set 012010

Tratto da “Imperivm – Origine e Funzione del Potere regale nella Roma Arcaica” di Mario Polia, edizioni il Cerchio

Maiores religiosissimi homines: per tradurre correttamente dobbiamo interpretare il termine religio che, a Roma, esprime il valore fondante d’un patto stipulato fra uomo e divinità. Religio è l’osservanza delle norme che regolano i rapporti fra uomo e sacro.Questo permette alla società di sussistere in quanto il patto sociale è garantito da norme religiose e su di esse è fondato. Tradurremo dunque: “gli antenati furono uomini attenti quant’altri mai all’osservanza delle norme che regolano i rapporti col sacro”.

Questa dichiarazione esprime il senso ed indica la giusta direzione per qualunque ricerca, o valutazione, sull’etica, sul diritto e sul pensiero romano. Il romano, almeno fin quando fu cosciente della propria identità, presentò, infatti, i caratteri dell’homo religiosus. Come avviene in ogni civiltà “tradizionale” Roma non crea arbitrariamente i modelli di comportamento ma li deriva “dall’alto”, da principi archetipici. Numa è il re che, per primo, pone in modo stabile i fondamenti della religione romana fissando le norme del diritto sacro e del diritto sociale. Il mito narra, come si è visto, che egli ricevette ispirazione da Egeria, entità divina, ninfa delle fonti, o Camena italica dotata di potere oracolare, che divenne “sua sposa”.

Benveniste traduce religiosus come “scrupoloso nei riguardi del culto, che si fa un caso di coscienza dei riti”. Religio indica “una disposizione interiore e non una proprietà oggettiva di certe cose o un insieme di fede e di pratiche”. Religioche Cicerone fa derivare da legere, “cogliere”, “riunire” ma anche “riconoscere” – è la disposizione a riconsiderare e riprendere (retractare) una scelta, o un’azione considerandola secondo i canoni del diritto divino. Religens è chi si preoccupa delle cose religiose, l’uomo attento e rispettoso del sacro, mentre religiosus, qualora venga meno la coscienza vissuta e partecipe del sacro diventa un termine peggiorativo assumendo il senso di “superstizioso” (Nigidio Figulo).

Il fondamento della famiglia, del diritto, del potere politico e del rito, a Roma, poggiava saldamente sulla coscienza del sacro: il senso ed il rispetto del sacro illumina e regola tutte le attività umane. E così pure l’etica, anzi prima di tutto l’etica, è fondata sulla religio e risulta da essa inseparabile.

I riti compiuti dal rex e dai collegi sacerdotali per la salvezza dello Stato ed i riti compiuti sull’ara domestica dal pater familias sottintendono ed esprimono una comune dignità sacerdotale che si esplica in ambiti diversi eppure omogenei – la famiglia e lo Stato – e la cui espressione simbolica più alta e significativa è espressa dall’ignis perennis di Vesta.

Quando, il 5 febbraio dell’anno secondo della nostra èra, Augusto viene insignito del titolo di Pater Patriae è da vedersi in ciò la manifestazione, il compimento storico di un’idea che considera il rapporto fra populus e princeps della stessa natura di quello che intercorre tra filii e pater familias e che implica, nell’uno e nell’altro caso, precisi doveri reciproci di pietas e di fides. Inoltre, come il pater familias è rex e pontifex nell’ambito della sua famiglia, cosi il princeps è rex e pontifex dell’intero universo sociale di Roma.

Il concetto di “paternità”, riferito al sovrano, non va inteso, infatti, in senso puramente “paternalistico”, e quindi demagogico. Indipendentemente dagli allontanamenti dall’ideale che nella storia romana possono essere e sono avvenuti, questo concetto si riferisce ai doveri del pater che fanno parte della pietas e che sono, fra gli altri: la protezione della famiglia, la garanzia della sua sopravvivenza, il mantenimento e la trasmissione delle norme religiose che regolano i rapporti di questa con gli dèi e con gli antenati della gens.

Con Augusto, infatti, la suprema dignità sacerdotale e politica (il pontificato massimo e la sovranità d’investitura divina) confluiscono in un’unica persona, com’era stato alle origini di Roma e come s’era conservato, limitatamente al microcosmo familiare, nella figura del pater.

Le qualità etiche del ciuis romanus sono incentrate tutte sulla pietas come loro cuore pulsante e naturale asse d’equilibrio. La pietas si definisce essenzialmente come “sentimento del dovere” che si esplica innanzitutto nei confronti degli dèi, quindi, propriamente, come “pietà religiosa”, “devozione”, “sentimento religioso” basato sul riconoscimento e sul rispetto del sacro. Nella visione del mondo romana gli dèi, comunque, non sono entità astratte e lontane ma punti di riferimento concreti che agiscono nella storia attraverso la testimonianza e la fedeltà dell’uomo alla loro parola espressa dall’osservanza del diritto. Questa testimonianza fedele è, appunto, la pietas romana.

Verso i maiores, gli antenati, la pietas si esprime mediante il culto domestico ai Lares e Penati e si manifesta nel culto statale di cui, in questo ambito specifico il fuoco di Vesta e il suo tempio come Lararium populi romani è espressione suprema. Come la famiglia, nel lararium domestico, rende culto agli antenati, così Roma col fuoco eterno di Vesta rende culto agli antenati di tutte le gentes che fecero Roma e, fondando il mos maiorumla tradizione romana – ne permettono l’esistenza nel tempo. Tanto importante era ritenuto questo culto che Cicerone afferma: “se gli dèi sdegnassero le preghiere della Vestale Massima, la nostra salvezza sarebbe perduta”.

Nei confronti della societas romana la pietas si manifesta innanzitutto nell’universo familiare come pietas del padre verso i figli e la sposa e di questi verso il pater e sposo. La pietas famigliare diviene pietas verso la patria – intesa come terra sacra dei patres, gli antenati fondatori di Roma – sia garantendo la perpetuità della stirpe che la trasmissione dei valori fondanti dell’etica e della visione del mondo romana. Questa trasmissione, che avviene mediante l’educazione dei figli, esprime la pietas verso la potestas di Roma garantita dallo ius e incarnata nelle autorità preposte al consorzio civile romano.

Enea, ai tempi di Augusto assurge a prototipo di quello che in seguito sarà il ciuis romanus, ma già nel VI sec. A.C. i coroplasti etruschi veienti lo rappresentavano col vecchio padre Anchise sulle spalle, profugo verso i lidi italici e i nuovi destini riservatigli dagli dèi. Enea è pius per eccellenza ed archetipo di pietas per i tempi a venire. In Enea, infatti, il sentimento di devozione verso gli dèi, gli antenati e la patria, per la quale egli ha combattuto strenuamente in armi, si congiunge all’espressione più alta della pietas filiale nei confronti del padre e del figlioletto. Le raffigurazioni che lo rappresentano armato col vecchio padre sulle spalle e il Palladio tra le braccia esprimono con un’intensa efficacia simbolica un modello di pietas che, fin dalle sue prime apparizioni nell’arte plastica del VI sec, con Virgilio diverrà paradigmatica per tutta la romanità.

In Cicerone la pietas è quasi sempre sinonimo di religio: assicura la pax deorum prodotto degli armoniosi rapporti con gli dèi che salvaguardano e garantiscono la prosperità, l’auctoritas e la sopravvivenza stessa di Roma.

E come gli uomini sono tenuti alla pietas verso gli dèi, così anche gli dèi sono tenuti a rispettare la pietas verso gli uomini elargendo loro, in cambio delle preghiere e dei sacrifici, la protezione sacra, l’ispirazione e i doni che permettono la continuità della vita assieme alla fertilità del suolo, alla fecondità degli animali e delle donne, alla vittoria e alla pace. In Virgilio la pietas degli dèi nei confronti degli uomini s’identifica con la iustitia divina che punisce i colpevoli d’empietà.

In latino pius, che si tratti degli uomini o degli dèi, è essenzialmente “colui che paga un debito contratto in cambio d’un bene ricevuto. La nozione stessa di pietà comporta dunque rapporti di rispetto (…) e di devozione, ma al tempo stesso di osservanza degli impegni assunti (…) esattamente come definisce l’atteggiamento dell’uomo nei confronti degli dei”. “La pietà è dunque la virtù sociale per eccellenza, poiché, viene esercitata nei confronti dei genitori, della patria e del suo capo. Essa sola può indicare il buon accordo tra gli dèi e gli uomini in quanto significa prima di tutto la concordia tra i figli e il loro padre, tra i cittadini e il principe”.

La pietas verso gli antenati rifugge da un tentativo univoco d’inquadramento della stessa nell’ambito dei culti propiziatori a sfondo magico (assicurarsi la benevolenza dei defunti perché questi assicurino la fecondità e la produzione di alimenti). Non si tratta, infatti, di culti unicamente “utilitaristici” e neppure dettati da un atteggiamento emozionale nei confronti delle radici della gens. Tale pietas presuppone innanzitutto la coscienza della memoria che è molto meno una celebrazione commemorativa e molto più un rapporto vissuto e leale di confronto col mos maiorum, cioè con la visione del mondo e lo stile di vita degli antenati.

La pietas presuppone, dunque, un rapporto d’apprendimento e di imitazione cosciente che, tramite l’esempio e la memoria degli antenati, conservata dalla tradizione attraverso gli exempla e il mito, ripropone continuamente come realtà sempre presente ed attuale.

Plinio afferma che: “Gli antenati ci insegnano non solo attraverso gli orecchi, ma anche cogli occhi i costumi che bisognava praticare e trasmettere, passandoli di mano in mano ai nostri discendenti. Ad ognuno il genitore serviva da maestro e il posto del padre, per chi non lo aveva più, era preso da uomini illustri ed anziani”. E proprio questo “passare di mano in mano” esprime letteralmente il senso di “tradizione” come traditio, come “tramandamento”.

Il pater familias dimostra la sua pietas verso i figli innanzitutto incarnando l’ideale del ciuis romanus e divenendo testimone di esso con l’esempio delle virtù nelle quali gli antenati già eccelsero. Così facendo, il pater testimonia la perenne attualità di quelle virtù e la realizzabilità del progetto romano. Anche la trasmissione della vita, da parte del padre e della madre e l’educazione dei figli, è un atto di pietas nei confronti della patria e della propria gens della quale i genitori non garantiscono solo la continuità biologica nel tempo, ma anche la trasmissione dei valori che rappresentarono l’anima profonda, il genius della stirpe.

La pietas del miles si esplica mediante il combattimento, mediante, cioè, quella che il medioevo cristiano chiamerà la “carità delle armi”. La pietas del miles presuppone l’umiltà nell’accettazione della disciplina militare, il coraggio in combattimento e, soprattutto, la cosciente accettazione del sacrificio della propria vita come tributo alla difesa del popolo, del suolo patrio e dei diritti religiosi del popolo e degli dèi.

Ma v’è pietas anche nel contadino che, per quanto vecchio, pianta giovani alberi dei quali sa bene di non poter goderne l’ombra ed i frutti. A chi gli chiede perchè, dunque, lo faccia egli risponde: “Per gli dèi immortali che vogliono che senza limitarmi unicamente a ricevere questo bene dai miei antenati, io lo trasmetta anche ai miei discendenti”.

La pietas dell’anziano, il senex, nei confronti della famiglia e di Roma si esplica mediante l’esempio, il consiglio e la saggia parola nell’ambito della famiglia e dello Stato: “Se queste qualità – la saggezza, la capacità di discernimento, il valore del consiglio – non fossero caratteristica dei vecchi, i nostri antenati non avrebbero chiamato il consiglio supremo dello Stato Senatus, cioè «consiglio dei vecchi»”. La lungimirante saggezza degli anziani, alimentata dall’esperienza e dalla fedeltà alla tradizione, guida e convoglia la potenza irruente della iuventus romana verso il conseguimento degli ideali supremi che Roma si propone. La gioventù, da parte sua, riconosce la forza ordinatrice dell’auctoritas spirituale, che promana dagli illustri vegliardi, come già l’invitto Achille si sottomise di buon grado alla veneranda saggezza di Nestore.

Ed è pius sia chi pratica la difficilissima arte del consiglio, sia colui che possiede la prudente saggezza dell’ascolto.

La saggezza congiunta al valore, il senatus e il populus forgiarono la storia romana e Roma prosperò fino a quando le due componenti seppero equilibrarsi e integrarsi in vista della realizzazione di una superiore missione di civiltà della quale Roma fu conscia.

S.P.Q.R.: Senatus Populusque Romanus non è solo espressione di una formula giuridica standardizzata: è il manifesto della visione del mondo e del concetto romano di “popolo”; rappresenta l’unione feconda della tradizione con l’energia vitale della stirpe.

Il Senato romano aveva, infatti, come precipuo compito la conservazione e la trasmissione del mos maiorum, ossia della tradizione romana poiché, nelle parole di Cicerone, “ciò che è più antico è più vicino al divino”: “conservare i riti della famiglia e degli antenati significa, in certo qual modo, conservare la religione trasmessa dagli dèi. Infatti, ciò che è più antico è più vicino agli dèi”.

Il mos maiorum, ideale di vita divenuto pratica quotidiana, è il segno distintivo delle gentes che fecero Roma, anzi è la prova tangibile e la manifestazione stessa della loro nobiltà. Aderire al mos maiorum significa, per il romano, accettare la stabilità consolidata da una lunga esperienza, opposta all’innovazione arbitraria e priva di saggezza. Questa aderenza, tuttavia, presuppone una cosciente fedeltà e può esser realizzata solo facendo propri i principi spirituali ed etici sui quali si fonda il mos maiorum e dai quali deriva alla persona il carattere essenziale di salda fermezza. Si ricorderà, a questo proposito, l’appassionata difesa del mos maiorum da parte di Marco Porzio Catone, “tradizionalista plebeo” alle soglie dei tempi e degli homines noui quando, al seguito delle legioni vittoriose e per opera di circoli intellettuali, costumi e culti greci e orientali invadevano Roma. E si ricorderà anche l’ultima, appassionata difesa della religione dei padri da parte del console Q. Aurelio Simmaco mentre il quarto secolo volgeva ormai al tramonto.

È significativo, a questo riguardo, che la lingua latina, pur conoscendo il termine traditio, usi un termine molto più concreto, meno vago, riferendosi alla tradizione romana: mos, uno “stile di vita”, un “modo di essere e d’agire” che è proprio del romano e che lo distingue. Allo stesso tempo, è indicato anche il punto di riferimento ed anche in questo caso il riferimento è netto e non lascia adito a dubbi: i maiores. In altre parole, che sono le stesse o molto simili a quelle che un romano avrebbe potuto pronunciare: per Roma “tradizione” è fare ciò che i migliori tra gli avi fecero. E non solo questo: è realizzare il compito che gli avi affidarono ai posteri. Ma, siccome i maiores posero in pratica nella loro esistenza l’insegnamento degli dèi (vedi il caso esemplare di Numa) fare ciò che essi fecero significa realizzare, ancora una volta, la volontà degli dèi.

A Roma, come presso qualsiasi altra civiltà tradizionale, la morte non ha il valore di una cessazione definitiva, di un ritorno al nulla e al silenzio. L’antenato non è soltanto un ricordo destinato ad affievolirsi nel tempo ed a spegnersi col progredire degli anni e dell’oblio dei suoi discendenti. Al contrario, il ricordo degli antenati che hanno onorato il nome della gens e di Roma è un punto costante di riferimento, un esempio dal quale ci si sente direttamente coinvolti e spronati. Ed è il valore fondante di questo esempio a trasformare la morte in vita, l’oblio in ricordo, il passato in presente e in futuro. Il mito in storia.

L’esempio degli antenati, che un tempo realizzarono concretamente ciò che essi stessi insegnarono e additarono come iustum, costituisce una sfida, per i suoi discendenti e per Roma, a sovrapporsi a cedimenti interiori, a dubbi, a timori.

I maiores rappresentano per i discendenti la sfida a raggiungerne la grandezza e la nobiltà. O la vergogna per un destino abortito, un compito sacro non realizzato. Il romano, per quanto riguarda l’aldilà, non investe nella beatitudine celeste. Pur conoscendo i destini dell’oltretomba, la grigia polvere dell’Averno o l’eterno splendore dei Campi Elisii, il romano investe soprattutto nel tempo degli uomini, nella storia: la storia di Roma e quella della gens cui appartennero i suoi maiores, cui anch’egli appartenne e per la quale ha generato discendenti che perpetueranno la stirpe.

Il romano investe nell’esempio e nel ricordo. Affida il destino del suo nome dopo la morte alla memoria dei suoi discendenti e di tutto il popolo e, ciò facendo, continua a vivere nel seno della sua famiglia e del suo popolo.

Far parte di Roma è sentito come un vincolo sacro con gli antenati che non solo la morte è incapace di infrangere ma che, anzi, essa rafforza col trascorrere del tempo e delle generazioni. Lo sforzo cosciente e quotidiano dei vivi per restare aderenti al mos maiorum, la pietas, la uirtus, la fidelitas necessarie per percorrere un cammino il cui valore allegorico può paragonarsi giustamente a quello del sulcus primigenius, non nutrono solo la larva di un antenato assetato – secondo le concezioni arcaiche – di vita, di luce e d’affetto: nutrono l’anima stessa di Roma che è formata dalla presenza vivente del Dio tutelare dell’Urbe, dagli spiriti dei maiores (i Penates populi romani) e dagli spiriti dei viventi.

Romolo, il primo e il più illustre degli antenati, non traccia solo un solco materiale per la recinzione di una porzione consacrata dello spazio concesso a Roma, traccia i confini netti e invalicabili di un mondo ideale separando ciò che appartiene al Fas da ciò che non vi appartiene ed è nefas. La “Roma Quadrata” fondata da Romolo non è solo una primitiva piccola città fortificata è anche e soprattutto un templum che contiene e diffonde tutto quel complesso di valori ideali, di principii, di certezze che fanno parte della tradizione e senza i quali Giove ritirerebbe da Roma il suo favore privandola dell’imperium.

Questa comunione di passato e presente, la dinamica del mito che diviene storia e della storia che realizza il mito, abolisce le leggi normali del tempo. La espressione più alta e significativa di questa comunione fra maiores e iuuentus è quella del fuoco sacro, l’ignis perennis, di Vesta. Allo stesso significato rimanda uno dei simbolismi del doppio volto di Giano che, pur essendo assieme a Saturno re dell’età dell’oro, si manifesta nel presente, in ogni inizio, con lo sguardo volto verso il passato e verso il futuro.

Nel presente, mediante la fedeltà alla tradizione, il romano realizza la presenza divina che agisce nella storia attraverso l’agire degli uomini. Gli antenati costituiscono il ponte che lega il visibile all’invisibile. Essi congiungono il tempo della storia coi suoi ritmi al tempo religioso coi suoi silenzi. Ma gli antenati, un tempo, furono anch’essi visibili, presenze tangibili che appartennero alla storia. La memoria della familia e della gens li ricorda per quello che essi operarono nella storia, per la traccia profonda che vi scavarono. Le loro imagines dipinte, o le più antiche, rozze statuette del lararium domestico sono segni tangibili e quotidianamente riveriti della loro presenza.

Furono uomini, i maiores, e seguirono le leggi dell’uomo e della storia testimoniando l’invisibile e l’eterno. Dopo la morte essi sono più vicini al mondo degli dèi di quanto non lo siano i vivi e fungono da tramite tra il Fas e lo ius, tra la Parola inespressa e il diritto che ne realizza e tutela la presenza nel mondo.

Realizzando ciò che gli antichi insegnarono, il romano è cosciente di appartenere alla loro stirpe, una stirpe che non è solo del sangue ma prima di tutto è dello spirito. Non solo, è cosciente di ricevere la benedizione e la gloria dei suoi antenati, orgogliosi del loro figlio. La morte, in tal modo, rappresenta nient’altro che la riunione del discendente al ceppo sacro della gens. Ucciso il corpo, la morte non può uccidere la memoria né l’anelo dei vivi a realizzare il messaggio degli avi nella loro vita.

Così suona il testamento spirituale di un romano, Cneo Cornelio, figlio di Cneo Cornelio Scipione Ispanico:

“Ho riunito nei miei costumi la virtù della mia stirpe.

Ho generato una discendenza.

Ho eguagliato le gesta dei miei padri.

Ho avuto la gloria dei miei antenati, tanto che essi si felicitano

di avermi generato per la loro gloria.

Con i miei onori ho dato lustro alla mia stirpe”.


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ago 312010

Giovane ragazza, anche tu appartieni al Führer!

Estratti dal manuale per le ragazze della Hitleriugend pubblicato nel 1940

Giovane ragazza, ecco i tuoi doveri.

“Prometto di adempiere sempre ai miei doveri nella Hitlerjugend nel nome di un amore fedele per il Führer e per la nostra bandiera”.

Cara ragazza!

Assolvi ai tuoi doveri di ragazza nello spirito delle madri che durante la Grande Guerra dovettero compiere sacrifici immani e sopportare un dolore immenso. Servi dunque la madre di tutti i tedeschi:

la Germania!

Baldur von Schirach

Reichsleiter

Giovane ragazza, anche tu appartieni al Führer!

Il Führer vuole da te e da noi tutti che cresciamo obbedienti, felici di renderci utili, col senso del dovere e intrisi di cameratismo. Ecco perché allo scoccare del decimo anno d’età’ entri a far parte della branca femminile della Hitlerjugend. L’organizzazione si aspetta da te un impegno gioioso e volontario fin dal primo giorno che si esplica in tutti i compiti che ti attendono, a partire da quelli casalinghi e scolastici.

Devi sempre dar prova di essere una brava ragazza, in casa come nello sport, in viaggio come nei campi estivi. In casa devi sempre essere ben disposta a dare una mano. Nello sport tutto dipende dal tuo atteggiamento positivo, dal tuo coraggio e dalla tua destrezza. In viaggio e nei campi estivi devi dimostrare a tutte le ragazze del gruppo che sai essere una vera camerata.

Devi essere orgogliosa di assolvere alle funzioni in maniera regolare e corretta, e di obbedire alla tua direttrice.

Solo così puoi dimostrare fedeltà nei confronti del tuo gruppo di appartenenza.

Non perdere mai tempo, non dire mai cose come non mi azzardo a farlo, non posso farlo o non ho alcuna voglia di farlo, al contrario: buttati a capofitto in ogni compito che ti viene assegnato, mettici cuore e anima, ecco cosa significa essere una ragazza della Hitlerjugend. La tua via dev’essere retta e onesta, troppo orgogliosa e aperta per dire il falso alle tue camerate o per fare la ruffiana con la direttrice.

Rettitudine, onestà e gioiosa prontezza sono le parole d’ordine di ogni ragazza della Hitlerjugend. Devi sapere, infatti, che è nella comunità’ femminile che si origina il cameratismo.

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ago 292010

Un catechismo per soldati hitleriani (1934)

di Alfred Kotz

Sul Nazionalsocialismo si è già scritto tanto.

Ci sono persone che fanno le pulci a ogni singola

riga in cerca di qualche se, o qualche ma.

Ma per tante altre persone l’argomento

è quanto di più’ semplice: non hanno bisogno

di leggere proprio nulla. Quando si considera

il Nazionalsocialismo non si tratta di essere

d’accordo o meno su come un problema viene

affrontato in forma scritta. Il Nazionalsocialismo

non e’ un problema. Molti che hanno letto

il “Mein Kampf” di Hitler hanno improvvisamente

scoperto di essere nazionalsocialisti

da sempre, senza saperlo. Di fatto, l’essenza

del Nazionalsocialismo deve essere già presente

in noi prima che possa esprimersi pienamente.

Lo sguardo di noi tedeschi rischia sempre di essere

offuscato o limitato dagli ostacoli più impensati,

dalle condizioni – anche ambientali – più varie.

Ma una volta tolto di mezzo ogni filtro, ogni

inganno, ecco che il nazionalsocialista

in noi emerge di colpo in piena luce. Quanti sono

ormai coloro che hanno creduto per tutta la vita

di essere autentici marxisti per poi ricredersi

all’ultimo momento e capire di aver preso la strada

sbagliata? Un bel giorno hanno capito

di non essere affatto marxisti,

bensì nazionalsocialisti. O al contrario: una persona,

che sotto sotto è una canaglia, può agghindarsi

con tutte le croci uncinate che vuole,

ma non diventerà mai un nazionalsocialista.

Da ciò’ deriva che uno può essere nazionalsocialista

senza saperlo e che nazionalsocialista

non si diventa ma lo si è nel profondo,

nella propria visione del mondo. In questo

ragionamento “nazionalsocialista” non va inteso

come “membro del partito”. Colui che, nell’alveo

di una chiara visione del mondo, reca i tratti

distintivi nazionalsocialisti, può anche esistere

al di fuori della NSDAP, per via di determinate

circostanze.

Le caratteristiche proprie di un nazionalsocialista hanno origine divina:

e’ il Signore che te le infonde nel petto alla nascita.

Detto questo, un uomo può’ diventare soldato hitleriano. Egli dev’essere

però nazionalsocialista nel senso genetico e non solo partitico del termine.

La Germania si attende il massimo dai soldati hitleriani: la dedizione incondizionata

alla grande, sacra idea del Nazionalsocialismo, e un impegno totale, anima e corpo.

Un atteggiamento del genere rappresenta al meglio lo spirito tedesco.

Per questo motivo l’esercito hitleriano conta milioni di soldati.

La vecchia guardia del movimento nazionalsocialista può quindi star certa di una cosa:

a queste rigide condizioni, tutti i soggetti indegni che s’infiltrano nelle nostre file

hanno i minuti contati.

Possono nascondersi per un po’ dietro il loro velo di ipocrisia.

Possono addirittura cercare di erigersi una piattaforma per darsi delle arie e camuffarsi

da persone importanti e influenti.

Ma se vengono a mancare le solide fondamenta dei legami umani di stampo nazionalsocialista,

cioè a dire lindore, onestà, coraggio, mascolinità’ e altruismo, allora un giorno o l’altro questi

farabutti precipiteranno nella loro futilità, nella loro congenita insignificanza.

Non sono soldati hitleriani, né mai lo diventeranno.

Ecco da cosa partiamo per modellare lo spirito delle nostre formazioni.

Non c’è bisogno di prendere in esame l’allenamento fisico.

Voi sapete già, e anche altri sanno bene quali sono gli standard che deve soddisfare

un soldato hitleriano.

Il sangue tedesco porta in sé il gene delle grandi imprese.

L’uomo tedesco prova gioia nel sopportare la fatica e nello sfidare i pericoli.

Nemmeno l’aria soffocante del sistema rachitico che ci siamo lasciati alle spalle

è riuscita a estinguere questa pulsione del sangue tedesco.

Come si spiega altrimenti che in così poco tempo, e in particolare tra i giovani,

questo spirito si sia prepotentemente risollevato?

In fin dei conti, esso non si è atrofizzato nemmeno tra coloro che sventolavano

le bandiere pacifiste del Reich. Abbiamo visto coi nostri occhi qualche borghesone

dell’SPD maledire il “militarismo,, in tutte le salse per poi marciare sulle strade su quattro colonne.

Ciò’ che ci differenzia da queste sottospecie di “soldati” è prima di tutto il senso del nostro esercizio,

il senso stesso della cura della forza fisica, perché per noi la ginnastica

e la scultura muscolare non hanno alcun valore in sé.

Il punto focale è lo spirito che ci riempie l’anima e che noi eleviamo a conoscenza vera.

Attraverso questo spirito è possibile raggiungere i massimi obiettivi:

personalità d’acciaio, solide come statue.

Ecco perché siamo felici di sottoporci a una formazione dura che conduce alla verità,

alla resistenza e alla fedeltà.

Il nostro stile è sempre e comunque uno stile soldatesco.

Il nostro cuore: maschio e virtuoso.

Il nostro amore e la nostra obbedienza appartengono per sempre al nostro Führer.

Il nostro obiettivo incrollabile: la Germania.

Ecco, infine, come si palesa il sublime miglioramento della nostra vita interiore.

Non come facevano i gladiatori romani quando entravano nell’arena pronti a una lotta

senza motivo, e gridavano: “Ave Caesar, morituri te salutanti”

Noi aspiriamo a ben altro: a esser degni di metterci in marcia dinanzi agli occhi

della nazione tedesca qualora il Führer comandi che l’Esercito insorga, e gridare:

“Coloro che sono pronti a morire per la patria ti salutano, Adolf Hitler!”

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ago 272010

Salute e gioia di vivere

Dal primo fascicolo salutista rivolto alla Hitlerjugend

Gioventù’ Hitleriana!

L’esempio del Führer, in cui hai riposto fede assoluta, ti vincola.

Nel corso della tua vita devi attenerti all’ideale che tale esempio

incarna. Ciò che noi vogliamo da te in questo contesto

non va ottenuto mediante l’impartizione di ordini, bensì attraverso

un appello alla volontà e alla lungimiranza. Considera questo

fascicoletto come un’arma nella lotta per mantenersi in salute

e, di conseguenza, per maturare la capacità di compiere grandi cose

e rafforzare e rendere ancora più’ grande il popolo tedesco.

Heil Hitler!

Baldur von Schirach

Salute e gioia di vivere

Gli uomini di ogni epoca hanno pensato a cosa fare per restare

sani, felici e attivi dalla gioventù fino alla tarda età.

Al contempo, sono sempre arrivati alla conclusione che la natura

segue il suo corso spietato e immutevole e che non fa caso

al destino del singolo che, pur armato di buone intenzioni,

non tiene loro fede.

Resta fedele alla natura – vivi secondo natura!

Non è affatto facile seguire questo dettame, con tutte

le sue conseguenze, nella vita di tutti i giorni. Molte persone

perdono la salute, vengono bocciate a scuola, falliscono

nella formazione lavorativa, non hanno amici e più in generale

naufragano tanto nel lavoro quanto sul piano economico

non arrivando a sviluppare correttamente la loro personalità,

solo perché non vivono secondo natura. Nessuno, oggi, ha maggiori

motivi per avvicinarsi alla natura del giovane, dell’operaio

o dell’impiegato. Essi devono compensare le loro attività fin troppo

spesso ripetitive e sedentarie. Se osserviamo le loro vite, vedremo

con quanta passione si dedicano alle attività sportive e quanto

aiuti il vivere secondo natura, il tran tran di un operaio

o di un impiegato. Per non parlare dell’importanza

dell’alimentazione, ben nota a noi tedeschi. Un futuro senza

un’alimentazione corretta è fuori discussione, le persone pensano

troppo di rado al fatto che tutto ciò’ che digeriscono (anche solo

una medicina) finisce per influenzare le loro vite.

Anche in questo caso, solo una

focalizzazione sulla natura può essere d’aiuto. (…) A tale proposito

citiamo anche il motto “dove finisce la natura, comincia la follia”.

Chiunque si muova e sudi all’aria aperta, sotto la luce del sole,

innesca una respirazione intensa che interessa tutti gli organi

(i polmoni, il cuore ecc.), è una forma di esercizio che operai

e impiegati devono fare a tutti i costi. Un po’ di ginnastica

e di allenamento respiratorio non basta.

La cura del corpo e lo sport sono due ulteriori fattori cruciali

per restare in salute. Con sport intendiamo soprattutto

quelle discipline che attivano il corpo nella sua interezza,

ad esempio la corsa, le scalate, il nuoto, le passeggiate in montagna

e la ginnastica. Soprattutto chi fa un lavoro che non implica

movimento deve dedicarvisi, come forma di compensazione. Purtroppo

ci sono sempre troppe persone con

abitudini sedentarie. Credono di essere felici, ma in realtà

non lo sono. Sono vittime della tirannia delle loro cattive

abitudini e la loro vita viene caratterizzata da idee rigide

e sbagliate. Spesso non ci si può immaginare quanto si possa

cambiare in meglio una volta rimosse le vecchie abitudini

per far posto a criteri nuovi e più sani. Pensare le stesse cose

tutti i giorni e non cambiare mai le proprie abitudini, solo perchè

ci pare comodo, ha inoltre conseguenze negative sull’atmosfera

e la produttività lavorativa. Dobbiamo armarci di una solida

capacità di concentrazione e trovare nuove, sane abitudini

per la nostra vita di tutti i giorni e non darci pace finché

i vecchi vizi e le cattive routine non siano seppelliti del tutto.

Questo è l’unico modo possibile per formare la nostra

Volontà’ di addestramento e acquisire, a livello biologico,

la giusta padronanza di noi stessi e del nostro corpo. (…) Tutti,

vecchi o giovani, devono fare i conti con la propria forza vitale

e le strategie per mantenersi in salute. Chi modella la propria

esistenza secondo tali regole d’oro non potrà che trarne

dei vantaggi. Chi arriva a comprendere fino in fondo

lo strettissimo legame che unisce un’alimentazione sana

a una vita equilibrata e strutturata con razionalità ed entusiasmo,

è destinato a entrare a far parte della cerchia di coloro

che amano la vita e che sanno superare più’ facilmente le insidie

e le difficoltà.

Se vivi secondo natura, vivi bene!

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ago 252010

Ultimo estratto dall’Uomo libero n°48 – dicembre 1999 “contro il dio denaro” – Metamorfosi degli strumenti economici dalla origini alla tirannide mondialista.

IL DENARO E LA RICCHEZZA

Così abituati al condizionamento costante del denaro – ogni cosa dipende dal denaro, tutto il tempo deve essere dedicato a lui, l’intera esistenza deve essere sacrificata per lui – può apparire naturale considerarlo come un bene, anzi come il bene primario.

Può essere quindi istintivo oggi identificare il denaro con la ricchezza. La ricchezza è disponibilità di beni. Per bene si intende qualcosa che soddisfa una necessità – o che può procurare un piacere – e al tempo stesso appaga l’istinto umano alla proprietà.

Una casa è un bene, e rimane casa, con le stesse stanze, la stessa posizione, gli stessi muri, anche in tempo di crisi economica o di inflazione, anche dopo decenni. Un sacco di frumento può essere utilizzato per far pane, da esso possono derivare un tot di pagnotte, sempre lo stesso numero sia che le quotazioni della Borsa salgano, sia che scendano.

Una somma di denaro segue invece le regole convenzionali che di volta in volta si stabiliscono, e a farlo non sono certamente gli individui, né i popoli, né i governi, ma i banchieri e le forze della finanza internazionale.

Gioco di valute e inflazione creano situazioni sempre differenti, incerte e spesso imprevedibili. Chi avesse fatto l’errore di mettere da parte vent’anni fa cento milioni di lire, oggi si ritroverebbe una somma di valore più che dimezzato; chi allora avesse invece congelato l’equivalente in marchi oggi si ritroverebbe, convertendolo in lire, un valore notevolmente incrementato. In certi paesi dell’America Latina la cifra che a gennaio serve per comperare un’automobile, a dicembre è sufficiente appena per un biglietto del treno.

Una vicenda accaduta recentemente ad un mio conoscente è particolarmente chiarificatrice sul rapporto tra denaro e ricchezza. Avendola ereditata, aveva iniziato la ristrutturazione dell’antica casa di famiglia. Mentre spostava una vecchia e pesantissima madia, appoggiata ad una parete chissà da quanto tempo, su un muro apparve un mattone un po’ sconnesso. Fu sufficiente toccarlo perché si muovesse. Una volta estratto, nel buco comparve un piego di carte. Si trattava di banconote italiane degli anni Trenta, minuziosamente arrotolate, e di documenti concernenti la vendita di un terreno. Il nonno del mio conoscente, venditore di quel terreno, aveva riposto lì il suo «tesoro» e la sua morte improvvisa gli impedì di utilizzare quella somma.

Si trattava di un gruzzolo considerevole: all’attuale potere di acquisto della lira sarebbero stati circa due miliardi. Il nipote, recatosi in banca per informarsi su cosa si potesse fare in casi del genere, scoprì che, dopo una complessa trafila burocratica, la Banca d’Italia era disposta a sostituire le banconote con altre in corso, di pari valore nominale. Meno di mezzo milione.

Se quel terreno non fosse stato venduto, il mio conoscente lo avrebbe ereditato; avrebbe ereditato una ricchezza, così come se al posto delle banconote il nonno avesse nascosto dei lingotti d’oro o dei preziosi. Invece, lo sbigottito nipote si è ritrovato tra le mani poco più di carta straccia.

In effetti, per gli individui e per i popoli, nonostante le mille metamorfosi che ha avuto, il denaro è rimasto sempre un puro e semplice strumento economico legato ad un tempo assai limitato e soggetto alle particolari situazioni del momento; quindi non un bene in sé, ma solo un mezzo di valore momentaneo per acquistare o vendere beni reali. Convenzionalmente, denaro può essere oggi la lira, ieri l’ecu, domani l’euro, può cambiare valore, può essere sostituito da titoli, cambiali o altro.

Quando in Italia, negli anni Settanta, la circolazione di monetine risultò insufficiente per la necessità dei piccoli pagamenti – soprattutto per i pedaggi autostradali, l’acquisto di giornali o per le consumazioni al bar – fu messa in circolazione dalle banche una enorme quantità di «miniassegni» da 50, 100, 150 e 200 lire. Questi furono per anni utilizzati, assieme a gettoni telefonici e francobolli, come denaro e circolarono liberamente.

Mezzi di pagamento diversi dai soldi «ufficiali» sono stati inoltre spesso usati e abbiamo notizia che circolano oggi in Italia, in Svizzera e in altre Nazioni sotto forma di ticket, monete locali, buoni acquisto o altro. È sufficiente che un certo numero di cittadini, aziende o associazioni siano disposti ad accettarla che cominciano a funzionare esattamente come il denaro.

Convenzionalmente si può, invece, stabilire di sostituire, nel mercato delle granaglie, sacchi di farina con sacchi di sabbia?

«Nel 1929 gli americani che avevano investito nella borsa di New York si ritenevano ricchissimi, ma bastò che qualcuno non credesse più nel valore di quelle azioni trascinando a valanga tutti gli altri, perché quella ricchezza si rivelasse per ciò che era: carta straccia. L’unico utilizzo ragionevole che se ne potè fare fu di incorniciarla a ricordo di una pazzia collettiva. Il valore di una mucca invece, per quanto possa variare, non può essere ridotto a zero, ci ricaverò sempre del latte o, alla mala parata, ne farò bistecche».

Nei recenti giorni della svalutazione del rublo, per le strade di Mosca si è vista gente pagare i propri acquisti con uova e bottiglie di vodka.

Nel III secolo, sotto l’Impero di Settimio Severo, la grande inflazione costrinse a sostituire molti pagamenti – per esempio le paghe ai soldati – con beni in natura.

È peraltro interessante osservare come oggi l’uso insistente di surrogati dei soldi cui abbiamo sopra accennato – ticket e buoni acquisto – indichi in maniera evidente la necessità di riavvicinarsi a forme che si avvicinano più al baratto che ad una normale circolazione monetaria: un buono-pasto è un bene concreto non soggetto a inflazione o speculazioni, così come un maglione, litri di benzina o qualsiasi altra merce.

Non vogliamo certo affermare che il denaro debba essere distrutto sic et sempliciter né dar corpo a nostalgie degli antichi baratti. Riteniamo invece che i soldi debbano tornare al loro originario ruolo di strumento di scambio, emesso a servizio del popolo, gestito nell’interesse nazionale e sottratto ai tentacoli della speculazione internazionale. Sosteniamo che l’economia deve essere strettamente sottoposta al controllo politico e di tutte quelle categorie che ogni popolo sceglie a propria guida e per propria tutela.

Non è impossibile e probabilmente non sarebbe nemmeno difficile se si ponesse mano a far ordine tra valori, principi e priorità, avendo ben chiari in mente gli interessi e la qualità della vita dell’uomo.

Anche se oggi può sembrare incredibile, il denaro non è sempre esistito; come abbiamo visto, non esisteva negli antichissimi regni, è quasi scomparso per mille anni, nel Medioevo, non esisterebbe ancor oggi in gran parte del cosiddetto Terzo Mondo se non fossero arrivati i «liberatori» a portar dollari, malcostume e corruzione, distruggendo secolari economie autosufficienti.

Eppure in quegli antichissimi regni e nel Medioevo gli uomini son vissuti lo stesso: han mangiato, si son vestiti, han fatto figli, hanno amato, gioito e patito, si son divertiti ed hanno lottato per la sopravvivenza, hanno dipinto e suonato, han pensato e scritto, hanno accumulato ricchezze, anche senza denari da guadagnare e spendere.

Le terre han continuato anche allora ad avere padrone, contadini per coltivarle e fattori per organizzare il lavoro; i pagamenti avvenivano in natura, dividendo i frutti dei campi. L’istituto della mezzadria, erede di medievali contratti di lavoro è sopravvissuto sino alla prima metà di questo secolo e non son pochi a rimpiangerlo. Era un’economia sostanzialmente autarchica, cooperativistica e tranquilla; senza grossi scossoni, c’erano solo da temere le bizze del tempo, ma per superare le brutte conseguenze della siccità o della grandine subentrava sempre quel solidarismo di gruppo oggi così obliterato.

Dalla Rivoluzione industriale ad oggi, l’era del denaro virtuale, della globalizzazione, del potere mondialista è stata tutta una divaricazione tra ricchi e poveri con la quale i ricchi divengono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e più numerosi. Non a caso l’elemento più appariscente dell’attuale sviluppo economico è la disoccupazione. Un elemento destinato nei prossimi anni ad assumere toni sempre più drammatici e devastanti.

Ha recentemente scritto Francesco Alberoni: «In realtà, se riflettiamo, ci accorgiamo che l’occupazione non cresce, anzi diminuisce. Che la ricchezza aumenta, ma per pochi e la povertà per molti. Che la qualità della vita peggiora. E crescono dovunque l’insicurezza, la violenza, la criminalità. La globalizzazione non ha prodotto uno sviluppo uniforme dell’economia. Ha fatto esplodere il capitalismo finanziario a spese di quello imprenditoriale. Non nascono milioni di nuove imprese produttive, non cresce una borghesia legata alla nazione, al territorio, alla città. I capitali corrono dove vi sono opportunità di profitti speculativi, spesso producendo paurose devastazioni umane e sociali».

«Il capitalismo, come sistema sociale, è formato di tre parti. Una puramente economica, speculativa, che non si preoccupa d’altro che del profitto. Questa non è capace di creare la solidarietà, le norme sociali, i valori che tengono unita la società. Da sola disgrega le nazioni, le comunità, la famiglia, produce anarchia e violenza. Poi ne esiste un’altra, rappresentata dagli imprenditori radicati nella propria comunità, con un ‘etica del lavoro, con un forte senso di responsabilità verso la propria impresa, i propri dipendenti. Che non mirano solo al guadagno ma anche al prestigio, al riconoscimento sociale. E infine vi è la terza parte formata dai movimenti che ricostituiscono la solidarietà sociale, i valori, gli ideali».

Mentre le società tradizionali cercavano al loro interno di realizzare una organicità attraverso la quale integrare, sostenere e collegare tutti i suoi differenti elementi – ricchi, lavoratori, intellettuali, artisti, militari, amministratori, magistrati, religiosi, ecc. – l’attuale scenario prevede un solo elemento: il grande magma dei consumatori. Il sistema non prevede ricchi, benestanti e detentori di un reddito sufficiente, ma grandi, medi e piccoli consumatori; i mestatori del denaro, i grandi finanzieri, non sono gli odierni ricchi, ma i detentori del nuovo potere.

Il ricco e il benestante possiedono delle proprietà, il consumatore è un tramite, semplicemente uno strumento necessario alla circolazione vorticosa di prodotti e soldi.

***

In passato il possessore di ricchezza si identificava con il proprietario terriero, o di immobili, o di aziende produttive ben radicate nel tessuto sociale e nazionale. Oggi quella figura è offuscata nell’immaginario collettivo dal detentore di denaro: dal finanziere, dal manager di successo, dal giocoliere delle Borse, dalle multinazionali che acquistano e vendono – valuta, azioni, aziende – con estrema disinvoltura e velocità.

Ma esiste un fossato profondo tra l’odierno denaro e quella ricchezza che è sempre stata una componente presente nelle società. Oggi, per procurarsi soldi, molti soldi, occorre esser più furbi degli altri, maestri in ogni tipo di speculazione. Mai guardarsi indietro o pensare agli altri. Nel passato la ricchezza veniva acquisita principalmente per meriti d’altro tipo: militari, organizzativi, lavorativi, scientifici, politici. Essa si creava all’interno di una realtà sociale e con tale realtà conservava un rapporto diretto e continuativo.

Nei possedimenti dei «signorotti» lavorava un gran numero di contadini, all’interno dei palazzi trovavano impiego maggiordomi, giardinieri, camerieri, cuochi, guardarobiere, cocchieri, stallieri, sguatteri e quant’altri. L’esistenza di queste ricchezze faceva lavorare artigiani ed artisti. In questi borghi il benessere era di gran lunga maggiore che in quelli dove non c’erano signori da servire. E il legame che stringeva i lavoratori ai benestanti era reciproco. A cosa potevano infatti servire i campi senza braccia per coltivarli e i palazzi senza personale per la sua manutenzione?

I ricchi, certamente, potevano essere saggi o arroganti, magnanimi o pusillanimi, ma erano sempre lì, con la loro faccia, coi loro possedimenti, gente tra la gente di quella società. Di fronte alle angherie dei peggiori di loro ci si poteva anche ribellare, come spesso è avvenuto e, forconi in mano, andare all’assalto dei loro palazzi.

Qual è invece la faccia delle multinazionali, che oggi speculano, comprano, vendono, chiudono aziende con migliaia di dipendenti, lasciando dietro di sé, con la massima indifferenza, disoccupazione e gravi problemi sociali? Verso quale palazzo i disperati del 2000 potranno recarsi coi loro forconi e la loro legittima rabbia?

Analogo ragionamento si può fare a proposito dell’attuale circolazione monetaria.

Quando un cittadino spende il proprio denaro – per fare acquisti, o per pagare un servizio – presso un negozio, o un artigiano o un professionista del proprio paese, a livello locale non avviene nulla più di uno scambio e la ricchezza di quella micro-economia non subisce alterazioni.

Il denaro che è finito nelle tasche di quel bottegaio, o di quell’artigiano o di quel professionista, se analogamente sarà speso per fare acquisti nello stesso paese, direttamente o indirettamente, è destinato a ritornare anche a quel cittadino.

Si genera così un indotto micro-economico che consente ad ogni componente sociale di sviluppare il proprio lavoro, cioè di costruire beni vendibili ricavandone un guadagno in grado di trasformarsi in altri beni a lui necessari o utili.

Osserviamo invece cosa avviene oggi sempre più di frequente. Sorgono ovunque centri commerciali e mega supermercati di proprietà multinazionale presso i quali le merci sono vendute a prezzi più convenienti che nei negozi locali. Il cittadino si reca a fare i propri acquisti in questi centri, convinto di fare un grand’affare. Egli pensa di aver realizzato un utile pari alla differenza tra il prezzo pagato e quello proposto dal negozio del proprio paese. In effetti si sbaglia, egli ha compiuto un impoverimento dell’economia locale entro la quale vive e lavora, pari all’intera cifra spesa. Quei soldi non gli potranno mai rientrare in tasca. Gli utili di quei commerci finiscono in un’altra Nazione ad accrescere il potere di qualche gruppo finanziario e di qualche banca.

***

Altro incolmabile fossato che separa la ricchezza dal moderno denaro è rappresentato dal tipo di individui che li impersonano, dalle loro aspirazioni, dal loro modo di gestire la propria vita.

Nella società pre-industriale chi avesse raggiunto con la propria attività lavorativa soddisfacenti risultati – spesso anche il mercante e l’uomo d’affari -generalmente investiva i propri averi in proprietà terriere o immobiliari, capaci di fruttargli una decorosa rendita, e cercava, come si diceva, di «ritirarsi in campagna». Con ciò, in età ancora decente e in buona salute, si dedicava ad interessi culturali, scientifici e a coltivare quelle relazioni affettive e sociali che erano state sacrificate negli anni di lavoro.

L’uomo del moderno denaro è l’esatto opposto di questo tipo di benestante. Non si pone mai un limite all’accumulo e, soprattutto, non scende mai di sella. Si impasticca di sostanze chimiche pur di essere sempre vigile. In campagna ci manda moglie e figli, ma lui rimane perennemente in attività, anche perché sa bene che le rendite di un impero finanziario non sono tranquille e durature se non rinverdite continuamente da nuove e più ardite speculazioni. Non scende mai di sella: la veneranda età di certi manager della finanza ci fa ritenere che il sogno di questi individui sia quello di morire di vecchiaia mentre ancora fanno di conto o, oggi, digitano qualche compra-vendita di titoli sulla tastiera del loro computer.

La ricchezza, per essere tale e per essere riconosciuta utile e legittima da un popolo, deve avere i requisiti della stabilità e del radicamento; il denaro oggi invece si configura sempre più come elemento incontrollabile e volatile, incapace di riconoscere confini nazionali o continentali, di rispettare leggi, di appartenere a categorie o Nazioni.

Fino ad un certo punto almeno le banconote furono ancorate ad un valore aureo: presso le banche di emissione dovevano essere depositati lingotti d’oro equivalenti alla carta-moneta messa in circolazione.

Ancora nel luglio 1944, con gli accordi di Bretton Woods, contemporaneamente all’istituzione del Fondo Monetario Internazionale, si ribadì la convertibilità del dollaro statunitense in oro, imponendo questa moneta come denaro internazionale e come strumento di riserva delle Banche centrali di tutti gli altri Paesi.

Il 15 agosto 1971 il presidente americano Richard Nixon, nel corso di un discorso televisivo, annunciò che gli Stati Uniti sospendevano sine die la convertibilità in oro del dollaro. Da allora tutte le banconote – giacché a livello internazionale direttamente o indirettamente le monete di tutti i paesi erano strettamente vincolate al dollaro – come tutta la gran massa di quasi-denaro circolante, presero il loro volo incontrollato verso atmosfere rarefatte, lontane dalla realtà dei popoli e degli uomini.

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