Capitoli precedenti: parte prima, seconda, terza, quarta
VERSO UN’ECONOMIA ORTOLOGICA
da: «Rassegna Monetaria» XXXIV, 1937, 389-398
Il dubbio circa la natura dell’economia cosidetta «ortodossa», se dovesse considerarsi come tentativo sincero, può dirsi ormai superato da almeno 50 anni. Attualmente fra i seguaci dell’ortodossia non possono esserci che dei conigli, dei ciechi, o dei carrieristi in malafede. Chi indaga sinceramente non può tardare 15 anni a rendersi conto di fenomeni visibili e comuni. Dire che l’economia non è scienza sarebbe, d’altra parte, da disfattista e non farebbe che ingenerare confusione. Mezzo secolo fa l’aeronautica e la radiofonia non potevano ancora dirsi «scienze». Quello che uomini seri possono oggi fare è di distinguere tra quella parte dell’economia che è scienza, dominio della episteme, e quella che è tekhne o dominio della abilità, dominio del phronesis. Si può dire che l’arte di condurre una nave non sia una vera scienza: eppure la scienza della navigazione esiste e si perfeziona: dalla bussola semplice si arriva alla giroscopica. È naturale purtroppo che nelle pubblicazioni economiche regni la confusione, dato che lo studio dell’economia attualmente viene fatto da empirici, da uomini che mancano di una seria preparazione teminologica. Vediamo per esempio nel mondo anglo-sassone quali sono gli scrittori onesti e seri che hanno costruito la scienza economica viva. SODDY, premio Nöbel per la fisica; DOUGLAS, ingegnere, capo del Westinghouse in India; LARRAÑAGA, ingegnere stradale; ORAGE, giornalista convertito da DOUGLAS; KITSON, inventore della lampada Kitson; GESELL, commerciante; ecc. Tutti uomini pratici! E dire che hanno scoperto la luna non significa nulla, chè almeno hanno riscoperto la vera luna, mentre i professori continuano a baloccarsi infantilmente con una luna finta di teatro; illusionisti, capaci di aver presa sul pubblico solo all’intemo della loro baracca. Per rendersi conto della mentalità dei fondatori della cosidetta economia ortodossa prendiamo, p. es., una frase di RICARDO «No commodity which is not subject to require more or less labour for its production». Sembra che DAVID RICARDO non fosse mai entrato in un pollaio e che l’uovo di gallina fosse escluso dal suo sistema economico. Eppure come misura di valore nutritivo l’uovo precedeva l’indice dei prezzi. Osservando direttamente i fenomeni naturali l’uomo medio sbaglierà meno che dopo essersi infarcito la testa di logaritmi e di mitologie bancarie. Non ho nessuna intenzione di scherzare! Il valore dell’uovo cresce e diminuisce in rapporto al crescere e al diminuire della fame. Aristotile ci ha lasciato una parola di significato oscuro e complesso: kreía. Utilità, desiderabilità che il RACKHAM, naturalmente di Cambridge, traduce senz’altro «domanda». La scolastica non c’illumina. Aristotile «aveva ragione» ma intendeva dire che il valore di un’unità monetaria «is worth what you can get for it» Assolutamente vero, ma non può dirsi questa terminologia scientifica. Lo studente può entrare in biblioteca e consultare anche 50 pretesi trattati d’economia senza trovarne uno che cominci euclidamente con un elenco chiaro di definizioni dei termini più comuni, fondamentali e necessari per discutere di questioni economiche. Cominciamo per esempio, con il termine «moneta» Aristotele lo definisce male, ovvero non lo definisce, ma ne parla senza veramente definirlo. E l’umanità è rimasta per venti secoli in questo stato di semi oscurità Io ardirò dare alcune definizioni, pur rendendomi conto ch’esse non potranno essere di grande utilità fino a che una qualche accademia o congresso o meglio ancora un gruppo di specialisti seri e autorevoli, non riconosca la validità di questo lavoro lessicografico. Per mio conto vorrei ben essere un lessicografo come LORENZO VALLA e potermi annoverare tra i seguaci di CLAUDIO SALMASIO, che a modo suo fu pure un lessicografo. Proponendoci di creare un linguaggio scientifico dobbiamo considerare anche il modo di. tradurre alcuni termini in lingua straniera. Qual è il preciso significato delle due parole italiane «denaro» e «moneta» e quale è meglio adoperare nelle definizioni economiche? «Denaro» significa sia carta moneta che moneta metallica. Ho sentito un alto personaggio dire: «ma la vera moneta è l’oro». L’oro greggio non è moneta; lo scambio di monete d’oro con altra merce è in fondo una specie di baratto: baratto di una certa quantità di stoffa o di un certo, peso di merce, contro metallo, in precedenza pesato e misurato. La qualità essenziale della moneta è d’essere misurata e di poter servire come misura. Anche nel baratto di un disco di metallo prezioso con merce, ciò che determina nel primo la qualità di moneta è il conio dello stato. Un governo che dicesse: «non possiamo costruire strade perché non abbiamo denaro» sarebbe ridicolo come un governo che, dicesse: «non possiamo costruirne perché non abbiamo chilometri».
1) Proviamoci a definire che cos’è la moneta. «Money is measured claim» La moneta è un titolo o mandato misurato. «Money is a general claim». La moneta è un titolo non specifico ma generale. La moneta è inoltre scambiabile, ovvero si può trasferire senza formalità da uno all’altro, e non frutta interesse come un buono di stato, delle ferrovie o di una qualsiasi società anonima. Consideriamo ora i termini inglesi. «Money» è forse meglio tradurlo con «denaro» che con «moneta»; «coin» significa poi precisamente «moneta metallica» e per la «moneta cartacea» non si può usare l’espressione «paper coin» come pure potrebbe sembrare!
2) Passiamo al termine «credito». Si dice che un uomo ha credito quando si crede che sia capace di pagare in denaro e si ritiene che egli non cercherà di evitare o ritardare il pagamento. Il «debito» non è precisamente l’opposto del credito. Il «credito» infatti è sovente la possibilità di far debiti e non significa sempre necessariamente il corrispettivo di un debito già acceso. Siamo perciò di fronte a un termine ambiguo e mentre nella contabilità, in italiano, si parla con maggior chiarezza di «attivo e passivo», in inglese si deve dire «credit» e «debit» o, secondo gli scrittori teorici, «credit» e «debt».
3) Passiamo infine all’«inflazione, » Tra le mezze verità della pretesa ortodossia alcune si basano su fenomeni naturali e iterativi. La cosiddetta inflazione va anzitutto distinta dall’inflazione vera e questa si ha quanto si emette denaro «corrispondente» a merci o servizi che nessuno vuole o in eccesso della quantità desideratane. La moneta non ha valore quando è emessa «contra». Per esempio, emettere denaro o moneta «contra» un obice esploso nel 1917 sarebbe inflazione e la moneta stessa non avrebbe valore, poiché nessuno vuole quell’obice e nessuno può consegnarlo. Una lista breve di definizioni valide può permettere all’uomo medio di sfuggire agli inganni, e alla perfidia assoluta, condannevole e putridissima dei grandi usurai e monopolisti. Di fatto con una definizione ovvero con un concetto serio e giusto del denaro il SODDY, dopo la pubblicazione di una quantità di libri oscuri per i lettori, per quanto oltremodo ponderati e chiari per il prof. SODDY arriva nel Tomorrow’s Money a scrivere «Just as it is unthinkable that private people should have the power to levy taxes so it is preposterous that the banks, in the teeth of all the constitutional safeguards against it, should by a mere trick usurp the function of Parliament and, without any authority whatever, make forced levies on the community’s wealth», a sostenere cioè che è sbalorditivo che le banche, senza essere minimamente autorizzate a farlo, possano prelevare per loro uso privato la ricchezza del popolo. Distinguiamo tra la situazione odierna italiana e quella dei paesi anglosassoni. Distinguiamo tra paesi dove la eccessiva disponibilità di beni crea crisi, e paesi che invece ne hanno grave penuria e torniamo un po’ indietro per accennare in breve allo storia della «nuova economia che è poi in tanta parte vecchia sapienza o conoscenza.
Quattro sono le correnti vive nel pensiero economico d’oggi:
1) il Douglasismo; 2) il Gesellismo; 3) l’economia canonista che trae origine da S. Ambrogio e si evolve con S. Antonino; 4) l’economia corporativa, con la sua politica di bonifica, la battaglia del grano, gli ammassi, gli assegni famigliari, i buoni viveri, i buoni del lavoro, il controllo statale ecc. Di quest’ultima non c’è bisogno ch’io parli in Italia nè ch’io ne scriva in italiano dato che sono gli altri paesi che hanno bisogno di apprendere e di approfittarne. L’economia ortologica che noi dobbiamo fondare deve contemplare alcuni fatti trascurati dai cosiddetti «ortodossi» La merce è di durata disuguale. Il marmo dura; i legumi si sciupano, fragole, spinaci e patate hanno una durata relativa; sedie, case, opere di Fidia, Prassitele o Botticelli hanno una durata più notevole. L’uomo primitivo adopera uno strumento là dove l’uomo civile ne adopera una dozzina. Non è necessario seguire tutti i costumi e le abitudini del passato; non è necessario adoperare lo stesso mezzo per lo scambio e per il risparmio, solamente perchè il Signor Nitti la intendeva cosi. Dobbiamo, mi pare, fare un elenco degli uomini seri che oggigiorno collaborano alla scienza economica, pur se sono degli empirici, pur se hanno una sola scoperta al loro attivo e non sono in grado di coordinarla con la storia o con le idee giuste e valide d’altre scuole o di altri tempi o sette economiche. Riconosciamo facilmente che un tale osservò la capacità del vapore a sollevare il coperchio di una teiera. Questo vale anche se l’inventore non ha pubblicato una enciclopedia o un voluminoso trattato di fisica. Riconosciamo che C. H. DOUGLAS ha scoperto da sé l’insufficienza del potere d’acquisto distribuito da sistema industriale dell’800 e del principio del secolo XX. La sua fabbrica distribuiva potere d’acquisto più lentamente di quel che creava i «prezzi», cioè la mercé buttata sul mercato. Creava quindi una quantità di prezzi in un mese superiore alla capacità d’acquisto distribuita. I delinquenti, gli imbecilli e i monopolisti, che vivono della fame altrui, vorrebbero tagliare l’uomo secondo la misura della giacchetta. DOUGLAS vedeva invece la possibilità di emettere capacità di acquisto corrispondente alla quantità della merce consegnabile e desiderata dal popolo. In ciò c’era poco di nuovo e molto di onesto. DAVID D. HUME aveva già visto che la prosperità non dipendeva dalla quantità di moneta di una data Nazione ma dal fatto che questa quantità fosse in aumento. Il CAIROLI accenna che lo «Denar merce» di Carlo Magno non aveva sempre lo stesso valore. Il denar grano «conteneva» meno grano nell’anno 808 che nell’anno 796. L’uomo morale e di buona volontà può studiare questo fatto e il concetto del prezzo giusto nel Giusto prezzo medievale del sacerdote L. P. CAIROLI (Merato, Tipografia Pessina, 1913), libro equo e sano che raggiunge quasi una bellezza stilistica e un valore letterario per la candida sincerità dell’autore. Fra gli scrittori utili nominiamo MAC-NAIR WILSON, che ha bene educato il suo pubblico a riconoscere che le banche non prestano denaro ma solamente promesse di pagamento (cfr. The Promise to Pay, Londra, Routledge). Il GESELL, pur uscendo dall’angolo visuale libero scambista, rievoca dei vescovi medievali. Con le sue «demurrage charge» queste marchette alla moda di Avigliano che si devono attaccare al biglietto ogni mese per mantenerne il valore dichiarato, egli intendeva stimolare la velocità della circolazione della moneta, e il borgomastro UNTERGUGGENBERGER a Vörgl dimostrò l’efficacia di questo sistema. Il GESELL demoli la parte morta di MARX con la frase lapidaria: «Marx never questioned moiley» cioè MARX non interrogò mai la natura del denaro, non l’analizzò
I vantaggi del sistema di GESELL sono almeno i seguenti:
1) nei paesi pseudo-democratici può liberare la nazione, cioè il governo e il popolo dal dominio dei banchieri e degli usurai. Benchè nessun gesellista puro sangue abbia mai considerato la moneta prescrittibile dal punto di vista statale e corporativo.
2) Con un bollo proporzionale dell’1% del valore del biglietto da aggiungersi mensilmente, una circolazione di 12 miliardi, darebbe allo stato una rendita di 1 miliardo l’anno, quasi senza spese per la riscossione, che sarebbe -automatica e pressochè libera da ingerenze burocratiche.
3) Invece di ammucchiare debiti coi National Bonds al modo di Roosevelt, ogni debito statale, ogni titolo alla ricchezza della nazione, invece di raddoppiarsi si estinguerebbe in 100 mesi cioè in otto anni e quattro mesi.
4) I buoni del tesoro potrebbero pur continuare ad esistere in mani private, come mezzo di risparmio per chi vuol provvedere alla vecchiaia e alla famiglia, ma sarebbero considerati come un dividendo di Stato a una classe meritevole di cittadini non come una necessità ineluttabile per un governo che voglia usare del suo credito.
Insisto: lo Stato non ha affatto bisogno di pagare un «noleggio», per il suo credito cioè di prendere a prestito dai grandi usurai di professione come si fa quasi in ogni paese non consapevole e troppo legato a preconcetti dannosi, per esempio nella mia disgraziatissima patria, in Francia nella sua grave crisi morale odierna, in Inghilterra per dominio di tradizioni accettate senza intelligenza dei fatti nuovi del mondo. La seconda generazione dei Social Creditors, dopo gli empirici e gli inventori, ha dato il BUTCHART, che, stimolato da A. R. ORAGE, ha pubblicato il primo libro di economia ortologica, Money, the views of three centuries. Over 200 Extracts from 170 writers from 1641-1935 (Nott, Londra, I935). Col secondo volume, Tomorrow’s Money, il B. è stato meno felice; ha raccolto infatti sette scrittori di opinioni diverse, tutti meritevoli, ma non è riuscito a fare che i singoli autori leggessero reciprocamente i capitoli da loro redatti. Il libro vale tuttavia per la ristampa di alcuni scritti del DOUGLAS e per una pagina del SODDY già citata in questo articolo. Tra i volgarizzatori si devono nominare IRVING FISHER e CHRISTOPHER HOLLIS. Ma si deve distinguere: FISHER è un giornalista che scrive bene. Quaranta pagine del suo «Stamp Scrip» meritano l’attenzione di ogni uomo anche se professore di cattedra. FISHER non s’impegna a fondo battaglia. Forse è ottimista e cerca di persuadere i grandi usurai americani ad accontentarsi di mezzo chilo di carne umana invece di «shylockare» fino all’ultimo etto e grammo. CHRISTOPHER HOLLIS ha scritto un libro di grandissimo valore The Two Nations (Routledge, Londra I935) ed ha continuato, poi, a lottare in diversi libri per il gran pubblico, dove ben può dirsi abbia mano felice; egli infatti è fra i pochi economisti che riescono a trattare la scienza monetaria e i problemi veri dell’usura in modo che i loro libri si vendano e giungano alla terza edizione. Questa fase appartiene all’educazione popolare, assai necessaria nei paesi dove persistono i governi di cosidetta maggioranza. WYNDHM LEWIS chiama il governo inglese: Fake antique, finto antico. Pur essendo letterato e satirico ha contribuito recentemente con un libro di altissimo valore sociologico, riservato al pubblico eletto, Count your Dead, They are Alive (Preparation for another Great War about nothing). Non lo cito come economista ma per indicare il ritmo con cui questi problemi penetrano le opere di scrittori viventi e di prim’ordine. I quattro migliori poeti americani d’oggi si occupano di problemi monetari come, di fatto se ne sono occupati i grandi scrittori quali Dante, Shakespeare, Aristotele, Hume, Berkeley, Montesquieu, ecc. Un’altra corrente ideale che si orienta su queste idee, si manifesta negli scritti di coloro che si rifanno ai fondatori della repubblica americana, cioè di JEFFERSON, JACKSON, VAN BUREN (v. il mio Jefferson and or Mussolini, pag. 114-119, i libri di W. E. WOODWARD, A New American History, gli articoli del padre COUGHLIN e di BUCK o più specificamente la parte più efficace del libro del COUGHLIN che è intitolata semplicemente Money, pag. 211-213). Sarebbe difficile dire quali riviste inglesi e americane uno straniero dovrebbe leggere per il fatto che la vita intellettuale in questi paesi si manifesta in pubblicazioni effimere che durano due o tre anni (o meno e quindi cessano di esistere subitaneamente o decadono in una specie di burocraticismo letterario o ideologico, assurdono un «protective colouring» e si adagiano nelle idee fatte. Dobbiamo pur dire che i fascisti inglesi hanno da un anno iniziato la pubblicazione di periodici economico-sociali di ben’altra vitalità e cioè del «Fascist Quarterly» (1936) e del «British Union Quarterly» (1937). Questa è la sola rivista inglese nella quale io abbia potuto leggere scritti degli altri collaboratori fra i quali il generále FULLER, SALAZAR (Portogallo), WYNDHAM LEWIS, A. K. CHESTERTON, W. JOYCE, JENKS. Potrei citare altre benemerenze della stampa periodica di partiti politici. HUGO FACK che ha il grande merito di aver pubblicato The Natural Ecogomic Order di GESELL nel Texas a spese sue, mentre i grandi editori non ritenevano che tale pubblicazione fosse un affare, impronta tuttora il suo giomaletto «The Way Out» alle idee circa la Scarcity Economics o economia della mancanza, nonostante la pubblicazione della Chart of Plenty di LOLB (vedi recensione di ODON POR in «Rivista del lavoro» marzo I936). La libertà di parola non esiste fra queste sette di razza liberale. Né le pubblicazioni dei gesellisti né quelle ufficiali del douglasismo permettono la discussione aperta delle idee economiche. Sembrano ipnotizzati e irrigiditi come mussulmani decadenti. Si azzuffano fra loro. DOUGLAS considera le marchette della moneta prescrittibile come una tassa noiosa, inutile e perpetua, per quanto più comprensibile della «cancellazione» del credito douglasista e dei suoi sconti e cioè dei mezzi d’annullamento di credito emesso. I gesellisti s’infuriano quasi sadisticamente al pensiero che la razza intiera può approfittare del lavoro di coloro che sono già morti, e delle scoperte della scienza. Il «Fig Tree» non accenna ai progressi dei non douglasisti, sia dei gesellisti sia del sistema corporativo. Il settimanale «Social Credit» presenta interesse solo nel suo campo speciale. Il «New English Weekly» s’affonda nel temperamento dei sobborghi inglesi e va quindi intonandosi al colore di quella vita sbiadita più che a una ideologia specifica e ben definita. Il «New Democracy» di New York è stato utile ma ha cessato di esistere. COUGHLIN fa un lavoro di educazione popolare attraverso un settimanale per il gran pubblico, non per gli iniziati, «Social justice». Però nel mese di giugno anno – XV, trovo nel suo giornale notizie che non vengono stampate altrove o che altrove sono ridotte a poche righe soffocate tra colonne di scandali e camouflage. Dai signori direttori della stampa periodica a carattere generale ricevo spesso questo invito: «Can’t you write about anything except economics?»
Domando scusa ai lettori seri se ho parlato di cose troppo diverse tra loro.
Questo articolo consta di due parti: nella prima ho quasi implorato gli economisti a ben considerare il bisogno cocente di una terminologia esatta; nella seconda ho brevissimamente accennato a certi lavori frammentari ma sinceri di un manipolo di scrittori sparsi, che non sono ma che potrebbero essere coordinati se si trovasse un nucleo coerente di tecnici pronti ad assumersi una responsabilità lessicografica. Diciamo energicamente che senza un’etica salda non si farà economia né sana né scientifica. Considerare soltanto il puro dinamismo senza tener conto dello «scopo» di una politica monetaria, condurrebbe a caos. La direzione della volontà è una componente da studiare nella scienza dell’economia. Badoglio dicendo «il nostro oro è la volontà e le braccia dei nostri soldati» è ben più economista di tutti i professori di Londra.
Ezra Pound








