeune Europe, da Adolf von Thadden per il Deutsche Reichspartei, da sir Oswald Mosley per l’Union Movement e dal conte Alvise Loredan per il Movimento Sociale Italiano [21], si poteva leggere la seguente solenne dichiarazione d’intenti: La data del 4 marzo 1962 deve essere ricordata. Essa segna il giorno della creazione di un Partito nazionale nazionale europeo fondato sull’idea dell’unità europea. A differenza di tutti gli altri partiti e movimenti cosiddetti europei, il nuovo partito non accetta che l’Europa sia un satellite degli Stati Uniti e non rinuncia alla riunificazione dell’Europa e al recupero dei nostri territori orientali, dalla Polonia alla Bulgaria, passando per l’Ungheria [22].

Il programma politico del Partito Nazionale Europeo fissava quindi questi obiettivi:

- la creazione di un governo europeo centrale rinnovabile ogni 4 anni;
- il ritiro immediato delle truppe sovietiche e americane dalle basi europee;
- la fine dell’ingerenza politica e militare dell’ONU nei problemi europei;
- la spartizione dell’Africa, in modo che per un terzo risultasse assegnata agli europei e per i rimanenti due terzi agli africani                                   ;
- la riunificazione dell’Europa, da Brest a Bucarest                     .

I quattro partiti firmatari si guardarono bene dal mutare i loro nomi in quello di Partito Nazionale Europeo, come era stato deciso dalla Conferenza veneziana e soltanto l’Union Movement adottò come nuovo simbolo la folgore, facendo naufragare sul nascere questo processo di unificazione, poi ripreso anni dopo. Nel `63 Jeune Europe proseguiva quindi da sola la sua strada, potendo contare su proprie numerose sezioni, per un totale di circa 20.000 aderenti; oltre che in Belgio e in Europa aveva gruppi affiliati anche in Sud Africa e in America Latina dove assunsero invece la denominazione Joven America [23]. Nonostante questo rilevante sviluppo internazionale, nell’estate del `63 Jeune Europe entrò in crisi, quando Jean Thiriart si trovò in posizione di minoranza sia a causa della sua intenzione di presentarsi come candidato alle elezioni comunali nel `64 e a quelle legislative del `65, ma soprattutto si rivelò lacerante la questione dell’Alto Adige; i nazionaleuropei belgi e italiani si trovarono infatti contrapposti ai camerati tedeschi-occidentali, austriaci, olandesi e scandinavi, favorevoli alla creazione di uno Stato tirolese indipendente e solidali con i gruppi terroristici che perseguivano tale obiettivo. La contraddizione era evidente: da un lato i sostenitori della Nazione Europa, dall’altro gli oltranzisti delle “piccole patrie”; le conseguenze di tale dissidio furono laceranti e le sezioni di diversi paesi abbandonarono Jeune Europe dando vita ad un nuovo raggruppamento internazionale, denominato Europafront, sotto la direzione dell’austriaco Fred Borth, ma di questa frazione si perderanno presto le tracce [24]. Successivamente, dopo aver liquidato nel `64 i dissidenti interni del gruppo franco-belga di Lecerf, Nancy e Jacquart, e della corrente anticomunista di Teichman, le posizioni di Thiriart dal `65 in poi risulteranno sempre più connotate in senso antiamericano ed è soprattutto a lui che il neo-fascismo deve la più estrema “denuncia dell’Occidente e dei suoi lacchè, la designazione degli Stati Uniti come nemico principale dell’Europa, l’idea di un’Europa indipendente ed unita da Dublino a Vladivostock e l’idea di un’alleanza con i nazionalisti ed i rivoluzionari del Terzo Mondo” [25]. Allo stesso tempo Thiriart sviluppò le sue posizioni “nazional-comuniste” che individuavano nel Comunitarismo la futura prospettiva del “socialismo nazionaleuropeo” e, coerentemente con tale impostazione, cercò e talvolta stabilì rapporti politici con settori governativi della Yugoslavia di Tito, la Romania di Ceaucescu, la Germania Orientale e la Cina popolare; sul piano organizzativo, dopo il superamento dell’esperienza di ]Jeune Europe, Thiriart dette vita nell’ottobre `65 al Parti Communautaire Européen con “La Nation Européenne” quale giornale di partito, diretto da Gérard Bordes, anche se formalmente espressione del Centre d’études politiques et sociales européenne e fin dall’inizio sia su questa testata che sulla sua versione italiana “La Nazione Europea” non mancheranno articoli, interviste e dichiarazioni di volta in volta a favore del Vietnam, delle lotte di liberazione in America Latina da Peron a Che Guevara, del popolo palestinese, dei Paesi arabi e persino delle Pantere Nere in USA [26]. Il progetto di un’alleanza tattica tra Cina e Europa in funzione anti-USA se non ebbe risultati concreti nonostante un incontro avvenuto a Bucarest tra lo stesso Thiriart e il primo ministro Chou En-Lai nell’estate del `66, sul piano della cosiddetta immagine servÏ moltissimo ad accreditare i “nazional-europei” presso alcuni gruppi e partitini maoisti, di matrice marxista-leninista, presenti in Europa; tali “relazioni pericolose” non partorirono in realtà iniziative significative, ma sicuramente videro il passaggio di un certo numero di militanti da una parte all’altra, più o meno in buona fede [27]. Nel `68, i rivoluzionari nazional-europei viaggiarono molto cercando alleati contro l’imperialismo e il sionismo in Algeria, Egitto, Libano, Siria, Palestina, Iraq, allo scopo di creare i presupposti politico-militari per la costituzione di un Esercito Popolare di Liberazione dell’Europa; ma non riuscendo a trovare adeguati sostegni economici, la loro rete organizzativa entrò in crisi: l’ultimo numero de “La Nation Européenne” uscì nel febbraio `69, mentre le diverse sezioni europee si scioglieranno una dopo l’altra – ultima quella italiana nel giugno 1970. Lo stesso Thiriart si ritirò dalla politica attiva, mentre una parte dei “quadri” nazional-europei nei primi anni `70 daranno vita ai diversi gruppi di ]Lutte du Peuple che sarà, a tutti gli effetti, l’erede delle sue teorie, così come negli anni `80 con la rifondazione del Parti Communautaire Européen in Belgio e l’uscita in Francia del periodico “Le Partisan Européen” si assisterà ad una loro nuova primavera, sull’onda anche delle alleanze sancite in Russia tra nazionalisti e stalinisti che hanno fatto tornare Thiriart alla politica attiva sino alla sua morte, avvenuta alla fine del `92. Nel suo “testamento politico” sta scritto cheLa vita politica di una Nazione si concentra in alcuni centri nervosi: informazione, sindacalismo, movimenti giovanili. Introdursi in questi centri nervosi, progressivamente e silenziosamente, permette di produrvi un giorno dei cortocircuiti. Il fatto che lo abbiamo direttamente ripreso da “Nazione Europa” del 19 maggio 2000, ossia dalla nuova serie del settimanale comunitarista del P.C.N., recante in prima pagina l’immagine simbolo del “Che” Guevara, dimostra che il “testimone” di Thiriart è stato raccolto.

LA SINISTRA NAZIONALE IN ITALIA

Se Lenin, che ho sempre stimato profondamente, fosse vissuto, il programma dell’Urss sarebbe stato diverso. Avremmo visto con tutta probabilità Fascismo, Nazionalismo e Bolscevismo uniti contro l’altro nemico: la plutocrazia. (N. Bombacci) [28] Le correnti del socialismo nazionale e corporativo che si era riconosciute nella vagheggiata socializzazione delle imprese durante la Repubblica di Salò, dopo la liberazione ebbero un ruolo importante nella ricostituzione del movimento fascista, dando vita a diverse importanti testate. Oltre a “Manifesto” di Pietro Marengo, anche “Rivolta Ideale” sviluppò immediatamente tematiche di sinistra, repubblicane e mazziniane, apertamente filosocialiste, individuando in una “sinistra nazionale” la collocazione del neofascismo unitariamente inteso. Sulla stessa linea “Meridiano d’Italia”, al quale la direzione di Franco De Agazio, dal giugno 1946 al marzo 1947, impresse una decisa sterzata a sinistra; e soprattutto “Rosso e Nero”, nato il 27 luglio 1946 e diretto da Alberto Giovannini [29]. Tale sinistra fascista “storica”, decisa a non permettere che il neocostituito Movimento Sociale Italiano assumesse posizioni conservatrici e reazionarie, riteneva che l’esperienza della R.S.I. avesse rappresentato una netta cesura col fascismo-regime, nonchè con la monarchia, e condusse una lunga battaglia interna al partito affinchè la sua identità non si confondesse nel coro dell’anticomunismo cattolico-moderato. Inoltre vi era un altro gruppo su posizioni “di sinistra” composto da ex-repubblichini facenti capo a Stanis Ruinas e a “Il Pensiero Nazionale”, che rivendicavano l’eredità ideologica del fascismo rivoluzionario ma che avevano ben presto rotto col M.S.I. ed anche con la sinistra missina. Una volta sconfitte sia la linea moderata del M.S.I. sotto la guida di De Marsanich, Michelini e del più “duro” Almirante, che comunque non abbandonò mai lo schieramento filoatlantico e l’aspirazione di andare al governo con la Democrazia Cristiana, con il fallimento dell’operazione Tambroni sancito da una vera insurrezione antifascista e l’avvento del centrosinistra, negli anni `60 parvero aprirsi nuovi spazi d’azione per i gruppi fascisti della “sinistra nazionale” che ebbero come punto di riferimento la rivista “L’Orologio”, espressione di una linea nazionalpopolare con forti accenti anticlericali, fondata da Luciano Lucci Chiarissi [30]. La questione della nazione risultò centrale nell’elaborazione teorica de “L’Orologio”, articolandosi sul piano interno e su un livello, più vasto, di carattere europeo che diveniva il modo per trasferire in chiave continentale un concetto di nazione uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale. Conseguentemente il problema dell’Europa-nazione portava alla ribellione nei confronti della sua spartizione sancita a Yalta, al rilancio dell’Europa come terza potenza mondiale e al sostegno verso tutte quelle realtà nazionali o nazionaliste che destabilizzavano il falso equilibrio internazionale e che si opponevano, in particolare, all’imperialismo americano ritenuto più estraneo alla cultura europea del comunismo sovietico. Il completo sganciamento dell’Europa dalla logica dei blocchi era possibile, secondo i nazionalpopolari, attraverso l’uscita dalla NATO, il riarmo europeo, l’introduzione della moneta unica europea e un sistema economico in cui si riproponevano sia il modello corporativo che accenti autarchici. Una non minore importanza veniva data alla necessaria rivoluzione in ambito culturale che permise a tale rivista di schierarsi incondizionatamente a fianco delle lotte studentesche culminate nel `68, dando vita ai Gruppi de “L’Orologio” e fiancheggiando alcune formazioni missine che, disobbedendo alle direttive del partito, preferivano le barricate dei “rossi” piuttosto che l’ordine democristiano. La visita di Nixon, in piena guerra del Vietnam, in Europa e in Italia vide quindi oltre che violente dimostrazioni antimperialiste promosse dai gruppi dell’estrema sinistra, anche la mobilitazione dei gruppi de “L’Orologio” duramente polemici con la posizione filoamericana assunta dalla destra missina, come testimoniano vari volantini diffusi a Pisa [31], firmati sia come Gruppi Nazional-Popolari che come I nazionalrivoluzionari de “L’Orologio” in cui, tra l’altro, veniva affermato che: La civiltà europea, la nostra rivoluzione non ha bisogno di bandiere stellate. Se la democrazia puttaniera ha accettato una volta la tua “liberazione”, adesso è ora di finirla. Diamo il benservito all’alto protettore americano. Dimostriamo che l’Europa -da Brest a Bucarest- è in grado di difendersi da sola con le sue forze economiche e militari, e, quel che più conta, di riprendere con energie morali e rinnovata coscienza politica il suo posto alla guida del mondo. Apparentemente tale impostazione poteva risultare non dissimile alla propaganda neofascista dell’epoca, ma in realtà il riferimento alla rivoluzione europea, da Brest a Bucarest, dimostrava piuttosto la diretta parentela con le tesi di Thiriart e di Jeune Europe, come peraltro confermato da alcuni slogan proposti in quei volantini quali:

No alle ingerenze della CIA nei sindacati italiani

No agli agenti del MSI, PSI, PCI, DC, PLI, PRI, PSIUP

No al SIFAR agli ordini della Casa Bianca

No al condominio USA-PCI-VATICANO sulla socieà italiana

Slogan sicuramente incompatibili con la politica filoatlantica e filovaticana del Movimento Sociale Italiano e dei gruppi alla sua destra, quali Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, oscillanti tra radicalismo, golpismo e collusione con gli apparati di Stato. Alla fine del `68, “L’Orologio” poteva quindi rivendicare come frutto dell’azione nazionalrivoluzionaria dei suoi gruppi l’occupazione dell’ateneo di Messina in risposta ai tragici fatti di Avola; mentre altre agitazioni a Roma e a Perugia avevano visto il protagonismo del Movimento Studentesco Europeo, altra emanazione universitaria della rivista. Confermando la propria avversione allo “spirito di Yalta”, veniva quindi attaccato anche il P.C.I. in quanto “gendarme del capitale USA per ordine dell’URSS”, come si trova conferma in un volantino ancora del Gruppo Nazional-popolare pisano, datato 2 aprile `69, in occasione della morte di Eisenhower: I lacché dell’imperialismo americano piangono la scomparsa di chi, distruggendo l’indipendenza dell’Europa, li ha insediati sui loro seggi di cartapesta. Anche i Comunisti, tanto antiamericani a parole, certamente si associeranno al cordoglio. Ventiquattro anni fa Eisenhower non sottomise solo l’Europa occidentale all’America ma anche quella orientale alla Russia. E i comunisti, da buoni servi di Mosca, lo piangeranno. Con il rifluire della contestazione sociale, tra repressione e stragi di Stato, e il ritorno di Almirante alla segreteria del M.S.I., l’esperienza de “L’Orologio” finì per esaurirsi nel `73 mentre sul piano organizzativo, buona parte dei Gruppi Nazional-Popolari sarebbe stata assimilata da Lotta di Popolo.

DAI NAZIMAOISTI A LOTTA DI POPOLO

La prima parte del nostro programma è così vasta, che alla sua attuazione può contribuire anche chi si schieri su posizioni politiche avverse.
(F. Camon) [32]
Una delle formazioni meno conosciute della destra radicale italiana è senz’altro Lotta di Popolo che, dal `69 sino al `73, anno in cui si autodissolse “per sfuggire alla repressione”, si fece notare per le sue posizioni anomale, tanto che i propri aderenti vennero definiti dalla stampa come “nazimaoisti”, ricorrendo ad un termine giornalistico apparso già durante il `68. Il neonazista Franco “Giorgio” Freda in un’intervista ebbe a commentare tale definizione con le seguenti parole: La formula paradossale del “nazimaoismo” – non del tutto falsa, ma anche non del tutto giustificata – permette di scindere i suoi elementi costitutivi, perchè i comunisti mirano a rilevare l’aspetto ]nazi per terrorizzare i compagni e i neofascisti del MSI mirano ad evidenziare gli aspetti maoisti per impaurire i camerati [33]. In realtà le cose non erano così semplici e la presunta equidistanza di Lotta di Popolo tra destra e sinistra apparve fin da subito quantomeno discutibile e venne pure rifiutata dai diretti interessati [34]; prima però di analizzarne le posizioni è necessario fare un passo indietro per individuarne gli antecedenti. Tutto si può far risalire alle lotte sociali che nel fatidico `68 anche in Italia cominciarono a sconvolgere assetti politici e culture dominanti; dentro tali sommovimenti alcuni settori, senz’altro minoritari, dell’estrema destra decisero di “cavalcare la tigre” della contestazione, vedendovi un importante momento di rottura e destabilizzazione dentro cui potevano aprirsi nuovi spazi d’azione politica e penetrazione ideologica, soprattutto nell’ambiente studentesco, preclusi alla tradizionale politica d’ordine portata avanti con forti accenti nostalgici dal MSI. Dietro questa scelta “movimentista” sicuramente vi erano propositi di infiltrazione e provocazione, sfruttati anche da ambigui personaggi -quali ad esempio Mario Merlino- in contatto o al servizio degli apparati di polizia; ma vi erano anche esperienze di una qualche originalità ed elaborazioni frutto di apporti intellettuali assai diversi, da Evola al situazionismo. Fin dall’inizio degli anni `60, come si è visto, operava a livello europeo l’organizzazione Jeune Europe; il pensiero e i programmi di Thiriart incontrarono anche in Italia un buon interesse tra militanti e teorici neo-fascisti già in rotta col MSI, accusato di portare avanti una linea politica subalterna alla Democrazia Cristiana, tanto che la sezione italiana della Jeune Europe sarebbe risultata come la più consistente; inoltre non mancarono i collaboratori italiani (Claudio Mutti, Claudio Orsi, Franco Freda, Antonio Lombardo, tanto per citare i più noti e rappresentativi [35] sia all’omonima rivista che, in un secondo momento, a “La Nation Européenne”, organo del Parti Communautaire Européen anch’esso fondato da Thiriart [36]. In Italia Jeune Europe ebbe inizialmente tre diverse sezioni: una facente capo alla preesistente Giovane Nazione[37] (recapito Casella Postale 1056 Milano) col suo organo di stampa “Europa combattente”, diretta da Antonino De Bono, Spartaco Paganini, Pierfranco Bruschi, Cinquemani e Claudio Orsi che nel `63 a Ferrara si costituì ufficialmente come Giovane Europa; l’altra era il Movimento Politico Ordine Nuovo presso la cui sede romana in via della Pietra 84 per qualche tempo risultò esserci il recapito della sezione italiana di Jeune Europe e il gruppo di “Quaderni Neri” di Salvatore Francia (recapito Casella Postale 332 Torino).[38]. Durante il `68, l’area militante che in Italia faceva riferimento a ]Jeune Europe, talvolta assieme ai gruppi romani Primula Goliardica e Nuova Caravella[39], seguì le vicende del movimento studentesco, rivendicando -a posteriori- d’essere stati a fianco dei “rivoluzionari” sia nelle occupazioni che durante gli scontri che avvennero all’Università di Roma, nel febbraio contro i picchiatori guidati da Almirante e Caradonna e a marzo contro la polizia a Valle Giulia. Su questa partecipazione, nonostante i fiumi d’inchiostro versati per raccontare il `68, si sa molto poco ma comunque, aldilà della partecipazione di alcuni nuclei militanti agli scontri di piazza e la comparsa di talune scritte murali quali “Hitler e Mao uniti nella lotta” o “Viva la dittatura fascista del proletariato” comparse in quel periodo che ispirarono appunto l’invenzione giornalistica dei “nazimaoisti” [40], non sembra essere stato un fenomeno politico rilevante, solo in qualche rara circostanza i “nazional-europei” riuscirono a rompere l’isolamento e la diffidenza che, non senza ragione, li circondava sia per la propria intrinseca ambiguità ideologica sia in conseguenza dell’attività compiuta da alcuni specialisti della provocazione e della delazione all’interno di queste dinamiche; inoltre con il declino a livello internazionale dell’organizzazione facente capo a Thiriart -il trentesimo ed ultimo numero de “La Nation Européenne” è dell’inizio del `69- molti militanti cominciarono ad arruolarsi nelle file di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale [41].
Per far fronte a questa situazione, nei primi giorni del `69 la neocostituita Organizzazione Lotta di Popolo (O.L.P.), “iniziava il cammino verso la costruzione di un’avanguardia che puntasse, insieme ad altre forze, alla creazione del partito rivoluzionario del popolo” (da un documento del gennaio 1970), raccogliendo i militanti reduci di ]Jeune Europe e di altre esperienze quali il Movimento Studentesco Operaio d’Avanguardia, fondato alla facoltà di Giurisprudenza di Roma da Serafino De Luia; parte di Primula Goliardica di Roma; Avanguardia di Popolo di Pietro Golia a Napoli e altri preesistenti nuclei nazional-rivoluzionari legati a “L’Orologio”, sicuramente presenti in Lombardia, Toscana e Meridione sotto sigle quali Movimento Studentesco Europeo, Potere Europeo, Università Europea, etc. Se la protesta anti-USA per la guerra in Vietnam e la critica sviluppata dal movimento studentesco contro l’indirizzo riformista del PCI avevano rappresentato altrettante ghiotte occasioni in cui inserirsi ed intervenire politicamente, sul piano ideologico il terreno della “rivoluzione culturale cinese” fu quello che si rivelò più interessante per la nuova organizzazione che, da questo punto di vista, andò oltre persino la visione di Thiriart, interessato alla Cina maoista soltanto come potenziale alleato nella “guerra di liberazione europea”; non fu quindi un caso che i militanti di Lotta di Popolo scelsero tale nome, attingendo alla terminologia maoista peraltro ben presente nell’immaginario dell’estrema sinistra, dai partitini “filo-cinesi” a Lotta Continua [42]. Usando la situazione di Pisa come punto d’osservazione, nell’aprile `69, i nazionalpopolari pisani che si erano anche firmati come “compagni della Sinistra”, ora sotto la firma La Lega del Popolo, intervennero con un documentato volantino sull’uccisione a Battipaglia di due braccianti da parte della polizia, accusando la violenza del “sistema” e i “borghesi complessati disturbati dai loro traffici di carne umana”.In un successivo volantino, datato 27 aprile `69, La Lega del Popolo spiegava l’abbandono della precedente denominazione nei seguenti termini: “La sinistra” é il nome che ci ha seguito in questo periodo di lotta contro il sistema capitalista. Fu scelto, questo, perché ci si voleva collegare ad una tradizione di lotte progressiste e rivoluzionarie (…) La borghesia in tutti i paesi elabora due sistemi di governo: due metodi di potere che ora si contrappongono, ora si alternano, ora si intrecciano. Il primo é il metodo della violenza, del rifiuto di ogni riforma (=fascisti, colonnelli, scelbini). Il secondo é il metodo del “liberalismo”, dei cauti passi in direzione dell’ampliamento (fasullo) dei diritti politici, delle (false) riforme, delle concessioni (=partiti e governi democratici-borghesi). “La sinistra” é diventato un termine integrato nel sistema e come tale lo rifiutiamo senza rimpianti. Il mondo si muove e noi non stiamo fermi . Ovviamente non é solo un nome che cambia, ma é tutta una prassi che si va perfezionando (…)
Come prima, come sempre il discorso che portiamo avanti é aperto a tutti…
In effetti, qualcosa della “linea” nazionalrivoluzionaria precedente stava cambiando e da quel momento tenderà ad assumere connotati ancor più marcatamente sociali ed accenti anarchicheggianti, come testimonia un volantino del 16 agosto `69 sul problema della casa, in cui si dichiarava che “il ricatto della casa e del fitto, non è che un’altra faccia dello sfruttamento che soffriamo nelle fabbriche, negli uffici per colpa del sistema capitalistico”, volantino che si concludeva con i seguenti slogan

Nell’unità rivoluzionaria la vittoria.

Per una SOCIETA’ LIBERTARIA E COMUNITARIA

Questa impostazione si continuerà a riscontrare anche nei mesi successivi, sia a livello nazionale che locale, e nei primi mesi dell’anno seguente si registrerà un intenso attivismo, mentre ormai Lotta di Popolo si estendeva anche fuori dell’Italia nel tentativo di ricostruire la precedente rete nazional-europea, con la nascita di proprie sezioni in Francia, Germania, Spagna [43]; i nomi più accreditati quali dirigenti dell’organizzazione risultano essere stati Sergio Donaudi, Gianni Marino, Aldo Guarino, Ugo Gaudenzi, Enzo Maria Dantini, Serafino Di Luia, Franco Stolzo. Per quanto riguarda l’Italia, Lotta di Popolo aveva una sua rilevanza militante soprattutto a Roma, incentrando la sua attività nei dintorni dell’Ateneo e nel quartiere popolare e antifascista di S. Lorenzo, dove mantenne per alcuni anni una sede in via G. Giraud 4 e un’altra in via dei Marrucini 8/A, scontrandosi più volte con studenti di sinistra, attivisti del PCI e militanti della sinistra rivoluzionaria; inoltre risultava particolarmente attiva in Lombardia, con una forte sezione in particolare a Bergamo, con sede in via S. Alessandro 80, dove comunque la propria collocazione a destra risultava un fatto scontato, oltre che per la generalità della sinistra, anche per le stesse autorità [44].
Altre sezioni erano presenti senz’altro a Napoli, con sede in salita S. Antonio a Tarsia 30; a Velletri dove veniva stampato anche il giornale, a Milano, Cremona, Como, Imperia e in Lucania (Matera, Montalbano, Policoro) [45]; secondo un’inchiesta pubblicata nel `71 sul settimanale “Panorama” Lotta di Popolo poteva contare su 500 aderenti in tutta Italia, di cui 100 in Lombardia. Nel foglio omonimo “Lotta di Popolo”, nel gennaio 1970, l’organizzazione farà il punto della situazione politica generale, compresa una sintetica analisi critica dei gruppi della sinistra extraparlamentare (Il Manifesto, Potere Operaio, Lotta Continua), descrivendo le proprie esperienze d’intervento all’interno delle scontro sociale, soprattutto in ambito studentesco e in alcune zone del Sud. Oltre alla denuncia della “vecchia tesi degli opposti estremismi (fascismo-antifascismo)”, immancabili in tale documento anche alcuni riferimenti alle “bombe di Milano” e “all’assassinio di Pinelli” avvenuti appena due mesi prima; in realtà neanche Lotta di Popolo che sostenne l’innocenza sia di Freda che di Valpreda, fu indenne da frequentazioni filogolpiste, come dimostrano sia la partecipazione in Italia e all’estero a convegni dove erano presenti anche i rappresentanti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale e del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, sia le biografie tutt’altro che cristalline di alcuni suoi fondatori e dirigenti che mal si coniugano con la denuncia della “strategia della tensione” fatta su “Lotta di Popolo” come una manovra “richiesta dalla grande industria e sostenuta sul piano parlamentare dal PSI, dal PCI e dalla sinistra democristiana per distrarre le forze popolari dalla lotta al sistema borghese” mentre “le piccole e le medie industrie si appoggiano al PSDI e, in secondo ordine, alle forze della destra parlamentare” mirando “all’instaurazione di un governo forte, di tipo gollista, se non addirittura di tipo greco” [46]. Nei primi mesi del `70 si sarebbe quindi assistito ad una rinnovata attività contro la NATO, con la diffusione in diverse città, di un volantino firmato dai Gruppi Nazional-Popolari in cui si tornava ad attaccare la divisione in blocchi del mondo sancita a Yalta e il trattato di non proliferazione nucleare voluto da USA e URSS a scapito in primo luogo dell’Europa la cui possibile indipendenza “attirerebbe inevitabilmente a sé anche le nazioni dell’Europa Orientale, che attualmente mordono il freno sotto il giogo sovietico” [47]. Ai primi di febbraio a Pisa La Lega del Popolo, dopo alcuni provvedimenti repressivi registrati nei Licei cittadini contro gli studenti, diffondeva un volantino in cui tali episodi vengono inseriti nella “solita repressione che ha colpito e colpisce, prima e ora, il movimento di lotta” ed indiceva un’assemblea-dibattito sul tema “Lotta di Popolo per una Società Libertaria e Comunitaria contro il capitalismo e l’opportunismo”, tentando di coinvolgere la locale Federazione anarchica.
D’altra parte un altro volantino col significativo titolo “La fantasia al posto del potere”, diffuso a Roma alla fine del marzo `70 a firma Gruppo Nazional-Popolari – Lotta di Popolo, dalle iniziali posizioni filo-maoiste si nota un’ulteriore mutazione ideologica in senso anarchico-situazionista.
In tale volantino, tra l’altro, si poteva leggere: …e venga pure il caos se il caos è creativo. Per questo noi non vogliamo il potere ma la distruzione del potere. (…) SERVITE IL POPOLO, DIO O LA PATRIA PERCHE’ SIETE DEI SERVI E SENZA PADRONI NON SAPRESTE COSA FARE. LA VOSTRA E’ LA LOGICA DEI DISOCCUPATI E NON DI UOMINI LIBERI. Un mondo senza capi finalmente, dove ogni individuo partecipi alla vita in comune, apportando la propria collaborazione non come dovere ma come scelta consapevole. Perché è tempo che l’uomo non comandi più sull’uomo, mascherando frustrazioni o meschine vanità provinciali dietro verità sacre eterne proletarie divine o patriottiche. Noi non conosciamo le classi ma solo uomini come individualità perché la società è un insieme di individui e opprimere un individuo nella sua persona significa mutilare tutta la comunità, come pure opprimere la comunità significa colpire l’individuo [48]. Come si può facilmente notare, il linguaggio era ora completamente cambiato e non meno decisamente sembra superata la fase dell’innamoramento per Mao; da sottolineare che Servire il Popolo, a cui si allude, era il nome di uno dei più importanti gruppi maoisti di quegli anni.
In un altro volantino, diffuso a Bergamo a firma Lotta di Popolo più o meno nello stesso periodo, con toni meno ribellistici, veniva invece riaffermato che “antifascismo e anticomunismo sono false contrapposizioni create dal sistema per incanalare le forze rivoluzionarie” e veniva rilanciata l’unità del popolo italiano “al di fuori e contro le istituzioni” per liberarsi “dall’oppressione politica, economica e culturale dell’imperialismo russo-americano e dei suoi alleati, Vaticano e sionismo internazionale.” [49]
Nell’anno successivo nel `71, Lotta di Popolo, precisa la sua critica delle ideologie “strumenti in mano a chi vuole il popolo diviso e contrapposto” e ridefinisce il suo programma, abbandonando le precedenti infatuazioni sia filomaoiste che anarcoidi e tornando al nazional-comunitarismo di Thiriart, come si può facilmente apprendere dal seguente brano, in cui peraltro non si perdeva occasione di citare come movimenti esemplari l’IRA, Al Fatah, i Vietcong e il Black Panthers Party: Occorre che i pochi elementi lucidi dei gruppi marxisti-leninisti si scrollino dalla testa – per amore o per forza – le proprie illusioni e le proprie superficialità (…) è ormai un dato di fatto che la maggior parte degli operai è del tutto integrata nella borghesia e ne ha accettato completamente la concezione mercantile e consumistica della vita.
La realtà è ben diversa e molto lontana dalle “analisi di classe” tanto di moda di questi tempi: lo stesso comunismo ha dimostrato in ogni tempo che le proprie possibilità di consolidarsi si sono sempre identificate con i potenti imperativi di un popolo: lo capì per primo Stalin sia “russificando” il comunismo malgrado l’opposizione, subito stroncata, sia di Trotsky, ricorrendo agli istinti “nazionali” del popolo russo (…) è proprio questo potente richiamo alla comunità nazionale di un popolo che è riuscito – o sta riuscendo – a modellare delle incerte istanze di libertà dallo sfruttamento economico o razziale, in lotta armata contro gli oppressori. [50]
Analoghi accenti si riscontrano in un pamphlet semi-clandestino diffuso nel luglio/agosto 1971, in cui il ruolo dell’Europa torna ad essere centrale secondo la visione di Thiriart, assieme ad un’allusione al denaro e all’usura facilmente interpretabile in chiave antiebraica [51]. Nella presente situazione storica l’unica realtà rivoluzionaria che sia in grado di affrontare e sconfiggere il capitalimperialismo, e delineare la marcia di un ordine umano autentico, può essere rappresentata da un’Europa liberata ed edificata attraverso una lotta di popolo. Un’Europa che trovi la sua unità nella maturazione e nella convergenza rivoluzionaria dei Popoli Europei: non Terzo Blocco teso a farsi terzo imperialismo, ma forza-guida di tutti i popoli oppressi e sfruttati volta a spezzare la Santa Alleanza sovietico-statunitense ed a liberare l’uomo dalla sopraffazione del denaro e del tecnicismo asservito all’Usura. Meritevole di considerazione anche lo sforzo in tale documento di andare a definire non solo un’alternativa culturale ma persino “un’etica nuova”: Bisogna abituare le masse alla lotta permanente e alla diffidenza sistematica nei confronti di tutto ciò che Ë “ufficiale” e “tipico” di “questa” società e di questa” cultura (…) Tutte le azioni politiche, sociali, culturali, sindacali, sono quindi valide quando servono ad accendere e mantenere uno stato di tensione ideale e sociale in un senso rivoluzionario antiborghese, e la valutazione della loro utilità prescinderà sempre dai risultati contingenti dell’azione stessa (…) La lotta rivoluzionaria pertanto, contro ogni giudizio negativo basato sul metro del costume borghese o sull’interpretazione borghese del diritto e della morale, possiede un alto contenuto etico. Molto meno radicale appare invece la “Società integrale” teorizzata da Lotta di Popolo, una comunità organica dove “il potere politico non sarà condizionato dal potere economico” in cui “il capitale quindi non sarà più il motore ed il fine del moto sociale, ma solo uno strumento della civile convivenza sotto la coordinazione del potere politico”, affermazioni che rimandano al concetto di “soldati politici” cara a tutti i fascisti rivoluzionari che, fatalmente, ne confermano la fedeltà alla gerarchia e allo Stato. A conferma di tale orientamento vi sono lo stesso Manifesto programmatico dell’O.L.P. e un esteso documento teorico del `72 in cui si contrapponeva al concetto “borghese” di classe quelli di popolo e, in primo luogo, di comunità nazionale; conseguentemente “l’obiettivo politico della lotta è lo stato di popolo (…) al di fuori e contro le false contrapposizioni ideologiche”, in cui “l’autogestione significa coscienza popolare delle scelte politiche ed economiche generali e partecipazione totale alla loro realizzazione” [52].

NAZIONALBOLSCEVICHI OGGI [53]

Questa Europa ha bisogno di costruttori dai pugni solidi e rudi. Ha cento volte più bisogno di soldati che di avvocati, cento volte più bisogno di acciaio che di letteratura, cento volte più bisogno di capi che di riformatori.
(J. Thiriart)
Oltre che in Russia, anche in Europa – Italia compresa – negli ultimi anni si va assistendo ad una certa fioritura di partiti, gruppi, giornali che si richiamano esplicitamente all’esperienza tedesca del “nazionalbolscevismo”: rifiutano d’essere collocati nello schieramento della destra borghese, si oppongono al capitalismo e alla Globalizzazione, prospettano la creazione di uno “spazio euroasiatico” in funzione antiamericana, sostengono tutti i movimenti antimperialisti e tutte le nazioni che si contrappongono agli USA, dall’Iraq alla Serbia alla Corea del Nord.
In Italia tra le più “vecchie” testate di riferimento per questa area vanno segnalate la rivista “Orion”, fondata agli inizi degli anni ’80 ed oggi collegata all’esperienza di Sinergie Europee ed alla Società Editrice Barbarossa che recentemente ha pubblicato un saggio proprio sul Nazionalcomunismo; attorno ad “Orion” per un certo tempo si formarono due gruppi, Nuova Azione di Marco Battarra e Forza Nuova (da non confondersi con l’omonima formazione neofascista fondata nel `97), scioltisi e presumibilmente confluiti nel Movimento Antagonista – Sinistra Nazionale, nato attorno al mensile “Aurora”, uscito la prima volta nel 1988, su iniziativa di ex-rautiani facenti capo alla Comunità Politica “B. Niccolai” con sede a Modigliana (Fo) e al Circolo “A. Romualdi” di Cento (Fe).
Tra gli animatori di “Orion” vi è Maurizio Murelli, vecchio arnese dello squadrismo fascista degli anni Settanta, che all’indomani del crollo del socialismo reale in Russia affermava: Per gli stalinisti, per i nazionalisti, per gli zaristi, per tutte le espressioni panslaviste e ortodosse, il pericolo è l’Occidente, la sua cultura, la sua economia. Quindi una alleanza operativa è naturale, è logica (…) Innaturale è invece la rigidità e l’ostilità dei veri comunisti nei confronti della destra che si è allontanata dal MSI ed è tornata alle origini fasciste in senso antiamericano, anticapitalista [54]. Tra le firme più significative comparse invece su “Aurora” vi è quella del già citato teorico, convertito alla fede musulmana, Claudio Mutti, autore tra l’altro di un testo dal titolo “Nazismo e Islam”, in cui vi sono messe in risalto le reciproche convergenze ed esaltata la storia della 13ma Divisione SS, formata da musulmani della Bosnia-Erzegovina, che combatterono a fianco dei cattolicissimi Ustascia croati, contro i partigiani jugoslavi.
Dopo la nascita del Fronte Nazionale di Adriano Tilgher (’97), fuoriuscito dal Movimento Sociale Fiamma Tricolore, sicuramente all’interno del neo-partitino vi era presente una non trascurabile componente e una buona incidenza culturale “nazionalbolscevica”; interessante a riguardo il n. 10 dell’ottobre ’98 di “Fronte Nazionale” dove in prima pagina era possibile leggere un editoriale dal titolo emblematico “Da Mosca una speranza” e all’interno vi veniva definito lo “Spazio Autarchico Europeo”, comprendente “necessariamente la Russia e gli Stati facenti parte dell’ex URSS”, come orizzonte strategico della “federazione dei popoli europei contro il globalismo finanziario”. Durante l’esperienza della “Linea comunitarista” all’interno del Fronte Nazionale è nato un nuovo periodico, inizialmente “Bollettino del Fronte Olista”, dal titolo accattivante “Rosso è Nero”; le ragioni del titolo sono apertamente rivendicate nel richiamarsi ai cosiddetti “fascisti rossi” ossia a quella componente “socialistica” propria del primo fascismo “diciannovista”, poi riemersa durante i 600 giorni della Repubblica Sociale italiana all’ombra dell’occupazione nazista [55], ma nella testata vi è da subito anche un’accentuata rivendicazione dell’esperienza storica del nazionalbolscevismo tedesco degli anni ’20 e `30, tanto che viene recuperato il simbolo dell’aquila prussiana con la spada, la falce e il martello che compariva sulla rivista poi soppressa dal regime hitleriano.
Il primo numero reca la data del novembre ’98, non appare ideologicamente del tutto connotato, forse per alimentare il dibattito in seno al Fronte Nazionale; infatti nel suo principale articolo viene esposta la posizione “nazionalcomunitaria”, partendo dal consueto superamento dei concetti di destra e sinistra: Il fascista cattivo e nostalgico non mette paura a nessuno, anzi è utile e funzionale al sistema. Quello che mette veramente paura è il rivoluzionario (…) Questo non significa certo diventare di sinistra, perché questa sinistra ci disgusta quanto la destra. Significa oltrepassare i limiti imposti dalla cultura borghese e creare una nuova concezione della politica al fine di “articolare un fronte nazionale, popolare, socialista e libertario”, riproponendo le stesse parole d’ordine usate come abbiamo visto negli anni Settanta dai gruppi vicini a “L’Orologio” e a “Lotta di Popolo”.
Accanto a questa dichiarazione d’intenti, nel giornale si trovavano altri contributi alquanto eterogenei, tra cui una sconcertante divagazione “celtico-maremmano-western” di un collaboratore, che poi diventerà una presenza costante sulle pagine del giornale, desideroso di Fare un popolo con le sue città, un popolo a cavallo, uomini e donne nel sole e nel vento, con archi e frecce, con dardi appuntiti di legno duro a caccia di cinghiali, da cuocere al fuoco nella festa del sole, nel giorno sacro del raccolto ed in quello della semina. Assai più inquietante era invece un articolo su Osama Bin Laden, che si concludeva con un’aperta apologia del nazismo: La Legione di Osama raccoglie elementi da tutte le nazioni arabe, come le SS da tutte le nazioni ariane. L’esaltazione della spiritualità semita ricorda l’interesse nazionalsocialista per la spiritualità ariana, soffocata nel sangue dall’intollerante eresia giudaica, trionfante nella confusione razziale a Roma negli ultimi anni dell’Impero. Nel secondo numero di “Rosso è Nero” (marzo ’99), venivano pubblicati due articoli alquanto “istruttivi” che affrontavano la questione dell’immigrazione dal punto di vista del Fronte Nazionale (impegnato in una campagna nazionale “per il lavoro agli Italiani”) e della sua componente “comunitarista”. Vi si affermavano cose che contrastano in modo evidente con l’attuale “rifiuto di ogni forma di razzismo e xenofobia” proclamato da questi signori, appena un anno dopo. In particolare vi si poteva leggere che la “primaria emergenza storica attuale” sarebbe la rinascita nazionale, della difesa etnica e della identità e tradizione Euro-Italica, contro una mondializzazione aggressiva ed imperante su tutto l’occidente europeo, dove fenomeni come immigrazione e multirazzialità conseguente, sono strumento di un unico progetto Capital-massonico planetario. Tali tesi infatti, figlie dirette delle teorie “differenzialiste” di Alain de Benoist, risultano pressoché identiche a quelle di tutta la propaganda anti-immigrati della Lega Nord, di Forza Nuova o di “Fiamma Tricolore” da cui i nazionalcomunitaristi vorrebbero prendere le distanze. Nel successivo terzo numero (ottobre ’99), veniva sancita l’uscita-espulsione della componente comunitarista dal Fronte Nazionale, sostenendo che era ormai venuto il momento che “l’area nazionalrivoluzionaria e nazionalcomunista può e deve intraprendere una necessaria revisione dottrinaria ed ideologica (…) per trovare una sua strada del tutto autonoma” e richiamandosi all’esperienza del Partito Comunitarista Nazionaeuropeo attivo in Belgio, Francia, Germania. Le ragioni del “divorzio” dal Fronte Nazionale sembrano riconducibili alla linea politica scelta da Tilgher che lo ha riportato a più tradizionali intese con “Fiamma Tricolore” di Rauti e a schieramenti elettorali a sostegno del tanto odiato, ma sicuramente redditizio, Polo berlusconiano; per sottolineare la “svolta” in tale numero di “Rosso è Nero” compariva una grande quantità di riferimenti “estremisti”: dall’elaborazione antiautoritaria di A. Bihr al subcomandante Marcos, dal comunista-anarchico Carlo Cafiero a Stalin celebrato quale “vero nazional bolscevico”, dal Mussolini socialista a Francesco Guccini. Dentro questo collage viene comunque inserito anche un corposo intervento del noto Claudio Mutti sulla “guerra di civiltà che contrappone l’Europa all’Occidente” e, in un altro articolo, il solito Paolo Seghedoni conferma la precedente linea in materia d’immigrazione, con argomentazioni che non meritano commenti: Solo chi ha compreso le leggi economiche che Marx ha insuperabilmente descritto e può quindi seguire la linea di massa facendo comprendere ai lavoratori lo sfruttamento a cui sono soggetti, può seguire tale linea cavalcando il bisogno delle masse di vivere in ordinate ed indipendenti Nazioni, abbinando ai tradizionali temi della lotta di classe il recupero dell’indipendenza nazionale contro l’immigrazione incontrollata, e una battaglia per l’ordine pubblico che preveda anche il frequente ricorso alla pena di morte. Inoltre sullo stesso numero viene abusivamente pubblicato un articolo tratto dal periodico nazionalitario “Indipendenza”, giornale guardato a sinistra con motivata diffidenza causa dell’ibrida presenza al suo interno di ex-militanti di gruppi clandestini sia di destra che di sinistra. Nel numero zero della nuova serie di “Rosso è Nero” (fine ’99), oltre a dedicare grande spazio alla rivolta di Seattle, venivano pubblicati vari documenti del Partito Comunitarista Nazionaleuropeo e vi si sottointendeva, fin dalla titolazione, l’adesione del giornale a tale percorso; tra le altre varie “appropriazioni indebite” vanno citate la riproduzione della copertina del periodico “Autonomia di Classe” (cordone di autonomi incappucciati con bandiera USA in fiamme sullo sfondo) e due pagine dedicate alle biotecnologie tratte da un lavoro di controinformazione pubblicato da un collettivo ambientalista-radicale. Col 2000, l’adesione al Partito Comunitarista Nazional-europeo risulta ormai un dato di fatto; in tal senso “Rosso è Nero” ha cambiato nome ed è diventato “Comunitarismo”, quale “espressione sintetica della fusione di “elementi comunisti ed elementi nazionaleuropei” e a questo si affianca il settimanale comunitarista del PCN “Nazione Europa” che riporta le notizie delle varie sezioni del partito che, in Francia e Belgio, partecipa anche alle elezioni. L’apparenza è ancora più marcatamente “antagonista”, ma dedicando un po’ di attenzione a quanto vi viene sostenuto, non si può dire che la “rivoluzione comunitarista” rappresenti qualcosa di diverso rispetto al passato, indipendentemente dal fatto che alcuni redattori proverrebbero da Rifondazione Comunista o che vi siano anche elementi che credono realmente a quello che scrivono; inoltre, guarda caso, sembra essere nato un certo feeling tra i “nazionalcomunitaristi” e “Rinascita. Quotidiano di liberazione nazionale”, il cui direttore è Ugo Gaudenzi, ossia uno dei vecchi dirigenti di Lotta di Popolo e già direttore della testata omonima. Tra l’altro, guardando soltanto alla situazione milanese, questi “sinistri” usano come punti di riferimento il Palazzo delle Stelline in Corso Magenta e la Bottega del Fantastico in Via Plinio [56], ossia due luoghi tradizionalmente legati al neofascismo milanese. A conferma della effettiva collocazione di “Comunitarismo” (Redazione nazionale in Via Satrico a Roma) da segnalare un articolo in cui si sostiene che “Classe e Nazione Europea sono interessi che coincidono”, mentre in altra pagina un redattore pisano afferma esplicitamente che “Il Comunitarismo è contrario alla lotta di classe” e che “il lavoro sarà il criterio di valore per stabilire le nuove gerarchie (…) Ai lavoratori migliori e più esperti non verranno dati maggiori guadagni, ma posizioni di potenza”; in altre parole torna a riproporsi l’idea nazista della comunità basata su “Sangue e suolo” la cui la “forma statuale deve rispecchiare l’ordine di realtà superiori e trascendenti” (dal n. 1 di “Rosso è Nero”), il che mostra il vero volto di un’area che si dichiara rivoluzionaria, comunista e persino libertaria, ma che si guarda bene dal mettere in discussione l’idea di Stato nazionale -interpretato beninteso in chiave europea- e la struttura gerarchica e autoritaria della società che sono parti integranti del dominio del capitale sul lavoro. Nell’ultimo numero consultato di “Comunitarismo”, datato settembre/ottobre 2000 con il sottotitolo “Democrazia diretta-Socialismo-liberazione”, la veste e i contenuti risultano ancora in larga parte dedicati all’opposizione contro “il ]moloch neoliberista” e nell’editoriale firmato Rete Italiana Circoli Comunitaristi viene fatto il bilancio politico di “un anno di lotta” durante cui la proposta “per la costruzione di un fronte di sinistra europea antagonista che si batte per il socialismo e che considera il dato nazionale un fattore imprescindibile” è stato portato dai Comunitaristi all’interno del movimento “anti-globalizzazione” e tra le forze antimperialiste[57]; ma ancora una volta, la questione immigrazione, affrontata nell’articolo “L’inganno multietnico”, torna a mostrare l’autentica matrice ideologica dei Comunitaristi che ripropongono le teorie “differenzialiste” di A. de Benoist, come testimoniato in modo inequivocabile dai seguenti passaggi: I fenomeni migratori mettono in gioco qualcosa di importante: la sopravvivenza delle culture e dei popoli che di quelle culture sono esponenti (…) il progetto capitalista nella sua fase di globalizzazione neoliberista vorrebbe annullare ogni differenza (…) per creare un tipo antropologico senza storia e senza radici (…) Si comprende meglio allora, per tornare alla situazione che più da vicino ci riguarda, come alcuni reati dei quali gli extracomunitari detengono il monopolio (come la riduzione in stato di schiavitù di cui si sono rese colpevoli le bande albanesi e marocchine che utilizzano i minorenni per l’elemosina) abbiano un impatto, anche culturale, devastante (…) in nessun paese il “minestrone etnico” è stato un buon affare: dopo decenni o addirittura secoli di convivenza le difficoltà non vengono diluite, ma si acuiscono e si sommano, senza peraltro condurre alla “rivoluzione internazionalista del proletariato”. Per cui, dietro “la fusione di elementi socialisti con il senso dell’appartenenza identitaria e nazionale” e la “nuova sintesi originale” rielaborata dai Comunitaristi, si scoprono linguaggi e argomenti continuamente agitati da tutte le varianti di quella destra politica con cui si dice di non avere più niente in comune. Oltre a questi Circoli Comunitaristi, legati all’esperienza “Rosso è Nero” e “Comunitarismo”, vi sono altri gruppi minori, di destra, che comunque si richiamano esplicitamente al comunitarismo; tra questi va citato il “Cantiere delle Idee” di Ghedi (Bs) per una certa originalità nell’approccio a tale tematica; infatti questa associazione sviluppa un’idea di comunità, quale alternativa a “decenni di individualismo metodologico e teorie utilitariste nelle cattedre e utopie ideologiche”, facendo proprie in modo integrale le elaborazioni teoriche sui diritti di cittadinanza fatte in questi ultimi anni da alcuni settori della sinistra “moderna”, e per comprendere che non si tratta soltanto di “assonanze” si consideri il seguente pezzo, ripreso da “La Spina nel Fianco” giornale del Fronte Nazionale Partecipazione ed appartenenza sono concetti strettamente legati tra loro che si caratterizzano e determinano a vicenda. La parola “cittadino” deve cessare di essere un astratto sinonimo di “abitante” per diventare un termine che definisce colui che partecipa alla vita della città, della comunità. Cittadinanza come partecipazione, cittadinanza come appartenenza, tutto il contrario della concezione apatica e sradicata della democrazia che è ormai entrata nel senso comune. Non sono le istituzioni a fare la democrazia ma la partecipazione popolare ad esse, per cui la sovranità popolare si manifesta attraverso la partecipazione quotidiana di tutti alla vita pubblica. Decentrare i luoghi delle decisioni, moltiplicarne le occasioni, referendum, consultazioni autogestite. Consci però che il voto non esaurisce certo il ventaglio di diritti/doveri del cittadino. Ritornare a popolare le piazze, le sale civiche, moltiplicare le occasioni di incontro tra i cittadini e tra questi e le istituzioni è una condizione necessaria se si intende porre un freno al decadimento costante della qualità della vita (…) La comunità, cioè reti di rapporti sociali che veicolano valori condivisi, è la chiave di volta per rafforzare legami sociali che mettono in relazione gli individui tra loro, che vincono isolamento ed alienazione [58]. Si tratta, come è evidente, di cose che potrebbero essere state scritte da un socialdemocratico, da un ex-autonomo ma anche da un leghista o da un ecologista, a dimostrazione di quanto sia importante parlare delle categorie di analisi che si utilizzano, dando per scontato quello che non è, in quanto proprio grazie alla liquidazione di strumenti critici frettolosamente ritenuti superati -vedi ad esempio la divisione in classi della società- che l’ideologia fascista sta trovando terreno fertile [59].
Per completare il quadro va infine segnalata la comparsa a Parma di un Partito Nazionalcomunista (P.N.C.) [60]; difficile dire se si tratti di filiazione più o meno legittima dei nazional-comunitaristi, anche se in questa città vi è una loro presenza “storica”, di certo il simbolo da loro usato, falce e martello sovrapposti alla svastica, è più che un segnale d’allarme.

mar 262010

Un articolo interessante e divertente di Michael Neumann, professore di filosofia alla Trent University, Ontario, Canada, uscito per la prima volta su Counterpunch il 4 giugno 2002.

Ogni tanto, qualche intellettuale ebreo di sinistra tira un profondo respiro, spalanca il proprio grande cuore, e ci annuncia che la critica a Israele o al sionismo non è antisemitismo. In silenzio, queste persone si complimentano con se stesse per il proprio coraggio. Con un lieve sospiro, cancellano ogni ombra della preoccupazione che forse ai goyim – per non parlare degli arabi – non sia il caso di mettere in mano questa pericolosa informazione. Qualche volta sono i gentili al loro seguito, il cui ethos, se non la cui identità, aspira all’ebraicità, a sobbarcarsi questo compito. Per non sbilanciarsi troppo, si affrettano poi a ricordarci che l’antisemitismo resta comunque qualcosa da prendere molto sul serio. Il fatto che Israele, con l’approvazione di una nutrita maggioranza di ebrei, stia combattendo una guerra – una guerra razziale, contro i Palestinesi – è proprio la ragione principale per stare in guardia. Chi lo sa? Si potrebbe sempre sollevare qualche ombra di risentimento! Io la penso diversamente. Ritengo che non si dovrebbe quasi mai prendere sul serio l’antisemitismo, e che qualche volta dovremmo perfino riderci sopra. Credo che l’antisemitismo sia sostanzialmente irrilevante a proposito del conflitto israelo-palestinese, se non forse come distrazione dai problemi reali. Io sostengo che certe affermazioni siano vere; sostengo anche la loro sensatezza. Non credo che farle sia una cattiveria gratuita come strappare la coda alle lucertole. Antisemitismo, tecnicamente e strettamente parlando, non significa odio per i semiti: questo è confondere le definizioni con l’etimologia. Antisemitismo significa odio per gli ebrei. Ma su questo punto, immediatamente, ci troviamo a dover fare i conti con il secolare “gioco delle tre carte” dell’identità ebraica: “Ecco: la nostra è una religione! No: un’etnia! No: un’entità culturale! Cioè, scusate… una religione!” Appena ci stanchiamo di questo gioco, veniamo subito risucchiati nell’altro: “Antisionismo è antisemitismo!”, che prontamente si alterna con quello di: “Non confondiamo sionismo con ebraismo! Come osi, antisemita?!” Bene, cerchiamo di essere sportivi. Cerchiamo di dare dell’antisemitismo un definizione tanto estesa quanto potrebbe mai desiderarlo un qualsiasi sostenitore di Israele: antisemitismo può essere l’odio per la razza ebraica, o per la cultura, o per la religione ebraica, oppure odio per il sionismo. Odio, ma anche disapprovazione, o opposizione, o lieve antipatia. Ma i sostenitori di Israele non troveranno questo gioco divertente come si aspettano. Gonfiare il significato di antisemitismo fino a includere qualunque cosa che possa danneggiare politicamente Israele è una spada a doppio taglio. Può essere comodo per colpire i propri nemici, ma il problema è che l’inflazione delle definizioni, come qualunque altra inflazione, svaluta la moneta. Più cose si definiscono antisemite, meno orribile suonerà il concetto di antisemitismo. Questo accade perché, mentre nessuno può impedirci di gonfiare le definizioni, continuiamo a non poter modificare i fatti. Nello specifico, nessuna definizione di antisemitismo potrà cancellare la versione dei fatti, sostanzialmente dalla parte dei palestinesi, che qui sostengo, come fanno la maggior parte degli europei, molti israeliani, e un numero crescente di nordamericani. Che differenza fa questo? Supponiamo, per esempio, che un israeliano di destra dica che le colonie rappresentano la realizzazione di aspirazioni che sono fondamentali per il popolo ebraico, e che opporsi ad esse è antisemitismo. Possiamo accettare questa posizione, che certamente è difficile da confutare. Ma non possiamo nemmeno abbandonare la convinzione, ben fondata, che gli insediamenti israeliani stiano soffocando il popolo palestinese e spegnendo ogni speranza di pace. Dunque, fare acrobazie sulle definizioni non serve a niente: possiamo solo dire: al diavolo le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, le colonie sono inaccettabili. Dobbiamo anche aggiungere che, dal momento che siamo moralmente obbligati a opporci alle colonie, siamo obbligati a essere antisemiti. Grazie all’inflazione delle definizioni, certe forme di “antisemitismo” sono diventate un obbligo morale. Diventa ancora peggio quando è l’antisionismo ad essere bollato come antisemita, perché le colonie, se anche non rappresentano le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, sono un’estensione del tutto plausibile del sionismo. Opporsi alle colonie vuol dire quindi opporsi al sionismo, e dunque, secondo la definizione allargata, è antisemita. Più il concetto di antisemitismo viene espanso fino a includere l’opposizione alle politiche di Israele, più esso sembra una cosa positiva. E, dati i crimini di cui deve rispondere il sionismo, c’è un altro semplice passaggio logico da fare: l’antisionismo è un obbligo morale, dunque se essere antisionisti è antisemitismo, l’antisemitismo stesso diventa un obbligo morale.

Quali sono questi crimini? Perfino gli apologeti di Israele, in maggioranza, hanno smesso di negarli, limitandosi a insinuare che farli notare è un po’ antisemita. Dopotutto, Israele non è peggio di altri. Primo: e allora? Impariamo all’età di sei anni che “lo fanno tutti” non è una scusa valida. Ce lo siamo dimenticato? Secondo, i crimini non diventano peggiori solo perché considerati indipendentemente dal loro scopo. È vero, altri popoli hanno massacrato dei civili, li hanno lasciati morire per mancanza di cure mediche, hanno demolito le loro case, distrutto i loro raccolti, e li hanno usati come scudi umani. Ma Israele lo fa per validare l’affermazione inesatta di Israel Zangwill del 1901, secondo cui “La Palestina è una terra senza un popolo; gli Ebrei sono un popolo senza terra”. Spera di creare una terra totalmente svuotata dai gentili, un’Arabia deserta in cui i bambini ebrei possano ridere e giocare in mezzo a un deserto chiamato pace. Molto prima dell’era di Hitler, i sionisti arrivarono da luoghi lontani migliaia di chilometri per spogliare dei loro beni persone che non avevano mai fatto loro nulla di male, e di cui riuscirono a ignorare la stessa esistenza. Le atrocità dei sionisti non facevano parte del piano iniziale. Emersero man mano che il razzismo inconsapevole di un popolo perseguitato sfociava nell’ideologia di superiorità razziale di un popolo persecutore. Questa è la ragione per cui chi guidò le violenze, le mutilazioni e le uccisioni di bambini a Deir Yassin sarebbe poi diventato primo ministro di Israele. Ma questi omicidi non furono abbastanza. Oggi, quando Israele potrebbe avere la pace senza pagare alcun prezzo, continua a condurre un’altra campagna di spoliazione, rendendo lentamente, deliberatamente, la Palestina un luogo invivibile per i palestinesi, e vivibile per gli ebrei. Il suo obiettivo non è la difesa o l’ordine pubblico, ma l’estinzione di un popolo. In verità, Israele ha abbastanza abilità di pubbliche relazioni da farlo con un grado di violenza americano piuttosto che hitleriano. Si tratta di un genocidio più delicato, più gentile, che dipinge i suoi responsabili come vittime. Israele sta costruendo uno stato razziale, non religioso. Io, come pure i miei genitori, sono sempre stato ateo. Eppure ho diritto, per la mia nascita biologica, alla cittadinanza israeliana; magari voi siete i più fervidi credenti nel Giudaismo, ma questo diritto non lo avete. I palestinesi vengono vessati e uccisi per me, non per voi. Sono spinti verso la Giordania, a morire in una guerra civile. E dunque no, sparare ai civili palestinesi non è la stessa cosa che sparare ai civili vietnamiti o ceceni. I palestinesi non sono un “danno collaterale” in una guerra contro comunisti ben armati o forze separatiste: gli si spara perché Israele pensa che tutti i palestinesi debbano dileguarsi o morire, così che le persone con un nonno ebreo possano tracciarsi le suddivisioni di proprietà sulle macerie delle loro case. Questo non è il tragico errore di una superpotenza arrogante e pasticciona, ma un male emergente, la strategia deliberata di uno stato concepito e impegnato in nome di un nazionalismo etnico sempre più aggressivo. Ha al suo attivo relativamente pochi cadaveri, ma le sue armi nucleari potrebbero uccidere probabilmente venticinque milioni di persone in poche ore. Intendiamo dire che è antisemitismo accusare non solo gli israeliani, ma gli ebrei in generale, di complicità in questi crimini contro l’umanità? Di nuovo, forse no, perché ci sono argomenti più che ragionevoli a sostegno di queste affermazioni. Paragoniamole, ad esempio, con l’affermare che i tedeschi in generale furono complici di certi crimini. Questo non ha mai voluto dire che tutti i tedeschi, fino all’ultimo uomo, donna, bambino e ritardato mentale, fossero colpevoli. Vuol dire che la maggior parte dei tedeschi lo fu. La loro colpa non fu, ovviamente, quella di aver spinto prigionieri nudi dentro le camere a gas. Fu quella di aver sostenuto gli individui che pianificarono quegli atti, oppure – come molta letteratura ebraica moralistica, sopra le righe, ci spiega – quella di aver negato l’orrore che si dispiegava attorno a loro, quella di aver rinunciato a parlare e a resistere, quella del consenso passivo. È da notare che, in questo caso, il fatto che ogni forma di resistenza attiva potesse essere estremamente pericolosa non è valido come scusante. Bene, non c’è praticamente nessun ebreo che oggi possa correre dei rischi per il fatto di parlare chiaro. E il parlare chiaro è l’unica forma di resistenza che si richiede. Se molti ebrei parlassero chiaro, la cosa avrebbe un effetto enorme. Ma la stragrande maggioranza degli ebrei non lo fa; e, nella maggior parte dei casi, non lo fa perché sostiene Israele. A questo punto, la stessa nozione di responsabilità collettiva dovrebbe forse essere abbandonata; forse, qualche persona intelligente cercherà di convincerci che dobbiamo farlo. Ma al momento presente, l’evidenza per la complicità ebraica sembra molto più forte di quella per la responsabilità tedesca. Dunque, se non è razzista, ed è ragionevole, affermare che i tedeschi sono stati complici di crimini contro l’umanità, non è razzista, ed è ragionevole, dire lo stesso degli ebrei. E se anche il concetto di responsabilità collettiva fosse da abbandonare, il dire che la maggior parte delle persone ebree adulte sostiene uno Stato che commette crimini di guerra sarebbe sempre ragionevole, perché è semplicemente la verità. Quindi, se dire queste cose è antisemitismo, può apparire ragionevole essere antisemiti. In altri termini, c’è da fare una scelta. O si usa la parola antisemitismo adattandola alle proprie intenzioni politiche, o la si usa come termine di condanna morale, ma non si possono fare entrambe le cose. Se si vuole evitare che l’antisemitismo finisca con il diventare qualcosa di ragionevole o di eticamente accettabile, esso deve essere univocamente definito, senza polemica. Saremmo al sicuro, se confinassimo l’idea di antisemitismo all’odio esplicitamente etnico per gli ebrei, a chi attacca qualcuno solo perché è nato ebreo. Ma saremmo inutilmente al sicuro: neppure i nazisti affermavano di odiare la gente solo perché era nata ebrea. Sostenevano di odiare gli ebrei perché essi aspiravano a dominare gli ariani. Chiaramente, una visione simile deve essere considerata comunque antisemita, sia che appartenga ai cinici razzisti che l’hanno concepita, sia agli stupidi che l’hanno mandata giù. C’è un solo modo per essere sicuri che il termine antisemitismo includa tutti (e soltanto) le azioni o gli atteggiamenti negativi verso gli ebrei. Dobbiamo cominciare da quelli su cui siamo tutti d’accordo che lo siano, e assicurarci che il termine indichi tutti e solo quelli. Probabilmente, tutti noi condividiamo un senso morale comune abbastanza per poterlo fare. Per esempio, condividiamo abbastanza senso morale per dire che tutti gli atti e le avversioni basate sulla discriminazione etnica sono inaccettabili, e di conseguenza possiamo classificarli senza dubbio come antisemiti. Ma non vuol dire che qualunque forma di ostilità verso gli ebrei, nemmeno nel caso che significhi ostilità verso una maggioranza schiacciante di ebrei, debba essere considerata antisemita. Né dovrebbe esserlo qualunque forma di ostilità verso la religione o la cultura ebraica. Io, per esempio, sono cresciuto nella cultura ebraica, e come capita a molte persone che sono cresciute in una determinata cultura, essa ha finito con il non piacermi. Ma è insensato classificare il fatto che non mi piaccia come antisemita; e non perché io sono ebreo, ma perché la mia antipatia è innocua. Forse non è innocua in assoluto: potrebbe darsi che, in qualche debolissimo modo indiretto, essa un giorno incoraggi qualcuno degli atti o degli atteggiamenti pericolosi che abbiamo deciso di chiamare antisemiti. Ma allora? Il filosemitismo esagerato, quello che considera tutti gli ebrei come dei santi, brillanti, sensibili e intelligenti, potrebbe avere lo stesso effetto. I pericoli prospettati dalla mia disapprovazione per la cultura ebraica sono molto minori. Anche nei casi in cui è molto diffusa, l’antipatia collettiva per una cultura è normalmente innocua. La cultura francese, per esempio, sembra risultare largamente antipatica tra i nordamericani, ma nessuno, nemmeno i francesi, considera questo una sorta di crimine razzista. Non è neppure vero che tutte le azioni o gli atteggiamenti che possano recare un danno agli ebrei siano da considerare antisemiti. Molte persone disapprovano la cultura americana; alcuni boicottano i prodotti americani. Sia l’atteggiamento, sia l’azione potrebbero in generale recare un danno agli americani, ma non c’è niente di moralmente condannabile nell’una o nell’altra cosa. Definirli come atti di antiamericanismo significherebbe solo affermare che alcune forme di antiamericanismo sono perfettamente accettabili. Se l’opposizione alla politica di Israele viene chiamata antisemita, in quanto potrebbe portare qualche danno agli ebrei in generale, questo significherà solo dire che alcune forme di antisemitismo sono ugualmente accettabili. Se si vuole che antisemitismo rimanga un termine negativo, lo si può applicare anche al di là delle azioni, delle idee e dei sentimenti esplicitamente razzisti. Ma non lo si può applicare oltre gli esempi di ostilità grave e chiaramente ingiustificata contro gli ebrei. I nazisti si costruirono fantasie storiche per giustificare i propri attacchi; lo stesso fanno i moderni antisemiti che credono nei Protocolli dei Savi di Sion. Lo stesso fanno i razzisti striscianti, che si lamentano del dominio ebraico sull’economia. Questo è antisemitismo nel senso stretto e negativo della parola. Si tratta di azioni o di propaganda pianificate per fare del male agli ebrei, non per qualcosa che hanno fatto, ma per quello che sono. Lo stesso discorso può applicarsi agli atteggiamenti che questa propaganda punta a inculcare: benché non sia sempre esplicitamente razzista, essa si porta dietro motivazioni razziste, e l’intenzione di fare un danno reale. Un’opposizione ragionevolmente fondata alle politiche di Israele, invece, non si adatta a questa descrizione, nemmeno quando offende tutti gli ebrei. Né vi si adatta la semplice e innocua antipatia per qualcosa di ebraico.

Istruttore della “Legione ebraica” composta in gran parte da cittadini degli Stati Uniti
In conclusione, quello che ho suggerito è che sarebbe meglio restringere la definizione di antisemitismo, in modo tale che nessun atto possa essere allo stesso tempo antisemita e accettabile. Ma possiamo andare oltre. Ora che abbiamo giocato abbastanza, poniamoci qualche domanda sul ruolo che ha il vero, deprecabile antisemitismo, nel conflitto israelo-palestinese e nel mondo in generale. Indubbiamente esiste del genuino antisemitismo nel mondo arabo: la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, le leggende sugli ebrei che nei loro rituali verserebbero il sangue dei bambini gentili. Questo è oggettivamente ingiustificabile. Ma lo è anche il fatto che si siamo dimenticati di nuovo di rispondere alla lettera della nonna. In altri termini, c’è un punto importante: dobbiamo semplicemente accettare il principio che l’antisemitismo è un male. Non farlo ci porrebbe al di fuori del consesso civile. Ma è una cosa molto diversa dall’avere qualcuno che ci ossessiona pretendendo che l’antisemitismo sia il Male di tutti i Mali. Non siamo bambini che stanno imparando la moralità: è responsabilità nostra stablire le nostre priorità morali. Non possiamo farlo fondandoci su orribili immagini che risalgono al 1945, o sui lamenti angosciati di giornalisti sofferenti. Dobbiamo chiederci quanto male fa o può fare l’antisemitismo, non nel passato, ma oggi. E dobbiamo chiederci dove questo male può manifestarsi, e perché. Si ritiene che vi siano gravi pericoli nell’antisemitismo del mondo arabo. Ma l’antisemitismo arabo non è la causa dell’ostilità araba verso Israele, o magari verso gli ebrei. Ne è un effetto. Il progredire dell’antisemitismo arabo va di pari passo con il progredire dell’avanzata territoriale ebraica, e delle atrocità commesse da ebrei. Questo, non per giustificare il genuino antisemitismo, semmai, per banalizzarlo: esso è arrivato nel Medio Oriente con il sionismo, e scomparirà quando il sionismo cesserà di essere una minaccia espansionistica. Di fatto, la sua causa principale non è la propaganda antisemita, ma gli sforzi sistematici, decennali e senza posa che fa Israele per coinvolgere tutti gli ebrei nei propri crimini. Se l’antisemitismo arabo persistesse dopo il raggiungimento di un accordo di pace, potremmo discuterne, e deprecarlo. Ma comunque, non farebbe molto danno reale agli ebrei. I governi arabi avrebbero solo da perdere, permettendo attacchi contro i propri cittadini ebrei: significherebbe un invito per Israele a intervenire. E ci sono ben poche ragioni di aspettarsi che tali attacchi si verifichino: se tutti gli orrori delle recenti campagne israeliane non sono bastati a provocarli, è difficile immaginarsi cosa potrebbe riuscirci. Ci vorrebbe probabilmente qualche azione israeliana così orrenda e criminale da far scomparire gli attacchi stessi. Se è verosimile che l’antisemitismo possa avere effetti terribili, è di gran lunga più probabile che li abbia nell’Europa occidentale. Là, i risvegli neofascisti sono del tutto reali. Ma sono un pericolo per gli ebrei? Non ci sono dubbi che Le Pen, per fare un esempio, sia antisemita. Ma non esiste alcun indizio che abbia intenzione di fare qualcosa a questo proposito. Al contrario, sta facendo ogni sforzo possibile per pacificarsi gli ebrei, e forse addirittura per assicurarsi il loro aiuto contro il suo vero obiettivo, gli “arabi”. Non sarebbe certo il primo politico ad allearsi con qualcuno che non gli piace. Ma se avesse davvero dei piani accuratamente dissimulati contro gli ebrei, allora sì che sarebbe insolito: Hitler e i russi antisemiti che avrebbero scatenato i pogrom erano straordinariamente trasparenti sulle loro intenzioni, e non tentarono mai di accattivarsi il sostegno degli ebrei. E che alcuni ebrei francesi vedano Le Pen come uno sviluppo positivo, o addirittura un alleato, è un fatto (si veda, per esempio, Le Pen è un bene per noi, dicono sostenitori ebrei, Ha’aretz, 4 maggio 2002, e il commento di Goldenburg su France TV del 23 aprile). Certo, esistono ragioni storiche per temere un orrendo assalto contro gli ebrei. E tutto è possibile: potrebbe esserci un massacro di ebrei a Parigi domani stesso, oppure di algerini. Quale dei due è pù probabile? Se si imparano lezioni dalla storia, le si dovrebbe applicare a circostanze che si somiglino. L’Europa di oggi assomiglia ben poco all’Europa del 1933. E ci sono anche possibilità positive: per quale motivo la probabilità di un pogrom dovrebbe essere maggiore di quella di vedere l’antisemitismo svanire in una malevolenza inconcludente? Qualunque legittima preoccupazione dovrebbe basarsi sul fatto che c’è effettivamente una minaccia. L’occorrenza di aggressioni antisemite potrebbe dimostrare questa minaccia. Ma queste prove sono notevolmente confuse: non viene fatta nessuna distinzione tra gli attacchi contro monumenti o simboli ebraici e le effettive aggressioni contro ebrei. Inoltre, si mette l’accento sull’aumentata frequenza degli attacchi, tanto da lasciar sfuggire all’attenzione il fatto che il loro livello sia veramente molto basso. Gli attacchi simbolici, in effetti, sono aumentati in assoluto, in modo significativo. Quelli alle persone no (*). Ancora più importante, la maggior parte di questi attacchi viene da residenti musulmani: in altre parole, da una minoranza largamente odiata, perseguitata, e soggetta a severo controllo poliziesco, che non ha la minima possibilità di intraprendere una seria campagna di violenza contro gli ebrei. È certo molto spiacevole che una mezza dozzina di ebrei siano finiti in ospedale – nessuno ucciso – a causa di recenti aggressioni in vari luoghi d’Europa. Ma chiunque consideri questo come uno dei problemi più importanti del mondo, semplicemente non ha dato un’occhiata al mondo. Questi attacchi sono di competenza della polizia, non sono una ragione per cui noi tutti dobbiamo farci poliziotti di noi stessi e degli altri, per arginare qualche mortale malattia morale. Questo tipo di reazione è appropriato solo quando gli assalti razzisti avvengono in società ostili o indifferenti alla minoranza aggredita. Coloro che hanno realmente paura di un ritorno del nazismo, per esempio, dovrebbero riservare la loro angosciata preoccupazione alle aggressioni, di gran lunga più sanguinose, e di gran lunga più facilmente perdonate, contro gli zingari, la cui storia di persecuzioni è pienamente paragonabile al passato degli ebrei. La posizione degli ebrei è molto più vicina a quella dei bianchi americani, che sono anch’essi, ovviamente, vittime di aggressioni a sfondo etnico. Non c’è dubbio che molte persone rifiutino questa sorta di ragionamento numerico a sangue freddo. Replicheranno che, con l’ombra del passato che incombe su di noi, anche una sola ingiuria antisemita è una cosa terribile, e che la bruttura non si può misurare dal numero di cadaveri. Ma se assumiamo un punto di vista più ampio sulla faccenda, l’antisemitismo diventa meno importante, non di più. Considerare qualunque spargimento di sangue ebraico come una calamità planetaria, che va al di là di ogni misura e paragone, è razzismo puro e semplice: significa dare al sangue di una razza un valore maggiore che a quello di tutte le altre. Il fatto che gli ebrei siano stati perseguitati per secoli, e che abbiano sofferto terribilmente mezzo secolo fa, non cancella il fatto che, nell’Europa di oggi, gli ebrei sono cittadini ben integrati, che hanno di gran lunga meno ragioni di soffrire e di temere di quante ne abbiano altri gruppi etnici. Certo, le aggressioni razziste contro una minoranza benestante sono tanto spregevoli quanto gli attacchi razzisti contro una minoranza povera e senza potere. Ma aggressori ugualmente spregevoli non vuol dire attacchi altrettanto preoccupanti. Non sono gli ebrei, oggi, che vivono con l’incubo del campo di concentramento. I “campi di transito” proposti da Le Pen sono per gli arabi, non per gli ebrei. E per quanto vi siano partiti politicamente rappresentativi che contengono molti antisemiti, non uno solo di questi partiti mostra alcun segno di articolare, e tanto meno di perseguire, un programma antisemita. Né esiste alcuna ragione di sospettare che, una volta al potere, cambieranno tono. L’Austria di Haider non è considerata pericolosa per gli ebrei; né lo era la Croazia di Tudjman. E sa anche ci fosse un tale pericolo, be’, abbiamo uno stato ebraico con tanto di armi nucleari pronto ad accogliere qualunque rifugiato, come pure farebbero gli Stati Uniti o il Canada. E dire che non ci sono pericoli reali adesso, non significa dire che bisogna ignorare ogni pericolo che potrebbe sorgere in futuro. Se in Francia, per esempio, il Front National cominciasse a invocare campi di transito per gli ebrei, dovremmo preoccuparci. Ma non è il caso di preoccuparci per ogni cosa allarmante che potrebbe appena ipoteticamente accadere: ci sono cose molto più allarmanti che accadono già! Si potrebbe sempre replicare che, se le cose non sono diventate più allarmanti, è solo perché gli ebrei – e altri – sono sempre stati tanto vigili nel combattere l’antisemitismo. Ma questo non è plausibile. Per prima cosa, la vigilanza contro l’antisemitismo è una specie di visione a senso unico: come i neofascisti stanno ben imparando, possono sempre evitare di farsi notare rimanendosene zitti a proposito degli ebrei. Inoltre, non ci sono stati pericoli gravi per gli ebrei nemmeno in paesi tradizionalmente antisemiti sui quali il mondo non tiene gli occhi aperti, come l’Ucraina o la Croazia. Paesi ai quali si dedica pochissima attenzione non sembrano più pericolosi di quelli che ne hanno molta. Per quanto riguarda le vigorose reazioni contro Le Pen in Francia, esse sembrano avere molto più a che fare con la repulsione francese verso il neofascismo che con le rampogne della Anti-Defamation League. Supporre che le organizzazioni ebraiche e i coscienziosi giornalisti che insistono sul pericolo antisemita stiano salvando il mondo dalla catastrofe è come affermare che siano stati Bertrand Russell e i pacifisti quaccheri a salvarci da una guerra nucleare. A questo punto, si potrebbe dire: quali che siano i reali pericoli, questi avvenimenti sono comunque atroci per gli ebrei, e si portano dietro insopportabili ricordi dolorosi. Questo può essere vero per quei pochi che ancora hanno questi ricordi, non per gli ebrei in generale. Io sono un ebreo tedesco, e avrei un’ottima opportunità di rivendicare il mio status di vittima di seconda o terza generazione. Invece, gli incidenti antisemiti e un clima di crescente antisemitismo non mi preoccupano così tanto. Ho molta più paura quando mi trovo in situazioni realmente pericolose, per esempio quando guido. E comunque, anche i ricordi dolorosi e gli stati d’ansia non rappresentano molto, paragonati alle reali sofferenze fisiche inflitte dalle discriminazioni a tanti non ebrei. Tutto questo non vuole sminuire tutto l’antisemitismo, ovunque. Si sente spesso parlare di malevoli antisemiti in Polonia o in Russia, sia per le strade, sia al governo. Ma, per quanto ciò possa essere preoccupante, è anche immune da ogni influenza da parte dei conflitti israelo-palestinesi, ed è molto improbabile che quei conflitti possano influenzarlo in un modo o nell’altro. Per di più, per quanto ne so, in nessun luogo c’è tanta violenza contro gli ebrei quanta ce n’è contro gli “arabi”. Quindi, se anche l’antisemitismo è, da qualche parte, una questione catastroficamente seria, possiamo solo concluderne che il sentimento antiarabo è qualcosa di ancora, molto più serio. E siccome qualunque gruppo antisemita è anche, e in misura molto maggiore, contro l’immigrazione e contro gli arabi, questi gruppi si potrebbero combattere non in nome dell’antisemitismo, ma in difesa degli arabi e degli immigrati. In breve, il vero scandalo oggi non è l’antisemitismo, ma l’importanza che gli si dà. Israele ha commesso dei crimini di guerra. Ha coinvolto gli ebrei in generale in questi crimini, e in generale gli ebrei si sono affrettati a lasciarvisi coinvolgere. Questo ha provocato astio contro gli ebrei. Perché non avrebbe dovuto? In qualche caso questo astio è razzista, in qualche altro caso no, ma cosa importa? Perché dovremmo dedicarvi tanta attenzione? Il fatto che la guerra etnica di Israele abbia provocato un’aspra rabbia è importante in confronto alla guerra stessa? La remota possibilità che da qualche parte, in qualche momento, in qualche modo, questo odio potrebbe forse, in teoria, uccidere degli ebrei è importante rispetto alla brutale, reale persecuzione fisica dei palestinesi, e rispetto alle centinaia di migliaia di voti a favore di chi vorrebbe internare gli arabi nei campi di transito? Oh, ma… dimenticavo. Come non detto, mi rimangio tutto: qualcuno con la bomboletta spray ha scritto degli slogan antisemiti sul muro di una sinagoga.
(*) Nemmeno la ADL o il B’nai B’rith includono gli attacchi palestinesi contro Israele nel conto; parlano piuttosto di “Punti di vista insidiosi con cui viene visto il conflitto tra israeliani e palestinesi, usati dagli antisemiti . (http://www.adl.org/presrele/ASInt_13/4084_13.asp) E come molte altre persone, io non considero gli attacchi terroristici di organizzazioni come Al Qaeda come esempi di antisemitismo, ma piuttosto come una fallimentare campagna paramilitare contro gli USA e Israele. Perfino se li si include nel conto, non appare particolarmente pericoloso essere ebreo al di fuori di Israele.

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