Tratto da “Imperivm – Origine e Funzione del Potere regale nella Roma Arcaica” di Mario Polia, edizioni il Cerchio
Maiores religiosissimi homines: per tradurre correttamente dobbiamo interpretare il termine religio che, a Roma, esprime il valore fondante d’un patto stipulato fra uomo e divinità. Religio è l’osservanza delle norme che regolano i rapporti fra uomo e sacro.Questo permette alla società di sussistere in quanto il patto sociale è garantito da norme religiose e su di esse è fondato. Tradurremo dunque: “gli antenati furono uomini attenti quant’altri mai all’osservanza delle norme che regolano i rapporti col sacro”.
Questa dichiarazione esprime il senso ed indica la giusta direzione per qualunque ricerca, o valutazione, sull’etica, sul diritto e sul pensiero romano. Il romano, almeno fin quando fu cosciente della propria identità, presentò, infatti, i caratteri dell’homo religiosus. Come avviene in ogni civiltà “tradizionale” Roma non crea arbitrariamente i modelli di comportamento ma li deriva “dall’alto”, da principi archetipici. Numa è il re che, per primo, pone in modo stabile i fondamenti della religione romana fissando le norme del diritto sacro e del diritto sociale. Il mito narra, come si è visto, che egli ricevette ispirazione da Egeria, entità divina, ninfa delle fonti, o Camena italica dotata di potere oracolare, che divenne “sua sposa”.
Benveniste traduce religiosus come “scrupoloso nei riguardi del culto, che si fa un caso di coscienza dei riti”. Religio indica “una disposizione interiore e non una proprietà oggettiva di certe cose o un insieme di fede e di pratiche”. Religio – che Cicerone fa derivare da legere, “cogliere”, “riunire” ma anche “riconoscere” – è la disposizione a riconsiderare e riprendere (retractare) una scelta, o un’azione considerandola secondo i canoni del diritto divino. Religens è chi si preoccupa delle cose religiose, l’uomo attento e rispettoso del sacro, mentre religiosus, qualora venga meno la coscienza vissuta e partecipe del sacro diventa un termine peggiorativo assumendo il senso di “superstizioso” (Nigidio Figulo).
Il fondamento della famiglia, del diritto, del potere politico e del rito, a Roma, poggiava saldamente sulla coscienza del sacro: il senso ed il rispetto del sacro illumina e regola tutte le attività umane. E così pure l’etica, anzi prima di tutto l’etica, è fondata sulla religio e risulta da essa inseparabile.
I riti compiuti dal rex e dai collegi sacerdotali per la salvezza dello Stato ed i riti compiuti sull’ara domestica dal pater familias sottintendono ed esprimono una comune dignità sacerdotale che si esplica in ambiti diversi eppure omogenei – la famiglia e lo Stato – e la cui espressione simbolica più alta e significativa è espressa dall’ignis perennis di Vesta.
Quando, il 5 febbraio dell’anno secondo della nostra èra, Augusto viene insignito del titolo di Pater Patriae è da vedersi in ciò la manifestazione, il compimento storico di un’idea che considera il rapporto fra populus e princeps della stessa natura di quello che intercorre tra filii e pater familias e che implica, nell’uno e nell’altro caso, precisi doveri reciproci di pietas e di fides. Inoltre, come il pater familias è rex e pontifex nell’ambito della sua famiglia, cosi il princeps è rex e pontifex dell’intero universo sociale di Roma.
Il concetto di “paternità”, riferito al sovrano, non va inteso, infatti, in senso puramente “paternalistico”, e quindi demagogico. Indipendentemente dagli allontanamenti dall’ideale che nella storia romana possono essere e sono avvenuti, questo concetto si riferisce ai doveri del pater che fanno parte della pietas e che sono, fra gli altri: la protezione della famiglia, la garanzia della sua sopravvivenza, il mantenimento e la trasmissione delle norme religiose che regolano i rapporti di questa con gli dèi e con gli antenati della gens.
Con Augusto, infatti, la suprema dignità sacerdotale e politica (il pontificato massimo e la sovranità d’investitura divina) confluiscono in un’unica persona, com’era stato alle origini di Roma e come s’era conservato, limitatamente al microcosmo familiare, nella figura del pater.
Le qualità etiche del ciuis romanus sono incentrate tutte sulla pietas come loro cuore pulsante e naturale asse d’equilibrio. La pietas si definisce essenzialmente come “sentimento del dovere” che si esplica innanzitutto nei confronti degli dèi, quindi, propriamente, come “pietà religiosa”, “devozione”, “sentimento religioso” basato sul riconoscimento e sul rispetto del sacro. Nella visione del mondo romana gli dèi, comunque, non sono entità astratte e lontane ma punti di riferimento concreti che agiscono nella storia attraverso la testimonianza e la fedeltà dell’uomo alla loro parola espressa dall’osservanza del diritto. Questa testimonianza fedele è, appunto, la pietas romana.
Verso i maiores, gli antenati, la pietas si esprime mediante il culto domestico ai Lares e Penati e si manifesta nel culto statale di cui, in questo ambito specifico il fuoco di Vesta e il suo tempio come Lararium populi romani è espressione suprema. Come la famiglia, nel lararium domestico, rende culto agli antenati, così Roma col fuoco eterno di Vesta rende culto agli antenati di tutte le gentes che fecero Roma e, fondando il mos maiorum – la tradizione romana – ne permettono l’esistenza nel tempo. Tanto importante era ritenuto questo culto che Cicerone afferma: “se gli dèi sdegnassero le preghiere della Vestale Massima, la nostra salvezza sarebbe perduta”.
Nei confronti della societas romana la pietas si manifesta innanzitutto nell’universo familiare come pietas del padre verso i figli e la sposa e di questi verso il pater e sposo. La pietas famigliare diviene pietas verso la patria – intesa come terra sacra dei patres, gli antenati fondatori di Roma – sia garantendo la perpetuità della stirpe che la trasmissione dei valori fondanti dell’etica e della visione del mondo romana. Questa trasmissione, che avviene mediante l’educazione dei figli, esprime la pietas verso la potestas di Roma garantita dallo ius e incarnata nelle autorità preposte al consorzio civile romano.
Enea, ai tempi di Augusto assurge a prototipo di quello che in seguito sarà il ciuis romanus, ma già nel VI sec. A.C. i coroplasti etruschi veienti lo rappresentavano col vecchio padre Anchise sulle spalle, profugo verso i lidi italici e i nuovi destini riservatigli dagli dèi. Enea è pius per eccellenza ed archetipo di pietas per i tempi a venire. In Enea, infatti, il sentimento di devozione verso gli dèi, gli antenati e la patria, per la quale egli ha combattuto strenuamente in armi, si congiunge all’espressione più alta della pietas filiale nei confronti del padre e del figlioletto. Le raffigurazioni che lo rappresentano armato col vecchio padre sulle spalle e il Palladio tra le braccia esprimono con un’intensa efficacia simbolica un modello di pietas che, fin dalle sue prime apparizioni nell’arte plastica del VI sec, con Virgilio diverrà paradigmatica per tutta la romanità.
In Cicerone la pietas è quasi sempre sinonimo di religio: assicura la pax deorum prodotto degli armoniosi rapporti con gli dèi che salvaguardano e garantiscono la prosperità, l’auctoritas e la sopravvivenza stessa di Roma.
E come gli uomini sono tenuti alla pietas verso gli dèi, così anche gli dèi sono tenuti a rispettare la pietas verso gli uomini elargendo loro, in cambio delle preghiere e dei sacrifici, la protezione sacra, l’ispirazione e i doni che permettono la continuità della vita assieme alla fertilità del suolo, alla fecondità degli animali e delle donne, alla vittoria e alla pace. In Virgilio la pietas degli dèi nei confronti degli uomini s’identifica con la iustitia divina che punisce i colpevoli d’empietà.
In latino pius, che si tratti degli uomini o degli dèi, è essenzialmente “colui che paga un debito contratto in cambio d’un bene ricevuto. La nozione stessa di pietà comporta dunque rapporti di rispetto (…) e di devozione, ma al tempo stesso di osservanza degli impegni assunti (…) esattamente come definisce l’atteggiamento dell’uomo nei confronti degli dei”. “La pietà è dunque la virtù sociale per eccellenza, poiché, viene esercitata nei confronti dei genitori, della patria e del suo capo. Essa sola può indicare il buon accordo tra gli dèi e gli uomini in quanto significa prima di tutto la concordia tra i figli e il loro padre, tra i cittadini e il principe”.
La pietas verso gli antenati rifugge da un tentativo univoco d’inquadramento della stessa nell’ambito dei culti propiziatori a sfondo magico (assicurarsi la benevolenza dei defunti perché questi assicurino la fecondità e la produzione di alimenti). Non si tratta, infatti, di culti unicamente “utilitaristici” e neppure dettati da un atteggiamento emozionale nei confronti delle radici della gens. Tale pietas presuppone innanzitutto la coscienza della memoria che è molto meno una celebrazione commemorativa e molto più un rapporto vissuto e leale di confronto col mos maiorum, cioè con la visione del mondo e lo stile di vita degli antenati.
La pietas presuppone, dunque, un rapporto d’apprendimento e di imitazione cosciente che, tramite l’esempio e la memoria degli antenati, conservata dalla tradizione attraverso gli exempla e il mito, ripropone continuamente come realtà sempre presente ed attuale.
Plinio afferma che: “Gli antenati ci insegnano non solo attraverso gli orecchi, ma anche cogli occhi i costumi che bisognava praticare e trasmettere, passandoli di mano in mano ai nostri discendenti. Ad ognuno il genitore serviva da maestro e il posto del padre, per chi non lo aveva più, era preso da uomini illustri ed anziani”. E proprio questo “passare di mano in mano” esprime letteralmente il senso di “tradizione” come traditio, come “tramandamento”.
Il pater familias dimostra la sua pietas verso i figli innanzitutto incarnando l’ideale del ciuis romanus e divenendo testimone di esso con l’esempio delle virtù nelle quali gli antenati già eccelsero. Così facendo, il pater testimonia la perenne attualità di quelle virtù e la realizzabilità del progetto romano. Anche la trasmissione della vita, da parte del padre e della madre e l’educazione dei figli, è un atto di pietas nei confronti della patria e della propria gens della quale i genitori non garantiscono solo la continuità biologica nel tempo, ma anche la trasmissione dei valori che rappresentarono l’anima profonda, il genius della stirpe.
La pietas del miles si esplica mediante il combattimento, mediante, cioè, quella che il medioevo cristiano chiamerà la “carità delle armi”. La pietas del miles presuppone l’umiltà nell’accettazione della disciplina militare, il coraggio in combattimento e, soprattutto, la cosciente accettazione del sacrificio della propria vita come tributo alla difesa del popolo, del suolo patrio e dei diritti religiosi del popolo e degli dèi.
Ma v’è pietas anche nel contadino che, per quanto vecchio, pianta giovani alberi dei quali sa bene di non poter goderne l’ombra ed i frutti. A chi gli chiede perchè, dunque, lo faccia egli risponde: “Per gli dèi immortali che vogliono che senza limitarmi unicamente a ricevere questo bene dai miei antenati, io lo trasmetta anche ai miei discendenti”.
La pietas dell’anziano, il senex, nei confronti della famiglia e di Roma si esplica mediante l’esempio, il consiglio e la saggia parola nell’ambito della famiglia e dello Stato: “Se queste qualità – la saggezza, la capacità di discernimento, il valore del consiglio – non fossero caratteristica dei vecchi, i nostri antenati non avrebbero chiamato il consiglio supremo dello Stato Senatus, cioè «consiglio dei vecchi»”. La lungimirante saggezza degli anziani, alimentata dall’esperienza e dalla fedeltà alla tradizione, guida e convoglia la potenza irruente della iuventus romana verso il conseguimento degli ideali supremi che Roma si propone. La gioventù, da parte sua, riconosce la forza ordinatrice dell’auctoritas spirituale, che promana dagli illustri vegliardi, come già l’invitto Achille si sottomise di buon grado alla veneranda saggezza di Nestore.
Ed è pius sia chi pratica la difficilissima arte del consiglio, sia colui che possiede la prudente saggezza dell’ascolto.
La saggezza congiunta al valore, il senatus e il populus forgiarono la storia romana e Roma prosperò fino a quando le due componenti seppero equilibrarsi e integrarsi in vista della realizzazione di una superiore missione di civiltà della quale Roma fu conscia.
S.P.Q.R.: Senatus Populusque Romanus non è solo espressione di una formula giuridica standardizzata: è il manifesto della visione del mondo e del concetto romano di “popolo”; rappresenta l’unione feconda della tradizione con l’energia vitale della stirpe.
Il Senato romano aveva, infatti, come precipuo compito la conservazione e la trasmissione del mos maiorum, ossia della tradizione romana poiché, nelle parole di Cicerone, “ciò che è più antico è più vicino al divino”: “conservare i riti della famiglia e degli antenati significa, in certo qual modo, conservare la religione trasmessa dagli dèi. Infatti, ciò che è più antico è più vicino agli dèi”.
Il mos maiorum, ideale di vita divenuto pratica quotidiana, è il segno distintivo delle gentes che fecero Roma, anzi è la prova tangibile e la manifestazione stessa della loro nobiltà. Aderire al mos maiorum significa, per il romano, accettare la stabilità consolidata da una lunga esperienza, opposta all’innovazione arbitraria e priva di saggezza. Questa aderenza, tuttavia, presuppone una cosciente fedeltà e può esser realizzata solo facendo propri i principi spirituali ed etici sui quali si fonda il mos maiorum e dai quali deriva alla persona il carattere essenziale di salda fermezza. Si ricorderà, a questo proposito, l’appassionata difesa del mos maiorum da parte di Marco Porzio Catone, “tradizionalista plebeo” alle soglie dei tempi e degli homines noui quando, al seguito delle legioni vittoriose e per opera di circoli intellettuali, costumi e culti greci e orientali invadevano Roma. E si ricorderà anche l’ultima, appassionata difesa della religione dei padri da parte del console Q. Aurelio Simmaco mentre il quarto secolo volgeva ormai al tramonto.
È significativo, a questo riguardo, che la lingua latina, pur conoscendo il termine traditio, usi un termine molto più concreto, meno vago, riferendosi alla tradizione romana: mos, uno “stile di vita”, un “modo di essere e d’agire” che è proprio del romano e che lo distingue. Allo stesso tempo, è indicato anche il punto di riferimento ed anche in questo caso il riferimento è netto e non lascia adito a dubbi: i maiores. In altre parole, che sono le stesse o molto simili a quelle che un romano avrebbe potuto pronunciare: per Roma “tradizione” è fare ciò che i migliori tra gli avi fecero. E non solo questo: è realizzare il compito che gli avi affidarono ai posteri. Ma, siccome i maiores posero in pratica nella loro esistenza l’insegnamento degli dèi (vedi il caso esemplare di Numa) fare ciò che essi fecero significa realizzare, ancora una volta, la volontà degli dèi.
A Roma, come presso qualsiasi altra civiltà tradizionale, la morte non ha il valore di una cessazione definitiva, di un ritorno al nulla e al silenzio. L’antenato non è soltanto un ricordo destinato ad affievolirsi nel tempo ed a spegnersi col progredire degli anni e dell’oblio dei suoi discendenti. Al contrario, il ricordo degli antenati che hanno onorato il nome della gens e di Roma è un punto costante di riferimento, un esempio dal quale ci si sente direttamente coinvolti e spronati. Ed è il valore fondante di questo esempio a trasformare la morte in vita, l’oblio in ricordo, il passato in presente e in futuro. Il mito in storia.
L’esempio degli antenati, che un tempo realizzarono concretamente ciò che essi stessi insegnarono e additarono come iustum, costituisce una sfida, per i suoi discendenti e per Roma, a sovrapporsi a cedimenti interiori, a dubbi, a timori.
I maiores rappresentano per i discendenti la sfida a raggiungerne la grandezza e la nobiltà. O la vergogna per un destino abortito, un compito sacro non realizzato. Il romano, per quanto riguarda l’aldilà, non investe nella beatitudine celeste. Pur conoscendo i destini dell’oltretomba, la grigia polvere dell’Averno o l’eterno splendore dei Campi Elisii, il romano investe soprattutto nel tempo degli uomini, nella storia: la storia di Roma e quella della gens cui appartennero i suoi maiores, cui anch’egli appartenne e per la quale ha generato discendenti che perpetueranno la stirpe.
Il romano investe nell’esempio e nel ricordo. Affida il destino del suo nome dopo la morte alla memoria dei suoi discendenti e di tutto il popolo e, ciò facendo, continua a vivere nel seno della sua famiglia e del suo popolo.
Far parte di Roma è sentito come un vincolo sacro con gli antenati che non solo la morte è incapace di infrangere ma che, anzi, essa rafforza col trascorrere del tempo e delle generazioni. Lo sforzo cosciente e quotidiano dei vivi per restare aderenti al mos maiorum, la pietas, la uirtus, la fidelitas necessarie per percorrere un cammino il cui valore allegorico può paragonarsi giustamente a quello del sulcus primigenius, non nutrono solo la larva di un antenato assetato – secondo le concezioni arcaiche – di vita, di luce e d’affetto: nutrono l’anima stessa di Roma che è formata dalla presenza vivente del Dio tutelare dell’Urbe, dagli spiriti dei maiores (i Penates populi romani) e dagli spiriti dei viventi.
Romolo, il primo e il più illustre degli antenati, non traccia solo un solco materiale per la recinzione di una porzione consacrata dello spazio concesso a Roma, traccia i confini netti e invalicabili di un mondo ideale separando ciò che appartiene al Fas da ciò che non vi appartiene ed è nefas. La “Roma Quadrata” fondata da Romolo non è solo una primitiva piccola città fortificata è anche e soprattutto un templum che contiene e diffonde tutto quel complesso di valori ideali, di principii, di certezze che fanno parte della tradizione e senza i quali Giove ritirerebbe da Roma il suo favore privandola dell’imperium.
Questa comunione di passato e presente, la dinamica del mito che diviene storia e della storia che realizza il mito, abolisce le leggi normali del tempo. La espressione più alta e significativa di questa comunione fra maiores e iuuentus è quella del fuoco sacro, l’ignis perennis, di Vesta. Allo stesso significato rimanda uno dei simbolismi del doppio volto di Giano che, pur essendo assieme a Saturno re dell’età dell’oro, si manifesta nel presente, in ogni inizio, con lo sguardo volto verso il passato e verso il futuro.
Nel presente, mediante la fedeltà alla tradizione, il romano realizza la presenza divina che agisce nella storia attraverso l’agire degli uomini. Gli antenati costituiscono il ponte che lega il visibile all’invisibile. Essi congiungono il tempo della storia coi suoi ritmi al tempo religioso coi suoi silenzi. Ma gli antenati, un tempo, furono anch’essi visibili, presenze tangibili che appartennero alla storia. La memoria della familia e della gens li ricorda per quello che essi operarono nella storia, per la traccia profonda che vi scavarono. Le loro imagines dipinte, o le più antiche, rozze statuette del lararium domestico sono segni tangibili e quotidianamente riveriti della loro presenza.
Furono uomini, i maiores, e seguirono le leggi dell’uomo e della storia testimoniando l’invisibile e l’eterno. Dopo la morte essi sono più vicini al mondo degli dèi di quanto non lo siano i vivi e fungono da tramite tra il Fas e lo ius, tra la Parola inespressa e il diritto che ne realizza e tutela la presenza nel mondo.
Realizzando ciò che gli antichi insegnarono, il romano è cosciente di appartenere alla loro stirpe, una stirpe che non è solo del sangue ma prima di tutto è dello spirito. Non solo, è cosciente di ricevere la benedizione e la gloria dei suoi antenati, orgogliosi del loro figlio. La morte, in tal modo, rappresenta nient’altro che la riunione del discendente al ceppo sacro della gens. Ucciso il corpo, la morte non può uccidere la memoria né l’anelo dei vivi a realizzare il messaggio degli avi nella loro vita.
Così suona il testamento spirituale di un romano, Cneo Cornelio, figlio di Cneo Cornelio Scipione Ispanico:
“Ho riunito nei miei costumi la virtù della mia stirpe.
Ho generato una discendenza.
Ho eguagliato le gesta dei miei padri.
Ho avuto la gloria dei miei antenati, tanto che essi si felicitano
di avermi generato per la loro gloria.
Con i miei onori ho dato lustro alla mia stirpe”.
seconda parte: la iustizia









