
Incipit:
Con oggi inauguriamo una serie di brevi focus, sulla situazione di alcuni grandi Stati africani in crisi. Il nostro intento è quello di fornire agli utenti del sito di Thule-Italia un quadro breve, ma esaustivo, circa questioni poco note, o malamente esposte dai media ufficiali.
In linea con la visione del mondo che anima Thule-Italia, riteniamo utile mantenere alta l’attenzione su zone geopoliticamente nevralgiche, dove il mutamento degli equilibri mondiali gioca un peso di primissimo livello.
Sudan
Per estensione geografica il Sudan è il più grande Stato del continente africano, la cui storia contemporanea risulta tutt’altro che tranquilla. Potremmo paragonarlo ad un grosso bidone di benzina bucato, rattoppato alla meglio, ma che perennemente rischia di esplodere.
Ad oggi, ciò che impedisce questa eventualità, è il protettorato che de facto la Cina esercita sul Presidente sudanese Omar Al Bashir. Tutela importantissima, che garantisce finanziamenti, ed appoggio internazionale, a tutto il gruppo dirigente di Khartoum, che vive in un precario equilibrio tra i diversi nodi interni.
Darfur: con questo termine si somma una serie di regioni occidentali del Sudan, in contrasto con il governo centrale, in cui nel corso di un decennio si sono sviluppate spinte secessioniste armate, che hanno innescato una guerra civile endemica di estrema complessità. Infatti, oltre al confronto armato tra secessionisti e Khartoum, s’è innescata una guerra non dichiarata tra il Chad, il Sudan, che condividono una lunghissima porosa frontiera, e gruppi guerriglieri antagonisti, foraggiati da ambo le parti.
Sudan meridionale: altro termine che raggruppa una serie di regioni da molto tempo in rotta con Khartoum. La motivazione religiosa starebbe alla base delle rivendicazioni secessioniste. Il Sudan meridionale è abitato da etnie non musulmane, che fin dal momento dell’indipendenza hanno risentito di aperte discriminazioni ad opera dell’élite governativa, che voleva il Sudan nel novero dei paesi islamici.
Il Presidente Al Bashir vede di fronte a sé un 2010 decisamente cruciale, non solo per la tenuta della sua leadership, ma per la stessa stabilità dell’intero Stato sudanese.
Il 23 febbraio 2010 il Governo Sudanese e il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM), principale gruppo secessionista nel Darfur, hanno firmato la bozza di un accordo di pace a Doha, in Qatar. Nel quadro di tale accordo, ad oggi non ancora entrato in vigore, i gruppi più rappresentativi delle regioni occidentali entrerebbero a far parte di un processo di pacificazione nazionale, in grado di disinnescare ulteriori spinte centrifughe in Darfur, ed annullare così le ingerenze degli organismi internazionali, da tempo impegnati in una “guerra di nervi” diplomatica, che si pone il non troppo velato obiettivo di far cadere Al Bashir ed il suo governo.
Per scongiurare ciò la classe dirigente di Khartoum s’è vista costretta a mutare strategia, passando dalla repressione ad intavolare negoziati con i guerriglieri secessionisti del Darfur. Integrandoli nei ranghi del potere essi potrebbero servire da puntello politico nel breve termine, quale supporto per le previste elezioni nazionali dell’Aprile di quest’anno.
Questa tornata elettorale non servirà certo a creare i presupposti per una democrazia compiuta, cosa che interessa poco a tutti gli attori in campo, ma per legittimare l’attuale élite di Khartoum, desiderosa di bloccare il ben più pericoloso referendum sull’indipendenza delle regioni meridionali, previsto per il 2011.
La vera posta in gioco, capace d’incidere su tutta una serie di equilibri e sfere d’influenza geopolitica, è rappresentata dai territori che si troverebbero lungo l’eventuale linea di confine tra il Sudan ufficiale, e l’ipotetico Stato meridionale.
Tali zone infatti conservano una gran quantità di giacimenti petroliferi vergini, che hanno attirato l’attenzione di un gran numero di super potenze internazionali. La Cina, ed in misura minore l’India, appoggiano il Governo Al Bashir per via dei numerosi accordi di prospezione e sfruttamento di tali importanti riserve. Pechino vede nel mantenimento dell’attuale status quo sudanese come una garanzia dei propri interessi. Mentre una crisi tra Khartoum ed un nuovo Stato porterebbe all’intervento diretto di altri sgraditi competitori; USA in prima fila.
Ad oggi la situazione appare”fluida”. Le elezioni nazionali previste ad Aprile potrebbero esser dichiarate dagli osservatori dell’ONU non corrispondenti alla composizione etnico/religiosa del Sudan, per via del fatto che un gran numero di sudanesi, potenzialmente votanti, si troveranno per quella data non censiti nelle liste elettorali.
Il non riconoscimento del risultato elettorale porterebbe ad un sicuro irrigidimento di Khartoum, che sospenderebbe il referendum sull’indipendenza delle regioni meridionali. Provocando una sicura escalation diplomatica, e forse anche militare.
Il rischio sarebbe l’ennesima nascita di uno Stato che si autoproclamerebbe indipendente in modo unilaterale, non venendo così riconosciuto dai molti governi africani ed asiatici che appoggiano Al Bashir.








