
Vi proponiamo una nuova riflessione su di un tema già trattato altre volte, la “democrazia”, e su come sia in atto un processo di sostanziale svuotamento del suo moderno significato ufficiale.
Nel corso di questi primi mesi dell’anno, siamo stati attirati da diversi fatti politici in varie parti del mondo, e che possono dare un quadro abbastanza esaustivo della questione in oggetto.
Partiamo dall’esempio offerto dalle presidenziali in Cile, svoltesi a Gennaio. La vittoria di un esponente di “destra” ha portato alla ribalta un atteggiamento che solo Thule ha evidenziato. Il Sud America sta vivendo un decennio di profondo mutamento politico, egemonizzato da forze progressiste di natura diversificata. Il fatto che proprio il Cile, per via della sua storia, abbia oggi “tradito” tale orientamento, affidandosi appunto ad un soggetto politico diverso da quelli in auge, ha innescato un curioso fenomeno di delegittimazione strisciante, da parte di coloro che, tanto dall’interno del Cile, che dall’esterno, tifavano per la continuazione del potere di “sinistra”, il cui grado di comprensione dei problemi del popolo era forse appannato.
In politica la delegittimazione del nemico/avversario è un più che giustificabile strumento di lotta e di affermazione, negarlo sarebbe oltremodo ipocrita. Ma proprio perché la democrazia moderna reca in sé virulenti i germi dell’ipocrisia, ecco che la delegittimazione del nemico/avversario, disconosciuta a parole ma non nei fatti, sembra ormai essere l’unico strumento nelle mani di chi si ritiene custode dei valori democratici stessi, enunciati spesso talmente astratti da risultare lontani dai bisogno reali dei popoli.
Una scelta politica, compiuta in ambito democratico, dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere sovrana e rispettata, visto che ad esternarla è sovente l’attore principale dell’agire democratico, ovvero il corpo elettorale. Invece così non risulta.
Per l’Europa il discorso si fa ancora più grave visto il processo, non sempre cristallino, di integrazione tra gli Stati dell’Unione Europea, attuato in modo para autoritario, ma spacciato con soavi concerti mediatici. Di fatti ogni “voce” dissenziente, o critica, nei riguardi di un fideistico abbandono di ogni dubbio sul radioso futuro dell’UE, viene bollata come portatrice di eresia pura, fuori dalla storia e dalla realtà, come ebbe a dir l’italica mummia presidenziale commentando, a sproposito, l’esito elettorale in Olanda.
Per gli attuali detentori della democrazia i popoli dovrebbero, per esser ritenuti affidabili su certi standard di maturità decisionale, scegliere SEMPRE quelli che sono i portatori esclusivi di una certa Weltanschauung. Pena l’esser considerati “politicamente immaturi” o “poco informati”.
Tale discorso lo si può evincere in numerosi contesti geografici, dove risultati elettorali non graditi ad una certa linea di pensiero vengono osteggiati, e maldestramente delegittimati da una polifonia di attori non certo disinteressati.
Qui sta il problema. Esiste un muro a difesa dell’ortodossia democratica, che limita di fatto le libertà decisionali dei popoli, che tenta di condizionarne la consapevolezza e le scelte. Un muro che annulla il senso stesso, ontologico, della democrazia moderna che, in teoria, dovrebbe tutelare la volontà popolare. Ma quando la volontà popolare non corrisponde a certe aspettative, ecco che viene eretto un muro a difesa della sedicente ortodossia democratica, che evidentemente tutela non tanto l’espressione di principi teorici, quanto l’autoconservazione del sistema vigente.
| 1. Mosley e la nascita del movimento fascista |
| 2. I cardini della politica della British Union of Fascists |
| 3. I nemici: ebrei e comunisti |
| 4. Adesioni: estrazione sociale e distribuzione geografica dei consensi |
1. Mosley e la nascita del movimento fascista.
Il sorgere di un fascismo inglese è indissolubilmente legato alla figura di Oswald Mosley. A lui la British Union of Fascists (BUF) dovette il suo prestigio e i consensi che raccolse, almeno fino allo scoppio della guerra, anche se né l’uno né gli altri assicurarono al movimento il successo elettorale. Una breve introduzione sulla vita e sull’iter politico del leader del fascismo inglese ci permetterà di ricostruire il contesto, che ha reso possibile quella “aberration in British political history”1): così è stata, infatti, definita la nascita di un movimento fascista attivo nella più stabile democrazia liberale del mondo occidentale. Nato nel 1896 nella contea di Staffordshire, a nord di Birmingham, il maggiore di tre figli, Oswald Mosley proveniva da una famiglia facoltosa ed influente. Dopo gli studi a Winchester e a Sandurst, entrò come volontario nei Royal Flying Corps e partecipò alla prima guerra mondiale. Nel 1916 fu dimesso dall’esercito per invalidità in seguito ad una ferita riportata sul campo di battaglia e cominciò a frequentare i circoli politici e culturali britannici. Nel 1922 si presentò alle elezioni politiche come candidato del partito conservatore, ma non si considerò mai un vero politico: il suo interesse era rivolto principalmente ai problemi economici e sociali. Nel 1924, in seguito a contrasti sia personali sia di vedute politiche con i conservatori, decise di entrare a far parte del partito laburista e nel 1929 fu nominato Chancellor of the Duchy of Lancashire (ministro senza portafoglio), con l’incarico di occuparsi del problema della disoccupazione. Mosley fu apprezzato da molti esponenti politici del suo tempo, specialmente durante la sua breve militanza nel partito conservatore, quando fu definito “/…/ the most brilliant man in the House of Commons; /…/ the perfect politician who is also a perfect gentleman”2); i giornali dell’epoca ne parlarono in termini entusiastici, indicandolo addirittura tra i possibili candidati alla carica di Primo Ministro. Tuttavia, la sua incompatibilità con il sistema politico vigente si fece sempre più evidente fino alla decisione, nel maggio del 1930, di dimettersi dalla carica di ministro 3) per fondare, nello stesso anno, un suo partito, il New Party. Nel programma del nuovo partito erano sì presenti idee innovative soprattutto in materia di politica economica, tuttavia mancavano obiettivi a lungo termine ben definiti ed i suoi membri erano per lo più dissidenti provenienti dai partiti tradizionali: in quella fase il New Party non rappresentava perciò né una concreta alternativa né una vera e propria rottura rispetto ai partiti tradizionali. Fu nell’ottobre del 1932 che maturò la scelta di fondare un nuovo partito denominato British Union of Fascists (BUF). Non si trattava dell’unico movimento fascista di quel periodo, dato che esistevano altre due formazioni di orientamento analogo, la British Fascists (BF) e la Imperial Fascist League (IFL). Sorte negli anni Venti come reazione al “pericolo rosso” e caratterizzate da un forte patriottismo, esse, però, raccolsero scarsi consensi e persero progressivamente d’importanza, fino ad estinguersi nella prima metà degli anni Trenta. Nonostante i tentativi di Mosley di raggruppare i fascisti in un unico movimento, sotto la sua direzione, la BUF non trovò nei suoi predecessori degli alleati, bensì dei rivali.4) È noto, infatti, che tra gli esponenti delle opposte fazioni si verificarono violenti scontri che andarono ad aggiungersi ai numerosi tafferugli tra le Camicie Nere 5) e i loro oppositori, in particolare comunisti ed ebrei. La maggior parte di questi scontri avvenne durante i comizi di Mosley, che erano il principale mezzo di propaganda politica della BUF: ad essa era negata, infatti, la propaganda radiofonica e, data la scarsità di fondi, il suo organo di stampa, The Blackshirt, che verrà pubblicato a partire dal 1933, aveva tiratura limitata. Mosley aveva grandi doti oratorie, egli stesso lo riconobbe e, come sostiene Skidelsky, si convinse che “political power lay in the response of a large audience to a stirring speech /…/”.6) Aveva molta fiducia nelle sue capacità come leader del movimento e come futuro leader della nazione.7) I suoi sostenitori e i suoi collaboratori lo acclamavano come leader indiscusso del movimento e vedevano in lui l’uomo che, con il suo entusiasmo, la sua forza e il suo carattere autoritario ed arrogante, sapeva farsi trascinatore di folle, finendo per condurre la BUF alla vittoria elettorale e la Gran Bretagna alla stabilità politica ed economica. V’era chi riconosceva in lui il nuovo Cesare, che avrebbe permesso agli inglesi di recuperare l’antico splendore della loro nazione: /…/ a national leader, a hero, who will give the British people the confidence to recover the spirit they have lost. /…/ Mosley is already emerging from the political obscurity into which his enemies had dismissed him. Behind him come a host of enthusiastic followers prepared to die that Britain again may live
Mosley era il blackshirt per eccellenza, il fascist man ideale: /…/ tall and muscular, square-jawed and straight-backed – signifying discipline, courage and vitality. Drawn without softening curves, he was a product of an industrial society, an ‘instrument of steel’ for an ‘iron age’. /…/ the fascist had only one joy: the cause. /…/ Fascist man was to recapture the spirit of the front, the ‘dedication to the cause that transcends self and faction’ 9). Il new fascist man, che la BUF si proponeva di creare, agiva nella società seguendo un unico fondamentale principio, quello, cioè, di mettersi al servizio dello stato ed agire per il bene della nazione e non per i propri interessi o per quelli di un gruppo. La domanda che egli doveva continuamente porsi era “Come posso servire lo Stato?”. Mosley parlava di “private freedom in public service”, vale a dire una libertà individuale, che però fosse inserita in un contesto di benessere comune e di difesa dell’interesse nazionale.10) Questo modo di pensare e di agire nella società era in netto contrasto con l’individualismo tipico della mentalità borghese che dominava l’Europa degli anni Trenta11) ed è uno degli aspetti rivoluzionari della BUF.12)
2. I cardini della politica della BUF.
La lettura di The Blackshirt,13) settimanale del movimento di Mosley, e della rivista trimestrale The Fascist Quarterly,14) rispettivamente per i periodi compresi tra il gennaio 1937 e il marzo 1940, e tra il gennaio1935 e il gennaio 1940,15) ci consente di individuare i temi ricorrenti nella politica della BUF e di verificare l’opinione di alcuni studiosi, secondo i quali è possibile riscontrare un notevole grado di coerenza nelle idee guida della BUF, dalla sua nascita fino alla sua dissoluzione durante la guerra.16) Questa conclusione trova un’ulteriore conferma nell’analisi di alcuni scritti dello stesso Mosley, dai quali conviene estrapolare preliminarmente i principi ispiratori e le linee guida. Eccone uno schematico elenco: 1) politica economica basata sull’organizzazione corporativa dello stato; 2) patriottismo: attaccamento al Re e all’Impero, l’apertura alle istanze degli ex combattenti; 3) politica estera: amicizia tra le nazioni fasciste; 4) antisemitismo.17)
2.1 La politica economica.
La Gran Bretagna, che pur era uscita vincitrice dal conflitto mondiale e poteva contare sulle risorse dell’Impero e dei dominions, si trovò, tuttavia, a dover fare i conti con i debiti contratti con gli Stati Uniti e con la situazione di crisi generale, che ostacolarono la ripresa nel dopoguerra e segnarono la sua perdita del ruolo di grande potenza. Nel corso degli anni Venti, la disoccupazione toccò livelli mai raggiunti prima – si contavano più di un milione di disoccupati – e nel 1926, il governo conservatore dovette affrontare un’ondata di scioperi e agitazioni sociali senza precedenti. La crisi del 1929, inoltre, sopravvenne ad aggravare ulteriormente la situazione e i governi, laburista prima e conservatore poi, si mostrarono incapaci guidare il paese fuori dalla “grande depressione”. Fin dai suoi esordi nella politica attiva, Mosley dedicò particolare attenzione all’andamento dell’economia e alle politiche economiche adottate dal governo britannico. Il vero problema da risolvere era per Mosley la disoccupazione, da lui avvertito come un’ingiustizia, oltre che come segno del declino della nazione. Fu proprio tra i disoccupati, tendenzialmente disponibili al dialogo con movimenti nuovi e anti-sistema, che il fascismo reclutò molti dei suoi aderenti.18) Né i conservatori, né i laburisti avevano saputo trovare una cura efficace per sanare la grave piaga della disoccupazione. Il New Party nacque proprio dalla esigenza di raccogliere consensi per una National Policy,19) elaborata a partire dalla metà degli anni Venti, nella quale Mosley proponeva una riorganizzazione della politica economica britannica. Tale riorganizzazione si era resa ancor più urgente dopo la crisi del 1929, per evitare il declino della nazione e consentirle di “continuare a vivere in un modo degno della sua grandezza”.20) La soluzione di Mosley alle difficoltà economiche della Gran Bretagna prevedeva l’adozione di una politica protezionistica, l’introduzione di tecniche moderne di produzione di massa e la ripresa degli scambi con l’Impero. Questi cambiamenti, però, potevano avvenire solamente all’interno di un Stato organizzato su basi corporative. La creazione di uno Stato corporativo sul modello italiano era il primo obiettivo che la BUF si proponeva di realizzare, non appena avesse ottenuto il suo primo successo elettorale. Numerosi saggi pubblicati in The Fascist Quarterly tessono le lodi del sistema corporativo. Ad esempio Ezra Pound21) si dichiara sostenitore del sistema corporativo, sulla base dei successi ottenuti in Italia e sostiene che, proprio in virtù di questo sistema, l’Italia è all’avanguardia rispetto alla Gran Bretagna e all’America.22) Alexander Raven Thomson, uno dei più validi collaboratori di Mosley 23), descrive il futuro Stato fascista britannico come un’entità corporativa, nella quale gli individui, dotati di iniziativa e capacità di impresa, sanno organizzare le attività in modo funzionale.24) Anne Brock Griggs individua uno dei grandi vantaggi del sistema corporativo nella eliminazione della lotta di classe e tra i sessi, affermando che ciò è possibile, perché nello Stato corporativo l’interesse della nazione ha la priorità su quello dell’individuo.25) Tra i saggi pubblicati sulla rivista compare anche una traduzione del “Discorso di Mussolini all’Assemblea del Consiglio Nazionale delle Corporazioni” del 14 novembre 1934 e l’obiettivo dichiarato è quello di dimostrare l’adattabilità del sistema corporativo a realtà diverse da quella italiana.26) Come si è detto, la politica economica proposta per lo Stato corporativo doveva essere di tipo protezionistico, ovvero una politica che sottraesse il mercato britannico alle incertezze del sistema capitalistico, garantendo alla nazione una totale autosufficienza: /…/ the Corporate economic system would be a system of ‘economic self-government’, protected from internal and external shock by the subordination of finance capital to the national interest, ‘scientific protection’ and imperial autarchy.27) Si parla di ‘protezionismo scientifico’, in quanto non solo gli scambi economici vengono limitati al canale preferenziale tra madre patria ed Impero,28) ma ci si preoccupa anche di adeguare la macchina produttiva alle innovazioni tecnologiche, così da consentire una produzione di massa e l’aumento dei salari, senza tuttavia perdere in competitività.29) Fondamentale ai fini di questa politica protezionistica è il potenziamento dell’agricoltura britannica, che doveva consentire di ottenere un produzione interna sufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione, senza dover ricorrere alle importazioni. La BUF si fece, tra l’altro, promotrice di una campagna per la creazione di un Food Front, che garantisse la coltivazione di tutto il suolo britannico coltivabile e il suo massimo rendimento, intendendo per “suolo britannico” anche i territori delle colonie e dei dominions. Nella British Union Quarterly 30) si leggono frequenti critiche al governo contro una politica economica che si affida alle importazioni e trascura il mercato agricolo nazionale: Again and again in these notes we have drawn attention to the great danger of neglet of home agriculture, and have pointed out the treasonable nature of financial policy sacrifying home production of food to cheap imports from foreign countries in payments of interests of loans from the City of London.31) Nella stessa rivista sono frequenti anche riferimenti alla difficile situazione dei lavoratori inglesi e alla mancanza di interventi da parte del governo. Ad esempio, nell’introduzione al numero di ottobre/dicembre 1937, vengono forniti i dati sull’occupazione riguardanti i mesi di settembre e ottobre e si fa notare che il numero di disoccupati in questo periodo è pari a quello raggiunto nello stesso periodo del 1929, anno del crollo di Wall Street. Si passa quindi ad accusare il governo di interessarsi unicamente ai problemi di politica estera, nella fattispecie ai conflitti in Spagna e in Cina, e di richiedere continui sacrifici alla popolazione per questioni che, invece, non dovrebbero essere di competenza britannica.32) Le accuse al governo nazionale per la sua incapacità a far fronte ai problemi economici appaiono di frequente anche sulle pagine del settimanale fascista The Blackshirt e ad esse si accompagnano gli incitamenti ai lavoratori, affinché esprimano il loro malcontento schierandosi con la BUF. Questi inviti a manifestare il proprio dissenso e a votare BUF sono per lo più presentati sotto forma di slogan. The Blackshirt, infatti, è un organo di propaganda politica caratterizzato da grandi titoli in prima pagina, veri e propri motti, che i seguaci di Mosley ripetevano, poi, durante i comizi a sostegno del loro leader. Tra questi slogan quello più espressivo nell’ambito della battaglia per una nuova politica economica è probabilmente: “We Fight for Freedom and for Bread”.33) L’elaborazione di una nuova politica economica fu una costante del fascismo inglese così come dei fascismi continentali, ma, laddove Mosley si impegnò in prima persona nell’analisi dei problemi economici e nella ricerca di soluzioni alternative a quelle proposte dai partiti tradizionali, Mussolini ed Hitler, pur coscienti del ruolo che una politica economica efficace svolgeva nell’attirare i consensi di tutti gli strati sociali, tesero a non occuparsene personalmente, ma piuttosto ad affidare ai loro collaboratori lo studio di metodi utili a risollevare dalla crisi postbellica le rispettive nazioni.
2.2 Patriottismo. La BUF tra passato e presente.
Alcuni aspetti della fisionomia radical-patriottica della BUF sono già emersi dalle osservazioni fatte sinora. Ad esempio, la volontà di riallacciare i rapporti con l’Impero e il desiderio di restituire alla nazione il prestigio e lo splendore d’un tempo si possono ritenere espressioni di valori patriottici e nazionalisti. Il protezionismo, a sua volta, può considerarsi come traduzione in termini economici del patriottismo. La BUF rappresentava una novità assoluta per la realtà politica britannica, perché univa un aspetto tradizionale ad uno rivoluzionario.34) Il patriottismo, con il suo attaccamento alla monarchia e all’Impero, era affiancato, e addirittura valorizzato, da una politica economica del tutto innovativa. Il fascismo proponeva una rivoluzione nella società e nel governo, ma ciò – a detta dello stesso Mosley – non richiedeva necessariamente uno stravolgimento delle istituzioni esistenti.35) Si trattava piuttosto di armonizzare il vecchio e il nuovo, di preservare gli aspetti tradizionali adeguandoli ai cambiamenti indispensabili per il progresso della nazione. La BUF voleva far rivivere le virtù del glorioso passato imperiale e, contemporaneamente, farsi artefice della modernizzazione della Gran Bretagna: The BUF saw itself as embodying all the essentially British virtues of the past, whilst at the same time holding all the necessary virtues for a truly ‘scientific’ and modern future. 36) Fu proprio l’unione di tradizione e “rivoluzione” che attirò al movimento di Mosley i consensi di “alcuni autentici, ma patriottici, rivoluzionari”.37) Costoro erano per la maggior parte uomini che, come lo stesso Mosley, avevano combattuto nella prima guerra mondiale, dando prova di patriottismo e di spirito di sacrificio. Essi apprezzavano il valore che Mosley attribuiva alla disciplina, al comando, all’obbedienza, all’ordine e alla lealtà, ma erano anche strenui sostenitori della pace. Ai loro occhi la guerra era stata frutto di un inganno messo in atto dai vecchi governanti nei confronti delle giovani generazioni. Chi era sopravvissuto si era reso conto che la guerra non aveva portato né la vittoria della democrazia nel mondo né il benessere promesso agli “eroi”. Si era dovuto, bensì, assistere all’affermarsi del comunismo, del fascismo, del nazionalsocialismo e all’aumento della disoccupazione e della miseria.38) Altri giovani aderirono alla BUF per essere solidali con gli ex combattenti, dei quali avevano ammirato la dedizione e il sacrificio per la patria. Lo stesso Mosley definiva il suo, come un movimento di ex-combattenti, di giovani che volevano sradicare la corruzione del passato e opporsi ad una nuova guerra.39) Che il patriottismo fosse uno degli elementi portanti della BUF, risulta evidente anche dalla lettura di The Blackshirt. La prima pagina di ogni numero presenta, accanto all’intestazione, la scritta “The Patriotic Worker Paper”, e il giornale riporta molti articoli che attaccano il governo, perché si occupa di questioni che esulano dagli interessi strettamente britannici. Ad esempio, molto spazio è riservato alle notizie relative all’intervento britannico nella questione etiopica, alle prese di posizione antitedesche della stampa filogovernativa, all’accoglienza di profughi ebrei e ai presunti prestiti alla Russia. Questi articoli sono spesso introdotti o seguiti dallo slogan “Mind Britain’s Business!”40): un chiaro invito a non immischiarsi in questioni extra-britanniche e un recupero di posizioni isolazionistiche e insulari, che costituivano un leitmotiv nella storia del paese. Numerose sono anche le pressioni al governo, affinché operi interventi che migliorino la condizione di vita dei lavoratori britannici, sia dal punto di vista economico che sanitario, così da favorire la crescita della popolazione. Per Mosley, come per Mussolini, una popolazione sana e numerosa era indice di forza e garanzia di longevità della nazione.41) Solo un popolo nel pieno delle sue forze avrebbe potuto riportare il Regno Unito ai fasti del suo glorioso passato. I tentativi di inscrivere il movimento fascista all’interno della tradizione britannica andarono oltre le dichiarazioni di fiducia al Re e le pressioni per il recupero dei legami con l’Impero. Si giunse fino a far risalire le origini del fascismo inglese all’età elisabettiana e a parlare di “Merrie England” e di “Britain for the British”, proprio come all’epoca dei Tudor. In un saggio pubblicato nel 1935 in The Fascist Quarterly, A.L. Glasfurd rintraccia le similitudini tra quel periodo glorioso della storia inglese e l’attuale fase di affermazione del fascismo in Gran Bretagna.42) Il forte spirito patriottico, l’avanzata coscienza sociale, l’idealismo, lo spirito di sacrificio sono elementi presenti in entrambe le epoche. Sia l’uomo dell’età elisabettiana, che il fascist man si contraddistinguono per il loro essere men of action. Quella dei Tudor fu un’epoca di dittatura e di integrazione nazionale, eppure fu proprio allora che l’Inghilterra sperimentò una rinascita culturale mai eguagliata né prima né dopo: l’obiettivo del fascismo è di riportare la nazione a quell’antico splendore. La politica economica fascista, per quanto innovativa, conserva un certo grado di prudenza, che caratterizzava anche la politica economica di quell’epoca fiorente. Glasfurd conclude invitando i membri dei partiti tradizionali, che guardano con diffidenza ed orrore al sorgere del movimento fascista, a prendere atto di queste analogie e costanti storiche e ad ammettere che il fascismo è il pieno accordo con il “genio britannico”. Questo tentativo di individuare dei tratti comuni tra la nuova epoca che i fascismo si proponeva di fondare e un’epoca gloriosa della storia della nazione è una caratteristica comune al fascismo italiano e al nazismo tedesco che, come è noto, si rifecero rispettivamente all’età dell’impero romano e alla mitologia nordica. Malgrado questi tentativi di tracciare una linea di continuità tra passato e presente, la BUF non riuscì mai del tutto a liberarsi dall’accusa di essere un “prodotto d’importazione”, un’imitazione del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco.
2.2.1 BUF e rivoluzione.
In riferimento al fascismo inglese abbiamo più volte accennato al binomio ‘tradizione-rivoluzione’. Poc’anzi abbiamo chiarito quali fossero gli aspetti su cui Mosley e i suoi collaboratori insistevano per dimostrare la compatibilità del movimento fascista con la tradizione britannica: dal legame con la monarchia alle analogie con la gloriosa età elisabettiana, dall’importanza del rapporto con l’Impero all’esaltazione dell’insularità britannica. Cerchiamo ora di capire, servendoci anche di un paragone con il fascismo italiano, in che misura il movimento fascista inglese possa essere definito “rivoluzionario”. È evidente, però, che mentre per il fascismo italiano la portata rivoluzionaria può essere valutata in base agli obiettivi effettivamente raggiunti, per il fascismo inglese non è possibile andare oltre la formulazione di ipotesi elaborate a partire dalle intenzioni programmatiche della BUF. Stabiliamo innanzitutto che cosa s’intende per “rivoluzione”. Secondo la definizione che ne ha dato Norberto Bobbio “la rivoluzione è il tentativo accompagnato dall’uso della violenza di rovesciare le autorità politiche esistenti e di sostituirle al fine di effettuare profondi cambiamenti nei rapporti politici, nell’ordinamento giuridico-costituzionale e nella sfera socio-economica.”43) In quest’ottica possiamo allora affermare senza dubbio che la “marcia su Roma” e le violenze squadriste rientrassero in un processo rivoluzionario, ma non può dirsi altrettanto per la fase successiva in cui i fascisti governarono in coalizione con le forze liberali. Questo compromesso – come nota Gentile – risultò del tutto inaccettabile per gli squadristi che avevano confidato in quell’azione rivoluzionaria per l’avvio di un radicale cambiamento politico e sociale. I “rivoluzionari” considerarono l’esito della “marcia” come un vero e proprio tradimento delle loro aspettative. Mussolini – come sostiene De Felice – aveva abbandonato, già nel 1920, l’idea di “un movimento rivoluzionario d’élite” e da allora era andato ricercando un allargamento delle basi del fascismo per farne un partito nazionale.44) Il leader fascista, infatti, era consapevole della necessità guadagnarsi l’appoggio della classe borghese che voleva sì un rinnovamento, ma che nutriva anche un forte desiderio di stabilità. Per questo motivo, una volta conquistato il potere, il fascismo doveva procedere in modo graduale verso il cambiamento: “mutare la sostanza mantenendo temporaneamente alcune vecchie forme”.45) Questo non significava, tuttavia, rinunciare agli obiettivi rivoluzionari, ma piuttosto introdurre una variante relativamente ai tempi e ai modi della rivoluzione così da renderla “più accettabile”. E una rivoluzione – sebbene forse non nei termini auspicati dai più facinorosi – di fatto vi fu: a pochi anni dalla “marcia su Roma” i partiti erano stati aboliti, le organizzazioni sindacali soppresse, soppressa anche la libertà di stampa, introdotte le “leggi fascistissime”, avviato il sistema corporativo. Per quanto riguarda il fascismo inglese, come si è detto, prenderemo in esame le intenzioni programmatiche che gli scritti di Mosley illustrano in maniera esaustiva. Il leader fascista in The Greater Britain – il primo volume pubblicato dopo la nascita della BUF nel 1932 – definì in questi termini il suo movimento: The BUF is revolutionary or it is nothing, because the corporate state would not reform the current system but create a new society 46). L’obiettivo era, dunque, quello di creare un società nuova in cui però ci sarebbe stata armonia tra ciò che di buono il passato aveva costruito e le innovazioni del fascismo indispensabili per mantenere il paese al passo con i tempi. In campo economico, Mosley prospettava cambiamenti radicali, ma, in realtà, oltre all’introduzione del corporativismo, l’intenzione era di conservare il sistema capitalistico, abbinandolo al cosiddetto “protezionismo scientifico”: produzione di massa – grazie al rinnovamento tecnologico – e scambi economici limitati al canale “madre patria – Impero”.47) Queste proposte rappresentavano indubbiamente una novità nel panorama politico inglese, ma non sembrano sufficienti a fare del fascismo inglese un movimento rivoluzionario. L’aspetto veramente rivoluzionario emerge, invece, se si considerano i cambiamenti che Mosley prevedeva di apportare al sistema politico: si noti, però, che sulle pagine del Blackshirt e della Quarterly viene dato scarso rilievo ai progetti di riforme politico-istituzionali, mentre ampio spazio è dedicato alle innovazioni previste in campo economico. Il sistema politico all’interno dello Stato fascista avrebbe subito modifiche radicali. Mosley avrebbe guidato il paese: il potere effettivo sarebbe stato nelle sue mani. I partiti sarebbero stati aboliti, il parlamento eletto dal popolo e i candidati votati sulla base del loro ruolo all’interno dello Stato corporativo. Il governo fascista avrebbe potuto essere sciolto solo in seguito ad un plebiscito.48) Mosley sosteneva che il cittadino avrebbe dovuto dedicarsi interamente alla causa fascista ed avrebbe goduto di libertà individuale, ma allo stesso tempo il leader fascista metteva in chiaro che: There will be no room in Britain for those who do not accept the principle “all for the State and state for all.49) Quindi – come nota Coupland – l’individuo sarebbe stato libero ammesso che avesse fatto propria la visione del mondo imposta dal fascismo.50) Questo schematico riepilogo degli obiettivi che il fascismo inglese si proponeva di realizzare una volta conquistato il potere dà un’idea della portata rivoluzionaria del programma della BUF e rivela non poche affinità con il fascismo italiano, che lo stesso Mosley aveva per altro indicato come il modello da seguire.
2.2.2 Gli ex combattenti e i movimenti fascisti.
Molto è stato scritto, e molto ancora si potrebbe scrivere, su quello che la Grande Guerra significò per tutti coloro che vi presero parte e sulle ripercussioni devastanti, che quell’evento senza precedenti ebbe, non solo sul piano concreto delle distruzione, della crisi economica, delle relazioni tra nazioni, ecc., ma anche – ed è proprio questo l’aspetto che qui ci interessa – sulla psicologia di chi visse l’esperienza della trincea. Uomini, che dovettero fare i conti con una realtà stravolta fin nelle fondamenta, dove la morte era ormai diventata la normalità e la vita – o meglio la sopravvivenza – era, invece, l’eccezione; dove le giornate seguivano il ritmo dei bombardamenti e non più il ritmo naturale dell’alternarsi del giorno e della notte; dove le tanto elogiate innovazioni della tecnica, che avrebbero dovuto portare il benessere, portavano, invece distruzione, come mai prima d’allora. Alla fine della guerra i sopravvissuti – vincitori e vinti in egual misura – dovettero fare i conti con le difficoltà di ritrovare una collocazione nel contesto sociale ed economico del dopoguerra e, inevitabilmente, provarono uno straziante senso di sradicamento. La guerra, inoltre, aveva rappresentato la sconfitta di quegli ideali in cui avevano creduto e per cui avevano combattuto e li aveva privati della forza di credere in qualsiasi valore o verità.51) Tutto questo, contribuì a far nascere in loro un forte desiderio di ritrovare quella tranquillità e quella “normalità”, che erano state loro negate. Ma era vivo in loro anche un senso di repulsione nei confronti di quel sistema politico e culturale che aveva portato al conflitto e altrettanto profonda era la voglia di cambiare radicalmente quel sistema. Questa necessità di cambiamento si tradusse, talora, in prese di posizione estreme, che, comportarono l’inevitabile frattura con il sistema liberal-democratico, come nel caso del fascismo e il nazionalsocialismo.52) La nascita e le fortune politiche del fascismo, in Italia e in Gran Bretagna seguirono, indubbiamente, modi e tempi completamente diversi, tuttavia – come si è visto sinora – non è del tutto impossibile rintracciare alcune analogie. L’esperienza bellica fu una delle caratteristiche che molti dei sostenitori del fascismo italiano e inglese ebbero in comune. Per quanto riguarda il contesto italiano, Gentile distingue tra “le masse”, per le quali la guerra era stata “un’esperienza grande, traumatica, ma che aveva lasciato in loro un desiderio di pace, tranquillità, benessere”, e, invece, i “nuclei di minoranza”, costituiti dalle “avanguardie” o “aristocrazie guerriere”, che avevano veramente “assimilato la lezione della guerra”, ne avevano “compreso il valore rivoluzionario” e volevano la “distruzione degli istituti liberali”: da queste minoranze nacque la classe dirigente fascista.53) Anche in Gran Bretagna Mosley e buona parte dei dirigenti del movimento fascista erano ex-combattenti54) che, nonostante i loro esordi in politica tra le file dei conservatori o dei laburisti, non avevano mai smesso di avvertire una certa incompatibilità con gli esponenti delle classe politica tradizionale e, anzi, fu proprio durante la sua militanza nei partiti conservatore e laburista che Mosley iniziò a nutrire un crescente disprezzo verso gli “old parties”, dai quali – come sottolinea Cross – “he felt separated by the barrier of the war”.55) La guerra, inoltre, funse da elemento di coesione tra la generazione che aveva vissuto direttamente quell’esperienza e ne conosceva gli orrori e i giovani che provavano ammirazione per i sacrifici degli ex-combattenti e desideravano un cambiamento tale da impedire il ripetersi di quei tragici eventi.
2.3 La politica estera: il Patto a quattro e l’amicizia tra i fascismi.
In politica estera, il movimento fascista inglese si poneva come obiettivi principali la difesa da quelle che considerava le minacce comunista ed ebraica e la salvaguardia della pace tra le nazioni. Si trattava, dunque, di obiettivi piuttosto ambiziosi, ma presentati sotto forma di semplice slogan propagandistico come parte del programma della BUF: We fight not only for the salvation of the land we love, we fight also for the Peace of Mankind.56) Mosley riteneva che, per raggiungere questi obiettivi, le quattro potenze occidentali, Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania, avrebbero dovuto formare un fronte comune. In The World Alternative, il leader fascista sosteneva che gli Stati occidentali avevano interessi diversi, ma non per questo contrastanti o tanto inconciliabili da ostacolare la realizzazione di una “new European synthesis and solidarity.”57) Il “Patto a quattro”, che la BUF proponeva, non richiedeva, di necessità, una conversione al fascismo di tutti gli Stati interessati: l’unione si sarebbe potuta costituire anche se le forme di governo delle quattro potenze erano diverse. Mosley notava che, anche tra i fascismi, c’erano differenze significative, dovute, per lo più, alla componente nazionalista connaturata al fascismo stesso; tuttavia l’avversione verso il comunismo e il desiderio di sconfiggerlo definitivamente sarebbero stati sufficienti punti d’accordo per un’azione comune: Hitler e Mussolini si interessarono al nostro partito non perché le nostre idee politiche fossero simili (gli scopi di questi movimenti nazionalisti, infatti, erano notevolmente differenti nei diversi Paesi) ma perché noi eravamo strenui avversari del comunismo e non avevamo intenzione di essere ostili nei confronti di alcun Paese europeo che non avesse intenzione di danneggiare gli interessi britannici.58) I fascisti inglesi seguirono, comunque, con attenzione anche la diffusione del fascismo in Francia. Il fatto che, nella prima metà degli anni Trenta, la Croix de Feu 59) avesse acquisito nuovi sostenitori e adottato un atteggiamento più decisamente fascista era visto come espressione della crescente sfiducia nel sistema democratico,60) oltre che come rafforzamento del fronte anticomunista. Il piano di difesa contro il comunismo non prevedeva, però, al di là di una presa di posizione ostile, alcun intervento attivo della Gran Bretagna, ma piuttosto un totale disinteresse verso l’Est europeo. Ciò significava, da un lato, la cessazione dei prestiti di denaro alla Russia e, dall’altro, il via libera a Hitler e al suo programma di “ilotizzazione” delle popolazioni slave: (Mosley advocates) /…/ a complete renunciation of any interest in the affairs of Eastern Europe. Adolf Hitler has taken upon himself the task of excluding Communism from Europe and forming a bulkwark against any return of this destructive creed from barbaric Russia. Let him then have free hand in Eastern Europe /…/.61) La Gran Bretagna, dal canto suo, si sarebbe occupata di difendere l’Europa dalla minaccia proveniente da Ovest, vale a dire dalla Finanza Internazionale, che – Mosley lo credeva fermamente – era nelle mani degli ebrei: /… / let Britain release the European States once and for all from the stranglehold of usury operating from Jew ridden Wall Street.62) Delle prese di posizione britanniche contro comunisti ed ebrei tratteremo più approfonditamente nel paragrafo successivo, dedicato, appunto ai nemici della BUF. Ciò su cui desideriamo soffermarci qui sono, invece, i rapporti tra i fascismi europei e, nella fattispecie, tra il fascismo inglese e, rispettivamente, il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco. Per l’analisi di questi aspetti ci affidiamo, ancora una volta, agli scritti di Mosley, in particolare alla già citata autobiografia, e ai saggi e agli articoli pubblicati sugli organi di stampa legati al movimento fascista inglese. Come accennato poc’anzi, il leader della BUF era cosciente del fatto che il fascismo, caratterizzato da una forte componente nazionalista, assumeva forme diverse nelle diverse nazioni e si batteva per la difesa degli interessi e del prestigio della singola nazione in cui si era diffuso. Questo aspetto del fascismo ne costituiva ad un tempo, paradossalmente, la forza e la debolezza.63) Se da un lato, infatti, la fede profondamente nazionale contribuiva al potenziamento dello Stato fascista, che veniva organizzato in modo tale da prevalere e dominare su tutti, dall’altro, quella stessa fede impediva la piena collaborazione tra gli Stati fascisti, che, decisi a primeggiare singolarmente, non sarebbero stati disposti a una condivisione del potere. Mosley teneva molto a sottolineare le diversità tra i fascismi e negava l’esistenza di una ‘internazionale fascista’: Non riuscii a trovare nulla nel fascismo italiano di simile alla politica da me ideata /…/. Questa politica che diffondemmo in tutta la Gran Bretagna nei sette anni di vita del movimento fascista inglese tra il 1932 e il 1939 /…/ superava di molto la politica seguita sia dall’Italia che dalla Germania in quel periodo e non aveva nulla a che fare con nessuna delle due. /… / Il nostro errore non fu l’unione, ma la divisione. Divisione che derivava da una causa naturale: la differenza delle nostre politiche e delle nostre vedute, derivante a sua volta dalle caratteristiche nazionali dei nostri movimenti.64) Pur prendendo atto degli ostacoli alla cooperazione tra fascismi, Mosley non escludeva la possibilità di rapporti amichevoli tra di essi e non perdeva occasione per elogiare Mussolini e Hitler e difendere le loro prese di posizione, fino a rappresentarli come vittime delle democrazie, Gran Bretagna in testa, che volevano trascinarli in una guerra.
2.3.1 Mosley e Mussolini.
L’atteggiamento di Mosley verso Mussolini e il fascismo italiano era ambivalente: da un lato, egli negava categoricamente qualsiasi intenzione del suo movimento di emulare il corrispettivo italiano e insisteva sull’originalità del fascismo inglese; dall’altro, molti erano gli elogi riservati a Mussolini e a le sue realizzazioni in Italia, inoltre, spesso, in particolare sulla Quarterly, il governo italiano veniva espressamente indicato come l’esempio da seguire. Per quanto riguarda i rapporti con il capo del fascismo italiano, Mosley, nell’autobiografia, rivela di aver incontrato Mussolini “circa una mezza dozzina di volte tra il 1932 e il 1936″.65) Il primo incontro fu organizzato, nel gennaio del 1932, dall’allora ambasciatore inglese in Italia, Sir Ronald Graham, e si tenne, come anche i successivi, a Palazzo Venezia. Nel commentare le sue conversazioni col capo del governo italiano, Mosley è prodigo di lodi: del duce egli ammirava l’ottima cultura, l’affabilità, l’umorismo schietto, l’ottimismo, il realismo, la perspicacia, il coraggio e l’impegno costante. Il maggior successo da lui ottenuto era – agli occhi del leader del fascismo inglese – l’organizzazione dello Stato su basi corporative, che, come abbiamo visto, era uno dei capisaldi del programma della BUF. Altri aspetti, che caratterizzavano il fascismo italiano, furono poi ripresi o comunque apprezzati da Mosley, come ad esempio l’importanza attribuita alla forza e alla salute fisica, la centralità della famiglia, la politica demografica, il carisma del capo e la ‘venerazione’ a lui riservata dalla folla.66) Nel definire i legami con il fascismo italiano, Mosley smentisce recisamente le insinuazioni secondo cui il suo movimento avrebbe ricevuto finanziamenti dal duce.67) Colin Cross, nel suo già citato studio del 1961 sul fascismo inglese, sostiene, invece, che, fin dalle origini del movimento fascista, coloro che parteciparono alla sua fondazione erano al corrente degli aiuti finanziari provenienti da Mussolini.68) Cross ha potuto raccogliere le testimonianze dirette di alcuni dei collaboratori di Mosley all’epoca della nascita della BUF. Tra questi, il Dott. Robert Forgan 69) rivelò all’autore di aver svolto il ruolo di emissario a Roma nell’autunno del 1932, di aver incontrato, in quell’occasione, Mussolini e di aver sollecitato l’interesse e il sostegno finanziario italiano alla BUF. Tale richiesta fu inoltrata dallo stesso Forgan anche l’anno seguente e, dalla tarda primavera del 1933 in poi, ad intervalli irregolari, la BUF ricevette sovvenzioni in valuta europea. Il testimone precisò di non essere direttamente a conoscenza della provenienza di quei pacchi, ma, aggiunse che all’epoca, lui e altri funzionari superiori erano convinti che venissero dall’ambasciata italiana.70) Dalle informazioni ottenute da Cross, sarebbe, dunque, possibile avanzare l’ipotesi di un legame tra il fascismo inglese e quello italiano, che va oltre le semplici manifestazioni di simpatia e stima reciproca tra i due leader fascisti. Quest’ipotesi, oltre a ridare adito all’idea, più volte respinta da Mosley, dell’esistenza di una “internazionale fascista”, permette anche di inserire in un quadro più articolato i numerosi e violenti attacchi della stampa fascista inglese contro le prese di posizione anti-italiane del governo britannico, soprattutto in seguito all’occupazione dell’Etiopia. E’ noto, tra l’altro, che proprio tra il 1935 e il 1936 l’ambasciatore italiano a Londra, Dino Grandi, chiese ed ottenne la collaborazione di Mosley e dei militanti della BUF per organizzare la propaganda a sostegno dell’azione italiana nell’Africa orientale.71) Sulle pagine della Quarterly, inoltre, a partire dall’autunno del 1935, si sostiene che il governo britannico non poteva addurre come giustificazione del proprio intervento contro l’espansione italiana in Abissinia la necessità di difendere gli interessi nazionali in quella zona, perché la scelta italiana non danneggiava in alcun modo la Gran Bretagna.72) Mussolini – è l’argomento del direttore della rivista fascista – non aveva altra intenzione se non quella di procurare al suo popolo nuove terre da coltivare: il suolo italiano, infatti, non era più sufficiente al sostentamento di una popolazione in costante crescita, era perciò necessario rivolgersi al di fuori dei confini nazionali. La conquista di queste terre abitate da tribù primitive da parte di una “abundant and prolific European race” 73) aveva, inoltre, dato inizio all’emancipazione di quei popoli da una condizione di arretratezza. Il vero motivo dell’opposizione inglese all’Italia era – sempre secondo quanto riportato dalla rivista fascista – la volontà di provocare un conflitto tra le potenze fasciste e le forze democratiche guidate dalla Società delle nazioni, a sua volta manovrata dagli ebrei. La guerra avrebbe portato alla sconfitta del fascismo e consegnato il potere nelle mani del bolscevismo e della finanza internazionale, vale a dire, ancora una volta, agli ebrei.74) Nella Quarterly, il governo italiano è presentato con un’attitudine di piena disponibilità a trattare con la Gran Bretagna, che, invece, si dimostra continuamente ostile e diffidente verso l’Italia, anche dopo la firma del Gentlemen’s agreement 75): Italy is not only willing, but is definitely anxious to co-operate /…/. The British attitude, however, is very different. It is coloured by an extreme soreness, the result of her diplomatic defeat over Sanctions. /…/ she vents her displeasure on Italy and is very angry with her. /…/ she is ready to attribute to Italy all sorts of hostile intentions of which the latter had never dreamt, and to spurn or distrust all Italy’s attempts at reconciliation.76) La rivista fascista mette in guardia contro il persistere in un simile atteggiamento da parte britannica: Mussolini might come to believe, like Napoleon before him, that he has in England an implacable enemy who is determined to destroy him, whatever the cost. /…/ Where – if it is persisted in – is this anti-Italian feeling likely to lead? Almost certainly to war.77) C’è, dunque, la tendenza a presentare Mussolini come vittima di un complotto delle forze democratiche, che vorrebbero punirlo, perché ha osato “sfidare l’ordine coloniale, contestando lo sfruttamento dei territori africani da parte delle grandi nazioni capitalistiche e proponendo che diventassero un’area di libero insediamento delle popolazioni mediterranee.”78) L’Italia fascista, però, – ammonisce la Quarterly – non si tirerebbe indietro di fronte ad un’eventuale minaccia di guerra e sarebbe per l’Inghilterra un avversario pericoloso, anche perché potrebbe contare sull’aiuto di Germania e Giappone.79) I rapporti tra Mussolini e Mosley, secondo la narrazione di quest’ultimo, si interruppero nel 1936 a causa di un malinteso. All’epoca, i rapporti tra Italia e Germania non erano molto buoni e, per questa ragione, la notizia che Mosley aveva segretamente celebrato le sue seconde nozze in Germania e che Hitler vi aveva preso parte come testimone, particolare poi smentito da Mosley,80) non dovette piacere al duce. Il leader della BUF nell’autobiografia avanza l’ipotesi che il dialogo si sarebbe sicuramente riaperto, se solo egli avesse fatto visita a Mussolini dopo l’avvio della collaborazione tra Roma e Berlino. Tuttavia, l’impegno crescente, cui lo chiamava la sua attività all’interno del movimento, gli consentì di tornare in Italia solo dopo la guerra, quando il duce era già stato deposto e ucciso. Mussolini, a detta dei suoi collaboratori, aveva sempre creduto nella ‘buona stella’ di Mosley, così come credeva nella propria.81)
2.3.2 Mosley e Hitler.
Mosley riferisce di aver incontrato Hitler due sole volte, nell’aprile del 1935 e nell’ottobre del 1936, ma c’erano già stati contatti tra Ribbentrop, futuro ministro degli Esteri tedesco, e i teorici del movimento fascista inglese, prima della presa di potere del nazismo in Germania. Mosley pone l’accento sulla totale mancanza di attrito in questioni internazionali tra lui e il Fuhrer e narra una parte del suo primo colloquio con Hitler, durante il quale il leader inglese espresse la sua opposizione a qualunque scontro tra Gran Bretagna e Germania che – a suo parere – non avrebbe portato alcun vantaggio, ma solo un indebolimento reciproco. Hitler, dal canto suo, sottolineò la complementarità delle due nazioni, essendo una la più grande potenza navale e l’altra la massima potenza terrestre del continente,82) e non nascose la sua ammirazione per il popolo britannico. L’impressione di Mosley fu quella di aver a che fare con un uomo “tranquillo, freddo, indubbiamente duro, assolutamente non un nevrotico.”83) Agli occhi del leader della BUF, il più grande difetto del Fuhrer era quello di essere afflitto da hybris: vale a dire, dalla convinzione che l’uomo possa decidere del proprio destino e di quello altrui, sostituendosi agli dèi. Questa presunzione gli fece perdere il contatto con la realtà, fino a renderlo vittima della sua stessa follia: Moltissime persone impazziscono in tempo di guerra, e Hitler divenne il più folle di tutti. /…/ non ebbe più il senso della legge morale e di limiti al proprio volere. 84) La follia, comunque, secondo Mosley, se in parte spiega, di certo non giustifica i delitti orrendi di cui Hitler si macchiò, dallo sterminio degli ebrei all’inutile sacrificio delle giovani vite tedesche. Non va però dimenticato che Mosley, contrariamente a quanto lui stesso afferma nell’autobiografia,85) non si oppose mai nettamente, negli anni precedenti la guerra, alle prese di posizione antisemite della Germania. Se, infatti, egli avesse realmente disapprovato il modo in cui i tedeschi gestivano il ‘problema ebraico’, avrebbe dovuto, a rigor di logica, opporsi alla pubblicazione di articoli, in The Blackshirt, e saggi, nella Quarterly, che, non solo giustificavano le scelte antiebraiche del nazismo, ma tendevano a sminuire l’entità degli attacchi agli ebrei, additando come sobillatori coloro che parlavano di “persecuzione”.86) In realtà Mosley riteneva “assolutamente sbagliato rischiare una guerra soltanto perché una minoranza etnica veniva trattata male in qualche parte del mondo”.87) Hitler era, per Mosley, un elemento fondamentale nel quadro europeo: la Germania, sotto la sua guida, era diventata un baluardo contro il comunismo e il bolscevismo, che, come si è detto, rappresentavano anche per la BUF una grave minaccia. Dal punto di vista del fascismo inglese, la politica di espansionismo demografico adottata dalla Germania, come anche dall’Italia, non avrebbe dovuto essere ostacolata dai governi inglesi e francesi, che, al contrario, avrebbero dovuto mostrare la loro gratitudine per il ruolo svolto da queste nazioni contro il ‘pericolo rosso’: Instead of condemning Hitler and Mussolini, we should be graceful for the fascist bulwark they have formed across Europe against the threatening danger of Russian aggression.88) Sulle pagine del Blackshirt, A.K. Chesterton, uno degli intellettuali del movimento,89) nonché stretto collaboratore di Mosley, difende Hitler dagli attacchi a lui mossi da un giornalista del “Jewish controlled Sunday Referee“.90) Il settimanale “filosemita” rappresentava Hitler come un tiranno, di cui il popolo tedesco era molto scontento, a causa dei grandi sacrifici a cui egli aveva costretto la nazione. Il giornalista del Referee sosteneva che negli ultimi tempi, però, Hitler era stato messo a tacere dai suoi oppositori e si era rinchiuso nella sua casa in Baviera, dove gli sarebbe stato più facile fuggire in caso la situazione si fosse aggravata. Chesterton nega la veridicità di queste affermazioni e ribadisce che Hitler è, invece, un uomo intrepido, che ha combattuto eroicamente per il proprio Paese. Il giornalista fascista conclude la sua “apologia del Fuhrer” con un ammonimento agli ebrei, che tentano di screditare il nazismo: Not much longer will the British race tolerate these filtly Yiddish rags. 91) Nella Quarterly sono presenti saggi che hanno lo scopo di mostrare come, contrariamente all’opinione corrente, la Germania di Hitler sia un paese felice e la popolazione sia entusiasta del proprio leader. Ad esempio, la residenza estiva di Hitler, a Berchtesgaden in Baviera, è descritta in termini idilliaci: coloro che risiedono in questo luogo prescelto dal Fuhrer sembrano godere di una vitalità particolare e il nazional socialismo è in piena sintonia con l’ambiente circostante: You realize how National Socialism, in restoring hope, revitalizing faith in the future of their country, has given the people something to live for. The century-old life of the place goes on as it always has, plus National Socialism. /…/ you hear the shrill voices of the B.D.M. (Hitler girls) /…/ or a troop of Hitler Jugend, huge virile boys /…/ There is always a marching song in the air.” 92) Un altro aspetto che contribuisce a creare l’immagine della “Germania felice” è quello delle organizzazioni giovanili e del dopolavoro, che il movimento fascista inglese apprezzava anche nel fascismo italiano e che cercherà di proporre anche ai suoi sostenitori, ma con scarso successo. Nella Quarterly viene riportata la traduzione di una relazione, scritta da un tedesco, che lavora nell’organizzazione di un gruppo ricreativo denominato “Strength through Joy”. Oltre a vari esempi delle attività promosse da questo gruppo, chi scrive fornisce anche le motivazioni per cui il Fuhrer ha voluto che nascessero queste associazioni: The leader said: “I want to have a strong nation: see that the tempo of work /…/ is counterbalanced by the recreation of holidays which these men get /…/ .93) Le relazioni di Mosley con Hitler, come quelle con Mussolini, si interruppero dopo il 1936, ma il leader della BUF fu sempre informato sulle attività e sulle opinioni del Fuhrer. Egli, infatti, riceveva notizie dalla sorella della moglie, che viveva a Monaco e spesso veniva invitata, da Hitler in persona, a partecipare a pranzi e cene in casa sua. Anche la moglie di Mosley, Diana Mitford, spesso in visita presso la sorella, veniva incaricata dal Fuhrer di far conoscere al marito il proprio parere su determinate questioni. È, dunque, possibile parlare di un rapporto amichevole e cordiale tra i due leader, ma ci mancano elementi per avanzare l’ipotesi di eventuali relazioni di tipo finanziario, come, invece, si è potuto fare per il fascismo italiano.
3. I nemici: ebrei e comunisti.
Coloro che si sono occupati del movimento fascista inglese hanno spesso messo in evidenza come, tra gli aspetti che lo accomunavano agli altri fascismi, vi fosse anche l’uso della violenza contro gli avversari politici e gli oppositori in genere. Mosley, dal canto suo, ha sostenuto che la BUF non intraprese mai attacchi violenti, fu bensì vittima di un serie di aggressioni, messe a segno dalle forze antifasciste allo scopo di ostacolare la propaganda fascista.94) Di recente, nuovi documenti messi a disposizione dal Ministero dell’Interno britannico, hanno dimostrato che non si può parlare di violenza a senso unico, né da parte della BUF, né dei suoi oppositori: i blackshirts, insomma, furono insieme “vittime” e “aggressori”, furono costretti a difendersi, ma non mancarono di provocare.95) Vediamo ora chi furono gli avversari del movimento fascista e i motivi che portarono agli scontri.
3.1 La BUF e gli ebrei.
Abbiamo in precedenza menzionato l’antisemitismo tra i cardini della politica della BUF; è necessario, ora, precisarne le origini e illustrare le forme in cui si esprimeva. Per quel che riguarda l’atteggiamento di Mosley verso gli ebrei, Cross ci informa che, nel periodo pre-fascista e anche per qualche tempo dopo la creazione della BUF, egli non aveva mostrato alcuna tendenza verso l’antisemitismo: He mixed as freely with Jews as he did with anybody else /…/. There was no anti-Semitism in the New Party nor in the early BUF.96) Inizialmente vi furono anche degli ebrei tra i sostenitori del movimento fascista, ma, a partire dal 1933, fu loro proibito di entrare a far parte della BUF. Hitler aveva conquistato il potere in Germania e un numero consistente di ebrei tedeschi si rifugiavano in Gran Bretagna per sfuggire alle persecuzioni. Molti membri della BUF erano ammiratori di Hitler e incominciarono ad infastidirsi per le prese di posizione degli ebrei contro la Germania. Gli intellettuali del movimento e i più stretti collaboratori di Mosley, come ad esempio Joyce, Chesterton, Francis-Hawkins, Raven Thomson, premevano per l’adozione di una decisa linea antisemita. Fu così che sulle pagine del Blackshirt e della Quarterly, negli scritti di Mosley e ai suoi comizi, si cominciò ad identificare gli ebrei con l’antifascismo e a vederli come l’ostacolo alla realizzazione di tutto ciò che il nuovo movimento proponeva per il progresso e la pace della nazione. Dalla fine del 1933 e con sempre maggior frequenza nel corso del 1934, Mosley tenne una serie di discorsi nei quali emerse chiaramente che l’antisemitismo sarebbe diventato uno dei punti saldi del fascismo inglese.97) Mosley affermava che il movimento fascista non era mai stato antisemita e che, se ora attaccava gli ebrei, non era per motivi di razza o di religione, ma per quello che essi facevano. Gli ebrei – spiegava il leader fascista – avevano preso a dar contro ai fascisti: ne ostacolavano la propaganda con attacchi violenti oppure minacciavano i direttori dei giornali nazionali che avrebbero smesso di finanziarli, se avessero continuato la campagna pro-fascista, come nel caso di Lord Rothermere,98) o, comunque, avessero dimostrato approvazione verso la BUF. Inoltre si erano verificati casi di persecuzione di fascisti da parte di datori di lavoro ebrei: “uomini e donne licenziati per nessun’altra ragione che quella di essere Camicie Nere”.99) Mosley riteneva che questo atteggiamento ostile degli ebrei verso il fascismo fosse dovuto, da un lato, al fatto che la BUF riconosceva la mancanza di legami tra gli ebrei e la nazione britannica, e dall’altro, all’opposizione dei fascisti verso qualunque intervento britannico contro la Germania. Ciò che premeva al fascismo era, in primo luogo, la difesa del carattere, delle tradizioni, degli interessi britannici; quanto agli ebrei, essi costituivano una minaccia a tali valori e per questo motivo Mosley giunse addirittura a proporre che fossero deportati con l’accusa di “condotta antibritannica”. Nei numeri di The Blackshirt qui presi in esame,100) è notevole lo spazio riservato agli articoli che hanno come argomento gli ebrei, oltre ad una serie di vignette “umoristiche” che sintetizzano i pregiudizi più comuni nei loro confronti. Gli ebrei sono rappresentati come l’origine di tutti i mali che minacciano la nazione britannica: dal comunismo alla disoccupazione, dalla disintegrazione dell’Impero alla guerra mondiale. Numerosi articoli, tra cui spesso quelli di uno degli intellettuali-guida del fascismo inglese, A.K. Chesterton, evidenziano l’eccessivo peso della minoranza ebraica in Gran Bretagna e il pericolo che ne deriva: Because of the filthy power of their gold the Jews dare to threaten with destruction the Imperial destiny of the British people. /…/ We accept the fight and we vow that we shall not relinquish it until we have secured the Empire against the Jewish peril, /…/.101) /…/ our unhappy country is bound hand and foot to the Jews. They dominate Britain’s affairs; their money-power is law. If Britons do not soon awaken to that fact in sufficient numbers, the result will be too hideous to contemplate.102) E sulla Quarterly gli ebrei vengono indicati come “il cancro dell’Europa” e ritenuti collaboratori di Satana: /…/ where the Jew has gone Satan has followed to heel. /…/ where there is unhealthiness and degradation there will he (the Jew) be found.103) Tutti questi attacchi si propongono di convincere il lettore che la sola possibilità di difendersi dalla minaccia ebraica è quella di aderire al movimento di Mosley: Jews – Jews – Jews – all pervading /…/. Jews Conservatives, Jews Liberals, Jews Socialists. Only the British Union remains uncontaminated.104) Per il militante della BUF, l’ebreo è colui che abusa dell’ospitalità concessagli da una nazione, che non è, e non sarà mai, la sua patria; l’ebreo contamina con la sua presenza ogni aspetto della vita del paese: The horde of locusts sweeping over the deserts, over the mountains descending upon the fertile fields of civilisation, eating clean all the wealth /…/ leaving a desolation behind them /…/. 105) L’ebreo si arricchisce sfruttando ricchezze che non gli appartenegono e per di più adottando pratiche disoneste, che la sua scaltrezza gli suggerisce: They get on in business because they adopt practices that are so slimy that no Englishman would stoop to do them. /…/ That is the way Jews “get on” and prosper. Not because they work any harder or because they are any cleverer, than the Englishman, but because they are cunning and slimy in their business practices.106) /…/ this preying upon the work of others has given them wealth and through this wealth they have been able to gain immense power.107) L’antisemitismo tende ad essere esplicitamente giustificato come inevitabile reazione a quello che si ritiene un eccesso della presenza ebraica. Ad esempio si riporta, in merito, un’affermazione apparsa sul Popolo d’Italia e attribuita a Mussolini: Anti-Semitism is inevitable in those countries in which Semitism is emphasised by its showiness and viciousness. Too much Semitism causes Anti-Semitism to be born.108) Le misure adottate dai nazisti contro gli ebrei sono presentate come “legittima difesa” contro lo strapotere ebraico in Germania: /…/ the dominance of Jews in Germany was no myth, and the explosion of German people’s wrath and indignation was fully justified.109) Alexander Raven Thomson, un altro tra gli intellettuali più influenti della BUF, inveisce: Let the Jewish offenders continue their hopeless struggle against the just punishment for their crimes against the community in which they live /…/. The Jewish interests seem fated to dig their own grave /…/. Fear drives them on: fear of a well merited verdict, at the polls, from awakened British people110). L’influenza degli ebrei – si sostiene nel Blackshirt – ha ormai raggiunto livelli intollerabili anche in Gran Bretagna: è perciò necessaria un’azione decisa che ponga un freno allo strapotere ebraico, un’azione che solo Mosley e la BUF, con il sostegno della popolazione britannica, possono compiere con successo: British Union does not come to make war to any race, but it does come to release the great majority of the British people from the yolk of a largely alien majority.111) Bisogna innanzitutto evitare che la minoranza ebraica si rafforzi e perciò è indispensabile, da un lato, fermare il flusso di profughi ebrei, dalla Germania e dai paesi dell’Europa orientale, e, dall’altro, opporsi allo stanziamento di somme di denaro e alle dichiarazioni di solidarietà a favore dei rifugiati da parte delle democrazie occidentali e della stessa “finanza internazionale ebraica“: Let us take our stand and say we have no room in Britain for anyone but ourselves, /…/ Wake up, Britain, support British Union, unless you would become /…/ slaves of International Finance, which is mainly Jewish.112) /…/ why should the British and French Governments, which neglect their own nationals in order to support High Finance and which never carry out the will of the majority within their own frontiers, rush screaming into the arena on behalf of an eight hundred thousand Jewish minority in Rumenia, none of whose Treaty Rights have in fact been threatened? 113) Il sostentamento di questi rifugiati – insiste il Blackshirt – grava sui contribuenti britannici e, come se ciò non bastasse, essi prendono il posto dei lavoratori britannici nelle industrie: Thousand of British workers denied the bare necessities of life with which to keep body and soul together, are to be made to pay this money to refugee Jews, /…/.114) /…/ the truth /…/ is that every week, every day, more alien refugees are being taken into British industry and more British workmen are being thrown out.115) Le prese di posizione contro gli ebrei, però, non si limitarono alle aggressioni verbali; vi furono, infatti, duri scontri fisici in occasione di comizi o altre manifestazioni di propaganda del movimento fascista. Gli episodi più violenti si verificarono a Londra, nell’East End, una delle zone in cui la presenza ebraica era cospicua. Gli insediamenti ebraici in questa zona risalivano al periodo compreso tra il 1880 e il 1900, l’epoca dei pogrom di ebrei in Russia e nell’Europa orientale. Gli ebrei avevano sempre condotto una vita separata sia dai “cockeneys”, ovvero i nativi di quell’area londinese, sia dall’altra comunità di immigrati, gli irlandesi. La loro totale dedizione al lavoro e il conseguente accumulo di ricchezze, il loro atteggiamento, spesso considerato ipocrita e orgoglioso, li avevano resi invisi ai “gentili”. Quando la propaganda fascista raggiunse l’East End, era già presente un antisemitismo diffuso, non fu, perciò, difficile per la BUF ottenere consensi alla propria campagna antiebraica, tant’è che, tra il 1936 e il 1937, il quartiere londinese divenne una roccaforte del fascismo. L’organizzazione della propaganda antisemita nell’East End prevedeva incontri ogni sera e comizi ogni settimana, manifestazioni, anche nelle zone abitate esclusivamente da ebrei, che, quindi, avevano un carattere volutamente provocatorio. Il Comitato di Difesa Ebraico si mobilitò per disporre una controffensiva agli attacchi fascisti e l’Associazione degli ex combattenti ebrei costituì un braccio armato sullo stile dei blackshirts fascisti. Si formarono così due opposti schieramenti, che si contendevano il controllo del quartiere. Gli scontri furono inevitabili e violenti. Il più duro occorse il 5 ottobre 1936, in Cable Street, ed è per questo ricordato come “la Battaglia di Cable Street”.116) La BUF aveva annunciato per quel giorno una marcia propagandistica in occasione delle elezioni locali: avrebbe dovuto essere la più grande manifestazione di forza del fascismo nell’East End. Il percorso della marcia includeva anche le zone abitate da ebrei, che erano decisi ad opporsi con tutte le loro forze al passaggio dei fascisti, perché consideravano quell’atto come una vera e propria aggressione. Insieme agli ebrei si schierarono anche i socialisti e i comunisti, che, sull’onda delle emozioni suscitate dalla guerra di Spagna, appena scoppiata, videro in quella marcia l’equivalente britannico della ribellione di Franco. All’arrivo di Mosley, gli oppositori iniziarono a lanciare sassi e in Cable Street fu eretta una barricata, che la polizia cercò invano di abbattere per far largo al corteo fascista. Il segretario del Partito Laburista, vista l’efferatezza degli scontri, avvertì il Ministero dell’Interno che se la marcia non fosse stata interrotta, ci sarebbe stato spargimento di sangue. Fu comunicato, quindi, l’ordine di sospendere la dimostrazione e Mosley, molto contrariato, tenne un breve discorso nel quale accusò il governo di aver ceduto alla violenza comunista ed ebraica. La vendetta fascista giunse una settimana più tardi: un gruppo di giovani fece irruzione in Mile End Road, frantumando vetrine e finestre, e aggredendo chiunque sembrasse ebreo. L’adozione della linea antisemita influì indubbiamente sull’andamento delle adesioni al movimento fascista, ma se da un lato essa contribuì in modo decisivo all’acquisizione di aderenti nell’East End, non mancò anche di provocare prese di distanza da parte di chi vedeva nell’antisemitismo e nella violenza con cui era espresso un allineamento al nazismo tedesco.
3.2 La BUF e i comunisti.
Il comunismo era l’altro grande nemico che la BUF si proponeva di sconfiggere. Anticomunismo e antisemitismo andavano spesso di pari passo: gli ebrei erano, infatti, accusati, tra l’altro, di voler “bolscevizzare” l’Occidente. Se però Mosley, nell’autobiografia, nega di esser mai stato antisemita,117) ribadisce, invece con convinzione il proprio anticomunismo e lo avverte come un problema ancora irrisolto: Il comunismo non rappresenta mai una forza trascurabile; dovrebbe essere studiato come deve essere sempre studiato un grande nemico /…/ Detestabile nel comunismo /…/ è la qualità dal suo fanatismo che usa e giustifica i mezzi più vili per raggiungere fini che sinceramente crede nobili. Il comunismo è, infine, disastroso perché distrugge qualsiasi senso d’onore e di fiducia fra gli uomini /…/.118) Alcuni ex comunisti furono attratti dalla BUF, tra questi ad esempio Alexander Raven Thomson, che divenne uno dei più stretti collaboratori di Mosley e uno degli intellettuali più influenti del fascismo inglese. Mosley riconosce – ancora nell’autobiografia – la grande dedizione dei comunisti alla causa per cui si battevano e ne ammira la costanza e la capacità di ripresa dopo le sconfitte: /…/ alcuni dei migliori dei nostri iscritti erano ex comunisti, e qualcuno di loro ricoprì anche importanti incarichi nel partito. /.. ./ I comunisti sono in genere molto versati alla politica pratica e dopo il necessario periodo di prova, spesso diventano militanti di valore.119) Ma, al di là di queste ammissioni, i comunisti rimasero sempre i peggiori nemici, sia a livello ideologico, sia come boicottatori delle le manifestazioni fasciste. Alla fine della guerra la Russia e l’ideologia comunista esercitarono una certa attrazione su quegli strati del proletariato europeo che tendevano ad attribuire la responsabilità della guerra al capitalismo, e anche alcuni strati del proletariato inglese, se pur in misura minore rispetto al resto d’Europa, guardarono con interesse ad Est. Negli anni 1919-’20 si ebbero, anche in Gran Bretagna, grandi lotte dei lavoratori, che però rimasero circoscritte al piano sindacale; nel 1924, per la prima volta, il governo fu formato dai laburisti, con l’appoggio dei liberali. Il primo movimento nazionalista britannico, i British Fascists, era sorto proprio come reazione al diffondersi del socialismo e del comunismo.120) Anche la BUF, fin dalla sua fondazione, aveva avvertito il comunismo come una minaccia alla stabilità e alla tradizione inglesi e ancora di più quando, nel 1936, prima in Spagna e poi in Francia, le sinistre conquistarono la maggioranza di governo con le esperienze di fronte popolare. Da allora apparvero sul Blackshirt frequenti accuse al governo nazionale di sperperare enormi somme di denaro in prestiti ai Paesi socialisti e comunisti, a scapito della popolazione britannica, e a vantaggio di un’alleanza che aveva come obiettivo la guerra contro la Germania e l’Italia: All the old Parties have spent millions in foreign adventures while they starve our own people of the necessities of life. /…/ The Tories and the Socialists are united in the policy of war abroad and starvation at home. /…/ So, money, /…/ needed for British housing, has to go to France to keep a Socialist Jew in the saddle as Prime Minister.121) All’epoca della ribellione franchista in Spagna, la Quarterly metteva in guardia i suoi lettori dai tentativi della stampa, sia di destra che di sinistra, di screditare: /…/ the rising tide of sane Spanish nationalism which is rapidly replacing the bloody rule of Red apes who have murdered and raped behind the screen of Menshevik respectability.122) Le nazioni fasciste, “civilizzate” e “moderne”, venivano sempre contrapposte alla Russia comunista, “barbara” e “arretrata”. L’invito era a sostenere il fascismo, perché costituiva l’unica forza in grado di far fronte al “pericolo rosso”: If we are wise we should do nothing to weaken this line of defence of Western civilization against Eastern barbarism. /…/ Fascism alone can save Western Europe from the Red Marshal /…/. Insurgent nationalism alone can bar his path.123) Era opinione di Mosley che Hitler dovesse essere lasciato libero di agire nell’Europa dell’Est e che la Gran Bretagna non dovesse assolutamente lasciarsi trascinare in una guerra contro le potenze fasciste in difesa di interessi comunisti ed ebraici: /…/ abbiamo combattuto la Germania una volta per una contesa con la Gran Bretagna e non la combatteremo nuovamente per una sua contesa con i Socialisti o gli ebrei.124) I comunisti, come si è detto, erano, insieme agli ebrei, i più convinti antifascisti e costituivano un duro ostacolo alle manifestazioni di propaganda fascista. I dati forniti dal Distretto di Polizia Metropolitana (MPD) al Ministero dell’Interno britannico hanno consentito di calcolare che su un totale di 402 incontri, organizzati dai fascisti tra il gennaio 1934 e il settembre 1938, il 14% è stato interrotto o comunque disturbato da disordini provocati da comunisti e che dei 328 arrestati, i comunisti costituivano il 24%.
4. Le adesioni: estrazione sociale e distribuzione geografica del movimento.
4.1 I numeri dell’assenso.
Gli studiosi che si sono proposti di fornire i dati relativi al numero di iscritti alla BUF e all’andamento delle adesioni conquistate durante gli anni Trenta, hanno incontrato grandi difficoltà a causa della quasi totale mancanza di pubblicazioni ufficiali in merito. Questo spiega anche le divergenze che si riscontrano esaminando le cifre prodotte nei diversi studi sull’argomento. Le fonti che hanno consentito di formulare quantomeno un’ipotesi sul numero delle adesioni negli anni compresi tra il 1934 e il 1940 sono: le testimonianze dei collaboratori di Mosley, riguardanti il 1934, raccolte da Colin Cross, le fonti ufficiali, ma solo per il 1939-’40, e le cifre riportate dalla stampa relative al pubblico dei comizi organizzati dalla BUF. Non è stato possibile recuperare alcun dato per il periodo precedente il 1934. Proprio la mancanza di dati certi consentì a Mosley di sostenere che le adesioni erano andate progressivamente aumentando dal 1932 al 1939, con poche e lievi fluttuazioni, e di respingere l’asserzione secondo la quale, a partire dal 1936, con l’approvazione, da parte del Parlamento, della Legge sull’Ordine Pubblico,125) il movimento fascista avesse imboccato la via del declino. Nella Quarterly, così come nel Blackshirt, vengono riportati quasi esclusivamente i dati relativi ai successi ottenuti dal movimento e, inoltre, non vengono mai pubblicate cifre precise, perché, come affermava Mosley: /…/ era nostra regola non pubblicarle. /…/ le fluttuazioni sono inevitabili e in una lotta di quella intensità sarebbe stato un errore far conoscere ai nostri avversari la nostra debolezza o la nostra forza.126) È possibile, tuttavia, ritrovare nella Quarterly anche un accenno ad un periodo di difficoltà, che il fascismo inglese avrebbe attraversato nel corso del 1935. Ma, a questa ammissione, seguono subito delle precisazioni: si era trattato di una fase di crisi di tutti i fascismi europei ed era stata immediatamente seguita da un rapido rafforzamento.127) Interpretando i dati raccolti nel corso delle sue ricerche, Cross fissava l’apice delle fortune del movimento nel 1934, e più precisamente tra il gennaio e il giugno di quell’anno, periodo che coincideva sia con l’appoggio alla BUF da parte del magnate della stampa, Lord Rothermere, sia con una fase di grande difficoltà per il governo nazionale, guidato dal laburista Ramsay Mac Donald. Le adesioni avrebbero raggiunto allora approssimativamente le 40.000 unità, di cui 5-10.000 membri attivi. La perdita del sostegno di Rothermere, nel luglio di quell’anno, segnò l’inizio di un progressivo calo del consenso che giunse al livello più basso nel 1939, con un totale di circa 9.000 aderenti (di cui 1.000 membri attivi). Cross rivelava la difficoltà di indicare con esattezza il numero dei membri del partito, difficoltà dovuta soprattutto al fatto che, contrariamente agli altri partiti, nella BUF non erano previste elezioni interne per la designazione dei funzionari e quindi non esistevano le liste dei votanti.128) Negli anni Settanta, Robert Skidelsky129) utilizzò nuovi dati per la stima delle adesioni, giungendo a conclusioni sensibilmente differenti rispetto a quelle, fino ad allora indiscusse, di Cross. Nell’interpretazione di Skidelsky rimaneva invariata la cifra relativa al 1934, fornita da Cross e ottenuta dalle valutazioni del già citato Dott. Forgan; cambiava, invece, completamente il dato relativo al 1939. Lo studioso notava che Cross aveva ricavato la cifra di 9.000 membri da una dichiarazione di Sir John Anderson alla Camera dei Comuni, il 25 luglio 1940, a sua volta basata sulle liste di iscrizione della BUF.130) Tali liste riportavano, però, solo i dati relativi ai membri attivi del movimento. Con il supporto di una relazione pubblicata dal Daily Mirror nel luglio 1939, di un’inchiesta sulle adesioni alla BUF nello Yorkshire e delle cifre riguardanti l’adunata a Earl Court nello stesso mese,131) Skidelsky ritenne di poter ipotizzare l’esistenza di almeno tre membri passivi per ogni membro attivo e concluse affermando che il dato relativo al 1939 era in realtà molto simile alle 40.000 unità del 1934. Secondo quest’ipotesi non si poteva più parlare di un costante declino delle adesioni dal 1934 in poi: vi fu certamente un ridimensionamento del movimento, dopo che Rothermere ritirò il proprio appoggio e anche a seguito di problemi finanziari e di dissidi interni al movimento, ma già l’anno successivo le adesioni ripresero, fino a riportarsi, nel 1939, agli stessi valori del 1934. Un’ulteriore ipotesi sui dati relativi al numero di aderenti, che la BUF ottenne nel periodo 1934-’40, è stata formulata negli anni Ottanta dallo studioso britannico, G.C. Webber, nell’ambito di una ricerca sui partiti di destra in Gran Bretagna tra le due guerre. Webber prende in esame sia le conclusioni di Cross che quelle di Skidelsky nell’intento di dimostrare, sulla base di nuovi dati messi a disposizione dal Ministero dell’Interno britannico, come entrambe le interpretazioni fossero almeno in parte fuorvianti. Per quanto riguarda Cross, in realtà, Webber non ritiene necessario contestare, dati alla mano, le sue deduzioni, perché il quadro da lui delineato era “semplice, sensato e coerente con i frammenti di informazione allora disponibili”.132) Invece, per dimostrare l’erroneità delle conclusioni di Skidelsky, Webber fa uso delle nuove fonti a sua disposizione. L’argomentazione dello studioso si basa prevalentemente sui dati relativi alle vendite dei giornali della BUF, The Blackshirt e Action,133) per il periodo 1934-’39. La media mensile delle vendite permetterebbe di ipotizzare la cifra di 22.000 lettori di stampa fascista. Alla luce di questo dato, Webber può giudicare eccessiva la cifra di 40.000 membri, calcolata da Skidelsky: essa contrasterebbe con l’opinione, generalmente accettata, secondo la quale, dopo il 1935, la BUF attirò sostenitori più impegnati a livello ideologico nella causa fascista, che, quindi, avrebbero dovuto leggere i giornali del movimento. Webber non contesta la cifra di 40.000 membri per il 1934, già fornita da Cross. Egli, infatti conferma che quello fu un anno eccezionale per le adesioni alla BUF. Ritiene, però, scorretto il procedimento di Skidelsky che, sulla base dei dati relativi a quell’anno particolare, fissò il rapporto tra membri attivi e membri passivi a uno a tre (1:3), e lo considerò invariato per anni successivi al 1934. In realtà, secondo Webber, un valore più vicino al vero si otterrebbe, fissando la proporzione tra membri attivi e membri passivi a uno a uno e mezzo (1:1,5), come dai dati riferiti al novembre del 1936, messi a disposizione dal Ministero dell’Interno britannico. Il totale così calcolato, per il 1939, sarebbe di circa 20.000 membri, un numero che riflette, grossomodo, quello dei lettori di stampa fascista ed indica che la BUF, in quell’anno, aveva raggiunto un livello di adesioni inferiore soltanto a quello dell’anno record 1934. Riportiamo di seguito una tabella, sull’esempio di quella pubblicata da Webber,134) che riassume e chiarisce l’andamento del consenso al movimento di Mosley, tra il 1934 e il 1939:
Tab.1 Stima delle Adesioni alla BUF per gli anni 1934-’39.
| Data | Adesioni | Fonti |
| feb. 1934 | 17.000 | News Chronicle 6.2.34 |
| ago. 1934 | 50.000 | Min. dell’Interno brit. |
| ott. 1935 | 5.000 | “ |
| mar. 1935 | 10.000 | “ |
| nov. 1936 | 15.500 | “ |
| dic. 1938 | 16.500 | “ |
| sett. 1939 | 22.500 | Dichiarazione di Sir John Anderson, Camera dei Comuni, 25.7.40. |
N.B.: per gli anni in cui il totale non era noto, esso è stato calcolato sulla base del rapporto tra membri attivi e membri passivi fissato a 1:1,5.
4.2 Il sostegno del Daily Mail.
Vediamo ora in che modo il sostegno di Lord Rothermere e la particolare congiuntura politica influenzarono l’andamento del consenso. Le ragioni che indussero Rothermere a farsi promotore di una campagna di stampa a favore della BUF sono da ricercarsi proprio nella situazione di crisi della politica britannica. Nella prima metà del 1934, le forze politiche, che si proponevano come alternativa al governo nazionale in crisi, erano da un lato la Socialist League, guidata da Stafford Cripps, e dall’altro la BUF di Mosley. Rothermere – secondo quanto riferito da Cross – era allarmato dalla prospettiva di una rivoluzione comunista, quindi non avrebbe mai potuto accettare che l’estrema sinistra di Cripps governasse il paese; ma oltre a ciò, molto probabilmente, egli credeva di poter guadagnare la BUF ai propri obiettivi politici, cosa che non gli era riuscita con il partito conservatore.135) L’articolo che segnò l’inizio della campagna a favore di Mosley portava il titolo: “Hurrah for the Blackshirts!”, fu scritto dallo stesso Lord Rothermere e pubblicato sul Daily Mail, l’8 gennaio 1934. Rothermere sosteneva che l’obiettivo di Mosley era quello di rimettere la Gran Bretagna “al passo coi tempi” e di governare la nazione nel migliore dei modi, sull’esempio dell’Italia e della Germania, che erano, parola di Rothermere, “beyond all doubts the best governed nations in Europe today”136) Altri articoli comparvero, non solo nel Daily Mail, ma anche negli altri organi di stampa di proprietà del magnate, vale a dire i due giornali della domenica, il Sunday Pictorial e il Sunday Dispatch e il quotidiano della sera, l’Evening News. Si trattava, dunque, di una porzione piuttosto influente di stampa inglese e per questo il pur breve periodo del sostegno di Rotheremere portò i suoi frutti in termini di adesioni al movimento. Si nota, infatti, come risulta anche dalla tab.1, che da circa 17.000 adesioni, nel febbraio del 1934, si passò, nell’agosto di quello stesso anno, a circa 50.000 (40.000 secondo Forgan/Cross/Skidelsky), vale a dire che il numero degli aderenti alla BUF triplicò in soli sei mesi. Il connubio tra Rothermere e la BUF si concluse, nel luglio del 1934, a causa di alcuni episodi che evidenziarono le divergenze tra il magnate della stampa e il leader fascista. Rothermere manifestò la propria disapprovazione soprattutto per le prese di posizione antisemite della BUF, che si palesarono nel corso del 1934, ma anche per la violenza durante i comizi e gli attacchi agli antifascisti, nonché per il fatto che Mosley continuasse ad esprimere la propria simpatia ad Hitler, anche dopo gli efferati delitti della “notte dei lunghi coltelli”. Mosley, nell’autobiografia, presenta il proprio punto di vista sulla fine del rapporto tra la BUF e il Daily Mail, e sullo stesso Rothermere in questi termini: Lord Rothermere mi spiegò di aver difficoltà con alcuni suoi inserzionisti, che non avevano gradito l’aiuto da lui dato alle Camicie Nere. /…/ Era un patriota e un personaggio di primo piano ma gli mancava il carattere necessario per assumere posizioni intransigenti /…/.137)
4.3 Estrazione sociale di militanti e simpatizzanti della BUF.
Qualche indicazione sul tipo di sostenitori che la BUF attirava può essere ricavata dalle considerazioni sul pubblico cui la stampa fascista era indirizzata. Per esempio, abbiamo già accennato al fatto che The Blackshirt si autodefiniva “the patriotic worker paper”: il target a cui si rivolgeva era, dunque, esplicitamente una classe di lavoratori, caratterizzata da un forte legame con il paese e con la tradizione. Per quanto concerne i contenuti del settimanale fascista, molti articoli erano dedicati a notizie di carattere nazionale e regionale: particolare attenzione era riservata al problema della disoccupazione e si insisteva sulla necessità d’intervento, da parte del governo, per incentivare l’industria e l’agricoltura britanniche. Il linguaggio utilizzato era semplice e diretto, i titoli, sempre ben evidenti, erano spesso strutturati a mo’ di slogan, poi ripresi nei numeri successivi. Non mancavano vignette umoristiche, tese a criticare il governo o a ridicolizzare gli ebrei, fotografie del leader e della folla che assisteva ai comizi, inserzioni pubblicitarie, annunci economici, ecc. Questa analisi, indubbiamente parziale e sommaria, può, però, permetterci di azzardare l’ipotesi che i sostenitori del movimento fascista inglese fossero, per lo più, operai e agricoltori,138) desiderosi di un cambiamento, che, tuttavia, non comportasse un taglio netto con la tradizione e con le istituzioni; il loro interesse era rivolto ai problemi nazionali e regionali, più che alle questioni internazionali. Se, però, prendiamo in considerazione la Quarterly, ci accorgiamo che è possibile giungere a conclusioni completamente diverse. La rivista fascista, infatti, sembrava concepita per tutt’altro tipo di pubblico, sia per i temi affrontati che per il linguaggio impiegato. Si trattava di una pubblicazione trimestrale, che raccoglieva saggi degli intellettuali del movimento, ma anche di illustri simpatizzanti, come ad esempio Ezra Pound, e traduzioni di articoli o discorsi di esponenti del fascismo europeo, come Mussolini e Goebbels. Questi scritti erano introdotti da un editoriale nel quale venivano discussi i principali temi di attualità, con particolare riguardo alla politica estera. Ogni numero si chiudeva con un elenco di libri consigliati e con le recensioni di alcune delle pubblicazioni più recenti. È chiaro, dunque, che questa rivista era indirizzata a dei lettori più colti, in grado di confrontarsi con tematiche più complesse e interessati anche a questioni internazionali. Lettori che con ogni probabilità appartenevano alla borghesia medio-alta. La stampa fascista, dunque, si rivolgeva contemporaneamente a due fasce di pubblico tra loro molto differenti: il proletariato, da un lato, e la borghesia, dall’altro. Risulta allora difficile tracciare il profilo del “sostenitore tipo”, proprio per l’impossibilità di associarlo ad una determinata classe sociale o attività, che, almeno in parte, ne qualifichi le esigenze e le aspettative e dia ragione del suo consenso al movimento di Mosley. Questa stessa difficoltà ha portato alcuni studiosi del fascismo a concludere, un po’ sommariamente, che la BUF, attirò “diverse categorie di persone, che aderirono per svariati motivi.”139) Altri, invece, giunsero a dare una descrizione dettagliata del “sostenitore tipo”, una descrizione, però, inevitabilmente riduttiva, perché trascurava una larga fetta della base del movimento.140) Cross, dal canto suo, ha cercato di trarre informazioni sul tipo di persone che sostenevano la BUF, prendendo in considerazione i dati, ritrovati sul settimanale fascista Action,141) che riguardavano sessantaquattro candidati presentati alle elezioni tra il 1936 e il 1938: The candidates were, on the whole, young. /…/ twenty-one in the age-group twenty-one to thirty, twenty-two in the age-group thirty-one to forty and twenty-one aged forty-one and over. Their occupations varied widely, the biggest categories being people engaged in ‘business’ (twelve), full-time British Union officials (ten), retired officiers of the service (eight) and farmers, market gardeners and poultry farmers (six). There were two schoolmasters, two journalists, two railways clerks, two accountants, one barrister, one doctor, one actor, one commercial artist, one travel agent’s courrier, one miner, one bus-driver and one controller of the Daily Mail’s women canvassing staff.142) Questi dati non fanno altro che confermare l’eterogeneità del consenso, pur evidenziando una certa prevalenza di quelle categorie, che potrebbero rientrare nella cosiddetta “middle-class”. Altrove, Cross affermava, senza esitazione, che The long-service Blackshirt was a man of the lower middle-class, not particularly clever but capable of loyalty and sacrifice.143). Un’analisi più approfondita del tipo di persone che aderivano alla BUF ci viene offerta, ancora una volta, dallo studio di Webber144). La BUF – egli sostiene – attirò gruppi diversi, in diverse aree e in momenti diversi. Fermo restando che il consenso ebbe un carattere eterogeneo per tutto il periodo 1934-’39, è, tuttavia, possibile indicare, di anno in anno, le categorie o classi sociali, che espressero il maggior numero di adesioni.145) Nella prima metà del 1934, come si è visto, la BUF raccolse il maggior numero di consensi, grazie, soprattutto, al sostegno del Daily Mail. Il fatto che i lettori del Daily Mail appartenessero in gran parte alla borghesia, potrebbe suggerire che la BUF fosse, in quel periodo, un movimento prevalentemente borghese e, in effetti, in quei mesi, il movimento non riusciva, se non molto faticosamente, ad attirare l’attenzione della classe operaia. Comunque – precisa Webber – per avere una visuale completa della composizione dei consensi, non bisogna trascurare le pur limitate adesioni del proletariato, in particolare dei disoccupati. Considerando il periodo compreso tra la seconda metà del 1934 e il 1935, Webber nota che al drastico calo di consensi (tab. 1) si accompagnò un vistoso cambiamento della base del movimento. I principali sostenitori della BUF erano, allora, operai e disoccupati delle industrie cotoniere del Nord; iniziavano, inoltre, ad emergere alcuni sparuti gruppi di aderenti nell’East End (Londra), che sarebbe diventata, tra il 1935 e il 1938, una roccaforte del fascismo. Webber non manca di constatare, anche in questo caso, l’impossibilità di delimitare la base del movimento ad una sola classe sociale: le relazioni dello Special Branch mostrano, infatti, la persistenza e addirittura la crescita delle adesioni da parte della borghesia. 146) Questa situazione – sempre secondo i dati raccolti da Webber – sembra protrarsi per tutto il periodo 1935-’38. Dalla fine del 1935 il numero delle adesioni riprese a salire e la BUF si rafforzò, soprattutto nelle zone industriali del Nord e nell’East End, ma, allo stesso tempo, si registrava una ripresa del consenso a Sud e a Sud Est, dove era forte la componente borghese. Per quanto riguarda, infine, il periodo 1938-’40,147) è Webber segnala un progressivo calo dei sostenitori nell’East End, ma, contemporaneamente, un incremento complessivo delle adesioni e una accentuazione del carattere borghese del movimento. Lo studioso attribuisce la crescita dei consensi da parte della borghesia alla politica di opposizione alla guerra adottata dalla BUF e fa notare, inoltre, che molti di questi sostenitori provenivano dal partito conservatore. Proprio in quel periodo, infatti, i conservatori stavano attraversando una fase di crisi, dovuta a divisioni interne e la BUF ne trasse notevole vantaggio. Riassumendo potremmo dire che i sostenitori della BUF appartenevano, per lo più, a due classi sociali: la classe operaia e la borghesia. Non sarebbe corretto identificare il sostenitore fascista con una sola di queste due componenti perché, come dimostra la ricerca di Webber, esse furono costantemente compresenti, pur variando di anno in anno le rispettive percentuali sul totale degli aderenti.
4.4 Distribuzione geografica del movimento.
Cercheremo ora di tracciare una mappa dei consensi, aiutandoci con dei grafici, che ci permetteranno di indicare le aree maggiormente interessate dal fascismo. Per la realizzazione di questi grafici ci siamo basati sui dati presentati nel già citato studio di Webber e messi a disposizione dal Ministero dell’Interno britannico. Il movimento fascista era nato a Londra e la componente londinese fu per tutto il periodo 1934-’40 quella più consistente. L’apice delle adesioni fu raggiunto, nell’East End, la zona Est della capitale, tra il 1936-’37. Molti abitanti dell’East End aderirono alla BUF perché favorevoli a una politica antisemita: il numero di ebrei in questa zona, come si è visto, era piuttosto consistente. Nella prima metà del 1934, la BUF era forte soprattutto a Londra, ma anche al centro, Yorkshire e Lancashire, e nella zona a Nord Est della capitale, East Anglia. Un numero modesto di adesioni si ebbe anche nei Midlands, in particolare a Birmingham, Wolverhampton e Stoke (fig. 1, p. 194). Il 1935 fu un anno di grave perdita per il movimento: le adesioni passarono dalle 50.000 unità raggiunte nell’anno record 1934, alle 5.000 unità. Ancora una volta la maggior parte degli aderenti si registrò a Londra e nelle zone limitrofe; la somma delle adesioni nello Yorkshire e nel Lancashire costituiva il 40% del totale; Birmingham e altre zone, escluso il Nord, dove il consenso fu pressoché nullo, contribuirono per circa un decimo del totale ( p. 194). Sempre secondo le relazioni dello Special Branch, durante il 1936, la BUF sembrò registrare una vistosa crescita dei consensi solo nell’East End, mentre lo Yorkshire e il Lancashire, pur incrementando il numero delle adesioni, perdevano in percentuale sul totale, contribuendo, insieme, per un 20% del totale contro il 40% dell’anno precedente. In compenso, però, si ebbe una ripresa del consenso al Sud e Sud Est. Il Nord, invece, rimase ancora un’area piuttosto difficile da conquistare per il fascismo inglese e le adesioni furono praticamente nulle A partire dal 1938 la BUF iniziò a perdere terreno nell’East End. Probabilmente, come suggerisce Webber, questo ridimensionamento del movimento fu una conseguenza dell’accordo di Monaco, che aveva sollevato del risentimento nei confronti della Germania e quindi una presa di distanza dal fascismo inglese, che non aveva mai nascosto le proprie simpatie per il nazismo. Contemporaneamente, però, crebbero le adesioni in altre zone della capitale e del Paese e questa tendenza si mantenne anche per l’anno successivo, tanto che, nel settembre del 1939, si registrò un numero di aderenti superiore del 50% rispetto alla fine del 1936. È possibile supporre che, nel corso del 1939, il sostegno alla BUF venisse soprattutto da coloro che ne apprezzarono la presa di posizione pacifista. Il timore della guerra, dunque, fece sì che la BUF, da un lato, perdesse l’appoggio delle classi operaie dell’East End, che pur fortemente antisemite erano però altrettanto antitedesche, e, dall’altro guadagnasse il sostegno dei pacifisti, in gran parte appartenenti alla borghesia. Le informazioni contenute nelle relazioni dello Special Branch consentono di tracciare due diversi scenari della distribuzione dei consensi nel 1939. Il primo considera, che fuori dalla zona londinese, le adesioni si dividevano equamente tra Yorkshire e il Lancashire, e che le restanti zone contribuivano con un totale di 1.500 aderenti, vale a dire il 7% circa del totale. Il secondo scenario, invece, dà risalto alla ripresa del movimento nel Sud e Sud Est, dove il numero di adesioni sarebbe stato pari a quello registrato nello Yorkshire. Entrambi gli scenari, comunque, evidenziano la perdita percentuale delle adesioni a Londra: infatti, pur passando dalle 8.500 unità del 1936 alle 11.000, le adesioni della capitale, nel 1939, rappresentavano il 49-50% del totale contro il 56-57% del 1936 (fig. 4 e 5).
Note
- “Una aberrazione della storia politica inglese”. S. CULLEN, Political Violence: The Case of the British Union of Fascists, in “Journal of Contemporary History”, vol. 28, n. 2, apr. 1993, p. 245
- “/…/ l’uomo più dotato della Camera dei Comuni /…/ il perfetto politico che è anche un perfetto gentiluomo /…/” Beatrice Webb, citata da R. SKIDELSKY, Great Britain, in S.J. WOOLF, European Fascism, London, Weidenfeld & Nicolson, 1968, p. 237.
- Mosley presentò le sue dimissioni al Primo Ministro Ramsay Mac Donald il 20 maggio 1930 in seguito alla mancata approvazione del documento, noto col nome di Mosley Memorandum, nel quale Mosley illustrava le sue proposte in materia di politica economica.
- Per maggiori dettagli sul fascismo inglese prima di Mosley e sui rapporti tra BF, IFL e BUF cfr. C. CROSS, The Fascists in Britain, London, Barrie & Rockliff, 1961, pp. 56-ss.
- “Blackshirts“: così venivano chiamati i seguaci di Mosley. La camicia nera fu inizialmente l’uniforme indossata dalla Fascist Defence Force, il gruppo organizzato da Mosley per la propria difesa personale durante i comizi. In seguito divenne la divisa ufficiale della BUF. Mosley sosteneva che non si trattava affatto di un’imitazione dei fascismi continentali: “La camicia è l’indumento più semplice e più economico atto al riconoscimento /…/. Già altri, prima di noi, avevano adottato camicie colorate per lo stesso motivo, ma ciò non rendeva il nostro movimento ‘italiano’ o ‘tedesco’ più di quanto l’indossare l’uniforme non rendesse tedesco l’esercito britannico. A questa ridicola accusa è facile rispondere.” O. MOSLEY, Il fascismo inglese, ( tit. orig. My Life, trad. P. Serra), Milano, Il Borghese, 1973, p. 25
- “/…/ il potere politico si fondasse sulla reazione di un vasto pubblico ad un discorso appassionante /…/” R. SKIDELSKY, op. cit., p. 236.
- C. CROSS, op. cit., p. 71.
- “/…/ un leader nazionale, un eroe che darà agli inglesi la fiducia di recuperare lo spirito che hanno perso. /…/ Mosley sta già emergendo dall’oscurità politica in cui i suoi nemici lo relegarono. Dietro di lui avanza una schiera di seguaci entusiasti pronti a morire affinché la Gran Bretagna possa rivivere”. Notes of the Quarter, (par. Challenging Destiny) in “The British Union Quarterly”, vol. II, n. 2, April-June 1938, p. 5.
- “/…/ alto e muscoloso, mascella quadrata e schiena diritta – che indicano disciplina, coraggio e vigore. Disegnato senza tratti dolci, era il prodotto di una società industriale, una ‘strumento d’acciaio’ per una ‘era di ferro’ /…/. /…/ il fascista aveva un’unica gioia: la causa. /…/ l’uomo fascista doveva riprendere lo spirito del fronte, la consacrazione alla causa che trascende l’individuo e la fazione”. P.M. COUPLAND, The Blackshirted Utopians, in “Journal of Contemporary History”, vol. 33, n. 2, April 1998, p. 264.
- O. MOSLEY, Forward in Fascism, in “The Fascist Quarterly”, vol. II, n. 1, Jan. 1936, pp.31-ss.
- S. CULLEN, The Development of the Ideas and Policy of the British Union of Fascists, 1932-40, in “Journal of Contemporary History”, vol. 22, n. 1, Jan. 1987, p.122.
- Vedi par. 2.2.1.
- Pubblicato a partire dal 1933, diventerà mensile a partire dal settembre 1937.
- Pubblicata per la prima volta nel gennaio del 1935, dal 1937 uscirà con il titolo di The British Union Quarterly.
- Non ci è stato purtroppo possibile reperire alcuna copia di Action, il primo organo di propaganda fascista, risalente a quando il movimento era denominato New Party, e che, dal 1936 in poi, diventerà la pubblicazione più venduta della BUF, né abbiamo trovato numeri di The Blackshirt precedenti il 1937. Ci affideremo perciò ai dati raccolti da altri studiosi del fascismo inglese, che citeremo di volta in volta.
- In particolare a S. CULLEN, “The Development…”, cit, p.115-7 e all’articolo (citato da S. Cullen) di N. NUGENT, “The Ideas of the British Union of Fascists”, in N. Nugent & R. King, The British Right, Farnborough, 1977.
- Di questo aspetto tratteremo nel par. 3
- Mosley stesso riconobbe l’influenza dell’andamento economico sul numero di adesioni alla BUF: “A quell’epoca traemmo indubbiamente forza dal peggioramento della situazione economica che si tradusse, nel 1938, in forte aumento della disoccupazione, /…/”, O. MOSLEY, Il fascismo inglese, cit., p. 63.
- “A National Policy” (una politica nazionale) è il titolo di un pamphlet, pubblicato nel gennaio del 1930, nel quale Mosley ed i suoi più stretti collaboratori fornivano i dettagli di una nuova politica economica e invitavano conservatori e laburisti a cooperare per far fronte alla crisi economica nazionale.
- O. MOSLEY, Il fascismo inglese, cit., pp. 18-19.
- È nota la simpatia di Pound per Mussolini e il fascismo. Egli visse per diversi anni ( tra il 1924 e il 1945) a Rapallo e nel 1933 tenne una serie di dieci conferenze storico-economiche all’Università Bocconi di Milano. In quello stesso anno incontrò Mussolini, un incontro per Pound memorabile tant’è che Mussolini sarà soggetto della quarta deca dei Cantos. Del fascismo egli apprezzò soprattutto l’ordine (apparente) che aveva dato all’Italia e che era frutto in primo luogo, secondo Pound, dell’organizzazione corporativa (una valutazione che fu anche di altri, in particolare all’estero, e che denotava una certa incomprensione o una conoscenza parziale della realtà italiana). Conobbe Oswald Mosley nei primi anni Trenta e scrisse saggi ed articoli sia per la Quarterly che per il Blackshirt. Si scagliò contro “i signori dell’oro”, contro “l’usurocrazia e il gold standard” e in questo contesto espresse disprezzo per degli ebrei, non intesi come “razza”, ma piuttosto come “incarnazione dell’usura”. Cfr. G. LEUZZI, Introduzione a E. POUND, ABC dell’economia, Firenze, Shakespeare & C., 1994, pp. 31-42; G. SIGH, Ezra Pound, ne “Il Castoro”, n. 154, ott. 1979, pp. 114-ss.
- E. POUND, A Social Creditor Serves Notice in “The Fascist Quarterly”, vol. II, n. 4, 1936, p. 492-99.
- O. MOSLEY, “Il fascismo inglese“, cit., p. 120.
- A. RAVEN THOMSON, Why Fascism? in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 2, April 1935, pp. 243-53.
- A.B. GRIGGS, The Real Wealth of the Nation, in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 4, Oct. 1935, p. 435.
- Speech of Signor Mussolini to the Assembly of the National Council of Corporations in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 2, April 1935, pp. 126-ss. In questo discorso Mussolini oltre a dare una definizione di capitalismo e un’interpretazione della crisi del sistema capitalistico nonchè ad illustrare il ruolo delle Corporazioni nello stato fascista, esprime la sua convinzione della necessità di introdurre anche altrove questo sistema. Mussolini elenca le condizioni essenziali affinché l’adozione del sistema corporativo sia possibile: partito unico, stato totalitario, periodo di elevata tensione ideale.
- “/…/ il sistema economico corporativo sarebbe un sistema di ‘autogoverno economico’, protetto da scosse interne ed esterne attraverso la subordinazione del capitale finanziario all’interesse nazionale, attraverso il ‘protezionismo scientifico’ e l’autarchia imperiale”. P.M. COUPLAND, op. cit., p. 258.
- W. JOYCE, Britain’s Empire Shall Live Again in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 1, Jan. 1935, p. 91-ss.
- S. CULLEN, “The Development…”, cit., p. 120.
- Titolo con cui dal 1937 verrà presentata la Fascist Quarterly.
- “Più volte in queste note abbiamo richiamato l’attenzione al grave pericolo di trascurare l’agricoltura nazionale ed abbiamo fatto notare il carattere proditorio di una politica finanziaria che sacrifica la produzione nazionale di alimenti a favore di importazioni a basso costo da paesi stranieri, come pagamento degli interessi sui prestiti concessi dalla City of London.” Notes of the Quarter (par. The Food Front) in “The British Union Quarterly”, vol. IV, n. 1, Spring 1940, pp. 14-15.
- L’argomentazione di chi scrive è significativamente riassunta nella frase: “By the end of the present winter, with high food prices and increasing unemployment, it will be a brave man indeed who will ask a working-class audience /…/ for money for Basque children or Chinese coolies. His audience will want to ask what is to be done for their children, and how they, and not the Chinese coolies are to survive.” (Entro la fine di quest’inverno, con gli elevati prezzi del cibo e la crescente disoccupazione, avrà del coraggio colui che chiederà alla classe operaia /…/ soldi per i bambini baschi o per i facchini cinesi. I suoi ascoltatori gli vorranno chiedere che cosa si intenda fare per i loro bambini e come quei bambini, e non i facchini cinesi, potranno sopravvivere). Notes of the Quarter (par. Back to Home Affaires), in “The British Union Quarterly”, vol. II, n. 4, Oct.- Dec. 1937, pp. 8-9.
- “Noi lottiamo per la libertà e per il pane”. Questo slogan ricorre in più numeri di The Blackshirt pubblicati tra il 1937 e il 1939.
- Vedi par. 2.2.1.
- O. MOSLEY, Domani vivremo. La politica dell’Unione Britannica, (tit. orig. Tomorrow We Live, 1938), Venezia, Edizioni Popolari, 1944, p. 61.
- “La BUF riteneva di impersonare tutti quei valori tipicamente britannici del passato, e allo stesso tempo di possedere tutte le virtù necessarie per un futuro veramente ‘scientifico’ e moderno.” S. CULLEN, “The Development…”, op. cit., p.124.
- Mosley si riferisce qui, probabilmente, a Alexander Raven Thomson, William Joyce e Arthur Keith Chesterton che furono tra i suoi più influenti collaboratori. O. MOSLEY, “Il fascismo inglese.“, cit., p. 62.
- Ibid., p.197. Vedi anche par. 2.2.2.
- C. CROSS, op. cit., p. 67.
- “Badate ai fatti inglesi”.
- Ancora una volta è possibile citare uno slogan per esemplificare, anche dal punto di vista delle scelte linguistiche, l’affinità tra Mosley e Mussolini: “Help us to Establish this Virile Form of Goverment” (corsivo nostro, “Aiutateci a stabilire questa forma di governo virile“). In questo modo i lettori di The Blackshirt vengono sollecitati a sostenere, anche finanziariamente, la BUF. The Blackshirt, n. 207, April 10, 1937, p. 8.
- A.L. GLASFURD, Fascism and the English Tradition in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 3, July 1935, pp. 360-ss.
- N. BOBBIO, Dizionario di politica, Torino, UTET, 1976, p. 880.
- R. DE FELICE, “Storia degli ebrei…“, cit., p. 70.
- Ibid., p. 324.
- “La BUF è rivoluzionaria oppure non è nulla, perché lo Stato corporativo non riformerebbe il sistema attuale, ma creerebbe una nuova società”. O. MOSLEY, The Greater Britain, 1932, p. 13, citato in P.M. COUPLAND, The Blackshirted Utopians in “Journal of Contemporary History”, vol. 33, n. 2, April 1998, p. 257.
- Vedi par. 2.1.
- P. M. COUPLAND, op. cit., pp. 259-60.
- “Non ci sarà posto in Gran Bretagna per chi non accetta il principio di “tutti per lo Stato e lo Stato per tutti”. O. MOSLEY, The Greater Britain, 1932, p. 124, citato in P.M. COUPLAND, “The Blackshirted …”, cit., p. 262.
- P.M. COUPLAND, op. cit., p. 262.
- E. GALLI DELLA LOGGIA, Introduzione a P. FUSSEL, La Grande Guerra e la memoria moderna, Bologna, Il Mulino, 1984, pp. VIII-XIX.
- Anche Salvemini, sin dal 1922, individuò nella crisi postbellica come una delle cause fondamentali per lo sviluppo del fascismo. Cfr. G. QUAGLIARIELLO, Introduzione a G. SALVEMINI, “La polemica …”, cit. pp. 14-5.
- E. GENTILE, op. cit., pp. 115-6.
- Mosley, aveva combattuto nella prima guerra mondiale, guadagnandosi anche alcune decorazioni al valore, e quell’esperienza l’aveva profondamente segnato, tanto che, lasciato l’esercito e intrapresa la carriera politica, non smise mai di interessarsi della sorte dei combattenti e si impegnò in prima persona affinché ricevessero il giusto trattamento economico da parte del governo.
- I “vecchi partiti” da cui “si sentiva separato dalla barriera della guerra.” C. CROSS, op. cit., p. 15.
- “Combattiamo non solo per la terra che amiamo, ma anche per la Pace dell’Umanità”, O.MOSLEY, The World Alternative, in “The Fascist Quarterly”, vol. II, n. 3, July 1936, pp. 377-ss.
- “una nuova sintesi e una nuova solidarietà europee”, in O. MOSLEY, “The World Alternative”, cit., p. 388. Negli anni Sessanta, coloro che sostennero Mosley nel suo tentativo di ritornare sulla scena politica inglese, lo definirono un precursore dell’unione europea, richiamando l’attenzione proprio su questa sua proposta di collaborazione tra le potenze occidentali.
- O. MOSLEY, “Il fascismo inglese”, cit., p. 157.
- Per maggiori dettagli vedi S.J. WOOLF, op. cit., p. 265-ss.
- Notes of the Quarter (par. Fascism in France) in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 3, July 1935 p. 261-ss.
- “(Mosley sostiene) /…/ la totale rinuncia di ogni interesse negli affari dell’Europa Orientale. Adolf Hitler si è assunto il compito di eliminare il Comunismo dall’Europa e di formare un baluardo contro qualunque ritorno di questo credo distruttivo dalla barbarica Russia. Lasciamogli dunque mano libera nell’Europa Orientale /…/.” Notes of the Quarter, (par. Mosley’s Foreign Policy), in “The British Union Quarterly”, vol. III, n. 3, April- June 1939, p. 13.
- “/…/ che l’Inghilterra liberi gli stati europei una volta e per sempre dalla stretta mortale dell’usura esercitata da Wall Street, che è dominata dagli ebrei.” Ibid., p. 13.
- O. MOSLEY, Il fascismo inglese, cit., p. 27.
- Ibid., pp. 28; 164-5.
- Ibid., p.157.
- Riportiamo, al proposito, un episodio, narrato da Harold Nicolson, uno dei collaboratori di Mosley, a C. Cross (op. cit. p. 56). Nel gennaio del 1932, Nicolson aveva accompagnato il futuro leader della BUF, nel suo “tour dei movimenti moderni” e sperava che un’osservazione diretta del funzionamento di uno stato fascista avrebbe “guarito” Mosley dalle sue tendenze pro-fasciste. Ma la sua si rivelò una speranza vana. Una volta giunti alla stazione ferroviaria di Milano, Nicolson acquistò una copia di un giornale controllato dal regime (Cross non rivela di quale giornale si tratti). Notando che l’intero giornale era dedicato alle occupazioni di Mussolini, egli lo mostrò (disgustato) a Mosley, perché si rendesse conto di com’era la stampa di regime. Con grande sorpresa di Nicolson, Mosley sogghignò compiaciuto, gli diede una pacca sulla gamba e disse che avrebbe desiderato ricevere lo stesso trattamento dalla stampa inglese. Quando poi, dopo il suo primo colloquio con Mussolini, Mosley si mostrò entusiasta del duce, Nicolson decise di fare le valigie e di lasciare Roma e il New Party.
- O. MOSLEY, “Il fascismo …”, cit., p. 138-41. Mosley considerava un vero e proprio insulto l’accusa di aver ricevuto denaro dall’estero. Colin Cross cita al proposito un brano di My Answer (1946), nel quale Mosley sostiene che i finanziamenti alla BUF provenivano esclusivamente da sostenitori inglesi. C. CROSS, op. cit., p. 93.
- “Within the Movement it was widely assumed, even taken for granted, that subsides were coming from Mussolini”. (All’interno del movimento si dava ormai per scontato che Mussolini lo finanziasse). C. CROSS, op. cit., p. 90.
- Robert Forgan militò con Mosley nelle file del Partito Laburista, poi lo seguì quando egli decise di fondare il New Party. Nel 1932 divenne direttore dell’Organizzazione della BUF e, in seguito, anche vice-capo del movimento. Nel 1934 si oppose alla campagna contro gli ebrei e, dopo alcuni tentativi falliti di condurre fascisti ed ebrei ad un accordo, nell’ottobre del 1934 presentò le sue dimissioni, ufficialmente per motivi di salute.
- Ibid., pp. 90-1
- L. GOGLIA, op. cit., pp. 893-6; vedi anche cap. 1, par. 5.
- Notes of the Quarter, (par. The Abyssinian Debacle), in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 4, Oct. 1935, pp. 395-ss.; vol. II, n. 2, April 1936, pp. 335-ss. In questo stesso numero del 1936, viene riportata la traduzione di un saggio di Virginio Gayda, nel quale, oltre ad elencare le motivazioni della conquista dell’Etiopia, egli insiste sulla volontà italiana di mantenere buoni rapporti con l’Inghilterra e rende nota la disponibilità del governo italiano a trattare per un patto di comune garanzia nel Mediterraneo. V. GAYDA, Italy and the Empire, (tr. C.F. Wegg Prosser), pp. 353-60.
- ” una razza europea numerosa e prolifica”, Notes of the Quarter, in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 4, Oct. 1935, pp. 395-403.
- W. JOYCE, Collective Security, in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 4, Oct. 1935, pp. 422-ss.
- 2 gennaio 1937.
- “L’Italia non solo è disposta a cooperare, ma lo desidera fermamente /…/. L’atteggiamento britannico, però, è molto diverso. È tinto da un rancore estremo, risultato della sua sconfitta diplomatica riguardo alle Sanzioni. /…/ sfoga il proprio malcontento sull’Italia, ed è molto adirata con lei. /…/ è pronta ad attribuire all’Italia ogni sorta di intenzione ostile, che quest’ultima non ha mai nemmeno sognato, e a respingere e a guardare con diffidenza tutti i tentativi di riconciliazione dell’Italia. A. READE, Why Reject Italian Frienship? in “The British Union Quarterly”, vol. I, n. 3, April-June 1937, p. 78.
- “Mussolini potrebbe essere portato a credere, come Napoleone prima di lui, che l’Inghilterra è per lui un nemico implacabile, determinato a distruggerlo ad ogni costo. /…/ Dove – se protratto – condurrà questo sentimento anti-italiano? Quasi certamente alla guerra. A. READE, op. cit., p. 78-9.
- Notes of the Quarter, in “The Fascist Quarterly”, vol. II, n. 1, Jan. 1936, pp. 3-27.
- A. READE, op. cit., pp. 79-83.
- O. MOSLEY, op. cit., pp. 166-7.
- Ibid., op. cit., pp. 166-8.
- Ibid., pp. 169-ss.
- Ibid., p. 173.
- Ibid., p. 182.
- ” Condannai pubblicamente il modo in cui gli ebrei venivano trattati in Germania prima della guerra, ma non trasformai la questione in un casus belli fra le due nazioni. Ritenevo che l’interesse principale del mio Paese e del genere umano fosse il mantenimento della pace.” Ibid., p. 179
- Rinviamo al paragrafo successivo per maggiori dettagli sulle prese di posizione della stampa fascista in merito.
- O. MOSLEY., op. cit., p. 179.
- “Invece di condannare Hitler e Mussolini, dovremmo essere loro grati per il baluardo fascista che hanno eretto in Europa contro il minaccioso pericolo di aggressione da parte della Russia”, Notes of the Quarter (par. The Fascist Bulwark) in “The British Union Quarterly”, vol. I, n. 1, Jan-April 1937.
- A.K. Chesterton era cugino del più noto G.K. Chesterton, il quale, pur non dichiarandosi mai apertamente antisemita e non partecipando al movimento fascista, fu, però, membro della National League for Clean Government dal 1913 al 1923, un’organizzazione che promuoveva riforme sociali, ma che non vedeva affatto di buon occhio la presenza ebraica in Gran Bretagna; inoltre, egli collaborò con Hilaire Belloc alla rivista Weekly, nella quale entrambi gli scrittori pubblicarono saggi in chiaro tono antisemita.
- “Il Sunday Referee che è sotto il controllo degli ebrei”, così lo definisce lo stesso Chesterton. A.K. CHESTERTON, “Jewry’s Bluff Called”, in The Blackshirt, n. 213, 29/5/37, p. 1.
- “La razza britannica non sopporterà più a lungo questi ebrei attaccabrighe” Ibid., p. 2.
- “Ci si rende conto di come il Nazionalsocialismo, ristabilendo la speranza, rianimando la fiducia nel futuro della nazione, ha dato alla gente qualcosa per cui vivere. La vita antica del luogo continua come sempre, con l’aggiunta del Nazionalsocialismo. /…/ si sentono le voci acute delle B.D.M. (le ragazze di Hitler) /…/ o una banda di Hitler Jugend, ragazzoni virili /…/ C’è sempre una canzone di marcia nell’aria.” J. MORGAN, Hitler’s Berchtesgaden. An Idyll of New Germany, in “The British Union Quarterly”, vol. I, n. 1, p. 67.
- “Il capo disse: ‘voglio avere una nazione forte: fate in modo che il tempo di lavoro /…/ sia controbilanciato da parti di tempo d svago’ /…/.” Dr. R. LEY, Strength through Joy in “The Fascist Quarterly”, vol. II, n. 2, April 1936, pp. 111-ss.
- O. MOSLEY, op. cit., p. 31.
- S. CULLEN, “Political Violence …”, cit. p. 247.
- “Frequentava liberamente gli ebrei così come chiunque altro /…/. Non c’era antisemitismo nel New Party né, inizialmente, nella BUF.” C. CROSS, op. cit., p. 119.
- Particolarmente significativi per il loro carattere antisemita furono i discorsi che Mosley tenne all’Albert Hall di Londra, il 28 ottobre 1934, il 24 marzo 1935 e il 22 marzo 1936. C. HOLMES, Anti-Semitism in British Society 1876-1939, London, Edward Arnold, 1979, p. 177-9.
- Proprietario del Daily Mail, che per la prima metà del 1934 sostenne il movimento fascista. Nell’autobiografia Mosley scrisse: “Quando Lord Rothermere mi sosteneva, (gli ebrei) lo dissuasero con la minaccia di cannoni economici”. Per un approfondimento in merito rimandiamo al par. 4 (in particolare 4.2).
- Discorso di Mosley all’Albert Hall, il 28 ottobre 1934, in O. MOSLEY, “Il fascismo inglese”, cit. p.116-17.
- n. 194-261, gennaio 1937- marzo 1939.
- “A causa dello sporco potere del loro oro gli ebrei osano minacciare di distruzione il destino imperiale del popolo inglese. /…/ Noi accettiamo la lotta e giuriamo di non abbandonarla finché non avremo messo al sicuro l’Impero dal pericolo ebraico, /…/.”, A.K. CHESTERTON, “Jews Threaten the British Empire” in The Blackshirt, n. 224, 14/8/37, p. 5.
- “Il nostro infelice Paese è legato mani e piedi agli ebrei. Essi dominano gli affari britannici; il potere del loro denaro è legge. Se i britannici non prenderanno presto coscienza di questo fatto in un numero sufficiente, il risultato sarà troppo orrendo da contemplare.”, A.K. CHESTERTON, “Jews Expose Financial Democracy” in The Blackshirt, n. 225, 21/8/37, p. 5.
- “/…/ dove c’è un ebreo, c’è satana; dove c’è degrado e corruzione, c’è un ebreo.” J.F.C. FULLER, The Cancer of Europe in “The Fascist Quarterly”, vol. I, n. 1, Jan. 1935, p. 72.
- “Ebrei – Ebrei – Ebrei – che invadono diffondendosi ovunque /…/. Ebrei Conservatori, ebrei Liberali, ebrei Socialisti. Solo la British Union resta incontaminata”, R. GORDON CANNING, “Locusts of Humanity” in The Blackshirt, n. 203, 6/3/37, p. 5.
- “L’orda di locuste inondano i deserti, le montagne e scendono sui fertili campi della civiltà, divorando tutte le ricchezze /…/ lasciando dietro di sé la desolazione /…/”, R. GORDON CANNING, ibid.
- “Vanno avanti negli affari perché adottano pratiche così abiette che nessun inglese si abbasserebbe a considerarle. /…/ Questo è il modo in cui gli ebrei “vanno avanti” e prosperano. Non perché lavorino di più o siano più intelligenti, ma perché sono furbi e abietti nelle pratiche dei loro affari”, SAGITTARIUS, “How the Jews Get Their Trade” in The Blackshirt, n. 208, 17/4/37, p. 3.
- “/…/ questo sfruttamento del lavoro altrui ha dato loro ricchezza e con questa ricchezza si sono potuti creare un potere immenso.” J.F.C. FULLER, op. cit., p. 72.
- “L’antisemitismo è inevitabile in quei paesi dove il ‘semitismo’ è enfatizzato dalla sua vistosità e viziosità.Troppo ‘semitismo’ fa sì che nasca antisemitismo”, “Semitism Causes Anti-Semitism” in The Blackshirt, n. 194, 9/1/37, p. 7.
- “/…/ il predominio degli ebrei in Germania non era un mito, e l’esplosione dell’ira e dell’indignazione del popolo tedesco fu pienamente giustificata.”, E. SIMPSON, “The Stranglehold of Jewry” in The Blackshirt, n. 221, 24/7/37, p. 5.
- “Lasciamo che i trasgressori ebrei continuino la loro inutile lotta contro la giusta punizione per i loro crimini contro la comunità in cui vivono /…/. Gli interessi ebraici sembrano destinati a scavarsi la fossa da soli /…/. La paura li guida: paura di un verdetto meritato, alle elezioni, da parte del risvegliato popolo britannico”, A. RAVEN THOMSON, “Jews plot against Blackshirts ‘racial incitement bill’ demanded” in The Blackshirt, n. 207, 10/4/37, p. 1.
- “La British Union non vuole combattere contro alcuna razza, ma vuole liberare la grande maggioranza della popolazione britannica dal giogo di una vasta minoranza straniera.” “The Invasion Continues” in The Blackshirt, n. 256, Nov. 1938, p. 7.
- “Prendiamo posizione e diciamo che non abbiamo spazio per altri che non per noi stessi in Gran Bretagna, /…/. Svegliati, Gran Bretagna, sostieni la British Union, a meno che tu non voglia diventare /…/ schiava della Finanza Internazionale, che è per lo più composta da ebrei.”, “Jewish Influx: Powerful Influences at Work” in The Blackshirt, n. 256, Nov. 1938, p. 3.
- “/…/ perché i governi inglese e francese, che trascurano i loro cittadini per sostenere l’Alta Finanza e che non compiono mai la volontà della maggioranza entro le loro frontiere, dovrebbero precipitarsi nell’arena in difesa degli ottocentomila della minoranza ebraica in Romania, i cui diritti non sono neanche stati violati?”, A.K. CHESTERTON, “£ 500,000,000″ in The Blackshirt, n. 244, Jan. 8, 1938, p. 1.
- “Migliaia di lavoratori britannici privati dei semplici beni primari con cui tenere insieme corpo e anima, vengono costretti a pagare questo denaro per i rifugiati ebrei, /…/”, “Labour Leader Demands £500 for each Jewish Refugee Family”, in The Blackshirt, n. 258, Feb. 1939, p. 1.
- “/…/ la verità /…/ è che ogni settimana, ogni giorno, sempre più profughi stranieri (ebrei) vengono assunti dall’industria britannica e sempre più lavoratori inglesi vengono buttati fuori.” “Refugees Do Cause Unemployment” in The Blackshirt, n. 259, March 1939, p. 8.
- C. CROSS, op. cit., pp. 149-168.
- “L’antisemitismo non faceva parte della nostra politica, perché io non mi ero mai scagliato contro gli ebrei in quanto popolo.” O. MOSLEY, op. cit., p. 113.
- Ibid., p. 60-61.
- Ibid., p. 59.
- “The story ran that the idea of Fascism came to Miss Rotha Litorn-Orman one day in 1923 while she was wedding the kitchen garden of her dairy farm at Langford, Somerset. She was grarvely alarmed at the rise of Socialist and Communism and decided to insert a series of six advertisements in the Duke of Nurthumberland’s paper The Patriot. The advertisements asked for recruits for a ‘British Fascisti’ to act as an organized force to combact Red Revolution.” (“Si diceva che l’idea del fascismo fosse venuta alla signorina Rotha Litorn-Orman un giorno del 1923 mentre ripuliva dalle erbacce il suo orto alla fattoria di Langford, nel Somerset. Era allarmata dal progredire del socialismo e del comunismo e decise di pubblicare una serie di sei annunci sul giornale del Duca di Nurthumberland, The Patriot. Gli annunci invitavano a far parte dei ‘British Fascisti’, un corpo organizzato per combattere contro la rivoluzione rossa.”) C. CROSS, op. cit., p. 57
- “Tutti i vecchi partiti hanno speso milioni in avventure straniere mentre privano il nostro popolo del necessario per vivere. /…/ I Conservatori e i Socialisti sono uniti nella politica di guerra all’estero e ‘fame’ all’interno. /…/ Così, il denaro, /…/ necessario per la costruzione di case in Gran Bretagna, deve andare alla Francia per mantenere in sella come Primo Ministro un ebreo Socialista.” O. MOSLEY, “London Starves While Huge Sums of Money Are Being Lent to France and Russia” in The Blackshirt, n. 199, 13/2/37, p. 1.
- “/…/ la crescente ondata di sano nazionalismo spagnolo che sta rapidamente rimpiazzando il sanguinario regime delle ‘scimmie’ Rosse che hanno ucciso e violentato dietro lo schermo della rispettabilità menscevica.”, Notes of the Quarter (par. War to make War) in “The British Union Quarterly”, vol. I, n. 3, July-Sept. 1937, p. 9.
- “Se siamo saggi non dobbiamo far nulla per indebolire questa linea di difesa della civiltà occidentale contro la barbarie orientale. /…/ Solo il fascismo può salvare l’Europa occidentale dal Maresciallo Rosso /…/. Solo l’insorto nazionalismo può sbarragli la strada.” Notes of the Quarter (par. The Fascist Bulwark) in “The British Union Quarterly”, vol. I, n. 1, Jan.-Apr. !937, p. 81.
- O. MOSLEY, “Domani Vivremo”, op. cit., p. 99.
- Approvata nell’ottobre del 1936, questa legge, secondo quanto riferito da Mosley nell’autobiografia, rendeva illegale l’uso di uniformi a scopi politici e vietava la formazione di “eserciti privati”, affidando alla polizia il mantenimento dell’ordine pubblico durante i comizi. Questi provvedimenti avrebbero parzialmente influito sull’andamento del consenso, pur non provocandone una netta diminuzione. L’abolizione delle uniformi rese più difficile l’imposizione di una disciplina ai membri della BUF e inoltre, insieme all’impossibilità di costituire un esercito, rese più vulnerabili i fascisti, perché non potevano essere distinti dalla massa degli aggressori e venivano spesso accusati ingiustamente. Ibid., pp. 65-9.
- O. MOSLEY, op. cit., p. 63.
- Notes of the Quarter in “The Fascist Quarterly”, vol. II, n. 1, Jan. 1936, pp. 3-27.
- C. CROSS, op. cit., pp. 130-31; G.C. WEBBER, Patterns of Membership and Support for the British Union of Fascists in “Journal of Contemporary History”, vol. 19, n. 4, Oct. 1984, pp. 576-7.
- R. SKIDELSKY, Oswald Mosley, 1975, cit. in G.C. WEBBER, pp. 577-80.
- Queste liste sarebbero state recuperate dai Servizi Segreti britannici di informazioni, presumibilmente nel corso delle operazioni che portarono all’arresto di Mosley e dei suoi collaboratori, sulla base del decreto 18B. Tale decreto dava al Ministro degli Interni il potere di arrestare gli iscritti di un’organizzazione se “i dirigenti dell’organizzazione hanno o hanno avuto, rapporti con persone dipendenti dal Governo, o simpatie per il sistema di Governo, di qualsiasi Governo con cui Sua Maestà sia in guerra.” O MOSLEY, “Il fascismo inglese“, op. cit., p. 244.
- Nel Daily Mirror si faceva riferimento all’incremento del sostegno alla BUF; l’inchiesta relativa allo Yorkshire indicava la cifra di 5.000 membri per il 1939; i resoconti sull’adunata a Earl Court riportavano la cifra di 20.000 partecipanti.
- G.C. WEBBER, op. cit., p. 576.
- Vedi nota 15.
- G.C. WEBBER, op. cit., p. 577.
- C. CROSS, op. cit., pp. 96-7; 117.
- “Senza dubbio le nazioni meglio governate nell’Europa di oggi” dal suddetto articolo di Rothermere in C. CROSS, op. cit., pp. 95-6.
- O. MOSLEY, “Il fascismo inglese”, cit., pp.132-3.
- È ancora Cross sa riferire della speranza di Mosley di ottenere il consenso degli agricoltori. La campagna era da sempre stata la roccaforte dei Conservatori e conquistarla avrebbe significato una vittoria sicura. C. CROSS, op. cit., p. 107.
- S. RAWNLEY, The Membership of the British Union of Fascists in Lunn & Thurlow (eds.), British Fascism. Essays on the Radical Right in Inter-War Britain (1980) cit. in G.C. WEBBER, op. cit., p. 590.
- È questo il caso, citato ancora da Webber (op. cit., p.589), di Frederick Mullally, che nel 1946 descrisse il prototipo del fascista come un giovanotto della piccola borghesia del Sud di Londra, il cui padre era un impiegato statale di religione cattolica. F. MULLALLY, Fascism inside England, 1946.
- Vedi nota 15.
- “I candidati erano, nel complesso, giovani. /…/ ventuno nella fascia d’età tra i ventuno e i trenta, ventidue tra i trentuno e i quaranta e ventuno dai quarant’anni in su. Le loro professioni variavano molto, le categorie maggiori erano quelle delle persone occupate nel ‘commercio’ (dodici), funzionari della BU a tempo pieno (dieci), ufficiali dell’esercito in pensione (otto) e agricoltori, ortolani e allevatori di polli (sei). C’erano due insegnanti, due giornalisti, due impiegati delle ferrovie, due contabili, un avvocato, un dottore, un artigiano, un corriere d’agenzia di viaggi, un conducente d’autobus e un controllore delle agenti elettorali del Daily Mail.“, C. CROSS, op. cit., p. 180.
- “La camicia nera della prima ora era un uomo della piccola borghesia, non particolarmente intelligente, ma leale e votato al sacrificio.” C. CROSS, op. cit., p. 70.
- G.C. WEBBER, op. cit., pp. 589-ss.
- Webber si basa su relazioni presentate dallo Special Branch (Squadra Speciale della polizia) al Ministero dell’Interno britannico. Per maggiori dettagli: G.C. WEBBER, op. cit., pp. 601-5.
- ‘/…/ although the actual membership of the movement dwindled, the amount of sympathetic support – especially from the middle and upper-middle class – increased’ (‘/…/ anche se le adesioni effettive del movimento diminuirono, le dimostrazioni di simpatia – specialmente da parte della medio-alta borghesia – aumentarono.’) Report 9/5/35, Home Office, cit. in G.C. WEBBER, op. cit., p. 591.
- Con l’arresto di Mosley e dei principali esponenti del movimento, il 23 maggio 1940, si chiuse la vicenda politica del fascismo inglese. Mosley fu rilasciato nel novembre del 1943.
A cura del Gruppo Ricerca Storica di Nuovi Orizzonti Europei
Nella prima metà del secolo XII erano divampati per l’Europa diversi moti di contestazione alla chiesa, tra cui i patarini e gli arnaldisti, troppo tumultuosi e troppo circoscritti nello spazio, dando però l’indicazione di una volontà di riforma religiosa che aveva solo bisogno di maturare. Moti che terminarono soffocati dalla repressione della Chiesa, ma nel frattempo la contestazione riprendeva a serpeggiare per tutta l’Europa alimentata da un intento unitario tenuto vivo da una più consapevole coerenza di comportamento. Non erano più i predicatori itineranti a denunciare la vita corrotta del clero per ricondurre la Chiesa ai perduti valori evangelici, ma un rifiuto dell’istituzione ecclesiastica e una diversa interpretazione del cristianesimo, frutto di un pessimismo sulla vita umana e di sfiducia nei mezzi di salvezza proposti dalla Chiesa. Non erano una setta, ma un movimento spontaneo, che affiorò in punti diversi dell’Europa. Si fondava su un pensiero elementare: questo mondo è il regno del male, delle sofferenza, della corruzione, della ingiustizia. Bisogna quindi vivere isolati, seguendo retti principi morali, nell’attesa della morte che sarà la liberazione. In principio i nuovi eretici furono scambiati per manichei a causa del dualismo della loro dottrina, il contrasto fra il bene e il male. La differenza essenziale è che, per i manichei, la presenza del male nel mondo aveva una spiegazione cosmologica e metafisica, quindi indipendente dall’uomo, mentre ora l’idea del mondo e del bene erano il riflesso delle aspirazioni a una società democratica, senza differenze di classe e senza abusi di potere. La nuova eresia fu scoperta la prima volta a Colonia e a Bonn, nell’anno 1144. Ne diede notizia a Bernardo di Chiaravalle l’abate di Steinfeld, Eberwin, descrivendo questi eretici come individui sospetti che conducevano vita errabonda, accompagnati da donne votate alla verginità, che celebravano la comunione per conto proprio, solamente con il pane, recitando il Paternoster, ma rifiutavano di frequentare le chiese e di accostarsi ai sacramenti. Pochi mesi dopo, il cardinale Alberico di Beauvais, in missione in Francia, denunciò anch’egli a Bernardo di Chiaravalle la presenza di identici eretici nella Francia meridionale. Bernardo si rec immediatamente sul posto, e a Tolosa, ad Albi e a Verfeil cercò di discutere con loro, ma fu respinto e persino beffato. Allora cominciarono le persecuzioni e i processi, col sussidio di un testo: il Tractatus de haereticís del domenicano Anselmo d’Alessandria. Nel 1147, molti di essi, tra cui alcuni membri del clero, preti monaci e suore, e anche qualche nobile, vennero condannati al rogo a Périgueux, nella Francia centrale. I verbali del processo li indicano questa volta con un nome specifico: “petragorici” (pitagorici), forse per il fatto che essi confessarono di non bere vino e di essere vegetariani. Nel 1163, nelle campagne intorno a Colonia, se ne fermarono cinque provenienti dalle Fiandre, che vivevano nascosti in un granaio, segnalati dai contadini al loro parroco, perché la domenica rifiutavano di recarsi in chiesa ad assistere alla messa. Tradotti in giudizio essi dichiararono di considerarsi veri cristiani, poiché usavano vivere in povertà e castità prendendo il pane dell’eucarestia (senza vino) dalle mani dei propri sacerdoti, e mortificando il corpo con digiuni e astinenze, per liberare l’anima dalla possessione del male. Condannati al rogo, una fanciulla che era con loro e alla quale un giudice, impietosito, avrebbe voluto salvare la vita, si svincolò dalle mani di coloro che la trattenevano e si gettò spontaneamente nelle fiamme con i compagni. Questi eretici erano così sicuri della propria fede che osavano talora sfidare ad aperti dibattiti il clero cattolico. Nel 1165, mentre a Lombers, nella Linguadoca, era riunito un Sinodo di vescovi di Tolosa, di Lodève, di Nimes e di Albi, con i vari abati e prevosti della diocesi, alla presenza del conte Raimondo di Tolosa con la moglie, del visconte Raimondo Trencavel di Béziers e di altri nobili, si presentò un gruppo di loro boni homines, cioè di loro sacerdoti, e a nome di tutti parlò un certo Oliviero, chiedendo di poter esporre quale fosse la loro dottrina: conformare la vita strettamente e unicamente ai precetti evangelici; così facendo, essi si ritenevano veri cristiani. Al termine della sua esposizione, il vescovo di Lodève lesse la seguente sentenza: “lo, Gaucelin, vescovo di Lodève, d’accordo col vescovo d’Albi e con gli altri qui presenti, giudico eretici costoro che si fanno chiamare boni homines, e con loro condanno la setta degli eretici di Lombers”. E poiché quelli protestarono che egli era un ipocrita e non un vero cristiano, il vescovo Gaucelin li avverti che si sarebbe appellato al papa e al re di Francia e che h avrebbe segnalati come nemici della fede a ogni corte cattolica. In quegli anni, nei verbali dei processi celebrati in Germania, codesti eretici cominciano a essere chiamati col nome che resterà poi loro definitivamente: catari. E fu tale la loro diffusione, e così decisa la loro opposizione alla Chiesa, che il vocabolo Ketzer è rimasto da allora nella lingua tedesca a indicare genericamente “eretico”, e Ketzerei significa “eresia”. Evidentemente il nome è la trascrizione del greco Kàtharoi, ossia i “puri”, ma per una facile assonanza, spesso il clero, ignorante della lingua greca, li confondeva coi patari o patarini, e se accettava il vero nome ne dava etimologie strane e fantasiose, come quella del monaco Alain de Lille: “Dicuntur catari a cato [dal gatto], perché usano baciare le parti posteriori del gatto, sotto il cui aspetto, come essi affermano, appare loro Lucifero”.La Chiesa continuò a lungo a non capire quali fossero i motivi della straordinaria diffusione del catarismo tra uomini e donne, e non soltanto delle classi più umili, ostinandosi a considerarlo una setta di adoratori di Satana, dediti a sabba osceni con demoni e streghe, e a interpretare il loro rifiuto dei sacramenti da parte del clero come una forma di perverso sacrilegio. O forse la rabbia dei persecutori si spiega come lo sfogo di un complesso di colpa di fronte all’integrità morale dei catari, i migliori dei quali giungevano fino a praticare la castità assoluta, perché il mondo della materia finisse più presto. E, in qualche caso, fu proprio la constatazione di un simile impegno morale da parte di qualche persona a farne sospettare l’appartenenza al catarismo. Così avvenne, per esempio, a Reims nel 1162, quando una fanciulla, insidiata da un chierico, essendosi rifiutata di accettare le sue proposte, venne tratta in arresto e processata; e con lei una vecchia che l’aveva introdotta al catarismo. Ma la vecchia – a quanto riferisce un cronista dell’epoca – riuscì a fuggire, calandosi dalla finestra per mezzo delle sue arti magiche. Proprio in quest’occasione, i catari risultano designati con un altro nome ancora: pobliciani, che ricorre anche altrove nella forma populiciani. E questa è la spia che permette di riconoscere i legami, anzi probabilmente la derivazione del catarismo, da un movimento religioso più antico, ma ancora vivo in quegli anni nella penisola balcanica e in Bulgaria. La parola “pobliciani” o “populiciani” è la corruzione di pauliciani, nome di una setta ascetica sorta in Armenia nel secolo VII, dal patronimico Paul-ík, ossia “figlio di Paolo”, “seguace di Paolo”, perché i suoi membri erano convinti di continuare nel modo più esatto la dottrina dell’apostolo Paolo di Tarso, accentuandone il concetto dell’umanità peccatrice in Adamo e dominata da Satana, e la necessità di una vita ascetica perché il male venisse vinto e il bene trionfasse. Espulsi dall’Armenia verso la fine del secolo IX, i pauliciani si erano trasferiti in Tracia, e di lì, sconfinando nei paesi vicini, avevano dato vita, in Bulgaria, a un’altra setta affine, i bogomili, così chiamati, dal nome di un pop Bogomil, equivalente in lingua bulgara a “Teofilo”(bog = Dio, mile = amico).Anche i bogomili seguivano la concezione dualistica, attribuendo a Satana la creazione di Adamo e di Eva, e prendevano dal Vangelo di Giovanni la dottrina gnostica dell’emanazione dei Verbo, a cui, tuttavia, essi negavano ogni partecipazione alla natura umana, considerando Maria un angelo, preventivamente inviato in terra da Dio, per accogliere il Verbo. I bogomili praticavano una vita ascetica e rifiutavano la mediazione della Chiesa, anche per un’opposizione politico-sociale al cesaropapismo bizantino. Per questo motivo erano stati più volte perseguitati: nell’842 dall’imperatrice Teodora, che ne aveva fatti sterminare più di centomila; nell’870 dall’imperatore Basilio, e nel 1118 da Alessio Comneno, il quale ne aveva arrestati e imprigionati molti, bruciando sul rogo il loro pop Basilio. Tuttavia essi erano ancora sempre fiorenti, specie nella Bosnia, protetti dal ban Kulin, e contro di loro papa Innocenzo III nel 1200 incaricherà il re d’Ungheria Imre di condurre una crociata di sterminio. La stretta parentela tra i bogomili e i catari è dimostrata innanzi tutto da un confronto fra le due dottrine, possibile ora per la fortunata scoperta di un vangelo bogomila (l’unico finora conosciuto), che pare sia stato portato in Italia dalla Bulgaria nel 1190 dal cataro Nazario, e di qui finito a Carcassonne, nella Linguadoca: vangelo da me tradotto per la prima volta in italiano. La variante catara di questo vangelo ci è stata tramandata da un anonimo del Duecento. Ma la prova definitiva è il fatto che il primo grande Concilio generale dei catari, tenutosi nel 1167 a Saint-Félix de Caraman, presso Tolosa, fu presieduto dal pop Niceta, venuto da Dragovica, il quale informò i compagni di fede sulla consistenza delle chiese dei bogomili di Serbia, Romania, Macedonia, Bulgaria e Dalmazia, e sul loro modello si organizzarono le chiese catare della Linguadoca e della Provenza, tra cui la più importante divenne tosto quella di Albi, tanto da dare poi il nome di albigesi a tutti i catari occitanici. La forte carica di apostolato, da parte di ciascun fedele, permise in queste due regioni la rapida diffusione del catarismo e la sua costituzione in una struttura stabile, dottrinalmente e disciplinarmente. Le chiese albigesi erano presiedute dai boni homines, che gli eresiologi chiamano spesso “i perfetti”, per la solita confusione coi manichei. I neoconvertiti si disponevano all’apparelhament cioè ad apparecchiarsi alle severe regole di vita, sottostando per qualche tempo, anche più di un anno, ad astinenze, digiuni e penitenze. Talvolta chiedevano ai boni homines la grazia di ottenere un melhorament della loro condotta: “Bon crestia, balhatz nos [dacci] la benediccion de Dieu e de vos!”. Dopo il periodo di prova, i nuovi fedeli pronunciavano la promessa di fedeltà e di convenenca con le regole della chiesa catara, e ottenevano il bacio della pace.Ai più zelanti (anche donne), come segno di ordinazione sacerdotale, e a tutti quanti prima della morte, si conferiva il consolament, una specie di battesimo di assoluzione, con la semplice imposizione delle mani. Il consolament era particolarmente richiesto quando i catari, arrestati e imprigionati, decidevano di sottoporsi alla endura, cioè al suicidio, lasciandosi morire d’inedia, o quando, per disprezzo verso i persecutori, invece di farsi trascinare al supplizio, si gettavano Spontaneamente sul rogo. I catari non erano una setta di misantropi, né vivevano di elemosina o di vagabondaggio, ma del proprio lavoro. Vi appartenevano persone di tutti i ceti sociali, soprattutto artigiani, tessitori, commercianti, e frequentavano gli stessi mercati dei cattolici, prestavano loro denaro e ne ricevevano in prestito, convinti gli uni e gli altri che era una cosa necessaria anche se la Chiesa la proibiva.Tra i catari vi erano anche degli ex sacerdoti e persino dei nobili Anzi, quasi tutti i feudatari della Linguadoca e della Provenza, quando scoppierà la repressione, difenderanno con le armi i loro sudditi catari.Già nel 1178, per esempio, nel castello di Ruggero Il Trencavel, visconte di Béziers, e di sua moglie Adelaide vi fu un incontro fra due alti personaggi catari e due eminenti cattolici: l’abate cistercense Enrico di Marcy e il cardinale Pietro di Pavia, dopo il quale i due prelati cattolici avrebbero voluto far arrestare i due catari, ma furono impediti dal visconte Ruggero Il. Due anni dopo, però, Enrico di Marcy, divenuto cardinale, li farà arrestare a tradimento, nonostante l’impegno preso. Per questo suo legame con la nobiltà, taluni eresiologi, ancora oggi, tendono a considerare il catarismo albigese, della Provenza e della Linguadoca, una conseguenza del cattivo esempio dato al popolo dalla nobiltà stessa col rilassamento dei propri costumi. Certo vi sono alcune analogie nella concezione della vita da parte dei catari e dell’aristocrazia feudale occitanica, ma spesso per una coincidenza occasionale. La poesia dei trovatori, espressione di quella società nobiliare, presenta ugualmente frequenti spunti anticlericali e aperti rimproveri alla corruzione della Chiesa, come in Peire Cardinal, in Marcabrun, e nei versi di Guillem Figuera: “Roma, tant es grans/ la vostra forfaitura (furfanteria)/ que Dieu e sos sans/ en gitatz [mettete] a non cura”. Il matrimonio, come per i catari, è una formalità senza importanza: il rapporto tra uomo e donna dev’essere fondato unicamente sul sentimento d’amore. Ma lo scandalo degli ecclesiastici per questo rifiuto del matrimonio come sacramento ha fatto esagerare il giudizio sul concetto trobadorico dell’”amor cordial” quale esaltazione della sensualità e del libertinaggio, mentre non dimentichiamolo proprio esso ha decisamente influito sulle dottrine dell’amore sentimentale che saranno nel dolce stil novo e nel petrarchismo. “D’amor mou [muove] castitatz” canta Guillem de Montanghagout “quar qui ‘n amor ben s’enten/ no pot far pueis mal renh [mal rendimento].”Comunque, la scelta della joie d’amor, anche al di fuori del matrimonio, da parte delle belle castellane provenzalì, e la scelta della castità (frequente ma non obbligatoria) da parte delle fanciulle catare, sono entrambe una prova di emancipazione femminile: la volontà di disporre liberamente dei propri sentimenti e del proprio corpo, sottraendosi alla potestas del maschio e cercando una parità di diritti con esso. Il libero amore e la castità erano, sebbene in senso inverso, una protesta contro l’ordine sociale difeso dalla Chiesa. Inoltre, per le donne sole, vedove o zitelle, poiché il patrimonio familiare passava in massima parte ai maschi, all’alternativa di chiudersi in un convento era preferibile la compagnia dei catari, tra i quali esse trovavano conforto e fratellanza, senza sentirsi oppresse e recluse, poiché l’autorità dei boni homines era solo morale.E che il più delle volte l’entendensa d’amor e l’entendensa del ben si potessero perfettamente conciliare è dimostrato dal fatto che, quando la Chiesa scatenerà una persecuzione generale, una vera crociata di sterminio, sia tra le nobildonne sia tra le popolane molte di quelle amasiae-uxores, amanti-mogli, come le definiscono con spregio i verbali dei processi e le cronache, sapranno combattere e morire eroicamente al fianco degli uomini che amavano.
Pauperisti e apocalittici
Proprio nel 1179, mentre a Roma papa Alessandro III, convocato il Concilio laterano terzo, per prendere in esame il preoccupante dilagare dell’eresia catara, lanciava minacciosi avvertimenti ai catari e ai loro protettori, scendeva da Lione Pietro Valdo (Valdès o De Vaux), con un piccolo gruppo di discepoli, per presentare al pontefice una protesta contro il vescovo della sua città, Guichard, che gli aveva proibito di continuare la predicazione del Vangelo in lingua occitanica, da lui iniziata poco tempo prima, dopo una crisi religiosa. Racconta la Cronaca di Laon che Pietro Valdo, ricco mercante lionese, nel 1175 era rimasto vivamente colpito dalle parole di un menestrello, il quale, sulla piazza di Lione, stava cantando le gesta di sant’Alessio (secolo IV, giovane romano che, abbandonata la moglie e la famiglia, era andato in pellegrinaggio in Siria, mendicando, e al ritorno era morto dopo aver chiesto l’elemosina, senza essere riconosciuto, alla porta di casa di suo padre. Il giorno dopo dice la Cronaca Valdo aveva affidato le proprie figlie al convento di Fontevrault, fondato da Roberto di Arbrissel, aveva dato in elemosina tutti i suoi averi e aveva cominciato a predicare secondo i precetti evangelici che indicano nella povertà la via della perfezione. Si era fatto tradurre i testi sacri da due sacerdoti, convinti alla sua causa, li aveva esposti pubblicamente, commentando soprattutto il sermone della montagna e la parabola del giovane ricco. Egli stesso seguiva il precetto di Cristo: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai” (Mt XIX,21) per girare nei quartieri di Lione abitati dai più umili artigiani, egli pure scalzo, vestito di un misero saio. Quando si presentò ad Alessandro III, questi lo abbracciò, commosso per le sue buone intenzioni e per il voto di povertà fatto da lui e dai suoi compagni, ma non poté annullare il divieto di predicazione del vescovo di Lione. l’exzortatio ad poenítentiam era a quell’epoca un’attività facilmente concessa anche ai laici, ma in quel momento l’esempio dei catari faceva temere il pericolo di deviazioni ereticali. Eppure Valdo era sorretto dalla fede sincera di poter rísveglíare nel popolo il senso autentico, e perfettamente ortodosso, del cristianesimo evangelico, di ispirare agli umili e ai poveri il conforto di essere i prediletti di Dio, coloro per i quali era stato annunciato da Gesù Cristo il regno dei cieli, e conferire loro la dignità di sentirsi riscattati dalla condizione di classe sociale subalterna, mediante l’accettazione della povertà come privilegio. Un secondo tentativo, nel 1181, con papa Lucio III, successore di Alessandro III, sortì lo stesso effetto. Anzi, il nuovo papa costrinse Valdo a giurare una professione di fede (il testo è stato scoperto solo nel 1946) con cui s’impegnava a sottomettersi all’autorità ecclesiale. Anche questa volta egli non ubbidì, e riprese la predicazione, mandando, anzi, i discepoli, a coppie, a diffonderla per la Francia meridionale. A questo punto il nuovo vescovo di Lione, jean de Bellesmains, lo scomunicò e lo fece espellere dalla città con tutti i suoi seguaci, che avevano assunto il nome di Poveri di Lione. Da quel momento il valdismo entrò nell’eresia. Ma Pietro Valdo non intendeva che i suoi seguaci si mettessero fuori della Chiesa e, nonostante le persecuzioni, i Poveri di Lione continuarono a mescolarsi con i fedeli per ricevere i sacramenti, che consideravano essenzialí per la propria salvezza. Essi, quindi, non mettevano in dubbio le verità di fede e la mediazione dei sacerdoti, ma protestavano per il contrasto fra le norme evangeliche, prescriventi povertà e umiltà, e la loro applicazione da parte del clero. “Dicono che il papa, i nostri vescovi e i chierici” scriverà pochi anni dopo Davide di Augsburg nel suo Tractatus de haeresí Pauperum de Lugduno “non possono rappresentare la Chiesa, perché posseggono le ricchezze mondane e non imitano la santità degli apostoli: non è possibile, dicono, che Cristo abbia voluto affidare la sua diletta Sposa a gente tale, che la prostituisce con i cattivi esempi e le cattive opere … Dicono anche che con la loro astuzia e la loro potenza i chierici tengono sottomessi i laici perché diano loro le decime e le offerte con cui essi possono pascersi, soddisfare la loro lussuria e mantenere le proprie concubine.” L’incontro dei valdesi con i catari e gli albigesi contribuì ben presto ad accentuare il loro carattere di contestazione. Non era solo il problema economico della povertà a fare da sottofondo alla loro protesta, ma anche, e soprattutto, il problema sociale e politico: la disparità di classe e la percezione da parte della nascente borghesia artigianale di potersi rendere autonoma dal feudalesimo mediante il lavoro delle proprie mani. 1 loro maestri, detti “barba” (da barbatus), calzando sandali di legno o di cuoio, e perciò chìamati anche “insabbatati” (ensabatatz) o “sandaliati”, come attesta il monaco Bernardo di Fontecaude nella sua opera del 1192 Adversus Waldensium sectam, percorrevano le città e i villaggi, insegnando ai poveri ad avere fiducia in Dio e a recitare spesso il Padre nostro, ad aborrire dalle menzogne e dalla violenza, ma predicando anche e questo era il punto più grave del loro comportamento eretico che erano inutili le indulgenze, le elemosine, le preghiere ai defunti. La loro esaltazione della non violenza, della giustizia sociale, dell’onestà nei rapporti reciproci, della necessità del perdono anche per i nemici non poteva fare a meno di trovare largo consenso in una società che stava nascendo basata su questi stessi princìpi. Quando anche contro i valdesi la persecuzione della Chiesa si farà feroce, un anonimo poeta dirà:
Qui non volìá maudire, ni jurar, ni mentire, ni abountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui, ni veniar se de li sio ennemie, illi disent que ès Vaudès e digne de meurir.
Ispirati dalla predicazione valdese, e in alcuni casi loro diretta filiazione, sorsero in altri luoghi movimenti laici, dediti per elezione a una vita severa di pietà e di fratellanza, e quindi anch’essi col desiderio di ricondurre il cristianesimo al suo primitivo significato. In Lombardia, gruppi di artigiani, soprattutto tessitori di lana, praticamente già uniti insieme dalle esigenze del loro mestiere, proposero di organizzarsi in una vita in comune, instar ecclesiae primitivae (cioè povertà, continenza, penitenza), e presero il nome di umiliati. Seguirono anch’essi la stessa sorte dei valdesi: il papa li riconobbe, ma negò loro il permesso di predicare; alcuni si sottomisero, ma la maggior parte disubbidì e formò una setta dissidente, che nel 1218 finirà coll’assìmilarsi ai Poveri di Lione, prendendo per analogia il nome di Poveri lombardi. Più tardi si differenziarono leggermente, costituendo un gruppo a sé, con un nuovo capo, Giovanni di Ronco che, per sfuggire alla persecuzione, riparò poi in Germania dando origine ai runcharii, dal suo nome. Dirà di loro un contemporaneo: “0 Pauperes Lombardi! Poiché non vi piacque la Chiesa romana, vi siete uniti con i Poveri di Lione, e siete stati con loro sotto il governo di Valdo; ma poi vi siete scelto un altro capo, separandovi da Valdo e dai Lionesi, il cui nome era J. de Roncho, e io l’ho conosciuto”.Una comunità francese è invece chiamata dei tortolani negli Atti dell’inquisizione di Carcassonne, perché celebrava la comunione, volendo tornare all’usanza dei primi apostoli, con “unum tortellum panis et unum ciphum plenum de bono vino”.Addirittura un ritorno alle credenze filogiudaiche dei diretti discepoli di Gesù pare fosse praticato dai passagini, il cui nome deriva forse da “predicatori di passaggio” o “pellegrini”: essi ammettevano l’opera di Gesù ma non la sua divinità, ritenendolo figlio adottivo, e osservavano il riposo del sabato e il divieto di cibarsi di carne non dissanguata. Più specificatamente anticlericale fu la protesta, quasi contemporanea agli inizi della predicazione di Pietro Valdo, mossa dal giurista piacentino Ugo Speroni, inizialmente in difesa degl’interessi del comune di Piacenza, di cui era notaio, su certi territori rivendicati dalle autorità ecclesiastiche, poi con un’aperta contestazione delle istituzioni della Chiesa. Nella sua opera Adversus Antichristum, che è del 1177, Speroni bolla la corruzione del clero, nega validità ai sacramenti, ai riti, alle indulgenze. Egli sottopose il proprio scritto al giudizio di un suo ex condiscepolo, Vaccario, che lo confutò aspramente e lo segnalò alla corte pontificia per la debita condanna. Agli inizi del Duecento, il messaggio dei Poveri di Lione, anche con qualche modifica, si era ormai diffuso in Germania, nell’alto Reno, in Baviera, in Austria, in Svizzera, nell’Italia settentrionale e meridionale, e soprattutto nelle vallate alpine tra la Savoia e il Piemonte, dove ì valdesi esistono tuttora, chiamati genericamente barbet dall’antico nome dei loro maestri. Ma già erano cominciate le persecuzioni e vi furono anche casi di pentimento, il più notevole dei quali fu il ritorno nel grembo della Chiesa dell’aragonese Durand de Huesca e di tutti i suoi seguaci, nel 1207, riconvertiti in seguito a discussioni col vescovo Diego d’Osma. Essi allora presero il nome di Poveri cattolici,proponendosi di collaborare alla confutazione degli eretici. Ma già l’anno dopo, papa Innocenzo III avrà di nuovo motivo di lamentarsi di loro perché non si mostravano abbastanza rigidi nei confronti dei vecchi compagni di eresia.
Gioacchino da Fiore
Intanto, nella prima metà del Duecento, alle varie esperienze pauperistiche si aggiungeva anche un altro vasto movimento di contestazione alla Chiesa: il movimento degli apocalittici. Nel 1202 era morto nel convento di San Giovanni in Fiore, sulla Sila, da lui fondato, il monaco calabrese Gioacchino da Fiore, “di spirito profetico dotato” come dirà poi di lui Dante Alighieri. La sua predicazione, rimasta quasi inosservata finché egli era vivo, doveva ben presto divenire il testo fondamentale di attese apocalittiche che avrebbero a lungo sconvolto di entusiasmo e di fanatismo le masse cristiane. Già negli anni immediatamente precedenti, tre mistici germanici, Rupert von Deutz, Anselmo di Havelberg e Ildegonda di Bingen, addolorati per la corruzione della Chiesa, avevano previsto l’approssimarsi del giudizio universale, immediatamente preceduto dalla lotta finale tra Cristo e l’Anticristo, secondo l’allegoria dell’Apocalisse di Giovanni. Ma Gioacchino da Fiore, operando una più profonda interpretazione escatologica, aveva calcolato che, come vi erano state, secondo il Vangelo di Matteo, quarantadue generazioni bibliche, di trent’anni ciascuna, da Davide a Gesù (l’età del Padre, cioè del Dio dell’Antico Testamento), così ve ne dovevano essere altrettante per l’età del Figlio, e quarantadue generazioni di trent’anni ciascuna portavano all’anno 1260; dopo quella data sarebbe iniziata la terza età, quella dello Spirito Santo, contrassegnata dal trionfo finale del bene, della giustizia, della fratellanza universale. Gioacchino da Fiore attendeva, quindi, che si presentasse un antipapa, come manifestazione dell’Anticristo, per lo scontro definitivo; ma era facile, a chi lo ascoltava, immaginare che, data la corruzione dei tempi, l’Anticristo fosse già il papa sedente sulla cattedra di Pietro. A tale deduzione sembra appunto che sia giunto, tra gli altri, il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, quando a Messina nel 1190, in procinto di salpare per la crociata, a Gioacchino che gli faceva profezie di buon augurio e gli parlava dell’Anticristo, rispose: “Se l’Anticristo deve manifestarsi a Roma e possedere la sede apostolica, penso che sia proprio quel Clemente che è papa adesso”. La predicazione apocalittica di Gioacchino da Fiore e quella pauperistica di Pietro Valdo contribuirono entrambe alla formazione di san Francesco d’Assisi, e i seguaci di Gioacchino da Fiore, difatti, identificheranno in lui l’angelo dell’Apocalisse.
S. Francesco d’Assisi
Figlio di un ricco mercante, come Valdo rinunciò egli pure alle ricchezze, nel 1206, per sposare “madonna Povertà” e farsi “gíullare” di Cristo. Nei primi tempi, esaltato dalla lettura dei romanzi cavallereschi, egli girava per i villaggi e le campagne, proclamando: “Sono l’araldo del gran Re”, e presentava gli amici che lo seguivano: “Questi sono i miei cavalieri della Tavola rotonda”, annunciando il prossimo avvento del Regno di Dio. Poi, nel 1209, sentì la vocazione di far conoscere il vero messaggio di Gesù anche con l’esempio di una comunità che vivesse secondo il modello dei primi apostoli. Anch’egli, come Valdo, essendo laico, si vide negare, nel 1210, il permesso di predicare da papa Innocenzo III, e anch’egli non ubbidì, e cominciò a diffondere parole di speranza tra le povere genti della sua Umbria. Le prime biografie del santo, poi proibite dalla Chiesa e sostituite da agiografie edulcorate a scopo di edificazione, lo mostrano assai più polemico e vigoroso che non la leggenda. Per esempio, la famosa predica agli uccelli, passata nei Fioretti come una generica manifestazione d’amore per le creature umili e indifese, fu invece un gesto simbolico di condanna della corruzione della società e un’irritata risposta a Innocenzo III che l’aveva cacciato via con questa frase di disprezzo: “Vattene, frate, dai tuoi maiali, ai quali assomigli, e rivòltati con essi nel fango”; egli, in quell’occasione, raccontano Ruggero di Wendover e Matteo Paris, uscito fuori Roma, chiamò a raccolta i corvi e gli altri uccelli da preda che razzolavano tra i cadaveri nei cimiteri e predicò loro le parole dell’Apocalisse: “Venite, radunatevi al gran banchetto di Dio, mangiate la carne dei re, dei tribuni e dei superbi … “. Un secondo tentativo per ottenere il riconoscimento papale, fatto nel 1217 con il nuovo pontefice Onorío III, fu ancora respinto. Per lo sconforto, Francesco si propose di andare a predicare in Francia e in Germania, ma fu sconsigliato dal cardinale Ugolino dei Conti: “Ci sono nella Curia di Roma troppi prelati che vorrebbero molto nuocere a te e al tuo ordine”. Allora, nel 1221, per evitare persecuzioni ai suoi compagni, Francesco sì piegò a costituire un ordine monastico regolare, ma, rattristato, lasciò la carica di ministro generale e si ritirò a vita eremitica. Fu il capitolo francescano a redigere la Regola prima, che contemplava l’obbligo di ubbidienza alle autorità ecclesiastiche e della predicazione “al servizio della Chiesa”. Questa regola, ancora “mitigata” per cura del cardinale Ugolino dei Conti, venne finalmente approvata da Onorio III con una bolla del 1223. Alla prescrizione di povertà assoluta, voluta da san Francesco e ancora contenuta nella Regola prima, fu fatta un’eccezione: l’ordine poteva possedere beni “per le necessità degli infermi e per vestire altri frati”. L’ordine francescano cessava di essere una comunità pauperistica. Nel 1226, sceso dal suo eremo alla Verna, dove aveva anche ricevuto le stigmate, Francesco d’Assisi, in gravissime condizioni di salute e affetto da quasi totale cecità, dettò il Testamento: “Ordino fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque siano, non osino mai chiedere qualche privilegio alla curia romana, né direttamente né per interposta persona, né in favore di una chiesa o di qualche altro luogo, né con la scusa di dover predicare, né per difendersi da una persecuzione; ma dovunque non vengano ricevuti, fuggano ad un’altra terra”. Francesco mori poco dopo, nella notte fra il 3 e il 4 ottobre. L’arnarezza di Francesco che le agiografie chiamano “tentazione del Maligno” nel vedere il proprio ordine sottomesso alla curia di Roma, non fu dimenticata dai seguaci più fedeli, i quali continueranno a rispettare la regola “non bullata” dal pontefice e il Testamento del loro maestro ponendosi pertanto, automaticamente, tra gli eretici.
La repressione violenta
La reazione della Chiesa contro tutte le forme di contestazione e d’indisciplina non si fece aspettare a lungo. Già al Concilio di Verona del 1184, che ratificò anche un accordo politico tra la Chiesa e l’imperatore Federico Barbarossa, papa Lucio III, assicuratasi la sua collaborazione nella lotta contro gli eretici, aveva emanato la famosa bolla Ad abolendam diversarum haeresium pravitatem: “Allo scopo di abolire la pravità di molteplici eresie, che nei tempi recenti ha cominciato a pullulare in parecchie parti del mondo, sotto nomi diversi, Noi insorgiamo, condannando ogni loro dottrina. Decretiamo che primi fra tutti i Catari e i Patarini e quelli che con falso nome si spacciano per Umiliati o Poveri di Lione, e i Passagini, i Giuseppini da Giuseppe, vescovo dei catari di Concorezzo e gli Arnaldisti siano in perpetuo colpiti da scomunica. E poiché taluni altri, sotto l’apparenza di pietà religiosa, ma offendendone il valore sacro, si arrogano l’autorità di predicatori, sebbene l’apostolo dica: “Come predicheranno se non sono autorizzati?”, tutti, dunque, coloro che, o essendone stati proibiti o non autorizzati, senza aver ricevuto il permesso dalla sede apostolica o dal vescovo della loro sede, presumono di predicare pubblicamente o privatamente, sono scomunicati; così pure tutti coloro che circa il sacramento del corpo e del sangue dei Nostro Signore Gesù Cristo, o circa il battesimo, la remissione dei peccati, il matrimonio, o gli altri sacramenti, non hanno ritegno a pensare e insegnare diversamente da quanto predica e insegna la sacrosanta Chiesa di Roma. Sono tutti, dunque, scomunicati, sia che si chiamíno consolati o credenti o perfetti o con qualsiasi altro nome superstizioso”. Questo documento fornì le basi, nel 1198, a Innocenzo III, appena salito al soglio pontificio, per attuare la grande offensiva: non bastava la scomunica, Innocenzo 111 voleva lo sterminio degli eretici. Innanzi tutto egli capì che il momento politico era particolarmente opportuno per bandire una crociata contro gli albigesi, appoggiando le mire espansionistiche dei feudatari francesi con la promessa che sarebbero divenuti proprietari delle terre liberate dai catari in Provenza e nella Linguadoca, togliendole ai loro signori, che erano in parte sudditi dei principi d’Aragona, in parte dei Plantageneti d’Inghilterra coi quali appunto già era in guerra Filippo Augusto di Francia. Innocenzo 111 assicurò all’impresa la collaborazione del clero locale, cominciando subito col sostituire numerosi vescovi, considerati troppo miti, e col mandare uomini più decisi, investiti del potere assoluto di giudici (inquisitores). Sorgevano così, regolati da una precisa procedura redatta dallo stesso Innocenzo III, i tribunali dell’inquisizione, terribile strumento per la lotta antiereticale. I primi inquisitori inviati nei paesi catari furono Ranieri dei conti di Segni, fratello del papa, Pierre di Castelnau con frate Rodrigo come segretario, e il vescovo di Osma, Diego di Acevedo, col canonico Domenico di Guzman (il futuro santo).
S. Domenico (Domenico di Guzman)
Domenico di Guzman fu tra i più zelanti, cercando frequentemente di discutere coi catari e condannandoli senza pietà se non si convertivano, e inoltre, racconta un suo biografo, “conoscendo la destrezza con cui gli eretici s’impossessavano dell’educazione delle giovinette nobili quando le famiglie erano troppo povere per poterlo fare, onde sottrarle alla seduzione dell’errore, fondò un monastero femminile a Prouille, presso Montréal, sotto la giurisdizione del vescovo di Tolosa”.Domenico poi, nel 1215, fonderà il suo ordine di predicatori, adottando l’astuta politica di mandarli in giro poveramente vestiti, alla maniera dei valdesi e dei fraticelli di san Francesco, per ingannare le masse con una predicazione pauperistica, che però non aveva lo scopo di riformare i costumi della Chiesa. Mentre si preparava il terreno per la crociata contro gli albigesi, i catarì italiani furono i primi a subire la persecuzione, soprattutto a Orvieto, dove così spietata fu l’azione del senatore Pietro Parenzo da provocare una sollevazione popolare, in cui egli stesso trovò la morte, e a Viterbo, dove il papa in persona, recatosi in visita, fece abbattere tutte le case dei catari. Nel 1202 papa Innocenzo III annunciò le indulgenze che era disposto ad accordare a tutti coloro che avrebbero partecipato a una crociata, sia contro i musulmani sia contro gli albigesi: “Coloro che lo faranno di persona e a loro spese avranno piena remissione di tutti i peccati, quelli che contribuiranno alle spese con i propri beni acquisteranno indulgenza in proporzione al soccorso dato. 1 crociati saranno sotto la protezione della Chiesa fino al loro ritorno, saranno scaricati dei debiti, segnatamente quelli contratti con Ebrei; gli ecclesiastici che prenderanno parte alle crociate potranno impegnare per tre anni i redditi dei loro benefici. Tali indulgenze saranno valide sia per coloro che andranno in Oriente contro i musulmani, sia per coloro che andranno in Spagna contro i mori, sia per coloro che andranno in Provenza contro gli albigesi”.La bolla fu fatta diffondere in tutte le diocesi d’Italia, Germania, Svezia, Danimarca, Boemia, Ungheria, Inghilterra, Scozia e Irlanda. Mentre già nel 1202 iniziava la IV crociata in Oriente, che si mutava però in una guerra di conquista dell’impero bizantino, a tutto vantaggio della repubblica di Venezia, Innocenzo III aspettava ansiosamente che si presentasse l’occasione di aprire le ostilità contro gli albigesi. L’occasione fu offerta, nel 1208, dall’uccisione del legato pontificio Pierre di Castelnau. Innocenzo III, dando la colpa al conte Raimondo VI di Tolosa di aver ordinato o ispirato l’assassinio, lo scomunicò, e rivolse immediatamente un appello ai nobili di Francia per sollecitarli a vendicare l’ingiuria fatta alla Chiesa e a estirpare la peste della eresia.
La crociata contro gli Albigesi
Nel 1209 i crociati (ventìmila cavalieri e duecentomila fanti) furono finalmente tutti riuniti nel quartiere generale di Lione. Avendo Filippo Augusto, re di Francia, rinunciato a guidare la crociata, perché impegnato in guerra con Giovanni Senzaterra, il papa affidò l’incarico al conte Simone di Montfort, appena reduce dalla IV crociata in Oriente. Al comando di Simone di Montfort, il quale, a mano a mano che conquistava un territorio ne riceveva l’investitura da Innocenzo III, i capi dei crociati: il duca di Borgogna, i conti di Nevers, di Saint Paul e di Bar, gli arcivescovi e i vescovi di Autun, Bayeux, Bourges, Chartres, Clermont, Reims, Roanne e Sens, con i propri vassalli, spinsero le soldatesche ad atrocità incredibili. I catari, naturalmente, difendevano i castelli non solo per fedeltà ai loro signori, ma soprattutto nel tentativo disperato di salvare la propria vita perché, appena i crociati espugnavano una piazza, avveniva un massacro generale della popolazione, al quale non sempre i cattolici che erano con loro potevano sfuggire. Già all’occupazione di Béziers, che fu il primo atto della crociata, il 22 luglio del 1209, allorché venne dato ordine ai soldati di passare a fil di spada i ventimila abitanti, uomini, donne e bambini, per vincere la loro esitazione a una carneficina indiscriminata, Arnaldo Amalrico, abate generale di Citeaux a quanto racconta lo storico Cesario di Eisterbach gridò a gran voce: “Uccideteli tutti: Dio riconoscerà poi i suoi!”. Lo stesso anno, dopo l’assedio di Carcassonne, a uno dei perfetti che lo implorava di risparmiarlo, dicendosi pronto ad abiurare, Simone di Montfort rispose: “Se sei veramente pentito, il rogo sarà l’espiazione dei tuoi peccati; se menti riceverai con esso la giusta ricompensa della tua perfidia”.Anche i nobili non sempre sfuggivano alla morte. Nel 1210, avendo il conte di Tolosa fatto espellere il vescovo, Simone di Montfort accorse ad assediare la città e, dopo la conquista, anche Aimery di Montréal, che era con gli assediati, venne impiccato sulla forca, gli ottanta cavalieri del suo seguito passati a fil di spada, la sorella del conte di Tolosa gettata in un pozzo e ricoperta di pietre, e “infine” dice il cronista Pierre de Vaux “i nostri crociati arsero sul rogo non meno di quattrocento eretici, con estrema gioia”.Alla resa di Minerve, tutti i cittadini, eccetto tre donne, si buttarono spontaneamente su di un rogo di così vaste proporzioni, che il fuoco si appiccò ai boschi circostanti. Non era soltanto una prova di disprezzo della morte, secondo i canoni della religione catara, ma anche il desiderio di evitare il dileggio dei persecutori, e per le donne la vergogna, perché spesso, soprattutto le giovani, spogliate prima di essere condotte al supplizio, eccitavano gli istinti erotici delle soldatesche, che gridavano oscenità o cantavano una canzone che iniziava con queste parole: “La bela eretja ins lo foc jitada … “. Tra la fine del 1210 e la primavera del 1211, i crociati conquistarono ancora Cassés, Cahusac, Montferrand, Gaillac, Montégut, St. Marcel e St. Antonin. Lesercito eretico, organizzato e guidato dal conte di Tolosa, riuscì a rioccupare alcune di queste terre, ma fu una vittoria effimera. Altri vari signori della Francia del Nord si unirono con le loro truppe alla crociata, e caddero sotto i loro assalti: Angen, Penne, Birou e Moissac. Nel novembre del 1212, Simone di Montfort tenne un’assemblea generale dei crociati a Pamiers e dettò le sue disposizioni: obbligo di giuramento di fedeltà alla sua persona, quale feudatario delle terre fin allora conquistate; rispetto delle immunità del clero locale; espulsione di tutti gli eretici sopravvissuti, comprese le loro mogli, anche se fossero cattoliche; quanto alle vedove e nubili, divieto assoluto di sposare abitanti del luogo, ma solo soldati della Francia; espulsione da città e villaggi di tutte le prostitute. Inoltre, i signori che egli avrebbe nominato vassalli nelle terre conquistate non avrebbero potuto imporre tasse su pascoli, pozzi, taglio dei boschi, eccetera senza il suo permesso. Intervenne allora Pietro d’Aragona, legittimo signore di gran parte di quelle terre. Venuto a Tolosa e presi contatti con i suoi vassalli e con i capi catari, chiese a Simone di Montfort che fossero restituiti i feudi ai conti di Tolosa, Foix e Comminges. Avutone un rifiuto, Pietro d’Aragona si appellò direttamente al papa, che accolse le sue richieste, ma gli inviati del conte di Montfort convinsero il papa a revocare la propria decisione. Indignato, Pietro d’Aragona radunò truppe e assediò la città di Muret, occupata dai crociati; ma nella terribile battaglia (migliaia di morti) rimase egli pure ucciso. Per tutto il 1213 e il 1214, Simone di Montfort e suo fratello Guy infierirono devastando le campagne, radendo al suolo castelli, saccheggiando città e villaggi. La spaventosa strage ebbe termine soltanto nel 1215, quando Luigi, figlio del re di Francia, trovandosi libero per la tregua fatta dal padre col re d’Inghilterra, si unì ai crociati, assumendone il comando al posto di Simone di Montfort. Nel novembre dello stesso anno, Innocenzo III adunò il quarto Concilio ecumenico lateranense, per celebrare la vittoria. Prima di tutto fu definita la questione dei beni feudali sottratti ai signori di Provenza e Linguadoca, con l’ordine a Simone di Montfort di restituire la contea di Tolosa al figlio di Raimondo VI. Ordine a cui Simone non accettò di ubbidire, continuando ad assediare Tolosa, finché nel 1218 verrà mortalmente colpito al capo da una pietra lanciata da una catapulta, manovrata da una donna. Dice una cronaca valdese dell’epoca: “Venc tot dret la peira lai on era mestiers”. Al compiacimento per l’estirpazione dell’eresia catara, il quarto Concilio laterano aggiunse anche la condanna di altre eresie, aprendo così la strada a nuove persecuzioni. Si condannò “il dogma perverso” di Amaury di Bene, lettore all’Università di Parigi, che, accostandosi al pensiero già espresso nel secolo VIII da Giovanni Scoto Eriugena, sosteneva l’unità di tutte le cose in Dio, il che fu considerato una pericolosa forma di panteismo. Si condannarono le dottrine di Gioacchino da Fiore con l’accusa di triteismo, per aver distinto le età del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e per aver definito “blasferno” il De Unitate et Essentia Trinitatis di Pietro Lombardo, uno dei più noti teologi della scolastica, detto “magister sententiarurn”, vescovo di Parigi morto nel 1160. Inoltre il Concilio prese importanti decisioni dogmatiche e disciplinari miranti a un più severo controllo dei credenti e dei non credenti. Si definì il dogma della consustanziazione, secondo la dottrina già formulata nel 1125 dal monaco Ildeberto, minacciando la scomunica a chi mettesse in dubbio che, al momento della consacrazione, il pane e il vino dell’eucarestia, pur mantenendo il loro aspetto e le loro qualità intrinseche, si mutano nella sostanza del corpo e sangue di Cristo. Si rese obbligatoria, almeno una volta all’anno, la confessione auricolare e la comunione, con severe condanne per coloro che se ne sottraessero. Si stabilì che le penitenze imposte dal sacerdote dopo la confessione potessero essere sostituite da un’oblazione in denaro alla Chiesa. Si chiese l’impegno delle autorità civili nel perseguitare gli eretici nei propri paesi, stabilendo che i loro beni confiscati sarebbero andati per un terzo a chi li aveva denunciati, un terzo agli inquisitori, e un terzo alle autorità del luogo. Si emanò l’ordine che gli ebrei apponessero nella parte anteriore dei loro vestiti una pezza rotonda, di riconoscimento, e portassero un copricapo a punta. Si affermò verità di fede l’esistenza reale degli angeli e dei demoni e la possibilità di un loro intervento diretto nella vita degli uomini. L’ultima definizione permetteva di chiarire finalmente anche l’esistenza delle streghe, quali strumenti mondani dei demoni, per le loro opere malvagie. La credenza nelle streghe, capaci di operare sulle forze occulte della natura con incantesimi, era già diffusa nel cristianesimo, per eredità sia dell’ebraismo sia della religione pagana, ma ora la stregoneria è definita “la più orribile di tutte le eresie”, in quanto patto col diavolo per abbattere il regno di Dio. La leggenda dei sabba notturni delle streghe coi diavoli fu forse suggerita da una distorta interpretazione del consolamentum cataro: l’accettazione dei nuovi fedeli, tra cui anche donne, che s’inginocchiavano a baciare le mani dei perfetti e poi abbracciavano i confratelli, cerimonia che si svolgeva solitamente di notte, per eludere i sospetti. Fatto sta che da questo momento ebbe inizio una feroce repressione di tante poverette, per lo più modeste guaritrici con erbe, con le accuse più infami.
Federico II
Ora, a infierire contro gli eretici si aggiungeva anche Federico II, bisognoso dell’appoggio papale per la sua politica di espansione in Italia. I suoi statuti del 1220 contengono drastiche disposizioni contro: “Catharos, Patarenos, Speronistas, Leonistas [i Poveri di Lione] Arnaldistas, Circoncìsos (forse i passagini et omnes hereticos utriusque sexus) e quattro anni dopo Federico emanò la costituzione che inizia con le parole: “Cum ad conservandam”, rivolta espressamente contro i guelfi della Lombardia, in maggioranza patarini, come contromisura alla loro opposizione che stava per concretarsi nella seconda Lega lombarda. In ottemperanza alla suddetta costituzione, nel 1225 a Verona furono arrestati e arsi sul rogo sessanta catari, uomini e donne, tra cui anche membri di famiglie nobili. Tuttavia Federico, venuto a contrasto con la Santa Sede per le sue conquiste nell’Italia meridionale, sarà egli stesso ripetutamente scomunicato, con l’accusa di empietà, di persecuzione della Chiesa, e di eresia, anche per la sua tolleranza, alla propria corte siciliana, di studiosi arabi e persino dell’astrologo e mago Michele Scoto. Come conseguenza, anche la lotta tra i comuni e i grandi feudatari, i primi (guelfi) appoggiati dalla Chiesa, gli altri (ghibellini) appoggiati dall’Impero, fu vista in chiave religiosa, e pertanto cambiarono i rapporti tra ortodossia ed eresia: ora i guelfi, rappresentanti la pars Ecclesiae, erano i buoni, mentre i ghibellini, rappresentanti la pars Imperii, nemica della Chiesa, diventavano i cattivi eretici. Non essendo nemmeno più sicura la fedeltà dei vescovi, appartenenti ai grandi feudatari, papa Gregorio IX nel 1233 sottrasse loro il compito di inquisire gli eretici e lo affidò all’ordine domenicano. Lo stesso anno, i domenicani cominciarono a impegnarsi con zelo nella persecuzione: vennero arsi sul rogo centinaia di catari, e alcuni di essi, soprattutto in Germania, poiché affermavano che il mondo della materia è creazione diabolica, furono condannati come luciferiani, ossia adoratori di Lucifero. Strepitoso fu il successo dell’inquisizione anche in Lombardia. Già nel 1233, secondo la relazione di Pietro da Verona, padre provinciale dei domenicani, “una grandissima moltitudine di eretici fu bruciata, e più di centomila si sono convertiti alla fede cattolica: costoro ora esecrano e perseguitano gli eretici che prima difendevano”. I domenicani, infatti, sollecitavano l’appoggio delle masse cattoliche, istigandole alla delazione c’era anche per i delatori una percentuale dei beni degli eretici segnalati, in base alle disposizioni del Concilio laterano del 1215, e alimentando il loro fanatismo con manifestazioni spettacolari. Il 1233 fu chiamato “l’anno dell’alleluja”: per iniziativa dei domenicano Bartolomeo da Vicenza nacque a Parma l’ordine della Milizia di Gesù Cristo; a Milano, il padre provinciale Pietro da Verona fondò la Confraternita della Vergine, e tosto altre associazioni laiche dello stesso genere pullularono un po’ dappertutto. Lunghe colonne di uomini, donne, giovani e fanciulli, scalzi con addosso abiti di penitenza, seguivano in processione ecclesiasti e anche laici, invasati da mistico entusiasmo, con urla di gioia, cantando “Alleluja! Alleluja!”. Ce ne ha lasciata una vivace descrizione il cronista francescano Salimbene da Adam da Parma. La Chiesa vide con favore l’esplosione di fanatismo, interpretandola come un proprio trionfo; ma in realtà era anche quella, da parte delle masse, una reazione psicologica all’indifferenza della Chiesa per i loro problemi, e le salvava dall’eresia soltanto il fatto che esse seguivano predicatori autorizzati dalle autorità ecclesiastiche. Intanto, pur sotto l’infierire della persecuzione, continuava la contestazione ereticale. Nel 1234, papa Gregorio IX scrisse agli inquisitori della Linguadoca una lettera d’íncitamento: Ad capíendas vulpeculas: “Vi esortiamo a catturare le piccole volpi, ossia gli eretici, che si danno da fare per devastare la vigna del Signore, e a eliminarli completarnente”. Imperversa allora più feroce la lotta degli inquisitori contro catari e valdesi.
Si registrano casi pietosi, come quello di un gruppo di donne catare che, con la loro “perfetta”, sorella del conte Arnaud de la Mothe, si rifugiano in una grotta e si lasciano morire di fame e di freddo; e anche casi di inumana efferatezza, come a Cambrai, dove il vescovo fa dissotterrare e ardere il cadavere di un certo Guillaume Cornelis che negli anni immediatamente precedenti aveva predicato la virtù della povertà, giungendo a dire: “Una prostituta, se è povera, è più meritevole di un ricco che sia casto e continente.” Com’era da attendersi, talvolta gli eretici reagivano, per esasperazione, a simili atrocità, e allora si alternavano le violenze da una parte e dall’altra. Nel 1235, a Tolosa, essendo l’inquisitore Guglielmo Arnaud venuto a conoscenza, in seguito a confessioni estorte con la tortura, dei nomi di eretici ormai defunti, ne fece esumare e gettare sul fuoco i resti. 1 parenti protestarono e l’inquisitore ordinò il loro arresto. Allora, tutta la popolazione insorse, indignata, e col benestare dei consoli del comune furono cacciati dalla città l’Arnaud e gli altri frati domenicani, trascinandoli per i piedi e per le braccia fuori del convento. Ne fu fatto rapporto a papa Gregorio IX, e questi minacciò di scomunica il conte di Tolosa, Raimondo VII, se non fosse intervenuto a ristabilire l’ordine. Il conte dovette cedere per evitare il peggio. Nel 1239, a Orvieto, fu assalito e percosso in convento l’inquisitore domenicano Ruggero Calcagni, resosi odioso per l’eccessiva severità. Altri due inquisitori furono sorpresi e linciati dalla folla nel 1242, ad Avignonet, presso Tolosa, nel castello che li ospitava. L’anno seguente circa duecento catari, furono cinti di assedio mentre erano riuniti nel cortile del castello di Montségur, che la munificenzi del conte Pierre Rogier di Mirepoix aveva loro donato. Presi di mira dal lancio di proiettili, prima di morire essi fecero testamento dei loro averi e una grossa somma fu assegnata al conte Rogier, che riuscì a mettersi in salvo con pochi altri, attraverso un sotterraneo segreto. Ma la vecchia contessa Corba, la marchesa di Lantar, e la figlia di questa con la propria bambina rimasero, per morire coi catari. I superstiti, costretti a uscire, furono arsi con altri compagni di fede catturati nei dintorni (in totale circa trecento persone) su di un immenso rogo, in una località che conserva ancora oggi il nome di Pratz dels crematz. Altri centocinquantasei catari furono giustiziati nel 1245 a Limoux, nonostante avessero rivolto domanda di clemenza al pontefice, dicendosi disposti ad abiurare. A volte, contro la crudeltà della persecuzione, si levava unanime la protesta delle masse popolari, anche cattoliche, inorridite e spaventate. Nelle Fiandre e in Piccardia, nel 1251, si creò addirittura una crociata di contadini e di pastori, detta appunto dei pastorelli (pastoureaux), che, guidati da un ex monaco cistercense di nome jacob, ma chiamato Maestro d’Ungheria, percorrevano paesi e campagne, accolti con favore dalla popolazione, assaltando conventi, trascinando per le strade i monaci seminudi, tra gli applausi della gente. Dopo qualche mese, la banda, che contava ormai alcune migliaia di membri, fu affrontata e dispersa nei pressi di Bourges. Nello scontro, lo stesso Jacob rimase ucciso. Il 6 aprile del 1252 fu trovato ucciso in un bosco col proprio segretario, il provinciale domenicano della Lombardia Pietro da Verona, proprio la vigilia del giorno da lui fissato come termine perentorio entro cui gli eretici lombardi avrebbero dovuto presentarsi per far atto di abiura e di sottomissione alla Chiesa. Perciò la sua morte fu attribuita a un’imboscata di eretici, ed egli sarà più tardi beatificato col nome di Pietro martire. Preoccupato per questo insorgere di ribellioni, nel maggio dello stesso anno, Innocenzo IV prese una gravissima decisione: con la bolla Ad extirpandam autorizzò il ricorso alla tortura (già tuttavia largamente applicata dagli inquisitori), ma prescrisse che fosse eseguita materialmente soltanto da pubblici ufficiali (il braccio secolare), essendo proibito ai sacerdoti dai canoni ecclesiastici, il ricorso alla violenza e lo spargimento di sangue. Ma, data la necessità degli inquisitori di presenziare alle torture, per estorcere le confessioni degli eretici, quattro anni più tardi Alessandro IV li libererà dal divieto imposto dalla bolla di Innocenzo, a patto che poi si assolvessero l’un l’altro per l’infrazione fatta ai canoni. Purtroppo, l’attività inquisitoriale era divenuta anche fonte di lucro per molte persone: gli inquisitori, i pubblici ufficiali, i cancellieri, le guardie, i torturatori, i taglialegna che fornivano il materiale per i roghi, i delatori, cui spettava un premio speciale e una parte dei beni sequestrati agli eretici. Bastava un sospetto, un’accusa anche falsa, per mettere alla tortura persone magari innocenti. t eloquente, a questo riguardo, l’appello che sarà rivolto a papa Onorio IV, nel 1285 dai consoli di Carcassonne.
Estratto dal libro “L’Eresia” di Marcello Craveri.
Ed. “Il Cinabro” Catania 1985
Presentazione
L’autore di questo saggio, Rutilio Sermonti, persona che stimiamo per acutezza di ingegno, linearità e semplicità di vita, è un sincero amico della Natura. Appartiene ad una razza umana oggi rarissima, dal momento che la moltitudine, spinta dalle sollecitazioni della cultura e del costume sociale, propri della società moderna, si è orientata ad usare la scienza e la natura per godere, sfruttare e distruggere. Egli, solitario tra i molti, con semplicità veramente francescana, aiutato in questo anche da una positiva e spontanea disposizione del carattere, si è accostato alla natura con amore e partecipazione profonda, facendone oggetto di premure e osservazioni attente. Dalla premurosa solidarietà con il mondo del creato ne è seguito, coerentemente, il suo impegno, non certo alla moda o dell’ultima ora, di ecologista; dalle sue attente osservazioni critiche ne è derivato il suo dissenso totale per le teorie evoluzionistiche. L’uso del plurale, nel caso del fenomeno in questione, non ha un intento polemico, ci sembra, invece, strettamente pertinente, dal momento che, da Darwin ai nostri giorni, l’evoluzionismo è passato attraverso molteplici aggiornamenti, via via che le ricerche e l’esperienza ne smentivano le premesse teoriche. Così nel corso di appena un secolo si è avuto prima un evoluzionismo meccanicistico e antifinalistico, poi un evoluzionismo meccanicistico e teologico, fino alla nuova sintesi o neodarwinismo. Per non dire dell’altro evoluzionismo, quello filosofico e sociologico, figlio naturale del primo che, come osserva l’Autore, ha prodotto, in concreto, sbandamenti culturali e ideologici certamente ben più vasti di quanti non ne abbia procurati quello «scientifico». In realtà bisogna tener presente che l’idea di evoluzione nel secolo XIX si fa strada non tanto per esigenze epistemologiche, quanto per un bisogno del pensiero moderno, di quel pensiero chiuso nella dialettica dell’immanenza. Da questo punto di vista le osservazioni di René Guénon sono davvero illuminanti, quando egli dice: «L’evoluzionismo è come il prodotto delle due grandi superstizioni moderne, la superstizione della scienza e la superstizione della vita, e ciò che ne ha provocato il successo è precisamente il fatto che razionalismo e sentimentalismo vi trovano entrambi la loro soddisfazione». All’Autore non è sfuggita, e di questo di bisogna rendergli testimonianza, fin da quando iniziò i suoi studi sull’evoluzionismo, l’enorme portata dissolutiva che aveva svolto e continuava a svolgere questa teoria «scientifica» applicata alle ideologie politiche. Egli già in un suo articolo del febbraio 1963 scriveva: «I più strenui, convinti ed entusiasti assertori della validità dell’evoluzione sono oggi non già i biologi (e tanto meno i paleontologi), ma tutti coloro che – digiuni di tali scienze – hanno trovato nella teoria dell’evoluzione, o, più spesso, nella arbitraria e pittoresca idea che di tale teoria si sono fatti, la materia prima ideale per costruire le loro macchinose teorie “sociali”»… Il primo dato assoluto in questa innegabile mutazione dell’ipotesi di evoluzione biologica alla teoria politica e del suo interessato uso per fini affatto scientifici, ma tesi a dare un vantaggio rilevante nel processo sovversivo già in atto nella società del tempo di Darwin, è riscontrabile in alcuni passi della corrispondenza fra Engels e Marx. Engels nel 1859, quando Darwin era ancora in vita, (morirà nel 1882) scriveva: «Questo Darwin che sto leggendo è formidabile. Un certo aspetto della teologia non era ancora stato liquidato. Adesso è cosa fatta». Marx gli risponde: «Queste ultime settimane ho letto il libro di Darwin. Nonostante il suo modo di procedere un po’ pesante, questo libro contiene il fondamento scientifico per la nostra causa». La trasposizione arbitraria ma funzionale dell’ipotesi evoluzionistica al sociale è certamente una prospettiva interessante per spiegarci, almeno in parte, le ragioni della vitalità e del credito che la teoria di Darwin, sebbene smentita dalla paleontologia e dalle più avanzate ricerche della genetica, conservi ancora presso alcuni studiosi arroccati nell’unità fra scienza e ideologia, che costituisce quella che possiamo chiamare la “teologia” del mondo moderno. Così, per esempio, il Montalenti si compiace affermare come l’evoluzione nel XIX secolo porta «nuove vigorose acque alle correnti meccanicistiche e materialistiche». Ma se per i sacerdoti delle ideologie liberal-marxiste, che pure tanto si sono dati da fare per spezzare il normale rapporto tra fede e scienza, l’evoluzionismo svolge un compito dialetticamente funzionale alle loro “fedi” ideologiche, per cui in fin dei conti si può ben capire e spiegare il senso e lo scopo delle loro ferme difese di questa teoria; diventano invece meno comprensibili le posizioni di attenzione, se non addirittura di assimilazione, come nel caso di Teilhard de Chardin, che vasti settori del cristianesimo nutrono ancora oggi per il trasformismo. Potremmo pensare che la fretta di tenere il passo con il mondo moderno e il complesso di colpa, che la cultura laica ha abilmente instillato con i suoi monotoni richiami agli eventi di galileiana memoria, abbiano potuto giocare un ruolo negativamente determinante per un incontro tanto contraddittorio. Ma ci sembra più proprio sostenere che senza l’azione sottile di quel “fumo” di cui parla l’Autore, sarebbe stato difficile attuare l’abbraccio mortale, non privo di contorsioni blasfeme, fra teoria dell’evoluzione e dottrina cristiana. Sostenere la tesi di una complementarietà fra creazione ed evoluzione, riproponendo una reinterpretazione della Genesi è il più grosso cedimento di ordine metafisico e morale che si possa fare; diventa poi una vera bestemmia al divino affermare, come fa Norber A. Luyten dell’Università di Friburgo, che la «vera contraddizione esiste dunque tra fissismo ed evoluzionismo, non fra quest’ultimo e il creazionismo». E’ noto che metafisicamente, cioè nel non manifestato, la simultaneità degli stati molteplici dell’essere è la condizione non solo dell’apparizione e della scomparsa delle diverse specie nella storia biologica, ma anche la ragione sufficiente per poter spiegare i cambiamenti che si determinano solo ed esclusivamente nell’ambito della specie. Sostenere, come fa un Luyten, che la “spinta” originaria impressa dal creatore non esclude un dinamismo in direzione di forme sempre più complesse, originate “dagli esseri viventi anteriori”, significa avere la più completa chiusura spirituale, non possedere cioè la benché minima prospettiva metafisica. E’ certamente la mancanza di questa prospettiva, connessa con la scomparsa nella religione occidentale della dimensione esoterica, la ragione dei cedimenti della Chiesa nei confronti delle mistificazioni del mondo moderno. in ultima analisi l’evoluzionismo nel campo strettamente scientifico è una veduta ormai largamente superata; alla teologia sarebbe bastato dare delle risposte metafisiche e logiche ferme; il tempo, con il procedere della ricerca, avrebbe lavorato per portare i chiarimenti che occorrevano a riconfermare la verità nel campo scientifico. La preoccupazione di evitare un conflitto momentaneo con la scienza è stata più forte della fede e delle responsabilità pastorali, per i conseguenti turbamenti che si sono determinanti nelle coscienze dei fedeli. Infine, dire che in sede teorica l’evoluzionismo segue la tesi assurda che fa derivare il superiore dall’inferiore, la specie dall’individuo, significa ribadire i connotati della pochezza logica, che solo ai pigri di mente non dà fastidio; come sottolineare la pretestuosità del parallelismo tra ontogenesi e filogenesi non aggiunge nulla rispetto a quanto abbia potuto validamente puntualizzare il Guénon. Qui ci preme soprattutto evidenziare il suo carattere di dogma, la sua acritica e scontata accettazione nell’opinione del vasto pubblico, la sua vitalità nella cultura provinciale e il suo credito negli ambienti accademici non specialisti. Ora che la ricerca scientifica, sia sul piano biologico che in quello paleontologico, procede nella direzione opposta alle pretese trasformiste (Cfr. L. Bounoure, F.R.S. Thompson, G. Sermonti, M. Caullery, ecc.) il senso comune sulla teoria evoluzionistica appare ancora persistente e chiassoso. Ci fa pensare al Manzoni e a quanto egli dice nel suo romanzo sulla diffusa opinione, la quale voleva che la peste fosse cosparsa di proposito dai cosiddetti untori, per cui il pregiudizio era tanto radicato da impedire ce si facesse strada ogni ragionevole dissenso a quell’opinione. Egli questo stato di soggiacenza psicologica ce lo descrive così: «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune». Ebbene, il valore di questo saggio di Sermonti crediamo che possa essere inteso come un contributo del buon senso per abbattere l’ignoranza del senso comune.
Paolo Zagali
Introduzione
Questo breve lavoro, s’avverte, non ha carattere scientifico se non di riflesso. E, in fondo, come si vedrà, anche la teoria dell’Evoluzione Naturale – se non nella sua genesi – almeno nella sua fulminea fortuna e nella sua ingiustificata longevità, si giovò di motivi, di circostanze e di metodi che di scientifico avevano ben poco. E’ questo il motivo per cui i benemeriti studiosi che, in base alle risultanze della paleontologia, della zoogeografia, della genetica, della biochimica, della biologia molecolare e di altre discipline, hanno avuto il coraggio e la probità professionale di attaccare a fondo l’artificiosa costruzione sino a svuotarla completamente e a renderla ridicola, non hanno compiuto che metà dell’opera. Ed è questo il motivo per cui riteniamo utile vergare le righe che seguono e non ci sentiamo per nulla simili a Fabrizio maramaldo, quello che uccise un uomo morto. Sta di fatto che la teoria dell’evoluzione, e più precisamente l’evoluzionismo moderno come rielaborato da un Julian Huxley, da un Ernst Häeckel o dal gesuita Pierre Teilhard de Chardin, pur essendo ormai scientificamente e logicamente insostenibile ad onta dei più patetici contorcimenti da parte dei suoi «juramentados», non accenna neppure a perdere la sua nefasta virulenza di fatto culturale endemico, che proietta i suoi effetti devianti su tutta la concezione della vita dei nostri contemporanei. Non soltanto è verissimo quel che, già trent’anni orsono, osserva Heribert Nilsson: «La teoria evoluzionistica non può in alcun modo essere considerata come un’innocua filosofia naturale: essa rappresenta bensì un serio ostacolo per la ricerca biologica», ma le cose vanno molto oltre. Il realtà il trasformismo ha abbondantemente, e sin dai primi tempi, valicato i confini della biologia, fino ad inquinare profondamente di sé i dominii più disparati, dalla storia alla sociologia, dall’economia alla morale. Non è eccessivo affermare che esso è divenuto il presupposto di gran parte della moderna edizione della torre di Babele e di quella graduale degradazione umana che si continua a spacciare per progresso. L’avvocato William Bryan, Pubblico Ministero al famoso processo intentato dallo Stato del Massachussett al prof. Scopes nel 1925 per aver insegnato l’evoluzionismo nella scuola media (il processo che, con l’assoluzione finale, aprì al trasformismo darwinista le porte della pubblica istruzione americana), era molto meno paradossale di quanto può apparire allorché sosteneva: «Tutti i mali di cui soffre l’America possono essere fatti risalire all’insegnamento dell’evoluzionismo».Potremmo sottoscrivere del tutto l’affermazione, sol che non si limitasse all’evoluzionismo come teoria biologica (o sedicente tale) ma s’estendesse a tutto il contesto di pensiero che all’evoluzionismo fornì il seme e l’humus per prosperare, nutrendosene poi avidamente. A che vale allora che il darwinismo, a livello dottrinale, abbia cominciato a morire quando era ancora vivo il suo inventore e che la «teoria sintetica dell’evoluzione», tendente a creargli nel nostro secolo nuovi supporti, sia affogata addirittura nel ridicolo ad onta delle frodi e dei giochi di prestigio escogitati per tenerla in qualche modo in piedi, se a livello divulgativo e di istruzione scolastica si continuano a spacciare quelle autentiche favole come verità rivelata e incontrovertibile? Che vale, da sola, la serrata, inesorabile, esauriente confutazione scientifica e logica che ne è stata fatta, se le menti di miliardi di uomini e donne non specialisti continuano ad essere condizionate ogni giorno da quell’ideologia con tutti i mezzi che l’odierna diffusione della cultura pone a disposizione dei mistificatori? Il lavoro di bonifica mentale, necessario per risanare il rapporto tra l’uomo e il Creato, per restituire alle masse il rispetto per quelle leggi meravigliose e inesorabili della vita con cui esse dovranno molto presto fare drammaticamente i conti, comincia appena. Questo breve volumetto intende contribuire a quell’opera, dimostrando a coloro che hanno fondato le proprie convinzioni biologiche sui libri di testo scolastici e sulla stampa cosiddetta divulgativa fino a che punto si sia abusato della loro buona fede e perché. Pur senza avere il coraggio di rompere definitivamente con l’evoluzionismo, il grande Rostand confessava vent’anni or sono sul Figaro Littéraire: «Credo fermamente, perché non vedo cos’altro potrei credere, che i mammiferi derivano dalle lucertole e le lucertole dai pesci; ma, asserendo o pensando questo, tento di non misconoscere la mostruosità di una simile asserzione e preferisco lasciare incerta l’origine di queste metamorfosi irritanti, anziché aggiungere alla loro improbabilità anche quella di una qualche ridicola spiegazione». E, qualche anno dopo, si domandava il perché di questa sua mancanza di coraggio, concludendo: «Siamo impregnati, saturati dall’idea trasformista e, sotto molti aspetti, essa ci è divenuta quasi indifferente. Non la viviamo più nel vero senso della parola. L’abbiamo imparata sui banche della scuola. Abbiamo ripetuto, macchinalmente, che la vita si evolve, che gli esseri si trasformano gli uni negli altri. Ma sappiamo veramente, nella sincerità profonda del nostro io, che risalendo abbastanza in alto nella nostra ascendenza, incontreremmo di pesci e dei vermi, quegli stessi animali che noi oggi mangiamo o schiacciamo?». E’ vero. I giovani che intraprendono studi biologici arrivano ad essi dopo aver contratto il vizio mentale trasformista durante l’istruzione inferiore e media in modo così profondo da non essere più capaci di liberarsene, per quante smentite ne incontrino nel corso della loro carriera. Un altro biologo, l’evoluzionista J. Monod, scriveva nel ’65: «E’ del tutto cretino pensare che una cellula viva abbia potuto nascere per caso. Però non vedo altra alternativa!». Quelli poi, – e sono quasi tutti – che intraprendono studi diversi o non ne proseguono affatto, quel vizio mentale si tengono caro tutta la vita come pilastro granitico della loro cultura generale e della loro moderna Weltanschauung. Non abbiamo mai nutrito alcuna illusione sul libero pensiero e sui suoi barbutissimi esponenti, ma quand’anche ne avessimo avute, basterebbe questa invereconda faccenda della teoria evoluzionistica per farcele cadere del tutto. Lasciamo quindi ai giovani, agli studenti soprattutto, il tema di una contestazione ben più radicale e feconda di quella velleitaria ed acefala del lontano 1968, presto fagocitata dal sistema. Una contestazione che può veramente minare alla base il grande castello di stupidaggini e di falsi dove abita la superba, cinica e vaniloquente società moderna. E’ il nostro dovere di uomini liberi.
1. Nascita dell’evoluzionismo
Come è ben noto, il XVIII secolo, oltre alle parrucche incipriate e ai tacchi rossi, apportò all’europa l’ideologia. Si trattava di una signora poco seria, a giudicare dal fitto stuolo dei suoi amanti, con i quali generò uno strabocchevole numero di figlie, anch’esse ideologie, recanti tutte in qualche modo l’impronta materna. Fuor di metafora, l’ideologia è un prodotto del pensiero profano, su null’altro fondato che sulla logica e sulle conoscenze empiriche, con esclusione rigorosa di ogni fonte iniziatica e trascendente. Caratteristica dell’ideologia è però (ahimé) quella di non limitarsi al campo cosiddetto pratico, nel quale i sensi e la logica avrebbero pure un uso legittimo, bensì di pretendere di costruire un sistema completo, una conoscenza delle cause e una indicazione dei fini. Ora, è chiaro che la logica non è – di per sé – un mezzo di conoscenza, ma soltanto il sistema per trarre da un fatto noto alcune conseguenze, con un procedimento detto appunto sillogismo. Essa può formare una catena, anche lunga, ma non il primo anello. Anche nel cogito, ergo sum cartesiano, il cogito era un dato empirico. I dati, i fatti di partenza, i primi anelli – esclusa, come si è detto, ogni forma di fede e conoscenza trascendente – non possono essere forniti che dall’osservazione, e quello dell’osservazione rigorosa e sistematica, con strumenti sempre più perfezionati è compito di chi se non della scienza, come oggi è intesa? Fu così l’ideologia, a cavallo tra il ‘700 e l’800, a chiedere alla Scienza che le fornisse la verità di base su cui fondare il sistema della nuova civiltà, caratterizzata quest’ultima dal trionfo della libertà dell’uomo. Sarebbe in questa sede troppo lungo analizzare il particolare concetto di libertà che si volle affermare ne tempo in cui si gratificò il sostantivo dell’iniziale maiuscola. Basti dire che la nuova Libertà non aveva nulla a che fare con la libertà di Aristotele o di Catone o di Gesù Cristo. Non si trattava di libertà dal Demonio, o dai propri vizi, o dall’errore. Si trattava sostanzialmente di libertà dai vincoli esterni al singolo che possono limitarne l’arbitrio, ovvero impedirgli di fare soltanto ciò che gli aggrada. Tali vincoli erano di due generi: gli obblighi e divieti di natura religiosa e le impossibilità fisiche e biologiche derivanti dai limiti del proprio corpo e dalle leggi della materia. Di liberare l’uomo dai primi e dai secondi fu incaricata la Scienza, onde non fossero ammessi altri limiti se non quelli postisi dall’uomo stesso per rendere possibile la vita associata. Ciò che fu chiesto agli scienziati profani fu quindi, in poche parole: 1) dimostrare l’inutilità di Dio; 2) realizzare il dominio sulla natura attraverso la tecnica. E gli scienziati, per non pochi anni, riuscirono a convincere gli uomini di meritare la loro riconoscenza per essere brillantemente riusciti in entrambe le mansioni loro affidate, tanto da autorizzare la fiducia in ulteriori e maggiori successi. Quanto al dominio sulla natura, vi sarebbe in realtà molto da dire, ed è stato anche detto, per dimostrare come non sia tutto oro quel che luce (1). L’argomento è però estraneo a questa trattazione, per cui ci limitiamo qui alla non allegra constatazione che – a forza di nominare la natura – si è finito col devastarla a tal punto da mettere a repentaglio la stessa possibilità di sopravvivenza dell’umanità, se non vi si ponga urgentemente e radicale rimedio. Ma occupiamoci dell’altro compito, e cioè della dimostrazione dell’inutilità di Dio, ovvero di ogni sfera sopra-naturale, il che direttamente attiene al nostro discorso. E’ chiaro che il più forte argomento dei religiosi di tutta la Terra fu sempre quello che, se ci sono tante cose al mondo a cominciare dall’uomo stesso, qualcuno deve pur avercele messe. Ed effettivamente – a parte le diffuse degenerazioni in senso artigianale del concetto di Creatore – la considerazione era difficilmente superabile. Occorreva proprio, agli illuministi, che la famosa Scienza riuscisse a dimostrare che tutta la vita, nella sua varietà e complessità, si era affermata da sé, senza alcun bisogno di una Intelligenza Superiore, e intanto che le singole specie, la nostra inclusa, si erano formate automaticamente. Si trattava – ovviamente – di immaginare ed esporre un plausibile meccanismo attraverso il quale ciò potesse essere avvenuto, che in caso contrario non si sarebbe trattato che di una affermazione apodittica e fideistica, non certo in grado di tenere il campo contro una tradizione di pensiero che era – non foss’altro – universale e plurimillenaria. Il primo a contestare Linneo fu Georges Louis Leclerc de Buffon. Linneo, il noto fondatore della tassonomia moderna, con nomenclatura binomia, aveva affermato: «Species tot numeramus quot diversae formae in principio sunt creatae». Buffon affermò invece per primo che le forme create erano poche, e le altre erano derivate da esse per degenerazione. Le specie più nobili (concetto assai vago, in biologia), corrispondenti ai gruppi meno numerosi, avrebbero avuto poche degenerazioni, mentre quelle più vili (come pesci e insetti) ne avrebbero avuto moltissime, dando luogo col tempo a innumerevoli specie. Non vi era in Buffon alcun tentativo per individuare il meccanismo di tali filiazioni spurie, supposte soltanto in base ad una considerazione statistica, ma il concetto di creazione cominciava a subire un temperamento, nel senso che doveva distinguersi animali creati e animali… saltati fuori per caso Ben diversa portata e notorietà ebbe di lì a pochi anni l’attacco al creazionismo da parte di una altro nobile francese: Jean Baptiste de Monet, cavaliere di Lamarck. Questi, alla fine del ‘700, pur senza entrare nel merito della biogenesi, postulò l’esistenza iniziale solo dei più semplici protozoi (animali unicellulari), dai quali sarebbero derivati per i rami tutti gli altri, finalmente in forza di un meccanismo ben preciso nel quale il Grande Demiurgo dell’universo non entrava per nulla. La faccenda cominciava a farsi interessante, e i liberi pensatori drizzarono le orecchie. C’era sempre il problema di chi avesse fatto gli umili protozoi ancestrali, ma comunque le varie cosmogonie religiose (nessuna delle quali peraltro menzionava i protozoi) apparivano vacillare sulle fondamenta grazie all’ingegno profano dell’uomo, e si scatenarono accanite polemiche. Il meccanismo di Lamarck era fondato sugli adattamenti di un individuo vivente (fenotipo) ai mutamenti ambientali. Per esempio, una scimmia, passata a vivere sul terreno per il diradarsi degli alberi, non avrà più bisogno delle mani per spostarsi. Potrà allora usare le mani per compiere lavori, e imparare a camminare coi soli piedi. Nel corso di molte generazioni, le sue mani diverranno sempre più abili e il suo cervello più ingegnoso e i suoi piedi perderanno la capacità di afferrare oggetti, specializzandosi per la deambulazione. Così dicasi per un pesce costretto ad arrangiarsi in un ambiente sempre meno umido, o per una lucertola costretta a rifugiarsi sugli alberi e a saltare da un ramo all’altro. Con un processo del genere dalle scimmie sarebbero derivati gli uomini, dai pesci i tetrapodi e dai rettili gli uccelli. Naturalmente il presupposto perché il meccanismo avesse potuto funzionare dando luogo non solo a nuove specie ma addirittura a nuove famiglie, classi e tipi, era che i caratteri adattativi acquisiti con l’esercizio durante la vita si potessero trasmettere alla prole. E, anche una volta dato quel presupposto, non è che non vi fossero altre e validissime obiezioni. Per esempio, se è vero che – nel vivente – la funzione sviluppa l’organo, e di ciò constatiamo esempi ogni giorno, è anche vero che lo sviluppa ma non lo crea. Il bisogno di correre può rinforzare le gambe, ma nessun bisogno di volare può far spuntare le ali. Un organo inesistente non può avere funzioni che lo sviluppano, perbacco! E per arrivare dai protozoi di Lamarck al medesimo Lamarck, di organi e di apparati e tessuti e strutture organiche nuove ce ne volevano un bel po’. Per questo e per innumerevoli altri motivi che sarebbe qui lungo e superfluo enumerare, scienziati del calibro di un Cuvier considerarono subito il lamarckismo una grande stupidaggine. Ma fu solo sulla mancanza del presupposto di cui dicevamo sopra che il lamarckismo naufragò. Solo tre anni dopo la morte del nobile francese, vagiva in Germania il piccolo riccioluto August Weismann che, fattosi grande, calvo e frate, si diede a fare esperimenti per verificare se i caratteri acquisiti si trasmettessero effettivamente. Centinaia di topolini ci rimisero la coda, ma il risultato fu indiscutibile: no. I caratteri acquisiti non si trasmettono. La linea germinale è assolutamente indipendente dalle vicissitudini del fenotipo, e cioè del corpo dei genitori. Per spiegarci: prendiamo due gemelli identici, uno dei quali faccia per tutta la gioventù il sollevatore di pesi e l’altro perda ambo le braccia da piccolo in un disgraziato incidente. Ebbene, i figli del primo non avranno le braccia più forti di quelli del secondo. Niente da fare: il bel meccanismo di Lamarck doveva relegarsi melanconicamente in soffitta. Ma se la linea germinale di Weismann valse a seppellire l’escogitazione del De Monet, non di meno la teoria dell’evoluzione naturale incassò il colpo con la massima tranquillità, anzi, proprio in quegli anni, decollò verso le maggiori fortune
2. Secolo XIX: Evviva la Rivoluzione
Il suo salvatore fu un giovane naturalista inglese, reduce da un lungo viaggio nell’emisfero australe, che, nel 1859 aveva pubblicato un libro sulla «Origine delle specie per selezione naturale (ovvero la preservazione delle razze più favorite nella lotta per la vita)». Il suo nome era Charles R. Darwin. La parabola del darwinismo appare per vero assai sospetta nella fase ascendente, non meno di quanto non lo sia nella fase discendente. E ciò sia detto senza la minima intenzione denigratoria per il barbuto britanno che, a parte alcune umane debolezze, era uno scienziato molto più serio di quanto non lo abbiano fatto apparire i suoi sconsiderati e frenetici epigoni. Ne giudichi il lettore. Il primo Darwin, invero, come principale – se non del tutto esclusivo – meccanismo della presunta evoluzione creativa adottò né più né meno che la trasmissione dei caratteri acquisiti presupposta dal Lamarck, anche se nella sua menzionata opera non si faceva neppure il nome del gentiluomo francese del secolo precedente. Accanto ad esso, si affacciò però un secondo meccanismo, che assunse ben presto la dominanza allorché le conclusioni del Weismann furono accettate da tutti i biologi e divenne quindi sconsigliabile continuare a parlare di trasmissione di caratteri acquisiti in vita. L’idea era nata in Darwin, più che dalle sue osservazioni di viventi e di fossili durante la crociera del «Beagle», dalla lettura delle opere sociologiche di Malthus e da considerazioni sui metodi degli allevatori per ottenere varietà più utili all’uomo, come cavalli più veloci, vacche migliori produttrici di latte, pecore più lanose e così via. Che fanno gli allevatori per accentuare un certo carattere? Prescelgono, tra gli animali (o piante) a loro disposizione, gli individui che – nell’ambito della variabilità esistente in ogni specie, – posseggono quel carattere più sviluppato e li fanno incrociare tra loro, escludendo invece gli altri dalla riproduzione. Così, via via, attraverso molte generazioni ottenevano ed ottengono animali selezionati presentanti un mostruoso sviluppo della loro parte o qualità per cui servivano all’uomo. La selezione, ecco la grande scoperta! Ovviamente, trasformare Iddio in Grande Allevatore anziché in Creatore non sarebbe servito a nulla. Una volta ammessa la necessità della Mente Superiore regolatrice, tanto sarebbe valso rifarsi alla Genesi biblica senza bisogno di arzigogolare meccanismi complicati e improbabili. Ma ecco Malthus volare in soccorso di Darwin. Tutti gli organismi di una specie non sono identici: esiste un certo margine di variabilità. Ebbene, dato che vengono al mondo molti più individui di quanti l’ambiente non possa nutrire (Malthus), e dato quindi che gran parte di essi vengono eliminati nella loro lotta per la vita (struggle for life), ne consegue che sopravviveranno e si riprodurranno di preferenza quelli che, (nell’ambito della predetta variabilità) possiederanno caratteristiche più utili a superare le difficoltà ambientali. Ecco la selezione naturale, la selezione senza selettore, il meccanismo spontaneo che avrebbe tenuto fin dalle origini tutta la massa vivente in istato di continua trasformazione evolutiva sino a realizzare – partendo dalle prime semplici e rozze forme di vita – le meravigliose e complesse strutture biologiche di oggi, con l’Homo sapiens in testa! In realtà l’àncora di salvezza del trasformismo era un’ancoretta piuttosto sospetta, per chiunque – anziché cercare a posteriori una promessa scientifica a bubbole ideologiche – si preoccupasse soltanto di rispettare la verità. Anche i migliori selezionatori, pur essendo riusciti ad ottenere vacche con mammelle enormi, cavalli velocissimi, oche e maiali grossi e grassi, e così via dicendo, non sono mai riusciti né riusciranno mai a fornirci mucche che facciano le uova, cavalli alati, o magari pesci che raggiungano a piedi i banchi delle pescherie! La selezione artificiale può sviluppare, ipertrofizzare organi esistenti, in nessun caso crearne di nuovi o mutare la struttura fondamentale di un animale o pianta. Così la selezione naturale dei più adatti alla sopravvivenza, se ben può valere a mantenere l’optimum di ogni specie, e al massimo a fornire qualche piccola specializzazione adattativa, non convince davvero che possa trasformare un pesce in un anfibio o un rettile squamoso in uccello piumato. E’ peraltro ben noto a chiunque abbia una infarinatura di zootecnia che gli animali, più sono selezionati e meno si prestano ad ulteriore miglioramento per selezione. Analogamente, chiunque non sia digiuno di paleontologia, sa che la via della specializzazione, nell’ambito di qualsiasi philum, è un vicolo cieco, che non porta mai al trasferimento in una classe diversa ma solo all’estinzione. E allora? Che dire poi dell’infinita varietà di caratteri degli animali o piante che non sono di alcuna utilità per i loro portatori e ci appaiono solo come gioiose manifestazioni dell’estro di un fantasioso artista? Come possono quelli essere saltati fuori… per selezione naturale in rapporto alla lotta per la vita? Il primo a muovere queste critiche alla teoria dell’evoluzione per selezione naturale fu nientemeno che il dottor Charles Robert Darwin. Ed è qui che dalla trionfale affermazione della teoria evoluzionista comincia a levarsi il puzzo di quello stesso fumo che, un secolo più tardi, penetrò a folate (per ammissione dello stesso Paolo VI) dalle finestre del Concilio Vaticano II. A prova che non si tratta di un paradosso, dobbiamo soffermarci un po’ sull’argomento. Dunque: per accettare per buono il meccanismo, alquanto improbabile, della evoluzione per selezione naturale delle variazioni, e cioè della selezione creatrice di nuove specie, un requisito era indispensabile: che ogni parte o carattere di un qualsiasi essere vivente potesse considerarsi affermata in quanto costituente un vantaggio rispetto alla forma di vita che precedeva quell’essere nella storia evolutiva; intendendosi per vantaggio maggiore attitudine alla sopravvivenza. Di ciò Darwin, che era un uomo conseguente, si rendeva ben conto, tanto da dichiarare espressamente sin dalle «Origini» che l’accertamento di numerosi caratteri comparsi al di fuori della pressione selettiva e indipendentemente da essa sarebbe stato assolutamente fatale alla sua teoria («absolutely fatal to my theory») (2). In realtà Darwin, che, pur peccando talora di facilità all’entusiasmo, non mancava di serietà e di rigore scientifico, fu sempre pieno di dubbi sull’accettabilità della sua creatura, che egli considerava sempre come ipotesi in attesa di verifica. Aggiungiamo un dato storico poco conosciuto: che egli non avrebbe neppure dato alle stampe il suo troppo famoso libro sull’origine delle specie, se non avesse ricevuto nella primavera del 1858 una lettera nientemeno che dalla Malesia. Il mittente si chiamava Alfred Russel Wallace, di una quindicina di anni più giovane di lui. Questi gli esponeva una teoria sulla formazione della specie, da lui stesso concepita in quelle lontane isole e senza – ovviamente – aver letto il manoscritto inedito del suo più autorevole collega. Tale teoria era così simile a quella elaborata da Darwin che egli ne restò stupito ed – escludendo un mostruoso caso di telepatia – da un lato ne fu confortato nell’idea che le sue conclusioni fossero in qualche modo oggettivamente autorizzate dai dati a quel tempo disponibili, dall’altro sentì un comprensibile desiderio che il suo lavoro (che invero da oltre sei anni egli teneva in sospeso) non fosse considerato – come non era, almeno sul piano biologico – una elaborazione di idee altrui. Fu così che l’Origine delle specie fu pubblicato senza che Darwin stesso fosse ben certo della fondatezza di quel che sosteneva. Ma vi è di più, molto di più. Si legga quanto segue: «Io ora ammetto, dopo ave letto il saggio di Nägeli sulle piante, e le considerazioni di vari autori riguardo agli animali, e particolarmente quelle fatte recentemente dal professor Broca, che nelle prime edizioni della mia Origine of Species ho probabilmente attribuito troppo all’azione della selezione naturale e della sopravvivenza del più adatto… No avevo allora considerato a sufficienza l’esistenza di molte strutture che sembrano non essere, per quanto possiamo giudicare, né benefiche né dannose; e questo credo sia uno dei più grandi errori (oversights) sinora trovati nel mio lavoro… Senza dubbio l’uomo, come ogni altro animale, presenta strutture, che, per quanto possiamo giudicare con la nostra piccola conoscenza, non gli sono di alcuna utilità, né lo sono state in alcun precedente periodo della sua esistenza, sia in relazione alle sue generali condizioni di vita, che a quelle dell’uno o dell’altro sesso. Tali strutture non possono essere spiegate da alcuna forma di selezione, o dagli effetti ereditari dell’uso o del disuso delle parti… Nella maggioranza dei casi possiamo solo dire che la causa i ogni piccola variazione e di ogni mostruosità si trova più nella natura o nella costituzione dell’organismo che nella natura delle condizioni circostanti». Sono parole dello stesso Darwin, nelle «Origini dell’Uomo» (1870). Solo il riconoscimento onesto proprio della realtà assolutamente fatale alla sua teoria, di cui s’è detto sopra. Wallace andò ancora oltre. Considerando l’intelletto e lo spirito umano non potè non convincersi che essi non potessero spiegarsi con variazioni evolutive nel sistema nervoso di un qualsiasi animale e che si dovesse per forza ricorrere ad una intelligenza superiore creatrice. Tale convinzione egli espresse nel medesimo anno 1870, e Darwin gli scrisse: «Spero che Ella non abbia del tutto ucciso la Sua e mia creatura (la teoria dell’evoluzione naturale, n.d.a.)». Quel del tutto è chiaramente sintomatico di come lo stesso vecchio Darwin considerasse la sua costruzione come in istato preagonico, destinata a raggiungere in soffitta il compianto Lamarckismo. Già all’epoca della breccia di Porta Pia, quindi, per ammissione dei suoi stessi simultanei inventori, l’evoluzionismo era abbondantemente al tramonto, mentre l’indagine paleontologica continuava ad infliggergli spietatamente ogni giorno penose smentite, con il reperimento di serie sempre più vaste di animali identici (specie) e la desolante mancanza del benché minimo anello di congiunzione tra di esse. Ebbene: successe esattamente il contrario, e – contro ogni logica – l’evoluzionismo si sparse trionfalmente per il mondo , travolgendo millenarie cosmogonie, mentre – in testa a tutte – la stessa teologia cristiana sventolava la bandiera bianca. Perché mai? Si sente o non si sente quell’odore di fumo?
3. Secolo XX: Salvate l’evoluzione!
Alla base della moderna teoria dell’evoluzione (se pur ce ne resta qualcosa) c’è una autentica inversione. La madre e le figlie, cioè, si cambiarono di posto. La teoria evolutiva darwiniana era stata infatti eletta come madre ideale sia dalle logiche liberali e capitalistiche, sia dalle varie idee socialiste che ne derivarono. Essa era fatta su misura per sostenere le scempiaggini filosofico-sociali di cui è sostanziata la cosiddetta civiltà moderna. Si considerino – a titolo di esempi – le corrispondenze di cui allo schema che segue:
(Formulazioni biologiche)
Nella formazione della specie, quella umana compresa, è escluso come antiscientifico ogni intervento della sfera sovrasensibile. «La scienza moderna deve escludere la creazione speciale o la guida divina (J.Huxley)
Concezione dell’evoluzione come fatto naturale, come flusso automatico della storia della vita.
La lotta per la vita e la selezione naturale sono indicate come il meccanismo attraverso cui l’evoluzione si compie. Gli animali superiori sono derivati dagli inferiori per un processo meccanico e senza alcuna direzione prestabilita.
Gli animali superiori sono derivati dagli inferiori per un processo meccanico e senza alcuna direzione prestabilita
Non esiste alcun disegno. Le specie che hanno soppiantato le altre, o almeno hanno assunto la dominanza, si considerano più adatte e quindi più evolute. Il successo di fatto è l’unica misura di superiorità
Concezione statistica dell’adattamento. Più adatto – evoluto è – per definizione – colui che avrà il predominio numerico, lasciando più discendenti.
I meccanismi evolutivi funzionano anche per l’uomo. «Tra qualche tempo a venire, non
(Formulazioni politiche)
La civiltà e la società umana sono concepite con esclusione di ogni elemento trascendente. Si considera concreto soltanto ciò che è materiale e percebibile con i cinque sensi. E’ proclamata la morte di Dio
Concezione del progresso come fatto automatico inevitabile nel trascorrere del tempo, come legge della storia
La libera concorrenza e la lotta per il successo (il bellum omnium contra omnes di Hobbes) conseguirebbero il miglior assetto della società umana
Sconfessione dell’origine divina del potere. Le classi dirigenti sono espressione della volontà della massa, quale che essa risulti
Non esiste alcun modello. Ogni realtà politico-sociale che ne soppianta un’altra è per ciò stesso migliore, mentre un’altra è superata. Ciò che ha il sopravvento è di per sé legittimo. Legittimo è così anche il dominio sulla natura
Concezione statistica del criterio politico migliore, che sarà quello scelto dal maggior numero di elettori (democrazia)
Legittimità della sopraffazione dei popoli più arretrati da parte di quelli più sviluppati. molto lontano se misurato nei secoli, è quasi certo che le razze umane più civili stermineranno e sostituiranno in tutto il mondo quelle selvagge» (Darwin)
Colonialismo. Strapotere delle «grandi potenze». Sterminio degli Amerindi e schiavitù dei negri
E’ chiaro che tutta la gente che aveva fondato il proprio potere e le proprie fortune sulle prudenti affermazioni darwiniane, indebitamente e assai liberamente assolutizzate e trasposte sul piano politico-sociale, non poteva acconciarsi a farne a meno per futili motivi paleontologici, genetici e semplicemente logici che fossero. In fondo, per loro, anche i topolini di Weismann erano del tutto trascurabili (che ne capivano i topolini di politica?), e andava quindi più che bene anche la trasmissione dei caratteri acquisiti del buon vecchio Lamarck (e del giovane Darwin). Digiuni più o meno totalmente di scienze biologiche, essi si erano nella quali totalità astenuti dal leggere le due famose e ponderose opere dell’inglese, accontentandosi di quel che grossolanamente se ne diceva e cioè che Dio era andato in pensione, che dall’inferiore deriva il superiore per legge di natura, che chi ha la meglio ha sempre ragione e morte ai codini oscurantisti che osassero metterlo in dubbio. Il mondo moderno era lì, vivo e virulento, e le sue armi da fuoco continuavano a dimostrare la sua superiorità su tutti i popoli arretrati sterminandoli o riducendoli in schiavitù, e anche questo era scientifico. Si doveva, comunque, salvare la faccia della scienza ed escogitare qualche altro meccanismo che potesse essere insegnato anche nelle aule universitarie. L’aveva detto anche Darwin che, senza meccanismo, la cosa non stava in piedi! La nuova àncora di salvezza fu la teoria delle mutazioni, esposta ai primi del ‘900 da Hugo De Vries. Le mutazioni scoperte dal De Vries sono variazioni (di fatto, sempre piccole) di uno o più caratteri di un vivente, trasmissibili alla discendenza. Esse avvengono casualmente e per motivi ancora oggi in parte sconosciuti, ma che comunque nulla hanno a che fare con i rapporti tra il fenotipo del genitore e l’ambiente, salva restando del tutto l’interdipendenza della linea germinale dal Soma (Weismann). La novità fece la gioia di di uno dei più «arrabbiati» discepoli e ammiratori di Darwin: Ernst Heinrich Häeckel. Era colui un medico e biologo di Potsdam, esempio davvero deplorevole di mancanza di probità scientifica. Era infatti sua abitudine – contrariamente ai dettami della scienza positiva – di costruire non le teorie sulle prove ma le prove sulle teorie. A formulare teorie (sempre confermative del vangelo evoluzionista) era bravissimo, e quando si trattava di trovarne le prove, beh, si arrangiava un po’, purché fossero confermative! Poi, dalle teorie così solidamente basate traeva rigorose conseguenze, deducendone fatti che – anche se non risultavano in alcun modo – erano provati dalla bontà della teoria. Con tali sistemi non era difficile scrivere una Storia naturale della creazione (Natürliche Schöpfungsgeschichte, 1868) che filasse a meraviglia senza un intoppo. Dove l’intoppo c’era, s’ignorava e dove mancava un anello, s’inventava. Darwin – con tutto il rispetto – andava troppo per il sottile, ovvia! E’ dell’ Häeckel la famosa teoria biogenetica fondamentale (fondamentale secondo Häeckel), secondo cui la storia, in sintesi, della filogenesi evolutiva, la troviamo riassunta nello sviluppo dell’embrione di un animale superiore, il quale percorrerebbe tutte le tappe dell’evoluzione storica del medesimo (protozoo-invertebrato-pesce-anfibio-rettile-mammifero). Non sono davvero da inviare gli studenti di anatomia comparata e di zoologia che all’università di Iena (per altri versi rispettabilissima) seguirono i corsi del professor Häeckel, il quale aveva dello sviluppo dell’embrione un’idea così approssimativa, per non dire balorda. Non vi è oggi un embriologo che non consideri ridicola quella teoria fondamentale e che non si domandi, divertito, dove mai il suo inventore abbia, per esempio, visto fessure branchiali (!) in un embrione umano, come egli sfrontatamente asserisce. Ma Häeckel non si fermò lì! Come già detto, una volta formulata una delle sue teorie, egli ne desumeva dei fatti. E poiché dall’oosfera fecondata, nell’ontogenesi si passa alla morula, poi questa si fa cava (blasula) e poi si ripiega a doppio sacchetto (gastrula), egli inventò un animale primitivo che chiamò Morea, che poi fece evolvere in un altro (naturalmente Blastea) e quindi in Gastrea. Non ridete: diceva sul serio! Va da sé che il medesimo figlio di una Gastrea inventò anche l’uomo scimmia con tanto di nomenclatura tassonomica linneiana (Pithecanthropus alaus), senza aver neppure la pazienza di attendere che un qualsiasi pezzetto di fossile antroposcimmiesco fosse scavato. Si sbrigassero a farlo, i paleontologi! Va da sé che anche il divertente individuo che abbiamo presentato si gettò con selvaggio appetito sulle mutazioni del De Vries, e con lui tutti i darwinisti d’assalto che pontificavano nei primi decenni del secolo attuale. Ve n’era uno tra di loro, il giovane Julian Huxley (nipote di altro biologo a nome Thomas che era stato soprannominato il «bull-dog di Darwin» per essere molto più darwinista del suo stesso maestro). Fedele alla tradizione di famiglia Julian Huxley fu il principale inventore del nuovo meccanismo evolutivo fondato sulle mutazioni, e lo espose nel suo Evolution: the modern synthesis, che divenne il classico degli evoluzionisti moderni. Cercheremo di dire brevemente di che si tratti, in quanto la pubblicistica corrente e i libri di testo scolastici, nel pervicace intento di esaltare il darwinismo come una verità rivelata, fanno d’ogni erba un fascio e attribuiscono a Darwin affermazioni che soltanto i suoi fantasiosi seguaci si sono permessi di fare.
4 teoria «sintetica» dell’evoluzione.
Esistono dunque le mutazioni, e cioè la possibilità che una casuale alterazione dell’informazione genetica (e cioè dell’insieme dei caratteri ereditari) di un individuo dia luogo alla nascita di altri individui con quale carattere congenito e trasmissibile difforme da quello proprio della loro specie, ma non incompatibile con la vita. Questo è il tipo di variabilità da prendere in considerazione ai fini evolutivi. Rispetto all’andamento e quindi alle possibilità di sopravvivenza, detti caratteri mutanti potranno infatti essere: neutrali, dannosi, utili. Nel terzo caso essi daranno a chi li possiede un vantaggio riproduttivo rispetto agli individui normali, sinchè, nel volgere di un lungo tempo e sotto la pressione selettiva malthusiana, la varietà mutante sostituirà completamente quella da cui si è originata. Con tale procedimento, dalle primitive masserelle di sostanza vivente si sarebbe dovuto giungere agli attuali animali e piante a elevata organizzazione . Ma le primitive masserelle come some sono saltate fuori? Dal brodo primordiale e – neanche a dirlo – per caso. L’omne vivum ex ovo di Francesco Redi, valido anche per i protozoi (Spallanzani) e per i batteri (Pasteur) capitolava dopo tre secoli, non davanti ad ulteriori esperimenti, bensì davanti alla presunta necessità filosofica. E sapete che cosa era la necessità filosofica? Né più né meno che il pregiudizio illuminista. La nascita della vita per generazione spontanea (abiogenesi) doveva essere accaduta in barba a tutti gli esperimenti sol perché – altrimenti – si sarebbe dovuti ricorrere alla Creazione. E – dato che la Creazione non è ammessa – essa non può essere ammessa. Altrimenti, sarebbe ammessa! Evidente, no? La necessità filosofica sarebbe questa. A chi non ci credesse, sottoponiamo il testo del grande compendio dell’illuminismo che è l’Enciclopedia Universale Larousse (1872) – voce Génération: «Non è necessario far dipendere da osservazioni la cui perfetta sperimentazione è manifestamente impossibile, nonostante la potenza dei nostri strumenti, la soluzione di un problema che si impone alla ragione di tutti i fisiologi che non siano accecati dalla tradizione della scienza dogmatica. La genesi spontanea non è più un’ipotesi ma una necessità filosofica. Soltanto essa è razionale, soltanto essa ci sbarazza per sempre dalle puerili cosmogonie e fa rientrare nelle quinte quel deus ex machina esteriore e del tutto artificiale che secoli di ignoranza hanno a lungo adorato». La Scienza Dogmatica combattuta in base al dogma della inesistenza di Dio! Ma torniamo all’abiogenesi. Dunque: la prima proteina si sarebbe formata per caso, nella primitiva atmosfera ricca di ammoniaca, azoto, eccetera, col favore della temperatura elevata e di altri sconosciuti (e casuali) fattori, come scariche elettriche. Che la più semplice proteina abbia potuto formarsi per caso è altrettanto probabile come l’ipotesi che – esponendo alla grandine la tastiera di una macchina da scrivere – i chicchi di ghiaccio battano esattamente per caso l’intero testo della Divina Commedia, da «Nel mezzo…» a «…l’altre stelle». Un matematico svizzero, esperto in calcolo delle probabilità, Charles Eugéne Guye, si è divertito a calcolare – data la complessità di organizzazione di una proteina – qual è la probabilità che una molecola di essa abbia potuto formarsi sulla terra per caso. Il risultato è stato 1 contro 10 alla centosessantunesima (e cioè contro 10 seguito da 160 zeri), avendo a disposizione 10 alla duecentoquarantatreesima di anni. Sono numeri che non sono mentalmente concepibili né verbalmente esprimibili, e per questo gli evoluzionisti possono permettersi di barare parlando di «lungo tempo» o magari «lunghissimo», e lasciando intendere che nel solo milardo di anni (10 alla nona) trascorso all’incirca tra la nascita della terra e la comparsa della vita su di essa, di tempo ve ne sia stato a iosa. Per tacere poi di altre due considerazioni elementari che basterebbero da sole a rendere del tutto inutile qualsiasi gioco delle tre carte dei trasformisti per rendere attendibile la formazione casuale della famosa proteina:
1) una proteina non è un essere vivente. Una molecola di ferro somiglia molto di più ad un carro armato di quanto una molecola proteica somigli ad un essere vivente, il più apparentemente semplice. Quindi la ipotetica proteina nata per sbaglio avrebbe dovuto poi trasformarsi – sempre per caso – in una cellula capace di riprodursi, sempre nell’ambito di quell’unico miliardo di anni. Tutto ciò, alla luce delle risultanze della biologia molecolare, che dànno per un semplice batterio alcuni milioni di nucleotidi nel DNA, è semplicemente pazzesco. E poi, con quale meccanismo questo primo, enorme salto evolutivo dovrebbe essersi compiuto? Con quello delle mutazioni e della selezione naturale del più adatto alla sopravvivenza, per caso? Mutazioni senza generazione e sopravvivenza prima della vita? Dalla fantascienza si sconfina nella fanfaluca
2) Ma dimentichiamoci pure degli esponenti di tre cifre in base dieci e ammettiamo (guardandoci bene dal concederlo) che dalla materia inanimata, sia potuta per puro caso nascere la vita. E la materia inanimata, quella come è saltata fuori? C’è qualche Häeckel o magari Fisher o Haldane capaci di spiegarcelo? Con casuali accorpamenti del nulla? C’è per avventura una necessità filosofica che si imponga di inghiottire anche simile baggianata?
I Pitecantropi e il Gesuita
Ma, anche osservando gli evoluzionisti sintetici fuori dei perigliosi gorghi dell’abiogenesi, intenti a spiegarci l’evoluzione dei viventi una volta che questi fossero – non si sa come – comparsi, essi non ci farebbero una figura migliore. Tanto più che spesso non si sono limitati a ragionamenti zoppi, ma non hanno esitato a davanti all’autentica frode, perseguibile a norma di legge. Date le ridotte dimensioni di questo saggio, dobbiamo limitarci ad un esempio, di per sé oltremodo eloquente: quello delle origini scimmiesche dell’uomo, e cioè della concretizzazione in reperti fossili del Pitecantropo che già abbiamo visto nascere dalla febbrile fantasia dell’inventore della Gastrea. L’Uomo era l’animale più antipatico ai Darwinisti. Infatti dalla dottrina tradizionale si pretendeva che questo non solo fosse stato creato da Dio ma addirittura partecipe del divino! Poter dimostrare la derivazione dell’uomo da un altro animale, poter dimostrare che il Figlio dell’Uomo dell’Evangelo, altro non era che il Nipote dello Scimmiotto, con l’intervento di alcune casuali mutazioni, voleva dire il trionfo completo della ragione e della scienza empirica (figlie mutanti, anch’esse, dei barlumi del cimpanzé che mette una cassa sull’altra per acchiappare la banana), e il definitivo collocamento nelle vetrine di un museo etnografico di tutte le metafisiche, di tutte le sacre scritture e di tutti gli dei. Che la natura divina dell’uomo e la sua anima immortale potessero essere il risultato di alcune alterazioni casuali del DNA nei testicoli di qualche grossa scimmia cenozoica, era infatti una tesi che – senza un sicuro anello di congiunzione – neppure un gesuita in foia di secolare notorietà si sarebbe potuto mettere a sostenere. Datemi quell’anello di congiunzione, sospirò E.Häeckel, e vi rovescerò il mondo! E si misero, con accanimento degno di miglior causa, a cercare il pitecantropo, un po’ uomo e un po’ scimmia, puntello indispensabile della loro dottrina. A dire il vero, non è che il reperimento di due o tre fossili che avessero effettivamente mostrato caratteri morfologici intermedi tra quelli di un uomo e quelli di una scimmia avrebbero fornito la prova lampante capace di porre in crisi concezioni millenarie. Se tra un milione di anni qualcuno troverà una zampa e qualche altro pezzo fossile di ghepardo (Acynonix iubatus), vi si potrà riscontrare senza dubbio caratteri intermedi tra un cane e un leopardo, ma se lo proclamerà «anello di congiunzione» e lo esibirà festante quale irrefutabile prova della derivazione dei leopardi dai cani (o viceversa), sarà da accusare fondamentalmente di superficialità. Ma noi non intendiamo accusare i fortunati ricercatori di pitecantropi di superficialità. Intendiamo semplicemente dimostrare la loro malafede! Quando chi scrive andava al liceo (sono passati un po’ d’annetti) gli si insegnò che in Inghilterra era stato trovato, esattamente a Piltdown, un fossile di uomo-scimmia, denominato Eoanthropus dawsoni. Questo possedeva un cranio indubbiamente umanoide ed una mandibola prognatica senz’altro scimmiesca. I suoi denti, però (due molari e un canino, per l’esattezza) erano umani o almeno quasi umani. Era insomma, un anello di congiunzione meraviglioso! Per vero, i due molari semi umani non dicevano gran ché. Anche un scimpanzé ha i molari semi umani. Ma il canino eh, quello no! Le grosse scimmie antropoidi hanno certi canini che sembrano tigri, che diamine! Il canino era certamente di congiunzione! L’origine divina dell’uomo era irrimediabilmente distrutta. Dopo il pitecantropo giavanese di fine Ottocento ecco quello inglese! Decine di volumi in tutto il mondo magnificarono la scienza (anzi: la Scienza) che aveva riscattato l’uomo dal peccato originale e dalla dipendenza dal soprannaturale. Legioni di positivisti ballarono tra lazzi e sberleffi sulla tomba di Adamo. Poi, in questo dopoguerra, successe lo scandalo. L’analisi chimica fece letteralmente a pezzi il povero Eoanthropus. E risultò quanto segue:
1) che il cranio era effettivamente del Pleistocene, ma la mandibola era moderna e apparteneva ad una onesta scimmia, non certo inglese;
2) che la mandibola stessa era stata invecchiata artificialmente, colorandola di scuro;
3) che i denti erano stati limati per renderli più gentili;
4) che i condili della mandibola erano stati rotti, onde non risultasse che non combaciavano affatto con le cavità articolari del cranio:
5) che il canino, il prezioso canino di congiunzione, veniva addirittura dalle colonie francesi!
Quel che si disse per il popolo fu che qualche buontempone aveva preso in giro i paleontologi di tutto il mondo. Ma la versione dello scherzo non ci sta bene, come non stette bene alla Camera dei Comuni, che inflisse al British Museum una severa reprimenda. Il cranio, invero, era stato onestamente scoperto da Charles Dawson nel 1912. Sul posto, per partecipare ad ulteriori ricerche, si precipitarono un certo Sir Woodward e un gesuita: Pierre Teilhard de Chardin, sì, proprio lui. Guarda caso, dopo l’arrivo del francese, lo stesso Dawson trovò la mandibola che, chissà come, gli era sino ad allora sfuggita. Essa era già stata astutamente ritoccata come si è detto, ad opera di… ignoto (!), tanto che il povero Dawson ci cascò. L’anno dopo, cercando meglio, saltò fuori il famoso canino. Chi lo trovò? Non ci crederete: proprio Teilhard de Chardin! Il canino, l’abbiamo detto, proveniva dall’altra parte della Manica e, poiché è nota la incapacità assoluta dei canini di al nuoto, è lecito dedurre che qualcuno degli addetti ai lavori scientifici ce l’avesse portato nel taschino del panciotto. Due dei ricercatori erano britannici: uno veniva per l’appunto dalla Francia: quel mattacchione di un gesuita! Quello – per intenderci – di cui ancor oggi si parla come di uno dei padrini della scienza moderna che ha squarciato i veli dell’oscurantismo. Ma insomma – potrà dire qualcuno – anche se il fossile di Piltdown era una volgare contraffazione, come è stato proclamato, c’era pur sempre il Pithecanthropus erectus di Giava, scoperto alla fine del secolo precedente, a testimoniare in modo irrefutabile la nostra discendenza scimmiesca! Di quello non s’è mai detto che fosse una frode, e ne abbiamo visto pregevoli ricostruzioni, con ricchezza di dettagli, su libri e riviste! Recentemente, è stato addirittura promosso Homo, insieme al suo non meno irrefutabile collega cinese! Nient’affatto: l’uomo-scimmia di Giava e quello di Pechino non sono altro che due trucchetti di bassa lega, due giochetti da baraccone, operati dai soliti evoluzionisti giurati che, rabbiosi di non riuscire a trovare nessun attendibile resto di anello di congiunzione a sostegno della teoria di cui erano perdutamente innamorati, non si fecero scrupolo di fabbricarlo. Anzi, i due episodi sono molto più gravi ed eloquenti della stessa figuraccia di Piltdown, perché, pur essendosi in ambo i casi scoperta la frode, tutta la scienza ufficiale fu complice nel soffocare lo scandalo, per poterci infliggere ancora oggi con sicumèra quelle stupidaggini come verità accertata. Cominciamo dall’uomo di Trinil (Giava), decano dei pitecantropi immaginari. Per entrare opportunamente nell’atmosfera gioverà risalire al già ricordato Ernst Häekel. A costui piaceva tanto discendere da una scimmia che aveva ficcato il pitecantropo nei suoi alberi genealogici – come s’è detto – prima ancora che esistesse alcun reperto fossile su cui – con la più corriva buona volontà – potesse attribuirsi la funzione di conferma. L’aveva chiamato Pithecanthropus alalus, vissuto soltanto nella fervida fantasia, che lo aveva partorito senza voce, fedele al principio che anche la voce umana avrebbe dovuto evolversi successivamente dai grugniti e dagli squittii, per casuali mutamenti genetici. Ma poiché i soliti pignoli cercavano al prova, non era male che questa si trovasse. Nel caso dell’uomo e dello scimmione che – per necessità logica(!?) – doveva essere l’antenato del primo, la priva era il Pitecantropo e questo lo stabilì Häekel. A farla saltar fuori ci pensò un medico olandese con sede nelle Indie Olandesi, a nome Eugéne Dubois. Presso Trinil, nell’Isola di Giava, egli trovò nient’altro che la calotta cranica fossile di un grosso gibbone (sottofamiglia di scimmie antropomorfe di cui vivono tutt’ora due generi e quattro specie di taglia più piccola). A quattordici metri di distanza trovò un femore umano . Tutto qui! Chi scrive, vent’anni addietro, in una cava presso Frosinone, trovò – a distanza reciproca molto inferiore a quattordici metri – resti ossei di rinoceronte di Merck, iena, lupo e leone delle caverne, e non gli passò neppure per la mente che appartenessero allo stesso animale. Lo stesso è accaduto migliaia di volte a ricercatori professionisti e dilettanti, e nessuno ha mai pensato a Girilli (vertebre di giraffa e mascelle di coccodrillo) o a Bufardi (cranio di bufalo e zampe di leopardo). Ma quella calotta e quel femore dovevano appartenere alla stessa creatura. Dovevano perché la Scienza aveva bisogno di un Pitecantropo, o Häekel si arrabbiava. Et Pithecanthropus fuit! Quando Rudolf Wirchow vide i reperti giavanesi a Berlino nel 1895, invano protestò a gran voce che le ossa craniche appartenevano in modo evidente ad un gibbone e che il femore non ci aveva nulla a che fare. Il Pithecanthropus gli rise in faccia, e aveva ragione. Infatti oggi la gente comune non sa neppure chi sia stato Wirchow, mentre il pitecantropo lo conoscono tutti benissimo, come se abitasse nell’appartamento di fronte. Wirchow però non sapeva una cosa e se l’avesse saputa avrebbe dato addirittura in escandescenze. Non sapeva che il bravo dottor Dubois, mentre si faceva portare in trionfo per il suo meraviglioso reperto, venuto come il cacio sui maccheroni dell’evoluzione naturale, aveva qualcosa sulla coscienza che gli amareggiava l’apoteosi. Si trattava di una cassa di legno, nella quale egli aveva nascosto abbondanti resti ossei perfettamente umani, con femori del tutto identici e coevi a quello arbitrariamente appiccicato alla calotta del gibbone e scavati nella stessa isola a poca distanza (Wadjak). Poco prima di morire, il Dubois confessò la sua malefatta e ammise che aveva ragione il Wirchow: il cranio era probabilmente di un grande ilobate . Ma si era nel 1940, e in quell’anno, in Europa, ci voleva ben altro per fare notizia! E gli scrupolosi scienziati evoluzionisti ne approfittarono per passare la cosa sotto silenzio e per tenersi il loro prezioso Pitecantropo che diventò così uno dei tanti profittatori di guerra. Ho sotto gli occhi un libro di scienze per le scuole medie (il nuovo Leggere la Natura-secondo, di Sirgiovanni e de Angelis, Giunti Firenze 1980). Vi si legge, dopo alcune righe sulle Australopitecine: «La tappa successiva della ominazione è ben conosciuta. Si tratta della comparsa dell’Homo erectus o Pitecantropo (e della scomparsa della cassetta d’ossa n.d.a.), avvenuta circa un milione di anni fa. Su questo punto le prove indiziarie sono numerose, presenti in varie parti del mondo: lo scienziato investigatore può così essere preciso e lasciare minore spazio alle ricostruzioni di fantasia. Il primo fossile di questo Homo erectus fu l’Uomo di Giava, seguito dall’Uomo di Pechino (i cui esemplari fossili sono stati trovati nella Cina del Nord)». Sopra, nella pagina, c’è una affascinante ricostruzione grafica del Pitecantrpo (disegnata senza far uso della fantasia, s’intende), completo di braccia, mani, piedi, mascella prognatica, capelli alla Umberto e faccia da Sing Sing. Da una calotta di gibbone e un femore che non c’entrava niente il nostro amico ha fatto una bella carriera, non c’è che dire! Notiamo ancora come nella convincente serie di figure «progressive» della stessa pagina sia schierato, al sesto posto, l’uomo di Neandertahl, ad onta che da tempo nessun paleontologo affermi che questo sia stato un nostro antenato. Ma veniamo al cuginetto cinese del Pitecantropo, all’Uomo di Pechino, i cui esemplari fossili (a dire delle gentili autrici del testo succitato per i ragazzi delle Medie) sono stati ritrovati nella Cina del Nord. La faccenda si fa, invero, sempre più divertente e rivelatrice, anche per la presenza con ruolo di primario di una vecchia conoscenza. Procediamo con ordine: Ogni persona di media cultura, in Occidente, sa che l’ominide di Chu-Cu-Tien aveva un cranio ancora scimmiesco (850 cmc. circa), ma usava il fuoco e fabbricava strumenti di pietra scheggiata addirittura mousteriani (a livello dell’Uomo di Neandertahl, per intenderci). Invece: Nel 1927 Davidson Black trovò in quel di Pechino un dente umano. Non lo trovò scavando: lo trovò nel cassettino di un cinese che vendeva cianfrusaglie e che disse di averlo trovato in certe grotte presso la città, a Chu-Cu-Tien, appunto. Black si recò sul posto e prese a scavare e sin qui niente di male. Ma ecco comparire a fianco di Black un altro che di black aveva il colore della tonaca, trattandosi di un gesuita. Ma sì, avete indovinato, era proprio Lui, quello del canino turista di Piltdown! Neanche a dirlo, insieme al nostri Pierre, saltò fuori subito un altro dente. Giovandosi del suo prestigio il Signore degli Anelli (di congiunzione) l’instancabile francese si precipitò alla fondazione Rockefeller e si fece snocciolare ventimila dollari per le prime spese. Gli scavi da ventimila dollari (dell’epoca) portarono alla luce, in una caverna, una specie di pozzo profondo sette metri, pieno di ceneri frammiste alle quali erano alcuni crani di scimmia con la faccia a pezzetti, piuttosto grossi (press’a poco come la calotta di Ttinil) e alcune amigdale. Altre ossa: zero. Neanche una. Eppure femori, omeri, bacini, vertebre si conservano meglio dei crani! Ecco gli esemplari fossili di Pitecantropo trovati nella Cina del Nord per gli alunni delle Medie. Dov’era il Pitecantropo? Era nel ragionamento deduttivo che diamine! Era nella logica! Non avete letto Sherlock Holmes? Se c’erano crani, ceneri e amigdale, era chiaro che quei crani (che dovevano pur aver sormontato dei corpi, finiti chissà dove) avevano contenuto cervelli capaci di fabbricare amigdale e si usare il fuoco. Ma queste cose può farle solo un uomo, i crani erano di scimmia, ergo: si trattava di uomini-scimmia; elementare Watson! Era il Sinantropus pekinensis, promosso Pithecanthropus e alfine Homo (i fossili evoluzionisti continuano ad evolversi anche da fossili) Non so se per i nostri lettori la deduzione è anche così chiara. Per noi, dichiariamo che non lo è affatto. Intanto se quei poveri crani senza mandibole e senza membra erano finiti nel pozzo della cenere, era chiaro che, senza gambe né braccia, non avevano potuto saltar dentro da soli, e quindi qualcuno ce li aveva buttati e non si vede perché quel qualcuno dovesse possedere un cranio uguale. Non si vede perché il fuoco dovessero averlo acceso ed usato i titolari dei crani, né perché avrebbero dovuto e non altri scheggiare le amigdale. Figuriamoci che in futuro un terremoto seppellisca la pattumiera di una rosticceria-tavola calda , e che in un futuro ancora più lontano qualcuno trovi i resti della medesima. Poniamo che essa contenga i fossili di testine di abbacchio, cenere in abbondanza e una forchetta rotta. Come giudichereste voi il paleontologo del futuro che ne deducesse logicamente l’esistenza di un Abbacchiantropo capace di usare il fuoco e fondere forchette? Eppure, proprio grazie ad un siffatto ridicolo ragionamento il Pitecantropo cinese andò ad allinearsi, incrollabile, nella galleria dei nostri presunti antenati. Dabbenaggine? Eccesso d’entusiasmo? Chi sia portato ad un giudizio più severo, si conforti. Nel 1932, in una cava alquanto più in altro di quella del pozzo delle ceneri (detta appunto Cava Superiore) vennero alla luce tre crani di Homo sapiens adulto, e successivamente ben dieci scheletri del medesimo, insieme ad amigdale del tutto simili a quelle che il Teilhard e il Black (e tutti gli altri in coro) avevano attribuito all’uomo-scimmia senza corpo inventato cinque anni prima. Era ormai – o avrebbe dovuto essere – lampante che l’Uomo di Pechino, nostro scimmiesco antenato, non era più reale di Peter Pan o di Pinocchio. Macché: anche quella cosa fu insabbiata, come la tardiva resipiscenza di Dubois. Pitecantropo di Giava e Pitecantropo di Pechino restarono fieramente installati nei libri di scuola, pilastri della positiva cultura moderna. Una vera ingiustizia per il loro collega di Piltdown, scacciato in malo modo come contraffazione! E gli altri due che cosa erano? Va aggiunto che i preziosi reperti di Chu-Cu-Tien nel 1941 furono spediti negli Usa e non vi arrivarono mai. Scomparve con loro anche il pericolo che un importuno ficcanaso si facesse venire l’uzzolo di qualche controllo con gli isotopi del carbonio. E il religioso Pierre Teilhard de Chardin S. J. ? Gli ingenui potrebbero pensare che, almeno dopo lo scandalo del 1952 al British Museum, egli fosse accolto per l’innanzi, ad ogni apparizione in pubblico, con salve di fischi e altri meno riverenti suoni. Nulla di tutto questo. Egli godette del massimo prestigio presso i circoli più qualificati sino al giorno del suo trapasso e tuttora. Abbiamo voluto brevemente soffermarci sulla leggenda dell’uomo-scimmia perché essa svela sia con quale rigore scientifico e – diciamolo pure – morale si siano costruiti i puntelli al crollante edificio dell’evoluzionismo, sia con quale cinica determinazione vengano manipolate le menti degli alunni delle scuole per farne il terreno d’impianto dei vaniloqui progressisti.
6 Qualche altro esempio
Negli anni venti, resti di un uomo-scimmia furono trovati nel Nebraska, e fu ricostruito (disegno a piena pagina sul «London news») in tutta la sua figura, a fianco di quella di una femmina. Peccato che i resti (un unico dente!) furono in seguito attribuiti con sicurezza ad un maiale, altrimenti ci esibirebbero oggi anche l’Hesperopithecus (così avevano chiamato il dente) come Homo erectus! Accenneremo soltanto che, con la scoperta del cranio dell’Uomo 1470 da parte di Neave Leakey, la comparsa dell’uomo è ormai retrocessa a tre milioni di anni fa (in piano Terziario), e forse a quattro, con le orme di ominide eretto scoperte a Laetolil nel 1977 dalla signora Mary Leakey. L’establishment ufficiale preferisce però fare lo gnorri (altro strano procedimento scientifico), forse perché ormai di quegli “antenati” pitecantropi del Quaternario si accorge di non poter fare a meno, per dimostrare l’origine scimmiesca. Potremmo continuare per un pezzo e dimostrare come tutte le cosiddette «prove dell’evoluzione» che vengono imprudentemente fornite, per non dire imposte, agli scolari delle classi inferiori, o non siano affatto prove dell’evoluzione (ma solo, tutt’al più, di certe affinità strutturali tra i viventi, che nessuno ha mai pensato di porre in dubbio) o siano semplicemente false, e tali riconosciute persino dai biologi evoluzionisti. Chi non ha visto, per esempio, sugli attuali libri di testo o su qualche giornale o rivista lo schema dell’evoluzione del cavallo, prova principe delle catene evolutive, ripresa dall’attuale libro di scuola prima citato? Cinque generi di equidi progressivamente più recenti, più grandi e con numero più ridotto di dita. Molto suggestiva, come prova dell’evoluzione, non c’è dubbio! Ebbene, si tratta di un grossolano falso. Esso è ricavato manipolando l’albero disegnato dal Lull nientemeno che al tempo della prima guerra mondiale, e nel quale i generi di equidi erano non cinque ma nove, oltre ad altri cinque collegati su rami laterali. La manipolazione è consistita nell’eliminare dal tronco principale i quattro che appaiono non progressivi (Orohippus, Epihippus, Mesohippus e Protohippus). Nei sessantacinque anni successivi sono venuti alla luce almeno altri 16 (sedici) generi di equidi assolutamente privi di ogni connessione evolutiva e gradualità e ne è risultato un tal guazzabuglio che nessuno, negli istituti di paleontologia, pensa più di disegnare linee evolutive del cavallo. Ai ragazzi, però, si continua a raccontare e illustrare quella stupidaggine, con l’approvazione del ministero competente. Concludiamo l’argomento con un brano assai significativo dell’evoluzionista G. Hardin, degno epitaffio all’invereconda faccenda: «Ci fu un tempo in cui i fossili esistenti dei cavalli sembravano indicare una evoluzione rettilinea dal piccolo al grande, da forme della taglia di un cane a forme della taglia di un cavallo, da animali con denti trituranti semplici ad animali con le cuspidi complicate dei cavalli attuali. Essa pareva lineare, come gli anelli di una catena. Ma questo non durò per molto tempo. Man mano che venivano scoperti nuovi fossili la catena si frantumava. Nella solita rete filogenetica e diveniva sin troppo chiaro che l’evoluzione non era affatto avvenuta in linea retta, ma che (per considerare solo la taglia) i cavalli si erano fatti ora più alti, ora più bassi col trascorrere del tempo. Sfortunatamente, prima che il quadro fosse completamente chiaro, una esposizione di cavalli come esempio di ortogenesi era stata allestita nel Museo Americano di Storia naturale, fotografata ed assai riprodotta nei libri di testo elementari (dove ancora oggi continua ad essere ristampata)». L’avverbio «sfortunatamente» vale un poema, ne convenite? E avevamo deciso, con gli esempi, di fermarci qui, perché era nostra intenzione scrivere un saggio e non un libro. Dopo che questo lavoro era già composto, è arrivato però, sul New Scientist del 14 marzo 1895, una notizia troppo graziosa perché potessimo permetterci di defraudarne i nostri lettori. Si tratta, questa volta, dell’Archaeopteryx litographica. Certamente anche i non specialisti l’avranno presente: è il famoso uccello coi denti, presunto anello di congiunzione evolutiva tra rettili e uccelli, riprodotto anche nei libri di scienze delle scuole elementari. Fu un certo Haberlein a trovarne due meravigliosi reperti nel 1861, inclusi nel calcare giurassico di Solenhofen (Baviera), che li aveva mirabilmente conservati per oltre cento milioni di anni, per la gioia dei darvinisti. In realtà la gioia fu innanzi tutto dell’Haberlein, che poté con essi risolvere il problema che lo affliggeva di fare: la dote della figlia (700 sterline dal British Museum e 20.000 marchi dal museo Humboldt di Berlino). L’uccello-rettile bavarese suscitò sempre, per vero, non poche perplessità tra tutti i paleontologi poco inclini a lasciarsi travolgere dall’entusiasmo. Basta infatti guardare con attenzione una delle tante riproduzioni fotografiche di quei famosi reperti, per constatare che si tratta di un lucertolone con arti e dita particolarmente lunghe e sottili e la normale lunga e sottile coda, nel quale però, soltanto, arti anteriori e coda sono muniti di grandi, chiarissime e numerosissime penne sia remiganti che timoniere. Le penne, ovviamente, non ci sono più, ma è rimasto nel calcare il loro stampo, preciso e nitido, tanto da poterne riconoscere la forma e struttura, del tutto identica, con rachide, barbe e barbule, a quella degli uccelli attuali. I motivi della perplessità erano molteplici e dobbiamo limitarci a riassumerli: niente carenatura dello sterno, necessaria per l’inserzione dei potenti muscoli alari; niente penne copritrici; niente ossa cave; vertebre anficele; costole ventrali (gastralia) incompatibili con il volo, ecc.. Ma, soprattutto, la struttura delle mani e dei piedi è assolutamente identica, onde risulta che le penne remiganti sono disposte come in un piccione, ma le ossa che dovrebbero averle sostenute non assomigliano affatto a quelle di un piccione, e sono del tutto uguali alle dita e ai metacarpi di lucertola. Anche la serie di numerosissime piccole vertebre caudali sono del tutto identiche a quelle di una guizzante coda di lucertola, e non si capiva come potessero fornire un sostegno solido e almeno semirigido a due serie di ben dodici grandi penne timoniere. In altri termini, se non ci fosse stato il fatto di quelle belle penne, così chiaramente stampate nel calcare, a nessun paleontologo, per darwinista che fosse, sarebbe mai frullato per il capo che un animale del genere congiungesse in qualche modo rettili e uccelli. Comunque a tutti i paleontologi con qualche nozione di aerodinamica fu sempre chiaro che, anche con le penne, l’Archaeopteryx non poteva volare nemmeno un po’. Peraltro, gli altri due unici reperti dello stesso animale (Lagenaltheimer 1956 e Haarlem 1970), più piccoli e assai malconservati, non presentano nulla che possa essere seriamente interpretato come tracce di penne. Comunque, e come regolarmente accade per tutte le presunte prove dell’evoluzione, i menzionati e gravi motivi di perplessità ci si limitava a bisbigliarli in una ristrettissima cerchia di specialisti, ma ciò non impediva affatto al simpatico Archie di svolazzare libero e felice nelle illustrazioni dei libri scolastici e delle riviste divulgative. Ma ecco la notizia graziosa di cui dicevamo. Nello scorso dicembre, un eminente fisico, Sir Geoffrey Hoyle, esaminando da visino il fossile di Londra, si tormentava nella domanda di che cosa mai ci facesse con quelle penne perfettamente evolute e moderne un animale che non era in grado di compiere il minimo volo. Decise allora di approfondire l’esame del reperto, con la collaborazione di altri due fisici, Chandra Wickramasinge e Lee Spetner, e insieme giunsero alla seguente e stupefacente conclusione: i due miracolosi reperti di Haberlein erano due falsi. Secondo Sir Hoyle, chiunque può rendersene conto, esaminando le fotografie da lui scattate e pubblicate sul British Journal of Photography. Dello stesso parere, per suo conto fu il fisico Robert Watkins, che prese altre eloquenti fotografie. Il falso, stando agli scienziati-detectives, sarebbe stato compiuto come segue. Haberlein avrebbe raschiato via uno strato di calcare intorno allo scheletro degli arti anteriori e della coda dei due fossili da lui trovati a Solenhofen, e lo avrebbe sostituito con una pasta, una specie di cemento, fatto con lo stesso materiale calcareo ridotto in polvere. Poi avrebbe spennato un volgarissimo pollo e ne avrebbe premuto le penne in bell’ordine, accanto alle ossa, soddisfacendo così in un sol colpo il desiderio di anello nuziale della propria figlia e quello di anello di congiunzione del dott. Charles R. Darwin. Roba da mandare a scuola persino Teilhard de Chardin! Noi non abbiamo avuto la ventura di esaminare, come Hoyle e gli altri, i reperti originali, e non ci resta quindi che attendere i risultati dell’inchiesta in corso tuttora. Dobbiamo però registrare come gli elementi su cui ci risulta basarsi l’accusa siano tutt’altro che insignificanti. Essi sono:
1) che nel presunto cemento si riscontrano delle bolle d’aria;
2) che taluna delle penne risulta impressa due volte, come se l’autore della contraffazione avesse avuto la mano poco ferma;
3) che, al di sotto delle impronte di penne, la grana del calcare appare più fina
4) che, tornando a sovrapporre le due metà del calco aperto, esse non combaciano più.
Staremo a vedere con vivo interesse. Gli evoluzionisti, more solito, rispondono alle dichiarazioni di Hoyle e degli altri fisici… insultandoli. Alan Charig, un paleontologo del museo, insinua addirittura che i quattro fisici abbiano studiato paleontologia sui piccoli dinosauri di plastica che si trovano nei sacchetti di pop-corn. Dimentica il Charig che le osservazioni che hanno dato corpo all’accusa non sono affatto di natura paleontologica. Vorremmo fare noi, ai difensori dell’uccello-rettile, una domandina dall’ambito del più ortodosso darvinismo. Come spiegano essi che un animale il cui scheletro appare indiscutibilmente rettiliano, e che quindi non può che collocarsi all’inizio del processo evolutivo da rettili a uccelli, come un primo passo in quella direzione, fosse in possesso di penne già completamente evolute, sì da essere del tutto identiche a quelle di una attuale gallina?
7 Evoluzionismo: quale?
Dire che dell’evoluzionismo non ci è rimasto più nulla è già un concedergli troppo. In realtà non c’è mai stato nulla. E’ stato come uno di quei pacchetti scherzo che talvolta i buontemponi spedivano a qualche amico. Pesanti, promettenti e pieni di spaghi e ceralacche all’esterno; poi si toglieva il primo involucro, il secondo, il terzo e così via, sino ad arrivare all’ultimo, piccolissimo, nel quale non c’era nulla. No0ndimeno il portalettere e i vicini – non presenti alla deludente operazione – continuavano a credere che la vittima dello scherzo avesse ricevuto chissà che grosso dono. In realtà non c’è un evoluzionismo, ce ne sono due. Uno è quello per la gente comune. Esso è entrato nelle coscienze e addirittura nel linguaggio, si da costituire un’essenziale componente della mentalità moderna. E’ caratterizzato dalla chiarezza, dall’assolutezza, dalla sicurezza e dall’ottimismo, e questi sono certamente grandi pregi che gli conferiscono il meritato fascino di cui gode presso l’uomo della strada. Secondo un criterio democratico (siamo o non siamo in democrazia?) è quello l’evoluzionismo che conta, essendo professato con fede incrollabile dalla strabocchevole maggioranza, ed è quella che proietta la sua luce (per dirla con Pierre Teilhard de Chardin) su tutti i fatti e tutte le teorie. Esso può essere enunciato così: «E’ scientificamente dimostrato che tutte le forme di vita esistenti sono derivate per graduali perfezionamenti spontanei dalle rozze forme primitive. Il gradino più alto del progresso della natura è l’uomo, che, derivando per gradi dalla scimmia, continua a procedere verso quel gradino ancora più alto che sarà – fatalmente – l’uomo del futuro».A fronte di tutti i suoi pregi elencati sopra, l’evoluzionismo che conta ha solo un difetto: quello di essere un’idiozia. E –ahimè -, per dirla con un altro francese, A.F. Thibault meglio noto come Anatole France, «se cinquanta milioni di persone dicono un’idiozia questa rimane un’idiozia». Infatti, tra gli evoluzionisti ad alto livello, quelli che insegnano nelle università, scrivono sulle riviste scientifiche, partecipano a congressi e magari prendono il premio Nobel, nessuno si sogna di professare l’ingenuo evoluzionismo di massa detto sopra. Essi sostengono invece un altro evoluzionismo: quello veramente scientifico. Esso, a differenza del primo, conta ben poco (data la sua inaccessibilità alle masse), ed ha quindi minori conseguenze dannose per l’inquinamento mentale, a parte quella che già vedemmo rilevata dal Nilsson, di costituire un serio ostacolo per la ricerca biologica. Vorrei dare la definizione anche di questo secondo, ma è impossibile. Infatti è del tutto indefinito e indefinibile, nonostante l’establishment scientifico ufficiale si affanni a difenderlo ad oltranza con ogni mezzo non scientifico, come congiura del silenzio, l’ostracismo e le ingiurie. Una delle massime autorità biologiche del nostro tempo, W.R. Thompson, direttore del Commonwealth Institute of Biological Control, pur non avendo il coraggio di proclamarsi antidarwinista, ecco che cosa ne scrive, introducendo l’edizione dell’Origine della specie nel centenario della detta opera: «Questa situazione dove uomini si riuniscono in difesa di una dottrina che non sono capaci di definire scientificamente, e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, tentando di mantenere il suo credito verso il pubblico attraverso la soppressione della critica e l’eliminazione delle difficoltà, è anormale e indesiderabile nella scienza». Anche questa, sia detto per inciso, è una dimostrazione del terrorismo darwinista: il fatto che vi siano numerosi e autorevoli biologi che, pur accettando – o subendo – l’evoluzionismo, gli muovano tali pesanti e fondamentali critiche da farlo a pezzetti. Ne diamo un breve elenco, certamente e largamente incompleto:
Berg L.S.
Colosi G.
Clark A.K.
Croizart L.
Goldschmidt R.
Henning W.
Morgan T.H.
Popper K.R.
Ross D.
Rostand J.
Schindewolf O.H.
Seward A.C.
Thompson W.R.
Thompson d’Arcy W.
Waddington C.H.
Willis J.C.
Non crediamo di essere cattivi se affermiamo che una dottrina scientifica che non si è capaci di definire scientificamente, non è una dottrina scientifica. Tutt’al più è un vago, e irrazionale stato d’animo, che può essere oggetto di psicanalisi ma non di confutazione. Scrivevamo qualche anno fa: «Confutare il darwinismo è evidentemente fatica sprecata. E’ come sparare ad uno spettro, sui merli del vecchio castello. Quello, essendo già morto, non lo si può ammazzare, e continua a trascinare ululando le sue catene alla faccia della Smith & Wesson». Ci siamo accorti poi che era ancora poco. Per essere morto occorre che sia stato vivo. Ma l’evoluzionismo non lo è mai stato: è nato spettro. Il repertorio degli evoluzionisti scientifici si riduce comunque ad affermazioni staccate, apodittiche, generiche o addirittura a pietose tautologie. La prima, tipica, è questa, che non ha nulla di scientifico: «Nessun biologo oggi dubita che l’accertamento dell’evoluzione come fatto storico (!?) sia una delle più importanti conquiste della scienza moderna» (Montalenti). Quello che segue è un elenco di biologi di tutto il mondo , molti dei quali addirittura insigni, che non solo dubitano di quanto sopra, ma addirittura contestano fondatamente all’evoluzionismo la dignità di dottrina scientifica:
Acworth B.
Bell-Dawson W.
Bethell T.
Bounoure L.
Carazzi D.
Chance E.
Clark R.E.D.
Dacqué E.
De Beer G.
Dewar D.
Diamare W.
Fleischmann A.
Fleming A.
Fano G.
Fondi R.
Grant Watson E.L.
Herbert G.K.
Kaplan M.M.
Kelley A.P.
Kleinschmidt O.
Kuhn O.
Lefevre J.
Léisola M.
Lemoine P.
Lewontin R.C.
Lovtrup S.
Machbeth N.
Marsh F.L.
Merson Davies L.
Moore J.N.
Moorehead P.S.
More L.T.
Murray D.
Nei M.
Nigris L.G.B.
Nilsson H.
O’Toole G.B.
Raffaele F.
Raymond P.
Sermonti G.
Servier J.
Shute E.
Taylor G.
Thomas M.
Vavilov N.J.
Vuialletton L.
Von Uexküll J.
Westenhofer M.
Wilder Smith A
Bastano?
8 Di nuovo a corto di meccanismo
Nell’evoluzionismo serio ogni concetto di miglioramento è scomparso, lasciando così orfano un altro figlio dell’evoluzionismo: il progressismo. Se condizione del meccanismo evolutivo è solo l’attitudine alla sopravvivenza, è inevitabile e pacifico che a riprodursi un maggior numero sono stati solo i più adatti alla sopravvivenza, il che non vuol dire affatto i migliori, o i più complessi o i più nobili. Tutti gli evoluzionisti son d’accordo su questo. Ma come si riconoscono e definiscono i più adatti alla sopravvivenza? Semplice – rispondono gli evoluzionisti -: sono coloro che si riproducono in maggior numero. Ma no! La cosa appare talmente ridicola, che è bene far seguire qualche citazione, perché non sembri che stiamo esagerando. Secondo il grande genetista T.H. Morgan la scoperta del meccanismo dell’evoluzione consiste «nell’affermare che gli individui che sono più adatti a sopravvivere hanno una migliore probabilità di sopravvivere di quelli che non sono così ben adatti a sopravvivere». Secondo C.H. Waddington, la teoria dell’evoluzione per selezione naturale «dichiara che gli individui più adatti in una popolazione – definiti come quelli che lasciano più discendenti – lasceranno più discendenti» (3). Ancora K.R. Popper denunzia la tautologia insita nella teoria evoluzionista osservando: «Se accettiamo la definizione statistica di adattamento, che definisce l’adattabilità in termini di sopravvivenza effettiva, allora la sopravvivenza del più adatto diventa tautologica e inconfutabile» (4). Certo, diventa inconfutabile, ma non significa più nulla. Quel contenuto migliorativo di cui si continua gratuitamente a caricare la parola evoluzione sfuma completamente. Quel graduale passaggio dall’inferiore al superiore, dal rudimentale al perfezionato, dal primitivo al raffinato o anche solamente dal più semplice al più complesso, che gli uomini moderni ricercano nell’evoluzione naturale, legittimando con essi il proprio collocamento al vertice della scala, perde ogni giustificazione ed ogni senso. Un gorilla è forse più adatto alla sopravvivenza di un coccodrillo, di una tinca, di un’ameba? E allora in base a quale meccanismo automatico fondato sull’attitudine alla sopravvivenza, dagli invertebrati un po’ alla volta si sarebbero dovuti evolvere i pesci, da questi gli anfibi, da questi i rettili e da questi i mammiferi? E veniamo all’ultimo involucro del «pacchetto – scherzo». Sino ad un paio d’anni fa, per quanto assurdo e ridicolo, si teneva ancora in piedi il mutazionismo. E diciamo che si teneva in piedi, nel senso che in piedi da solo non stava davvero. Invero, il pretendere che la meravigliosa complessità ed armonia della vita derivasse dal caso attraverso l’accumularsi di miliardi di miliardi di piccole mutazioni senza senso e senza ordine filtrate soltanto dalla selezione naturale del più adatto alla sopravvivenza, appariva subito come una forzatura dettata dal desiderio di salvare ad ogni costo qualcosa che dovesse salvarsi per ordini superiori. Gettare in aria a caso centinaia di migliaia di letterine e pretendere che, ricadendo a terra, esse componessero esattamente l’Iliade, questa – fu detto – era la pretesa dei mutazionisti. Ricopiando poi a macchina la predetta Iliade innumerevoli volte, attraverso una serie di piccoli errori di copiatura, ognuno dei quali avesse l’effetto di migliorare il poema, si sarebbe dovuto pervenire a comporre la Guida Monaci del 1958! Con probabilità di questo genere si bloccavano gli evoluzionisti sintetici, e pretendevano di essere presi sul serio, anche quando i progressi della biologia e genetica molecolare della biochimica avevano dimostrato che la complessità degli animali e piante più semplici era tale che l’aggettivo semplici si doveva accantonare con urgenza. Se dovessimo elencare le trionfali confutazioni che piovvero fitte contro la ridicola pretesa dei trasformisti ad oltranza e la loro teoria detta degli errori di copiatura, dovremmo tediare i lettori con opera di altra mole, e ciò sarebbe peraltro del tutto inutile, se non a ulteriormente dimostrare il partito preso che, solo, poteva giustificare la persistenza su posizioni così irragionevoli. Sarebbe inutile, dicevamo, perché, da oltre tre anni, un congresso biologico tenuto presso il Chicago’s Field Museum of natural History, con la partecipazione dei principali evoluzionisti attivi (basti fare il nome di F. Ayala), ha definitivamente sepolto il mutazionismo, anche se in Italia si continua a fare finta di non saperlo. Anche ammesso e non concesso, infatti, che possano concepirsi casuali mutazioni evolutive, e cioè conferenti all’organismo una maggiore attitudine alla sopravvivenza, è chiaro e non contestato che può trattarsi solo di variazioni minime, e che solo sommandosi esse in gran numero e nella stessa direzione possono colmare le differenze esistenti anche solo tra due diversi generi, per non parlare di famiglie, ordini, classi o addirittura tipi. La domanda che il congresso di Chicago si poneva, se cioè la c.d. microevoluzione potesse sommarsi, dando luogo alla macroevoluzione, equivale quindi a chiedersi se attraverso le famose mutazioni avessero potuto gradualmente derivare dalle prime forme di vita unicellulari o addirittura subcellulari tutti i grandi phyla animali e vegetali, dalle fanerogame ai vertebrati. La risposta, unanime, è stata NO. Ci dispiace per Julian Huxley (e per Francis Crick).
9 Al punto di partenza
Chiunque pensasse, dopo quanto concluso a Chicago (ottobre 1980) a gigantesche autodafé dei libri trasformisti, a suicidio di evoluzionisti d’assalto, a ritiri di libri di testo, si disilluda. Nulla di tutto questo è avvenuto. Non la più piccola resipiscenza si è manifestata, nel campo degli Agramante, non il più lieve tremolio ha mosso la fiamma che arde sull’ara di Darwin. Soltanto, loro si sono chiesti: ma allora, l’evoluzione, come accidente è avvenuta? Che l’evoluzionismo non sia ormai altro che un vizio mentale, per non dire una psicopatia, emerge sufficientemente solo da quella domanda. Darwin aveva parlato di evoluzione naturale (peraltro molto tardi, ché nelle prime edizioni di «Origine delle specie» l’espressione non esiste) solo in quanto aveva (o credeva di avere) scoperto il meccanismo attraverso il quale la formazione delle nuove specie si sarebbe verificata. Se quel meccanismo si fosse rivelato falso, crollava l’intera teoria, e lo stesso Darwin lo riconobbe espressamente. Se non si sa come l’evoluzione è avvenuta (e tanto meno se ne ha la minima prova) la conseguenza – cari i nostri white labcoats – non è che ci si deve chiedere come è avvenuta, bensì se è avvenuta. Che alcuni animali e vegetali siano comparsi in tempi diversi e poi scomparsi ed altri sussistano invece ancora, lo sappiamo tutti, ma ciò non ha nulla di evolutivo. L’unica teoria dell’evoluzione degna di essere presa in considerazione sarebbe quella che dimostrasse che tutto ciò ha avuto luogo senza bisogno di disegno o di atti creativi, bensì secondo un meccanismo descritto e provato. Ci provò Lamarck, ci provò Darwin, ci provò il volenteroso J. Huxley, ci hanno provato a migliaia, ma tutti i meccanismi da loro ipotizzati hanno dovuto soccombere dinanzi ad obiezioni insuperabili. Stando così le cose, l’atteggiamento degli evoluzionisti non è più sostenibile. Dire quanto, nel 1927, scrivevano Y. Delage e M. Goldsmith: «Che le specie siano derivate le une dalle altre non è deduzione che si fonda sopra fatti, perché i fatti possono essere contestati e soprattutto interpretati in modo diverso, ma è una nozione che si impone al nostro spirito come la sola accettabile, dal momento che noi abbiamo abbandonato la teoria della creazione soprannaturale» equivale a scambiare la premessa con quella che avrebbe dovuto essere la conclusione. Dicevamo all’inizio che l’Ideologia chiese alla Scienza di dimostrare che la Terra poteva essersi popolata senza bisogno di creazione né di guida divina. Limitarsi a ripetere con Huxley «La scienza moderna deve escludere la creazione speciale o la guida divina» non è da scienziati, è soltanto da pappagalli. Sostenere, come oggi si sostiene da alcuni, che l’evoluzione è avvenuta a salti, senza minimamente spiegarsi come questi salti possono essersi verificati, da un lato significa prendere atto che la paleontologia, mostrandoci l’assoluta discontinuità tra una forma e l’altra, ha smentito qualsiasi graduale sviluppo, dall’altro significa negare ogni concetto definibile come evoluzione (pur continuando a far uso del termine).
10 Conclusione
Ma l’evoluzionismo che conta, quello ingenuo, grossolano e diffuso tra il popolo è – malgrado tutto – vivo e rubizzo. Pitecantropi, serie di cavallini ed altre scempiaggini pseudoscientifiche, non escluse le farneticazioni embriologiche di Häeckel, popolano fittamente i libri per ragazzi, spacciate per prove trionfali dell’evoluzione, mentre maestri elementari e insegnanti di scienze naturali continuano a mentire all’unisono insegnando alle scolaresche che l’evoluzione naturale è una acquisizione definitiva ed incontrovertibile del sapere. Il perché di tutto questo lo aveva esattamente intuito George Bernard Shaw, allorchè scriveva: «Mai nella storia, per quanto ne sappiamo, c’è stato un tentativo così determinato, riccamente sovvenzionato, politicamente organizzato di persuadere il genere umano che tutto il progresso, tutta la prosperità, tutta la salvezza, individuale e sociale, dipenda da un conflitto indiscriminato per il cibo e il denaro, dalla soppressione ed eliminazione del debole da parte del forte, dal Libero Commercio, dal Libero Contratto, dalla Libera Competizione, dalla Liberà naturale, dal laisser faire: in breve, dall’abbattere il nostro simile impunemente». Parte integrante di quella manovra, di quel tentativo, è la capillare propaganda per diffondere e consolidare la mentalità evoluzionista nelle masse. E si noti che quanto Shaw affermava alludendo al liberalismo e liberismo inglese del suo tempo, va altrettanto bene al colosso dell’Est, i cui progressi a base di brutale prepotenza e di fatti compiuti trovano nell’ideologia del successo che è l’essenza del darwinismo la loro comoda legittimazione biologica. Evola ci insegna che la cultura moderna e soprattutto la volgarizzazione e diffusione di essa attraverso la stampa e la radio (e che direbbe della televisione!) tra moltitudini incapaci di una critica attiva è uno dei delitti più gravi ai quali gli uomini in piedi tra le rovine devono reagire ad ogni costo. «Nell’una e nell’altra forma – leggiamo in Orientamenti – questi tossici continuando ad agire nella cultura, nella scienza, nella sociologia, nella letteratura, come tanti focolai d’infezione che vanno individuati e colpiti. A parte il materialismo storico e l’economismo, fra i principali di essi sta il darwinismo, la psicoanalisi, l’esistenzialismo». Per il darwinismo –o meglio la teoria sintetica dell’evoluzione – , l’abbiamo visto e i fatti lo dimostrano, non basta più la confutazione. E’ di disintossicazione che si deve parlare, di liberazione da una schiavitù mentale endemica. Tra i giovani, tra gli studenti soprattutto, l’opposizione contro l’imposizione mafiosa della menzogna dovrà assumere le tinte di una rivoluzione purificatrice. Solo se sapremo suscitarla, sostenerla, nutrirla, avremo fatto il nostro dovere completando e rendendo feconda la sacrosanta opera demolitrice compiuta dall’ala più coraggiosa e onesta dello schieramento scientifico. Certo, è tutt’altro che facile l’opera di educazione dei giovanissimi per neutralizzare l’azione inversa esercitata su di loro con l’ufficialità dell’insegnamento scolastico e con una infinità di altri canali accessori, a cominciare dallo stesso linguaggio corrente, che ha mutuato dai concetti e dai meccanismi biologici trasformisti un’infinità di espressioni correnti. In compenso, l’opera diabolica di inquinamento mentale che i centri della sovversione hanno sviluppata con tanto successo negli ultimi due secoli presenta un aspetto che ci permette di adottare contro di lei il principio fondamentale dello ju-do: usare la forza dell’avversario per abbatterlo. Infatti certi meccanismi psicologici, che furono creati e indotti nella popolazione in funzione anti-tradizionale e destabilizzante, possono giocare oggi a nostro favore. Il valore positivo di cui sono state caricate parole come rivoluzione e rivoluzionario, la diffidenza verso l’autorità, l’abitudine alla contestazione e alla iconoclastia, oggi che l’intera cultura nata dall’illuminismo e dal libero pensiero si è sclerotizzata in dogmi intolleranti e indimostrabili e appoggiata a una nuova casta sacerdotale con tanto di linguaggio ermetico e di intoccabili tabù, possono ritorcersi contro quest’ultima e contribuire non poco alla nascita e alla diffusione di un movimento studentesco di rivolta contro la mistificazione evoluzionistica. Guai all’ateismo, quando diventa religione! Esso vedrà facilmente le sue stesse armi rivolgersi contro di lui. Si devono soltanto aggiungere tenacia, metodo e concezione strategica alla forza che già chiaramente milita con i legionari della Tradizione: quella della verità.
Rutilio Sermonti
Note:
1) si rimanda, in proposito, il lettore a due interessanti opere di uno scienziato, Giuseppe Sermonti, edite da Rusconi: Il crepuscolo dello scienziato e La mela di Adamo e la mela di Newton, e alla bibliografia in esse richiamata.
2) Darwin – L’Origine della specie…., Boringhieri, Torino, 1967 p.257
3) Citati da T.Bethell, Darwin’s mistake in Harper’s magazine, Febbraio 1976
4) Scienza e filosofia, Einaudi, Torino 1969, p.133
Nota bibliografica
BLANDINO G. Vita, Ordine, Caso, Morcelliana, Brescia 1967
COLOSI G. Il principio dell’utilità fortuita e il problema della realizzazione delle forme organizzate, in Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, vol. 31, 1961
D’ARCY W. THOMPSON, Crescita e forma, la geometria della Natura, trad. it., Boringhieri, Torino 1969
DARWIN R.C. L’origine delle specie per selezione naturale ovvero La preservazione delle razze più favorite nella lotta per la vita. Molte edizioni
DARWIN R.C Discendenza dell’uomo. Molte edizioni
DEWAR D. The transformist illusion. Dehoff, Murfreesboro 1957
FANTAPPIE’ L. Relatività e concetto di esistenza, Studium Christi, Roma 1973
FONDI R. Nuova paleontologia e teoria evoluzionista, in Responsabilità del sapere, Siena 1977
MONOD J. Il caso e la necessità, Mondadori Milano 1970
POPPER K.R. Scienza e filosofia, Einaudi Torino 1969
SERMONTI G. Il crepuscolo dello scientismo, Rusconi, Milano 1971
SERMONTI G. La mela di Adamo e la mela di Newton, Rusconi, Milano 1971
SERMONTI G. e FONDI R. Dopo Darwin – Critica all’evoluzionismo, Rusconi, Milano 1980
VUIALLETON O. L’Origine des Etres Vivants, paris, Plon 1930.
Si vuole qui dare seguito all’ottimo articolo della Prof.ssa Barbara Spadini presente nell’ultimo numero della Rivista Thule (marzo/aprile 2010) dedicato al poeta Trilussa. Lo facciamo con un pezzo che tratta più da vicino il rapporto che egli ebbe con la massoneria estratto da Hiram n. 10, ottobre 1986 – Soc. Erasmo, Roma
Carlo Alberto Salustri, detto Trilussa, fu un massone che non venne mai iniziato nell’Ordine. Per questo motivo, che può sembrare paradossale, si ritiene interessante lumeggiare il personaggio e i suoi rapporti con l’Istituzione, attraverso le cose che sulla stessa ha scritto, le cose che ad essa lo avvicinano, fino, da ultimo, alla domanda di affiliazione che presentò oramai in prossimità della morte.Nel panorama della letteratura italiana narratori e poeti spesso si sono avvicinati alla Massoneria sia direttamente che indirettamente. Taluni, appartenenti all’ordine, hanno riportato nelle loro opere il frutto degli studi esoterici e della filosofia dell’Istituzione; altri pur non appartenendovi hanno colto certi insegnamenti; altri ancora hanno deriso o contrastato la Libera Muratoria assegnandola, nella più benevola delle formulazioni, a quelle attività dell’uomo un po’ superflue e un po’ goliardiche. Alcuni attraverso lo sviluppo e la dinamica del loro pensiero hanno finito con l’approdare all’Ordine ancora in età tale da portare un contributo di lungo periodo; altri si sono formati, anche come uomini, all’ombra dei simboli muratori, taluni nel ricordo di passate presenze negli avvenimenti risorgimentali, altri ancora attirati e, direi, attivati dalla ricerca iniziatica che è la prerogativa principale della Libera Muratoria.Del tutto anomala, rispetto ad altre situazioni presenti appunto tra i protagonisti della storia letteraria italiana, appare la vicenda di Trilussa, poeta dialettale romano fiorito tra gli ultimi anni dell’800 e la seconda metà del ‘900. La decisione di richiedere l’ammissione alla Libera Muratoria la matura in tarda età tanto che la domanda, che pure era stata accolta, non ha seguito per la morte improvvisa del poeta. Ed è curioso come anche la nomina a senatore lo raggiunga appena venti giorni prima della sua morte, il 21 dicembre 1950, quando ormai la vita gli aveva dato tutto quello che un artista può desiderare compreso l’ultimo riconoscimento, appunto quello di senatore a vita, per aver con le proprie opere illustrato la Patria, come dice la motivazione firmata da Luigi Einaudi.Trilussa, tuttavia, non era mai stato un compiacente osservatore delle vicende dell’Italia, ma le aveva sempre trattate con quella ironia che nasceva da una sorta di comune buon senso popolare, che pervade tutta la sua opera, quando aveva sorriso sulle guerre propiziatrici dell’impero, o quando, senza eccessi e col sorriso sulle labbra di chi intravede, nelle umane vicende, il buffo e talvolta inutile agitarsi dei piccoli che vogliono apparire grandi; colpisce il regime fascista senza usare mai, però, il metro pesante della fustigazione o dell’invettiva. D’altronde nello stesso modo aveva ironizzato, durante l’era liberal-democratica, verso quei governi, e poi anche verso i partiti che andavano allora formandosi e che erano ovviamente agguerriti e rinchiusi nelle loro ideologie nascenti, talvolta con riferimento al fasti e nefasti ottocenteschi e risorgimentali, talaltra per esplicita certificazione di nascita dovuta alle incalzanti nuove esigenze della storia e dell’umanità.E’ il suo un modo di rappresentarsi al di sopra delle parti, è un modo, quasi giornalistico, di raccontare la propria insofferenza in versi, insofferenza che non ha nulla di rivoluzionarlo, di combattivo ad oltranza, ma che si stempera nella vita quotidiana e in questa trova origine e morte alla propria esistenza.Pur tuttavia la Patria riconosce in lui un suo figlio benemerito e lo nomina senatore, e Trilussa, come nella sua poesia, ringrazia ed esce dalla comune forse anche questa volta con ironia e con il sorriso sulle labbra, conscio della caducità delle cose della vita. 1 piccoli personaggi, la piccola umanità pure vengono chiamati, attraverso la sua persona, a posizioni più alte, vengono innalzati dal pianterreno della vita e loro viene riconosciuta una importanza nuova, quella importanza che Carlo Alberto Salustri aveva già deciso di riconoscergli in qualche modo facendoli tutti protagonisti della propria arte.L’epoca in cui visse Trilussa, fu un’epoca di transizione e nello stesso tempo di assestamento della società italiana e di quella europea più in generale, anche dal punto di vista politico ed economico. Dalla presa di Roma ad opera del nuovo Stato italiano nel 1870, un anno prima della nascita del poeta, fino alla Grande Guerra e poi con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale l’Italia e l’Europa trovarono l’assestamento che tuttora permane. Ma anche dal punto di vista culturale movimenti, scuole e indirizzi di vario genere fiorirono apportando una ventata di cambiamenti nel canoni dell’arte così come erano fino ad allora conosciuti.Anche la Massoneria subì i suoi travagli, i suoi adattamenti, dal punto di vista statuale, che i tempi proponevano, cambiando spesso anche proprio la qualità degli uomini subì, nel corso del tempo, soprattutto in Italia, una lenta trasformazione che finì con il portarla al superamento di antichi vincoli riferiti al passato, restituendola in pieno ad una tradizione più vicina alle Obbedienze europee che non avevano, almeno con i propri uomini se non certamente come istituzioni, dovuto affrontare una dura prova politica ed ideologica come quella risorgimentale.Pure, ancora all’epoca della giovinezza del poeta, talune antiche ferite erano presenti nell’anima dell’Istituzione la quale con forza continuava a contrapporre il “libero pensiero” alla sorda conservazione che sotto sotto covava nella società italiana vuoi per intimo convincimento, vuoi per millenaria educazione, vuoi per attento e opportuno calcolo politico dovuto anche all’economia dei tempi che venivano vissuti. E ancora lo sbandierato “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”, ereditato dalle vicende transalpine della fine del secolo precedente e portato e adattato alle italiche venture, suonava da una parte come richiamo ad un nuovo ordine etico e sociale e quindi politico ed economico, e dall’altra appariva come il vessillo del sovvertimento di valori consolidati dal tempo, come immiserimento dello spirito, quasi la premonizione e la preparazione all’avvento dell’Anticristo.Tuttavia non era la sola Massoneria italiana propugnatrice di questo sovvertimento. Anzi all’interno della stessa si agitavano due anime che avrebbero portato alfine alla scissione del Grande Oriente d’Italia, proprio, tra le altre più interne ragioni, su un fatto di natura politico-sociale: quello dell’insegnamento religioso nelle scuole. Anche tra i nuovi partiti, che andavano formandosi e che nascevano dalla crisi dell’antica distinzione tra Destra e Sinistra storiche, alcune delle idee propugnate dal massoni andavano prendendo consistenza, anche se contenuti e forme dovevano essere forzatamente diverse. Trilussa visse quest’epoca e la rappresentò nella sua poesia non prendendo però veramente parte, non facendosi partigiano né di un passato che poco conosceva, ma neppure del futuro che non voleva immaginare né profetizzare, accontentadosi piuttosto di registrare con l’ironia più che con il sarcasmo, lo stato delle cose, con l’arguzia, ma anche con la bonomia, la compostezza e la rassegnazione dei popolo che sa di non essere sovrano e che non se ne lamenta, o se ne lamenta con moderazione, ma desidera almeno non essere portato per il naso.L’attenzione di Trilussa è per le cose di tutti i giorni, per le cose minute che sono la rappresentazione in sedicesimo dei grandi avvenimenti e sconvolgimenti che finiscono però col non cambiare in alcun modo lo stato di coloro che non hanno voce nelle decisioni. E infatti l’anima che il poeta interpreta è sempre quella della buona piccola borghesia che, se pure ancora legata agli ideali del Risorgimento, è tuttavia lontana dalle infatuazioni di ogni genere che i tempi suggerirebbero, sensibile solo ai problemi e alle norme fondamentali della vita quotidiana. Ma non una borghesia tutta romana, come tutto romano era stato il popolino irriverente ed anticlericale del Belli, né una vera e propria borghesia che oramai sembrava aver già acquisito un senso della nazionalità e della appartenenza allo Stato italiano con tutti i suoi problemi e le sue aspirazioni, quale era quella emersa dalla poesia del Pascarella di “Villa Glori” e di “Storia nostra”. Piuttosto era una borghesia impiegatizia e di varia etnicità, calata a Roma al seguito del trasferimento della capitale e dello Stato amministrativo, una Buzzurropoli in cui dissidi e conflitti Trilussa avvertiva come puri e semplici riflessi di una precaria situazione sociale e morale.Era la stessa società che, con riferimento alle sollecitudini e alle vicende del proprio piccolo mondo, sarebbe rappresentata più tardi da Pirandello, il quale avrebbe spinto proprio questi dissidi e questi conflitti di cui Trilussa, dicevo prima, aveva gia avvertito l’esistenza, alle soglie di un conflitto gnoseologico ed ontologico fra sogno e realtà.Il mezzo della poesia in vernacolo di per sé consente maggiori possibilità alla satira che non quello in lingua. E in modo particolare quel certo “spirito”,che da sempre è parte del costume dei napoletani e dei romani, trova una sua nobilitazione proprio nella poesia in vernacolo. Talvolta però l’ispirazione liricizzante appanna la vena satirica di un Salvatore Di Giacomo, mentre più raramente, per non dire quasi mai, accade nella poesia romanesca, ed è in questo contesto che va collocato Trilussa, appunto, nella storia della poesia dialettale romana.Se il Belli è la voce autentica, se pure genialmente portata sul piano dell’universale, della plebe romana del periodo più oscuro e disastroso dell’agonizzante potere temporale, di una collettività cioè priva di ogni illuminazione spirituale, chiusa in un opaco destino senza apparente uscita; se nel Pascarella si registra il decisivo spostamento verso il popolo da cui erano usciti Monti, Tognetti e Giuditta Tavani Arquati; Trilussa ci rappresenta la romanità nuova, la collettività impiegatizia che legge il giornale, che crede di intendersi anche dei problemi politici fondamentali, che pretende d’interpretarli e risolverli sulla base dei suoi elementari bisogni e delle semplici ma solide sue pregiudiziali etiche, che risulta dalla fusio ne fra i vecchi “romani de Roma” e il buzzurrame piovuto nell’Urbe che tutta via, negli spiriti migliori, trova anche il tempo per una riflessione, se non proprio culturale e spirituale, attenta almeno e ben disposta verso quelle manifestazioni che con la cultura e lo spirito appaiono avere una qualche connessione, come la Istituzione libero-muratoria alla quale finiscono per aderire e non solo per utile tornaconto personale.La riprova di tutto ciò è nel carattere di tenue coloritura esteriore che il dialetto romanesco ha nella compagine linguistica di Trilussa, in cui tocca il vertice quel processo di progressiva attenuazione, di regolarizzazione e raddolcimento che il romanesco palesa nella poesia a partire dai successori del Belli; le parolacce così sistematicamente frequenti in Giuseppe Gioacchino e non rare neanche nel Pascarella, sono invece rarissime in Trilussa, il quale parla come normalmente parla il romano oramai civilizzato (ciovile direbbe appunto Trilussa), che ha ricevuto una certa educazione e si esprime all’usuale livello della piccola borghesia ben costumata.Ed ecco, quindi, che anche nel linguaggio usato, Trilussa si appropria di una universalità che manca alla satira di altri poeti dialettali.Questa universalità del mondo poetico di Trilussa; questi travagli dei suoi personaggi, siano essi uomini o gli animali delle favole, che finiscono con l’essere problemi di fondo dell’umanità, detti con il tono sornione e quasi distaccato di chi non vorrebbe se ne capisse l’intima importanza, di chi sembrerebbe interessato soltanto al motto di spirito, che pure c’è, allo scherzo liberatorio, ma non troppo; questa universalità, dicevo, fa di Trilussa l’uomo, il poeta vicino agli ideali della Libera Muratoria.Nonostante appaia nelle sue opere talvolta come insofferente a tutto quello che lo circonda, per principio contrario a re, repubblica, socialismo, clericalismo, democrazia, anarchia, tuttavia la sua anima non è “qualunquista”. Anzi ironizza anche su quel movimento affermatosi in Italia negli ultimi anni di questo dopoguerra che si faceva chiamare “Uomo qualunque-:
“Omo qualunque” spesso fa er tribbuno
pe diventà quarcuno
ma quanno semo ar dunque
è un tribbuno qualunque
dice il poeta in una inedita poesia riportata da Giuseppe D’Arrigo nel suo “Trilussa”. Certamente non trova nelle istituzioni umane, o per meglio dire, negli uomini che le rappresentano, quelle doti etiche alle quali il poeta fa continuo riferimento e che vorrebbe, invece, fossero tra tutti gli uomini patrimonio comune. Ed anche in questa aspirazione, in questa ricerca e in questa denuncia, sembra richiamare gli ideali della Massoneria al di là delle dirette chiamate in causa rappresentate da i quattro sonetti “Li frammassoni de jeri” e “Li frammassoni de oggi”, dove certamente non colpisce tanto le idee della Frammassoneria, quanto l’applicazione delle stesse da parte di massoni che allora come oggi dovevano aver dato una rappresentazione della Massoneria certamente poco felice. Tuttavia è interessante annotare che l’ultima terzina del primo sonetto de “Li frammassoni de oggi”:
Perché la Fratellanza Universale
che ce riuniva tutti in una fede
finì co la chiusura der locale.
è riportata dal poeta, autografa e firmata, sul frontespizio del “Libro dei Rituali” di Salvatore Farina edito a Roma nel 1946 dalle Edizioni Piccinelli, ed è evidentemente riferita alle vicende del ‘25 quando il Fascismo sciolse la Massoneria e si accanì particolarmente col Grande Oriente di Palazzo Giustiniani.Ma anche in altre poesie, non specificatamente interessanti la Libera Muratoria, continuamente ricorrono non solo concetti che richiamino quelli propugnati dalla Massoneria, ma anche deliberatamente poesie intitolate alla “Fratellanza”, alla “Libertà”, all’”Uguaglianza”, al “Libero Pensiero”.C’è pure in Trilussa questa aspirazione all’universalità e all’uguaglIanza, questo riconoscimento dell’universalità e dell’uguaglianza che in qualche modo si realizza, che non solo trovi espressione nelle cose quotidiane e di piccolo respiro, ma soprattutto spazi nelle grandi tragedie che sconvolgono l’Umanità, come la guerra. In “Fra cent’anni” del 1915 da “Lupi e agnelli” il poeta, a proposito della Prima Guerra Mondiale che sta sconvolgendo l’Europa, afferma:
Da qui a cent’anni, quanno
ritroveranno ner zappà la terra
li resti de li poveri sordati
morti ammazzati in guerra,
pensate un po’ che montarozzo d’ossa
che fricandò de teschi
scapperà fòra da la terrà smossa!
Saranno eroi tedeschi,
francesi, russi, ingresi,
de tutti li paesi.
0 gialla o rossa o nera
ognuno avrà difeso una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella,
sarà morto per quella.
Ma lì sotto, però, diventeranno
tutti compagni, senza
nessuna diferenza.
Nell’occhio vóto e fonno
non ce sarà né l’odio né l’amore
pe’ le cose der monno.
Ne la bocca scarnita
non resterà che l’urtima risata
a la minchionatura della vita.
E diranno fra loro: – Solo adesso
ciavemo pe lo meno la speranza
de godesse la pace e l’uguajanza
che cianno predicato tanto spesso.
Tutti saranno divenuti compagni, in pace tra loro, uguali nella morte, la nera signora che anche il massone Antonio de Curtis, in arte Totò, ne “A livella” dirà che tutti rende uguali e senza differenze. E ancora in “Bolla de sapone” Trilussa che sembra una volta di più quasi chiudere un discorso in maniera amara, invece anche qui l’aspetto apparentemente negativo della morale finisce per essere, ancora una volta, una indicazione del pensiero trilussiano tutto improntato al ridimensionamento, è vero, del diverso, alla indicazione del caduco, ma anche alla certezza che tutto in un certo momento sarà livellato, riportato all’uguaglianza, sia pure in una “lagrima de pianto”.
Lo sai ched’è la Bolla de Sapone?
L’astuccio trasparente d’un sospiro.
Uscita da la canna vola in giro,
sballottolata senza direzzione,
pe’ fasse cunnolà come se sia
dall’aria stessa che la porta via.
Una farfalla bianca, un certo giorno,
ner vede quela palla cristallina
che rispecchiava come una vetrina
tutta la robba che ciaveva intorno,
j’agnede incontro e la chiamò: – Sorella,
fammete rimirà! Quanto sei bella!
Er cielo, er mare, l’arberi, li fiori
pare che t’accompagnino ner volo:
e inentre rubbi, in un momento solo,
tutte le luci e tutti li colori,
te godi er monno e te ne vai tranquilla
ner sole che sbrilluccica e sfavilla.
La Bolla de Sapone je rispose: -
So’ bella, sì, ma duro troppo poco.
La vita mia, che nasce per un gioco
come la maggior parte delle cose,
sta chiusa in una goccia… Tutto quanto
finisce in una lagrima de pianto.
Ma questo pessimismo di Trilussa, a mio avviso, non è distruttivo. Questo rendersi ragione della negatività di cui è corredata la vicenda dell’Umanità; questo senso del “pantarei“-, del transeunte e della caducità delle cose non è nichilismo ottuso e cieco senza speranza. Non è la malattia mortale- che colpisce l’esistenzialismo disperato e ateo che ancora corre nel pensiero occidentale. Nasconde invece la speranza che alla fine l’Umanità sia riscattata, che almeno le sofferenze servano a migliorare il mondo. Qua e là tra il sorriso ironico e la satira pungente, anche se non proprio graffiante, tra le favole dove gli animali si dimostrano e si riconoscono migliori dell’uomo, anche se talvolta con l’amaro in bocca, spunta la speranza di Trilussa nel momento più inaspettato a conferma che la sua visione del mondo non è del tutto negativa.Ed è in fondo questa speranza che concettualmente la Libera Muratoria consegna e affida al propri aderenti, spingendoli a lavorare “per il bene e il progresso dell’Umanità”. E questo Trilussa lo sa benissimo. La paura poteva essere che non tutti avessero compreso bene il precetto, e che anzi non volessero capirlo, e che limitassero la loro adesione alla Massoneria al:
… giochetto de le deta…
Nei rapporti poetici con la Massoneria legati al quattro sonetti gia citati, non può essere presa in seria considerazione la teoria, per così dire statistica, che avanza Ettore Paratore nel due scritti pubblicati dall’Istituto di studi romani in occasione del Centenario della nascita di Trilussa. Argomenta, infatti, il Paratore che a “fronte di ventiquattro espliciti pamplhets poetici del periodo prefascista contro la retorica socialdemocratica e sempre rilevanti un preciso intento politico e un intento sempre sfottitorio al danni degli ideali socialisti e delle infatuazioni per la democrazia più sinistrorsa”, “solo quattro o cinque”, invece, “sono quelli in cui la frecciata al fascismo si configura in maniera evidente”. E ancora che il breve ciclo formato dal due sonetti intitolato “I frammassoni de oggi” che è stato addirittura composto negli anni del fascismo, “dopo i provvedimenti presi contro la società dei Grande Architetto, è irridente le attività della Massoneria, con quella inimitabile tendenza smitizzatrice e ridimensionatrice che lo contraddistingue e che è il segno infallibile del suo equilibrio e della sua onestà, Trilussa dà un colpo al cerchio e uno alla botte, facendo le sue ironie su chi si sbracciava a salutare romanamente ‘pro bono pacis’. Ma è evidente che chi ne fa le spese in misura più massiccia è l’ambiente massonico”. E con questa statistica numerica ritiene di aver giustificato una classifica dell’insofferenza trilussiana che vedrebbe la Massoneria precedere il fascismo nell’antipatia di Trilussa.Sarebbe veramente curioso pensare che un uomo della cultura di Ettore Paratore non avesse inteso effettivamente il pensiero di Trilussa, se non fosse altrettanto nota, oltre la sua sensibilità critica e culturale, la sua appartenenza anche politica a ben individuati ambienti culturali della destra conservatrice, passato di volta in volta dal più moderati a quelli più estremistici, che lo hanno portato a ridimensionare quanto, in verità troppo spesso, la più recente critica, anche di estrazione marxista, ha voluto attribuire a Croce e proprio a Trilussa circa il loro atteggiamento contrario al regime durante il periodo fascista, considerandoli le due uniche voci solitarie ancora capaci di parlare liberamente nel generalizzato conformismo del culturame imposto dal Minculpop. Certamente i nostri non sono stati gli unici, né la loro è stata una voce particolarmente rumorosa e avversa, particolarmente contraria al regime in sé, dato anche lo scarso interesse per quella cultura dai due dimostrato, e per quel tanto di snobismo culturale, ma anche per la sincera e schietta valutazione della propria posizione e, soprattutto per Trilussa, per quel senso tutto romano dell’ironia e della capacità di credere che lo scherzo e la battuta, quand’anche si dimostrassero veritieri della realtà, non possono essere causa di un reato o accusati di irrispettosità oltraggiosa sia pure da un regime come quello fascista.Tuttavia al di là delle polemiche diciamo ideologiche, mi preme sottolineare come proprio dai quattro sonetti intitolati alla Massoneria di ieri e di oggi, emerga invece una posizione dei poeta che non è senz’altro negativa della Istituzione, mentre da altre, forse anche dimenticate dal Paratore oltre le quattro o cinque citate, appare evidente l’insofferenza di Trilussa per quanto il regime andava costruendo. Mentre la satira dei sonetti “massonici” non colpisce direttamente l’ideologia, che anzi trova modo di apprezzare, ma irride anche bonariamente all’atteggiamento di coloro che vi appartengono, forse perché appunto borghesucci ministeriali che nulla hanno a che vedere con il “generone” dei vecchi borghesi romani, nelle poesie ispirate al regime fascista capovolge completamente lo sfottimento e colpisce più l’ideologia che non le persone, così come aveva già fatto a proposito delle imprese coloniali e delle velleità imperiali dell’Italia della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento.Nel sonetto “L’aquila romana” del 1911, l’anno delle magniloquenti celebrazioni del cinquantenario dell’unità, termina con la famosissima chiusa posta in bocca alla lupa:
Pur’io, va là, ciò fatto un ber guadagno
a fa’ da balia a Romolo! Accicoria!
Se avessi da rifà la stessa storia
invece d’allattallo me lo magno.
Nel primo sonetto de “Li framassoni de jeri”, scritto, come il secondo, sempre nel 1911, il poeta ironicamente lamenta che il Grande Architetto poco più assiste i lavori della Massoneria, cioè a dire che i massoni non seguono più i lavori come avrebbero dovuto. Ed anche nel secondo, oltre a ribadire la presenza del Grande Architetto, rinforza il discorso sulle attività, invece, degli uomini massoni, che non sempre sono adeguate alle idealità della Istituzione.
Che credi tu? Ch’a le rivoluzzioni
fossero carbonari per davero,
còr sacco su le spalle e er grugno nero?
Ma che! E’ lo stesso de li frammassoni.
So’ muratori, sì, ma mica è vero
che te vengheno a mette li mattoni!
Loro so’ muratori d’opinioni,
cianno la puzzolana ner pensiero.
Tutta la mano d’opera se basa
ner demolì li preti, còr proggetto
de fabbricaie sopra un’antra casa.
Pe’ questo so’ chiamati muratori
e er loro Dio lo chiarneno Architetto…
Ma poco più j’assiste a li lavori!
Dove è evidente la riprovazione del comportamento più che dell’idea, perché oramai anche la guida del Grande Architetto poco assiste al lavori che nel tempo presente hanno deviato dalla tradizione antica.
E siccome er Dio loro è libberale,
ma gira gira è sempre er Padreterno,
ne vìè ch’er frammassone va ar governo
ce trova er prete e ce rimane eguale.
Se sa, l’ambizzioncella personale
Je strozza spesso er sentimento interno:
è un modo de pensà tutto moderno
e in questo nun ce trovo ’sto gran male.
Se er frammassone cià li tre puntini,
er prete cíà er treppizzi, e m’hai da ammette
che armeno in questo qui je s’avvicini:
vedrai che troveranno la maniera
de sarvà capra e cavoli còr mette
un puntino per pizzo e… bona sera!
Sottolinea che l’ambizione personale dei singoli vince il sentimento che dovrebbero avere i massoni. Li scusa, non trovandoci poi cosi gran male con il moderno modo di pensare. L’aggettivo “moderno” assurge qui quasi a contrapposizione con l’aggettivo “antico”, ma nello stesso tempo serve appunto a ribadire che qualcosa di nuovo, di diverso c’è, ma tra gli uomini.E nei successivi due sonetti de “Li frammassoni de oggi”, torna sull’argomento lamentando sempre la differenza tra i puri e veri massoni e quelli, invece, che ora costretti allo scoperto, continueranno a comportarsi in modo difforme dagli ideali che sostengono solo a parole.
Un anno fa, quann’ero frammassone,
se strignevo la mano d’un fratello
me ricordavo der tinticarello,
ma lo facevo senza convinzione.
Annavo in Loggia pe’ giocà a scopone,
a sett’e mezzo, a briscola, a piattello,
con uno scopo solo, ch’era quello
de poté mijorà la condizzione.
Ma da quanno ce chiusero la Loggia
nun trovi più nessuno che ce crede,
nun trovi più nessuno che t’appoggia.
Perché la Fratellanza Universale
che ce riuniva tutti in una fede
finì co’ la chiusura del locale.
Nella prima terzina del sonetto, che in genere avvia in Trilussa la conclusione della morale, poi ampiamente disimpegnata nella seconda, e che rappresenta il pensiero del poeta, come la seconda rappresenta la constatazione che trae dalla quotidianità, lamenta che più nessuno ci crede e ti appoggia, ognuno si ritrae soprattutto per mancanza di quella coerenza che il poeta più di ogni altra cosa condanna.
Er frammassone d’oggi, s’è prudente,
pe’ sta tranquillo e fa’ la vita quieta,
invece del giochetto de la deta
s’adatta a salutà romanamente.
Così che ce capischi? Un accidente.
Finché l’associazione era segreta
se sapeva dall’a fino a la zeta,
nome e cognome d’ogni componente.
Invece mò, che non è più un mistero,
chi riconosce er frammassone puro?
Chi riconosce er framinassone vero?
Chi riconosce er frammassone esperto
che, nun potenno lavorà a lo scuro,
te dà le fregarure a lo scoperto?
Anche in questo sonetto la prima terzina mette in rilievo il massone puro e vero e lo contrappone a quello “esperto” del primo verso della seconda terzina, quello che potendola dare al coperto, probabilmente confuso nel nuovo regime, la “fregatura” la dà ora scopertamente. E tra questo “alo scuro” e a “lo scoperto” consiste proprio lo lato che registra Trilussa tra comportamento e idea.Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando dopo la caduta del fascismo e la liberazione in Italia riprendono le attività anche culturali, e pure i lavori della Massoneria riprendono ”forza e vigore”, Trilussa, sollecitato da amici massoni, come d’altronde è costume dell’Istituzione, chiede l’affiliazione che viene senz’altro accettata e che purtroppo soltanto la morte impedisce di sancire ritualmente. E d’altronde la sua non è una richiesta senza coscienza, è sorretta dalla conoscenza, almeno libraria, delle cose della Massoneria, e dalla certezza della buona fede delle persone che lo invitavano.Virtualmente, però, Trilussa, che aveva per tutta la vita creduto nel “Libero Pensiero”, non certamente quello sbandierato da coloro che lo invocavano a giustificazione del proprio tornaconto e di una malintesa libertà faccendiera; che aveva avuto sempre presente il trinomio massonico e si era sforzato di applicarlo coerentemente nella propria vita; Trilussa che, nonostante l’ironia e il pessimismo nei confronti dell’uomo, non era stato mai un ateo, Trilussa, dicevo, può essere annoverato nella schiera di coloro che sono o sono stati massoni a buon diritto e non solo perché la sua domanda era stata formalmente accettata.




