
Nigeria
150 milioni di abitanti, nazione ricca di petrolio, politicamente fragile e praticamente spaccata in due entità etnico/religiose. Questa è la Nigeria in pochi aggettivi.
Una storia di mezzo secolo, contrassegnata da numerosi colpi di Stato militari e dalla guerra del Biafra. Un presente sicuramente non meno turbolento ed incerto.
La frattura etnico/religiosa: La Nigeria è uno Stato federale, e come tale prevede ampie autonomie regionali, che stanno però innescando pericolose spinte centrifughe. I territori settentrionali, abitati dagli hausa-fulani in maggioranza di religione islamica, hanno visto negli ultimi anni imposta ufficialmente la legge coranica dai singoli governi locali, a tutto discapito dell’armonia legislativa federale. Ciò ha portato una conseguente escalation di violenze contro i non musulmani, mirate alla creazione di Stati islamici “puri” con tendenze indipendentiste.
Le cause di questa balcanizzazione vanno cercate nella crisi politica dovuta ad una faticosa opera di “democratizzazione” della Nigeria in tipico stile africano, che sta minando delicati equilibri di potere non scritti, ma fondamentali. Una miscela esplosiva, aggravata dal fatto che l’attuale Presidente nigeriano Yar’Adua, musulmano in carica dal 2007, fin dall’inizio del mandato non ha dimostrato il piglio necessario per guidare una nazione così complessa, debilitato oltre tutto nel fisico da problemi cardiaci non indifferenti, che negli ultimi mesi lo hanno costretto a lunghe assenze forzate dalla scena politica nigeriana.
I poteri si sono così concentrati di fatto nelle mani del vice Presidente Goodluck Jonathan, cristiano ed originario del Sud, che non sembra ad oggi intenzionato a cedere al convalescente Yar’Adua lo spazio per un rientro nei pieni poteri.
La presidenza federale dovrebbe esser gestita attraverso un meccanismo informale di «rotazione» tra le etnie della Nigeria, e la scadenza naturale dell’attuale mandato sarà nel 2011, un tempo forse troppo lungo per una figura come Yar’Adua, che di fatto non è più in grado di gestire il suo ruolo.
I gruppi di potere musulmani non intendono però anticipare le elezioni presidenziali, che dovrebbero veder vincente un uomo vicino alle altre due etnie, quella degli yoruba e degli igbo, entrambe meridionali e di fede cristiana.
Ciò sta portando fin dal 2009 ad un acutizzarsi delle tensioni tra fazioni etnico/religiose, che utilizzano come campi di battaglia i territori “cuscinetto” della Nigeria centrale, dove non ci sono gruppi di maggioranza assoluta.
Tali scontri ripetuti stanno estremizzando le divergenze tra le parti, e rendono sempre più necessario l’utilizzo di strumenti repressivi d’emergenza.
Il MEND: Acronimo di “Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger”. Utilizzato da un indistinto gruppo di guerriglieri, il cui scopo ufficiale sarebbe il raggiungimento di una maggior beneficio sui proventi del petrolio, per le popolazioni che abitano nella zona d’estrazione dell’oro nero.
Le attività del MEND infatti si svolgono principalmente nella zona dove si concentrano le principali riserve petrolifere nigeriane (vedi cartina), e sono caratterizzate da azioni di sabotaggio agli impianti delle multinazionali presenti, ed al sequestro di personale e funzionari presenti.
In realtà, dietro alla sigla MEND, non c’è un vero e proprio progetto politico, ma molta “guerra” industriale, i suoi militanti sembrano poi decisamente più simili a dei pirati, come quelli somali, che ad un esercito o ad una milizia guerrigliera organizzata.
Ciò ci fa supporre che il MEND sia utilizzato da competitori internazionali, come strumento di pressione. Una pedina utile e sacrificabile, nella corsa all’accaparramento dei diritti d’estrazione delle riserve petrolifere nella regione.
Il risultato di questa “presenza” è comunque decisamente nefasto per le casse dello Stato nigeriano, che vede nel petrolio la principale fonte di guadagno e d’investimento estero.








