Verso l’edificazione del vero e unico Stato socialista del Volk (quinta e ultima parte)

[quarta parte]

Con questo nostro termina la pubblicazione del saggio di Maurizio Rossi presentato sul numero di settembre-ottobre della Rivista Thule Italia, ritenendo così di aver offerto sufficienti spunti di riflessione ai nostri fedeli lettori.

Disciplina socialista nell’economia e dominio culturale della modernità

Una caratteristica essenziale dei teorici liberali fu quella di negare, nella maniera più assoluta, che l’economia dovesse essere a priori vincolata a delle responsabilità sociali nei confronti del popolo e della nazione. Il meccanismo capitalista non doveva, quindi, subire alcun condizionamento, né avrebbe dovuto essere costretto a rispondere a chicchessia del suo operato, solamente le cosiddette immutabili leggi del “mercato” avrebbero potuto regolarlo e indirizzarlo in un senso o in un altro. Pertanto, e a maggior ragione, anche le aziende, impostate secondo i principi dettati dall’imprenditoria capitalistica, non avrebbero mai dovuto subire alcun condizionamento di carattere sociale, tanto meno il capestro di una eventuale responsabilità sociale nei confronti delle maestranze, del corpo dei lavoratori, dell’economia nazionale, del popolo tutto. Per il semplice fatto che chiunque avesse avuto in mente di rivendicare un controllo sociale sulle aziende era da considerarsi, per i fondamentalisti del “libero mercato”, come un pericoloso sovvertitore della libertà imprenditoriale, un nemico della libertà economica e del sistema economico capitalistico. Il meccanismo capitalistico-imprenditoriale è sempre stato irriducibilmente incompatibile con il senso della responsabilità sociale e con il concetto del perseguimento del bene comune, perché le caratteristiche di ambedue da sempre contrastano con le finalità proprie dell’imprenditoria capitalistica che non ha mai fatto mistero di esistere unicamente per il perseguimento del proprio profitto, in totale sintonia con i capisaldi dell’economia di mercato.

Il Nazionalsocialismo capovolse radicalmente questa situazione manifestando, fin dal suo esordio nello scenario politico, la sua risoluta contrarietà nei confronti del liberalismo economico e del sistema capitalistico denunciando il carattere di irresponsabilità sociale che aveva sempre contraddistinto l’impresa capitalistica e rivendicando giustamente, e in alternativa, un ferreo controllo politico sui processi economici e la subordinazione dell’economia al principio socialista della indiscutibile prevalenza del bene comune sugli interessi individuali, e gli imprenditori tedeschi compresero rapidamente che il loro dovere sarebbe consistito, da quel momento in poi, nella responsabilizzazione del loro operato in osservanza di un tale principio. Un’economia che, nel frattempo, veniva anche trasformata nella sostanza in una economia programmatica vincolata al conseguimento degli obiettivi strategici previsti dai piani quadriennali e quindi al soddisfacimento delle necessità prioritarie e vitali della comunità popolare e dello Stato.

Applicando anche il presupposto che la migliore politica sociale era al contempo anche la migliore politica economica, apparve evidente che le idee del socialismo tedesco stavano modificando, con una sequenza inarrestabile di interventi, l’assetto sostanziale di quella che era stata l’economia nazionale. Attraverso l’organizzazione di imponenti campagne per la creazione di nuovi posti di lavoro, affiancate da politiche reali e concrete (mai viste fino ad allora) che procurarono un più che evidente ritorno di entusiastica fiducia nella popolazione e nutrite speranze verso l’avvenire, il Nazionalsocialismo risolse la drammatica piaga della disoccupazione e riorganizzò radicalmente la produzione industriale e quella contadina assieme all’intero edificio della politica sociale. Una politica sociale che anche gli osservatori più ostili non potettero che definire come la più organizzata, la più imponente e la più efficiente che la storia dell’Europa avesse mai conosciuto.

Il Nazionalsocialismo lanciò quindi immediatamente la sua decisa offensiva contro le concezioni economiche liberali del capitalismo manageriale produttivista e azionario, smascherando altresì il carattere speculativo e di rapina sociale che albergava dietro agli spostamenti di capitale e al mercato azionario, si pronunciò con appassionata veemenza contro l’assurdo dogma liberale che concepiva il lavoro esclusivamente come una volgare merce, fra le tante, da barattare a piacimento sul mercato del profitto, si mobilitò attivamente contro l’intenso sfruttamento dei lavoratori alla mercè di parassiti e mercanti senza scrupoli, lavoratori considerati anch’essi merce di scambio da sacrificare sull’altare della corruzione borsistica, della speculazione economica, dell’ingordigia mercantilistica e dell’innalzamento illecito del profitto.

Nel fare tutto ciò e per meglio contrastare il capitalismo, il Nazionalsocialismo dovette anche e soprattutto impadronirsi degli strumenti offerti dal moderno sviluppo tecnologico e svincolare necessariamente la tecnica e la modernità dall’aridità materialistica in cui erano state confinate dall’utilitaristica razionalizzazione liberale della Zivilisation capitalistica per restituirgli un’anima che fosse radicata nel popolo e interpretata dalla cultura popolare, alfine di metterle al servizio della comunità del popolo. Per i nazionalsocialisti la modernità tecnica non sarebbe più dovuta servire per creare nuovi strumenti nelle mani del capitalismo per lucrare, sfruttare e profittare, ma avrebbe dovuto essere partecipe della creazione di quella pienezza di valori necessari al consolidamento della Volksgemeinschaft, che a sua volta avrebbe imposto il suo dominio politico sulla tecnica e di conseguenza favorito il naturale sviluppo di una organica disciplina nell’economia.

Ritornavano quindi, alla fine, i profondi motivi idealistici del “romanticismo d’acciaio”, anche attraverso le parole di Joseph Goebbels: “Viviamo in un’era tecnica. Il ritmo frenetico del nostro secolo coinvolge tutti i settori della nostra vita. Non c’è attività che possa sfuggire alla sua possente influenza. Perciò si profila indubbiamente il pericolo che la tecnica moderna sottragga agli uomini la loro anima. Il nazionalsocialismo non ha mai respinto o combattuto la tecnica. Piuttosto, uno dei suoi principali compiti è stato quello di affermarla in modo consapevole, d’infonderle un’anima, disciplinarla e porla al servizio del nostro popolo e della sua elevazione culturale. Il nazionalsocialismo usava riferirsi, nelle sue dichiarazioni pubbliche, al romanticismo d’acciaio del nostro secolo. Oggi questa frase ha raggiunto il suo vero significato. Viviamo in un’epoca romantica, ma con tempra d’acciaio”.

FINE

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