Giovane ragazza, anche tu appartieni al Führer!
Estratti dal manuale per le ragazze della Hitleriugend pubblicato nel 1940
Giovane ragazza, ecco i tuoi doveri.
“Prometto di adempiere sempre ai miei doveri nella Hitlerjugend nel nome di un amore fedele per il Führer e per la nostra bandiera”.
Cara ragazza!
Assolvi ai tuoi doveri di ragazza nello spirito delle madri che durante la Grande Guerra dovettero compiere sacrifici immani e sopportare un dolore immenso. Servi dunque la madre di tutti i tedeschi:
la Germania!
Baldur von Schirach
Reichsleiter
Giovane ragazza, anche tu appartieni al Führer!
Il Führer vuole da te e da noi tutti che cresciamo obbedienti, felici di renderci utili, col senso del dovere e intrisi di cameratismo. Ecco perché allo scoccare del decimo anno d’età’ entri a far parte della branca femminile della Hitlerjugend. L’organizzazione si aspetta da te un impegno gioioso e volontario fin dal primo giorno che si esplica in tutti i compiti che ti attendono, a partire da quelli casalinghi e scolastici.
Devi sempre dar prova di essere una brava ragazza, in casa come nello sport, in viaggio come nei campi estivi. In casa devi sempre essere ben disposta a dare una mano. Nello sport tutto dipende dal tuo atteggiamento positivo, dal tuo coraggio e dalla tua destrezza. In viaggio e nei campi estivi devi dimostrare a tutte le ragazze del gruppo che sai essere una vera camerata.
Devi essere orgogliosa di assolvere alle funzioni in maniera regolare e corretta, e di obbedire alla tua direttrice.
Solo così puoi dimostrare fedeltà nei confronti del tuo gruppo di appartenenza.
Non perdere mai tempo, non dire mai cose come non mi azzardo a farlo, non posso farlo o non ho alcuna voglia di farlo, al contrario: buttati a capofitto in ogni compito che ti viene assegnato, mettici cuore e anima, ecco cosa significa essere una ragazza della Hitlerjugend. La tua via dev’essere retta e onesta, troppo orgogliosa e aperta per dire il falso alle tue camerate o per fare la ruffiana con la direttrice.
Rettitudine, onestà e gioiosa prontezza sono le parole d’ordine di ogni ragazza della Hitlerjugend. Devi sapere, infatti, che è nella comunità’ femminile che si origina il cameratismo.

Un catechismo per soldati hitleriani (1934)
di Alfred Kotz
Sul Nazionalsocialismo si è già scritto tanto.
Ci sono persone che fanno le pulci a ogni singola
riga in cerca di qualche se, o qualche ma.
Ma per tante altre persone l’argomento
è quanto di più’ semplice: non hanno bisogno
di leggere proprio nulla. Quando si considera
il Nazionalsocialismo non si tratta di essere
d’accordo o meno su come un problema viene
affrontato in forma scritta. Il Nazionalsocialismo
non e’ un problema. Molti che hanno letto
il “Mein Kampf” di Hitler hanno improvvisamente
scoperto di essere nazionalsocialisti
da sempre, senza saperlo. Di fatto, l’essenza
del Nazionalsocialismo deve essere già presente
in noi prima che possa esprimersi pienamente.
Lo sguardo di noi tedeschi rischia sempre di essere
offuscato o limitato dagli ostacoli più impensati,
dalle condizioni – anche ambientali – più varie.
Ma una volta tolto di mezzo ogni filtro, ogni
inganno, ecco che il nazionalsocialista
in noi emerge di colpo in piena luce. Quanti sono
ormai coloro che hanno creduto per tutta la vita
di essere autentici marxisti per poi ricredersi
all’ultimo momento e capire di aver preso la strada
sbagliata? Un bel giorno hanno capito
di non essere affatto marxisti,
bensì nazionalsocialisti. O al contrario: una persona,
che sotto sotto è una canaglia, può agghindarsi
con tutte le croci uncinate che vuole,
ma non diventerà mai un nazionalsocialista.
Da ciò’ deriva che uno può essere nazionalsocialista
senza saperlo e che nazionalsocialista
non si diventa ma lo si è nel profondo,
nella propria visione del mondo. In questo
ragionamento “nazionalsocialista” non va inteso
come “membro del partito”. Colui che, nell’alveo
di una chiara visione del mondo, reca i tratti
distintivi nazionalsocialisti, può anche esistere
al di fuori della NSDAP, per via di determinate
circostanze.
Le caratteristiche proprie di un nazionalsocialista hanno origine divina:
e’ il Signore che te le infonde nel petto alla nascita.
Detto questo, un uomo può’ diventare soldato hitleriano. Egli dev’essere
però nazionalsocialista nel senso genetico e non solo partitico del termine.
La Germania si attende il massimo dai soldati hitleriani: la dedizione incondizionata
alla grande, sacra idea del Nazionalsocialismo, e un impegno totale, anima e corpo.
Un atteggiamento del genere rappresenta al meglio lo spirito tedesco.
Per questo motivo l’esercito hitleriano conta milioni di soldati.
La vecchia guardia del movimento nazionalsocialista può quindi star certa di una cosa:
a queste rigide condizioni, tutti i soggetti indegni che s’infiltrano nelle nostre file
hanno i minuti contati.
Possono nascondersi per un po’ dietro il loro velo di ipocrisia.
Possono addirittura cercare di erigersi una piattaforma per darsi delle arie e camuffarsi
da persone importanti e influenti.
Ma se vengono a mancare le solide fondamenta dei legami umani di stampo nazionalsocialista,
cioè a dire lindore, onestà, coraggio, mascolinità’ e altruismo, allora un giorno o l’altro questi
farabutti precipiteranno nella loro futilità, nella loro congenita insignificanza.
Non sono soldati hitleriani, né mai lo diventeranno.
Ecco da cosa partiamo per modellare lo spirito delle nostre formazioni.
Non c’è bisogno di prendere in esame l’allenamento fisico.
Voi sapete già, e anche altri sanno bene quali sono gli standard che deve soddisfare
un soldato hitleriano.
Il sangue tedesco porta in sé il gene delle grandi imprese.
L’uomo tedesco prova gioia nel sopportare la fatica e nello sfidare i pericoli.
Nemmeno l’aria soffocante del sistema rachitico che ci siamo lasciati alle spalle
è riuscita a estinguere questa pulsione del sangue tedesco.
Come si spiega altrimenti che in così poco tempo, e in particolare tra i giovani,
questo spirito si sia prepotentemente risollevato?
In fin dei conti, esso non si è atrofizzato nemmeno tra coloro che sventolavano
le bandiere pacifiste del Reich. Abbiamo visto coi nostri occhi qualche borghesone
dell’SPD maledire il “militarismo,, in tutte le salse per poi marciare sulle strade su quattro colonne.
Ciò’ che ci differenzia da queste sottospecie di “soldati” è prima di tutto il senso del nostro esercizio,
il senso stesso della cura della forza fisica, perché per noi la ginnastica
e la scultura muscolare non hanno alcun valore in sé.
Il punto focale è lo spirito che ci riempie l’anima e che noi eleviamo a conoscenza vera.
Attraverso questo spirito è possibile raggiungere i massimi obiettivi:
personalità d’acciaio, solide come statue.
Ecco perché siamo felici di sottoporci a una formazione dura che conduce alla verità,
alla resistenza e alla fedeltà.
Il nostro stile è sempre e comunque uno stile soldatesco.
Il nostro cuore: maschio e virtuoso.
Il nostro amore e la nostra obbedienza appartengono per sempre al nostro Führer.
Il nostro obiettivo incrollabile: la Germania.
Ecco, infine, come si palesa il sublime miglioramento della nostra vita interiore.
Non come facevano i gladiatori romani quando entravano nell’arena pronti a una lotta
senza motivo, e gridavano: “Ave Caesar, morituri te salutanti”
Noi aspiriamo a ben altro: a esser degni di metterci in marcia dinanzi agli occhi
della nazione tedesca qualora il Führer comandi che l’Esercito insorga, e gridare:
“Coloro che sono pronti a morire per la patria ti salutano, Adolf Hitler!”
Salute e gioia di vivere
Dal primo fascicolo salutista rivolto alla Hitlerjugend
Gioventù’ Hitleriana!
L’esempio del Führer, in cui hai riposto fede assoluta, ti vincola.
Nel corso della tua vita devi attenerti all’ideale che tale esempio
incarna. Ciò che noi vogliamo da te in questo contesto
non va ottenuto mediante l’impartizione di ordini, bensì attraverso
un appello alla volontà e alla lungimiranza. Considera questo
fascicoletto come un’arma nella lotta per mantenersi in salute
e, di conseguenza, per maturare la capacità di compiere grandi cose
e rafforzare e rendere ancora più’ grande il popolo tedesco.
Heil Hitler!
Baldur von Schirach
Salute e gioia di vivere
Gli uomini di ogni epoca hanno pensato a cosa fare per restare
sani, felici e attivi dalla gioventù fino alla tarda età.
Al contempo, sono sempre arrivati alla conclusione che la natura
segue il suo corso spietato e immutevole e che non fa caso
al destino del singolo che, pur armato di buone intenzioni,
non tiene loro fede.
Resta fedele alla natura – vivi secondo natura!
Non è affatto facile seguire questo dettame, con tutte
le sue conseguenze, nella vita di tutti i giorni. Molte persone
perdono la salute, vengono bocciate a scuola, falliscono
nella formazione lavorativa, non hanno amici e più in generale
naufragano tanto nel lavoro quanto sul piano economico
non arrivando a sviluppare correttamente la loro personalità,
solo perché non vivono secondo natura. Nessuno, oggi, ha maggiori
motivi per avvicinarsi alla natura del giovane, dell’operaio
o dell’impiegato. Essi devono compensare le loro attività fin troppo
spesso ripetitive e sedentarie. Se osserviamo le loro vite, vedremo
con quanta passione si dedicano alle attività sportive e quanto
aiuti il vivere secondo natura, il tran tran di un operaio
o di un impiegato. Per non parlare dell’importanza
dell’alimentazione, ben nota a noi tedeschi. Un futuro senza
un’alimentazione corretta è fuori discussione, le persone pensano
troppo di rado al fatto che tutto ciò’ che digeriscono (anche solo
una medicina) finisce per influenzare le loro vite.
Anche in questo caso, solo una
focalizzazione sulla natura può essere d’aiuto. (…) A tale proposito
citiamo anche il motto “dove finisce la natura, comincia la follia”.
Chiunque si muova e sudi all’aria aperta, sotto la luce del sole,
innesca una respirazione intensa che interessa tutti gli organi
(i polmoni, il cuore ecc.), è una forma di esercizio che operai
e impiegati devono fare a tutti i costi. Un po’ di ginnastica
e di allenamento respiratorio non basta.
La cura del corpo e lo sport sono due ulteriori fattori cruciali
per restare in salute. Con sport intendiamo soprattutto
quelle discipline che attivano il corpo nella sua interezza,
ad esempio la corsa, le scalate, il nuoto, le passeggiate in montagna
e la ginnastica. Soprattutto chi fa un lavoro che non implica
movimento deve dedicarvisi, come forma di compensazione. Purtroppo
ci sono sempre troppe persone con
abitudini sedentarie. Credono di essere felici, ma in realtà
non lo sono. Sono vittime della tirannia delle loro cattive
abitudini e la loro vita viene caratterizzata da idee rigide
e sbagliate. Spesso non ci si può immaginare quanto si possa
cambiare in meglio una volta rimosse le vecchie abitudini
per far posto a criteri nuovi e più sani. Pensare le stesse cose
tutti i giorni e non cambiare mai le proprie abitudini, solo perchè
ci pare comodo, ha inoltre conseguenze negative sull’atmosfera
e la produttività lavorativa. Dobbiamo armarci di una solida
capacità di concentrazione e trovare nuove, sane abitudini
per la nostra vita di tutti i giorni e non darci pace finché
i vecchi vizi e le cattive routine non siano seppelliti del tutto.
Questo è l’unico modo possibile per formare la nostra
Volontà’ di addestramento e acquisire, a livello biologico,
la giusta padronanza di noi stessi e del nostro corpo. (…) Tutti,
vecchi o giovani, devono fare i conti con la propria forza vitale
e le strategie per mantenersi in salute. Chi modella la propria
esistenza secondo tali regole d’oro non potrà che trarne
dei vantaggi. Chi arriva a comprendere fino in fondo
lo strettissimo legame che unisce un’alimentazione sana
a una vita equilibrata e strutturata con razionalità ed entusiasmo,
è destinato a entrare a far parte della cerchia di coloro
che amano la vita e che sanno superare più’ facilmente le insidie
e le difficoltà.
Se vivi secondo natura, vivi bene!

Ultimo estratto dall’Uomo libero n°48 – dicembre 1999 “contro il dio denaro” – Metamorfosi degli strumenti economici dalla origini alla tirannide mondialista.
IL DENARO E LA RICCHEZZA
Così abituati al condizionamento costante del denaro – ogni cosa dipende dal denaro, tutto il tempo deve essere dedicato a lui, l’intera esistenza deve essere sacrificata per lui – può apparire naturale considerarlo come un bene, anzi come il bene primario.
Può essere quindi istintivo oggi identificare il denaro con la ricchezza. La ricchezza è disponibilità di beni. Per bene si intende qualcosa che soddisfa una necessità – o che può procurare un piacere – e al tempo stesso appaga l’istinto umano alla proprietà.
Una casa è un bene, e rimane casa, con le stesse stanze, la stessa posizione, gli stessi muri, anche in tempo di crisi economica o di inflazione, anche dopo decenni. Un sacco di frumento può essere utilizzato per far pane, da esso possono derivare un tot di pagnotte, sempre lo stesso numero sia che le quotazioni della Borsa salgano, sia che scendano.
Una somma di denaro segue invece le regole convenzionali che di volta in volta si stabiliscono, e a farlo non sono certamente gli individui, né i popoli, né i governi, ma i banchieri e le forze della finanza internazionale.
Gioco di valute e inflazione creano situazioni sempre differenti, incerte e spesso imprevedibili. Chi avesse fatto l’errore di mettere da parte vent’anni fa cento milioni di lire, oggi si ritroverebbe una somma di valore più che dimezzato; chi allora avesse invece congelato l’equivalente in marchi oggi si ritroverebbe, convertendolo in lire, un valore notevolmente incrementato. In certi paesi dell’America Latina la cifra che a gennaio serve per comperare un’automobile, a dicembre è sufficiente appena per un biglietto del treno.
Una vicenda accaduta recentemente ad un mio conoscente è particolarmente chiarificatrice sul rapporto tra denaro e ricchezza. Avendola ereditata, aveva iniziato la ristrutturazione dell’antica casa di famiglia. Mentre spostava una vecchia e pesantissima madia, appoggiata ad una parete chissà da quanto tempo, su un muro apparve un mattone un po’ sconnesso. Fu sufficiente toccarlo perché si muovesse. Una volta estratto, nel buco comparve un piego di carte. Si trattava di banconote italiane degli anni Trenta, minuziosamente arrotolate, e di documenti concernenti la vendita di un terreno. Il nonno del mio conoscente, venditore di quel terreno, aveva riposto lì il suo «tesoro» e la sua morte improvvisa gli impedì di utilizzare quella somma.
Si trattava di un gruzzolo considerevole: all’attuale potere di acquisto della lira sarebbero stati circa due miliardi. Il nipote, recatosi in banca per informarsi su cosa si potesse fare in casi del genere, scoprì che, dopo una complessa trafila burocratica, la Banca d’Italia era disposta a sostituire le banconote con altre in corso, di pari valore nominale. Meno di mezzo milione.
Se quel terreno non fosse stato venduto, il mio conoscente lo avrebbe ereditato; avrebbe ereditato una ricchezza, così come se al posto delle banconote il nonno avesse nascosto dei lingotti d’oro o dei preziosi. Invece, lo sbigottito nipote si è ritrovato tra le mani poco più di carta straccia.
In effetti, per gli individui e per i popoli, nonostante le mille metamorfosi che ha avuto, il denaro è rimasto sempre un puro e semplice strumento economico legato ad un tempo assai limitato e soggetto alle particolari situazioni del momento; quindi non un bene in sé, ma solo un mezzo di valore momentaneo per acquistare o vendere beni reali. Convenzionalmente, denaro può essere oggi la lira, ieri l’ecu, domani l’euro, può cambiare valore, può essere sostituito da titoli, cambiali o altro.
Quando in Italia, negli anni Settanta, la circolazione di monetine risultò insufficiente per la necessità dei piccoli pagamenti – soprattutto per i pedaggi autostradali, l’acquisto di giornali o per le consumazioni al bar – fu messa in circolazione dalle banche una enorme quantità di «miniassegni» da 50, 100, 150 e 200 lire. Questi furono per anni utilizzati, assieme a gettoni telefonici e francobolli, come denaro e circolarono liberamente.
Mezzi di pagamento diversi dai soldi «ufficiali» sono stati inoltre spesso usati e abbiamo notizia che circolano oggi in Italia, in Svizzera e in altre Nazioni sotto forma di ticket, monete locali, buoni acquisto o altro. È sufficiente che un certo numero di cittadini, aziende o associazioni siano disposti ad accettarla che cominciano a funzionare esattamente come il denaro.
Convenzionalmente si può, invece, stabilire di sostituire, nel mercato delle granaglie, sacchi di farina con sacchi di sabbia?
«Nel 1929 gli americani che avevano investito nella borsa di New York si ritenevano ricchissimi, ma bastò che qualcuno non credesse più nel valore di quelle azioni trascinando a valanga tutti gli altri, perché quella ricchezza si rivelasse per ciò che era: carta straccia. L’unico utilizzo ragionevole che se ne potè fare fu di incorniciarla a ricordo di una pazzia collettiva. Il valore di una mucca invece, per quanto possa variare, non può essere ridotto a zero, ci ricaverò sempre del latte o, alla mala parata, ne farò bistecche».
Nei recenti giorni della svalutazione del rublo, per le strade di Mosca si è vista gente pagare i propri acquisti con uova e bottiglie di vodka.
Nel III secolo, sotto l’Impero di Settimio Severo, la grande inflazione costrinse a sostituire molti pagamenti – per esempio le paghe ai soldati – con beni in natura.
È peraltro interessante osservare come oggi l’uso insistente di surrogati dei soldi cui abbiamo sopra accennato – ticket e buoni acquisto – indichi in maniera evidente la necessità di riavvicinarsi a forme che si avvicinano più al baratto che ad una normale circolazione monetaria: un buono-pasto è un bene concreto non soggetto a inflazione o speculazioni, così come un maglione, litri di benzina o qualsiasi altra merce.
Non vogliamo certo affermare che il denaro debba essere distrutto sic et sempliciter né dar corpo a nostalgie degli antichi baratti. Riteniamo invece che i soldi debbano tornare al loro originario ruolo di strumento di scambio, emesso a servizio del popolo, gestito nell’interesse nazionale e sottratto ai tentacoli della speculazione internazionale. Sosteniamo che l’economia deve essere strettamente sottoposta al controllo politico e di tutte quelle categorie che ogni popolo sceglie a propria guida e per propria tutela.
Non è impossibile e probabilmente non sarebbe nemmeno difficile se si ponesse mano a far ordine tra valori, principi e priorità, avendo ben chiari in mente gli interessi e la qualità della vita dell’uomo.
Anche se oggi può sembrare incredibile, il denaro non è sempre esistito; come abbiamo visto, non esisteva negli antichissimi regni, è quasi scomparso per mille anni, nel Medioevo, non esisterebbe ancor oggi in gran parte del cosiddetto Terzo Mondo se non fossero arrivati i «liberatori» a portar dollari, malcostume e corruzione, distruggendo secolari economie autosufficienti.
Eppure in quegli antichissimi regni e nel Medioevo gli uomini son vissuti lo stesso: han mangiato, si son vestiti, han fatto figli, hanno amato, gioito e patito, si son divertiti ed hanno lottato per la sopravvivenza, hanno dipinto e suonato, han pensato e scritto, hanno accumulato ricchezze, anche senza denari da guadagnare e spendere.
Le terre han continuato anche allora ad avere padrone, contadini per coltivarle e fattori per organizzare il lavoro; i pagamenti avvenivano in natura, dividendo i frutti dei campi. L’istituto della mezzadria, erede di medievali contratti di lavoro è sopravvissuto sino alla prima metà di questo secolo e non son pochi a rimpiangerlo. Era un’economia sostanzialmente autarchica, cooperativistica e tranquilla; senza grossi scossoni, c’erano solo da temere le bizze del tempo, ma per superare le brutte conseguenze della siccità o della grandine subentrava sempre quel solidarismo di gruppo oggi così obliterato.
Dalla Rivoluzione industriale ad oggi, l’era del denaro virtuale, della globalizzazione, del potere mondialista è stata tutta una divaricazione tra ricchi e poveri con la quale i ricchi divengono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e più numerosi. Non a caso l’elemento più appariscente dell’attuale sviluppo economico è la disoccupazione. Un elemento destinato nei prossimi anni ad assumere toni sempre più drammatici e devastanti.
Ha recentemente scritto Francesco Alberoni: «In realtà, se riflettiamo, ci accorgiamo che l’occupazione non cresce, anzi diminuisce. Che la ricchezza aumenta, ma per pochi e la povertà per molti. Che la qualità della vita peggiora. E crescono dovunque l’insicurezza, la violenza, la criminalità. La globalizzazione non ha prodotto uno sviluppo uniforme dell’economia. Ha fatto esplodere il capitalismo finanziario a spese di quello imprenditoriale. Non nascono milioni di nuove imprese produttive, non cresce una borghesia legata alla nazione, al territorio, alla città. I capitali corrono dove vi sono opportunità di profitti speculativi, spesso producendo paurose devastazioni umane e sociali».
«Il capitalismo, come sistema sociale, è formato di tre parti. Una puramente economica, speculativa, che non si preoccupa d’altro che del profitto. Questa non è capace di creare la solidarietà, le norme sociali, i valori che tengono unita la società. Da sola disgrega le nazioni, le comunità, la famiglia, produce anarchia e violenza. Poi ne esiste un’altra, rappresentata dagli imprenditori radicati nella propria comunità, con un ‘etica del lavoro, con un forte senso di responsabilità verso la propria impresa, i propri dipendenti. Che non mirano solo al guadagno ma anche al prestigio, al riconoscimento sociale. E infine vi è la terza parte formata dai movimenti che ricostituiscono la solidarietà sociale, i valori, gli ideali».
Mentre le società tradizionali cercavano al loro interno di realizzare una organicità attraverso la quale integrare, sostenere e collegare tutti i suoi differenti elementi – ricchi, lavoratori, intellettuali, artisti, militari, amministratori, magistrati, religiosi, ecc. – l’attuale scenario prevede un solo elemento: il grande magma dei consumatori. Il sistema non prevede ricchi, benestanti e detentori di un reddito sufficiente, ma grandi, medi e piccoli consumatori; i mestatori del denaro, i grandi finanzieri, non sono gli odierni ricchi, ma i detentori del nuovo potere.
Il ricco e il benestante possiedono delle proprietà, il consumatore è un tramite, semplicemente uno strumento necessario alla circolazione vorticosa di prodotti e soldi.
***
In passato il possessore di ricchezza si identificava con il proprietario terriero, o di immobili, o di aziende produttive ben radicate nel tessuto sociale e nazionale. Oggi quella figura è offuscata nell’immaginario collettivo dal detentore di denaro: dal finanziere, dal manager di successo, dal giocoliere delle Borse, dalle multinazionali che acquistano e vendono – valuta, azioni, aziende – con estrema disinvoltura e velocità.
Ma esiste un fossato profondo tra l’odierno denaro e quella ricchezza che è sempre stata una componente presente nelle società. Oggi, per procurarsi soldi, molti soldi, occorre esser più furbi degli altri, maestri in ogni tipo di speculazione. Mai guardarsi indietro o pensare agli altri. Nel passato la ricchezza veniva acquisita principalmente per meriti d’altro tipo: militari, organizzativi, lavorativi, scientifici, politici. Essa si creava all’interno di una realtà sociale e con tale realtà conservava un rapporto diretto e continuativo.
Nei possedimenti dei «signorotti» lavorava un gran numero di contadini, all’interno dei palazzi trovavano impiego maggiordomi, giardinieri, camerieri, cuochi, guardarobiere, cocchieri, stallieri, sguatteri e quant’altri. L’esistenza di queste ricchezze faceva lavorare artigiani ed artisti. In questi borghi il benessere era di gran lunga maggiore che in quelli dove non c’erano signori da servire. E il legame che stringeva i lavoratori ai benestanti era reciproco. A cosa potevano infatti servire i campi senza braccia per coltivarli e i palazzi senza personale per la sua manutenzione?
I ricchi, certamente, potevano essere saggi o arroganti, magnanimi o pusillanimi, ma erano sempre lì, con la loro faccia, coi loro possedimenti, gente tra la gente di quella società. Di fronte alle angherie dei peggiori di loro ci si poteva anche ribellare, come spesso è avvenuto e, forconi in mano, andare all’assalto dei loro palazzi.
Qual è invece la faccia delle multinazionali, che oggi speculano, comprano, vendono, chiudono aziende con migliaia di dipendenti, lasciando dietro di sé, con la massima indifferenza, disoccupazione e gravi problemi sociali? Verso quale palazzo i disperati del 2000 potranno recarsi coi loro forconi e la loro legittima rabbia?
Analogo ragionamento si può fare a proposito dell’attuale circolazione monetaria.
Quando un cittadino spende il proprio denaro – per fare acquisti, o per pagare un servizio – presso un negozio, o un artigiano o un professionista del proprio paese, a livello locale non avviene nulla più di uno scambio e la ricchezza di quella micro-economia non subisce alterazioni.
Il denaro che è finito nelle tasche di quel bottegaio, o di quell’artigiano o di quel professionista, se analogamente sarà speso per fare acquisti nello stesso paese, direttamente o indirettamente, è destinato a ritornare anche a quel cittadino.
Si genera così un indotto micro-economico che consente ad ogni componente sociale di sviluppare il proprio lavoro, cioè di costruire beni vendibili ricavandone un guadagno in grado di trasformarsi in altri beni a lui necessari o utili.
Osserviamo invece cosa avviene oggi sempre più di frequente. Sorgono ovunque centri commerciali e mega supermercati di proprietà multinazionale presso i quali le merci sono vendute a prezzi più convenienti che nei negozi locali. Il cittadino si reca a fare i propri acquisti in questi centri, convinto di fare un grand’affare. Egli pensa di aver realizzato un utile pari alla differenza tra il prezzo pagato e quello proposto dal negozio del proprio paese. In effetti si sbaglia, egli ha compiuto un impoverimento dell’economia locale entro la quale vive e lavora, pari all’intera cifra spesa. Quei soldi non gli potranno mai rientrare in tasca. Gli utili di quei commerci finiscono in un’altra Nazione ad accrescere il potere di qualche gruppo finanziario e di qualche banca.
***
Altro incolmabile fossato che separa la ricchezza dal moderno denaro è rappresentato dal tipo di individui che li impersonano, dalle loro aspirazioni, dal loro modo di gestire la propria vita.
Nella società pre-industriale chi avesse raggiunto con la propria attività lavorativa soddisfacenti risultati – spesso anche il mercante e l’uomo d’affari -generalmente investiva i propri averi in proprietà terriere o immobiliari, capaci di fruttargli una decorosa rendita, e cercava, come si diceva, di «ritirarsi in campagna». Con ciò, in età ancora decente e in buona salute, si dedicava ad interessi culturali, scientifici e a coltivare quelle relazioni affettive e sociali che erano state sacrificate negli anni di lavoro.
L’uomo del moderno denaro è l’esatto opposto di questo tipo di benestante. Non si pone mai un limite all’accumulo e, soprattutto, non scende mai di sella. Si impasticca di sostanze chimiche pur di essere sempre vigile. In campagna ci manda moglie e figli, ma lui rimane perennemente in attività, anche perché sa bene che le rendite di un impero finanziario non sono tranquille e durature se non rinverdite continuamente da nuove e più ardite speculazioni. Non scende mai di sella: la veneranda età di certi manager della finanza ci fa ritenere che il sogno di questi individui sia quello di morire di vecchiaia mentre ancora fanno di conto o, oggi, digitano qualche compra-vendita di titoli sulla tastiera del loro computer.
La ricchezza, per essere tale e per essere riconosciuta utile e legittima da un popolo, deve avere i requisiti della stabilità e del radicamento; il denaro oggi invece si configura sempre più come elemento incontrollabile e volatile, incapace di riconoscere confini nazionali o continentali, di rispettare leggi, di appartenere a categorie o Nazioni.
Fino ad un certo punto almeno le banconote furono ancorate ad un valore aureo: presso le banche di emissione dovevano essere depositati lingotti d’oro equivalenti alla carta-moneta messa in circolazione.
Ancora nel luglio 1944, con gli accordi di Bretton Woods, contemporaneamente all’istituzione del Fondo Monetario Internazionale, si ribadì la convertibilità del dollaro statunitense in oro, imponendo questa moneta come denaro internazionale e come strumento di riserva delle Banche centrali di tutti gli altri Paesi.
Il 15 agosto 1971 il presidente americano Richard Nixon, nel corso di un discorso televisivo, annunciò che gli Stati Uniti sospendevano sine die la convertibilità in oro del dollaro. Da allora tutte le banconote – giacché a livello internazionale direttamente o indirettamente le monete di tutti i paesi erano strettamente vincolate al dollaro – come tutta la gran massa di quasi-denaro circolante, presero il loro volo incontrollato verso atmosfere rarefatte, lontane dalla realtà dei popoli e degli uomini.

Dall’Uomo libero n°48 – dicembre 1999 “contro il dio denaro” – Metamorfosi degli strumenti economici dalla origini alla tirannide mondialista.
LA TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN PROMESSA DI PAGAMENTO E IN DENARO VIRTUALE
Dal momento in cui le banche cominciarono a stampare banconote in misura superiore alle proprie riserve auree ed argentee, il denaro perde ogni valore intrinseco e si configura semplicemente come atto di fiducia nel sistema economico e nel domani: una vera e propria ottimistica scommessa sul futuro. E scommessa è tutta la gran massa di quasi-denaro che va a formare il grosso del circolante del mondo. I titoli di Stato – BOT, CCT, BTP, ecc. – possono essere un azzardo; quante volte un governo li ha dovuti «congelare», se non addirittura annullare, per sopperire a una catastrofe militare o istituzionale, o a una crisi finanziaria provocata dall’azione speculativa di forze private? Le azioni e le obbligazioni sono un investimento sull’attività – quindi sui guadagni – che un’azienda si presume farà domani; basta osservare l’andamento quotidiano delle Borse per rendersi conto di quanto questa massa di titoli sia effimera e di valore instabile. Le cambiali, le tratte, le Riba sono semplicemente delle promesse di pagamento sul cui buon esito pesano enormi rischi che vanno dai possibili dissesti dei debitori alla loro stessa salute fisica.
Seguendo la stessa logica che ha come punti cardine l’insicurezza e la speculazione, nel mercato mondiale del denaro viene immessa una enorme massa di «contratti a termine» e di investimenti su attività future: Derivati, Futures, Hedges, Knock-out e «depositi trasnazionali». Questi ultimi rappresentano circa 8000 miliardi di dollari. Il Governatore della Banca d’Italia, nella sua relazione del 1996 ha affermato: «Questi 8000 miliardi di dollari sono più del prodotto lordo degli Stati Uniti, una volta e mezzo il valore delle esportazioni mondiali di merci; sono fuori dal controllo diretto delle Banche centrali e la loro velocità di circolazione è esaltata dal ricorso ai prodotti derivati».
«In realtà Derivati, Futures, Hedges, Knock-out sono opzioni su opzioni su opzioni, scommesse su scommesse su scommesse, speculazioni sulla speculazione e sulla speculazione delle speculazioni, transazioni su simboli di simboli di simboli, moltiplicazioni di moltiplicatori in avviamento all’insù, verso un futuro, che teoricamente non ha limite»
L’enorme massa di denaro e quasi-denaro per la sua stessa dimensione si configura come entità sganciata dalla realtà. Non ci sono, in tutto il mondo, merci e beni sufficienti per poter essere comprati dal circolante oggi esistente. «Nel 1971, il 90% delle transazioni finanziarie internazionali riguardava l’economia reale – investimenti commerciali o a lungo termine – e il 10% era invece speculativo. Nel 1990 le proporzioni si sono rovesciate e nel 1995, in presenza di un movimento di capitali complessivamente molto maggiore, la componente speculativa ha raggiunto circa il 95%, con flussi quotidiani regolarmente superiori alle riserve complessive in valute estere delle sette maggiori potenze industriali (oltre mille miliardi di dollari al giorno) e scambi a brevissimo termine (circa l’80% dei capitali faceva “andata e ritorno” entro una settimana) ».
Giano Accame, nel suo ultimo libro, afferma: «Alla fine del 1997 il circolante degli Stati Uniti raggiungeva appena il valore di 475 miliardi di dollari. Intendiamoci: è una grossa cifra. Ma è un’inezia rispetto alla quantità strabiliante di dollari virtuali di cui abitualmente si parla e su cui gioca la speculazione finanziaria». Sempre al 1997 la liquidità internazionale è stata valutata sui 9.000 miliardi di dollari e i prodotti finanziari derivati (il quasi-denaro) hanno raggiunto la cifra di 60.000 miliardi di dollari.
Il denaro è divenuto il mezzo più semplice per produrre denaro. Non più il lavoro, non più le rendite immobiliari, non più gli stessi commerci, ma il maneggio dei soldi e dei quasi-soldi.
«Non è ricco chi lavora, ma chi lavora col denaro» ha scritto Alain Minc.
Sono sempre più numerose le ditte che traggono più utili dalle operazioni finanziarie che dalle proprie produzioni, o servizi, o attività commerciali.
Le multinazionali hanno da tempo iniziato a comperare aziende di ogni tipo, anche palesemente passive o dal valore effimero, esclusivamente per conquistarsi nuovi punti operativi per le proprie operazioni finanziarie. È un sistema che ricorda sempre più da vicino l’operato delle organizzazioni mafiose e camorriste che, per riciclare il proprio denaro «sporco», acquistano con la massima disinvoltura catene di ristoranti, negozi, aziende e quant’altro sia in grado di inserirle nella realtà sociale con ufficialità e con una faccia presentabile.
L’informatizzazione dei sistemi di comunicazione ha offerto il trampolino di lancio definitivo per il denaro virtuale e la sua vorticosa autogenerazione. L’inserimento dei computers nelle strutture finanziarie e bancarie non ha sempre rappresentato uno snellimento operativo in termini pratici: a livello di filiale di banca, di piccolo conto corrente, di operazioni effettuate dagli individui e concernenti esigenze lavorative, pratiche, concrete, le cose si sono spesso complicate, ed i tempi allungati. È addirittura paradossale assistere a quel che avviene – anzi, che non avviene – ad uno sportello bancario quando il computer va in panne o c’è interruzione di corrente elettrica: l’assoluta mancanza di supporti cartacei e delle vecchie schede aggiornate, operazione dopo operazione, a mano, crea in queste circostanze – che non sono rare – la paralisi totale e un senso di grande smarrimento. Lo stesso dicasi quando si deve andare alla ricerca di un errore, o si deve effettuare semplici operazioni come il richiamo o spostamento di una ricevuta bancaria: ieri erano realizzabili anche ventiquattr’ore prima della data di scadenza, oggi si richiede almeno un mese. Luttwak conferma che questo tipo di inconvenienti sono stati riscontrati anche nella «grande» America: «Negli uffici amministrativi, che rappresentano una voce importante di qualunque economia moderna, sono state introdotte sempre più apparecchiature elettroniche senza tuttavia riscontrare un corrispondente aumento della produttività».
Ma la stessa logica-illogica che ha portato a complicare cose semplici e funzionanti, ha anche potenziato enormemente la velocità degli scambi di valuta, titoli e le altre mille forme del circolante. Da una parte all’altra del mondo; dal più piccolo e isolato paese alle più grandi metropoli; in tempo reale. Con l’utilizzo di pochi byte, di pochi impulsi elettronici, inviati da un computer.
Senza spostare un solo foglio di carta, senza dover trascrivere le operazioni su un qualsiasi registro. Senza, soprattutto, che dietro queste fulminee operazioni debba esserci alcunché di reale: né merci, né beni, né realtà immobiliari. Il denaro virtuale, chiamato anche denaro finanziario, non serve per acquistare nulla, non è utilizzato per essere speso, è solo uno strumento di guadagno fine a se stesso. Denaro inventato dal nulla che inventa nuovo denaro.
Nel gioco delle valute, nel giro di qualche ora, è normale che a seguito di «sapienti» operazioni via computer del tipo vendita-acquisto-vendita, il miliardo della sera diventi notte tempo un miliardo e due, o un miliardo e tre, la mattina. Quel che rimane di tutta l’operazione sono solo i due-trecento milioni di denaro inventato e da subito pronto per nuovi scambi, spostamenti, speculazioni.
«Nel 1992 George Soros con una speculazione sulla lira costrinse il nostro Paese a uscire dallo Sme. [...] Poco dopo, utilizzando anche gli enormi profitti fatti sulla lira, Soros, vendendo sterline per un intero pomeriggio, seguito da altri speculatori, mise in ginocchio in sole sei ore la Gran Bretagna nonostante il governo inglese avesse alzato del due percento il tasso di sconto nel disperato tentativo di salvare la sterlina». Con la speculazione sulla sterlina, George Soros realizzò un profitto di un miliardo di dollari in un sol giorno.
«È l’ora della moneta elettronica. [...] Il denaro che viaggia su computer, e che viene comprato e venduto mille volte al giorno, trova un supporto cartaceo e scritturale solo in un secondo tempo, alla fine delle operazioni, quando ha già spostato equilibri economici e sociali, fatto e disfatto fortune. [...] Tutto ciò si chiama Finanza virtuale globale».
Col suo vertiginoso circolare il denaro virtuale si sottrae ad ogni controllo di Banche centrali e Stati nazionali.
Ha scritto Saskia Sassen, considerata la più autorevole esponente della sociologia urbana americana: «La velocità a cui operano le nuove tecnologie sta creando ordini di grandezza, per esempio nel mercato delle valute estere, che eludono la possibilità di regolazione da parte degli organi di vigilanza privati o pubblici». Ed ancora, «Il mercato delle valute estere che opera in gran parte nello spazio elettronico, ha raggiunto volumi dell ‘ordine dei 3000 miliardi di dollari al giorno, dimensioni che rendono le banche centrali del tutto incapaci di esercitare sui tassi di scambio il controllo che da loro ci si aspetterebbe».
E più circola, più il denaro si moltiplica. E più si moltiplica più si allontana dalla realtà economica degli uomini, eppure acquista forza e potere.
È come se intorno al globo si fosse creato un anello simile a quelli di Saturno, formato però non da particelle gassose o ghiacciate, ma illusorie, impalpabili, quasi metafisiche. Un anello capace di avviluppare tutto il mondo, di controllarlo, di sfruttarlo in ogni angolo remoto e in ogni risorsa possibile.
Della gran massa di denaro e quasi-denaro circolante solo una infima parte riguarda la vita reale degli uomini, la loro economia quotidiana. Della torta finanziaria solo le briciole raggiungono le tasche dei cittadini.
Le banconote esistenti in tutto il mondo sono una infinitesima parte del denaro scritturale e del quasi-denaro in circolazione. In Italia, a fronte di poco più di 100.000 miliardi di banconote in circolazione, ci sono debiti (o crediti) bancari per oltre 1.200.000 miliardi. «Con l’arrivo del turbocapitalìsmo, il mercato dei titoli e le diverse attività bancarie crescono molto più rapidamente rispetto all’economia reale, fatta di aziende agricole, stabilimenti industriali ed esercizi commerciali».
E col denaro si acquista di tutto, cose utili ed inutili. Siamo alla grande fiera del consumismo.
In questo secolo, fatto più unico che raro, abbiamo assistito all’acquisto, terreno dopo terreno, addirittura di una Nazione. La costituzione dello Stato d’Israele è stata preceduta per decenni dall’accaparramento di campi ed aree edificabili da parte di enti sionisti e singoli ebrei facoltosi. «Nel 1925 gli ebrei sono già in possesso del 10% delle terre e la continua richiesta fa salire vertiginosamente la quotazione degli appezzamenti agricoli. La disparità economica delle due etnie è tale che, a questo punto, agli arabi è possibile unicamente vendere ».
Quando la gran massa di denaro esistente supera di molto il valore di tutte le merci, di tutti i beni, di tutti gli immobili esistenti al mondo, cosa rimane da comperare? Rimangono solo gli uomini. E gli uomini, infatti, in percentuali sempre più grandi, sono condizionati da questo potere in ogni aspetto della vita, in ogni atteggiamento, in ogni comportamento. Sono questi, i moderni schiavi, l’oggetto finale del potere planetario del dio denaro.
Il teologo Giuseppe Mattai ha recentemente parlato dei «limiti dell’economia di carta, sempre più virtuale e sempre meno legata alle attività reali, produttive». «In Borsa c’è una situazione di grande scorrettezza etica, di non libertà del mercato, di carente trasparenza nelle informazioni e della loro manipolazione, di profìtto eretto a norma suprema di una economia virtuale che non produce beni, ma trasferisce solo titoli di ricchezza da chi ne ha pochi a quelli che già ne possiedono tanti». Dopo tante pesanti compromissioni da parte della gerarchia ecclesiastica con banche, giochi valutari, speculazioni finanziarie e usura, era ora che anche da parte cattolica qualcuno mostrasse di comprendere ciò che sta avvenendo.
continua con il prossimo paragrafo









