Verso l’edificazione del vero e unico Stato socialista del Volk (seconda parte)

[ prima parte ]

Continuiamo la pubblicazione del breve saggio di Maurizio Rossi presentato sul numero di settembre-ottobre della Rivista Thule Italia

Il socialismo nazionale nemico mortale del liberalismo economico

Del tutto diverse erano invece le prese di posizione politiche manifestate dagli ambienti liberal-borghesi e da quelli della destra reazionaria e conservatrice, essendo entrambi pienamente consapevoli della distanza incolmabile che li separava dal Nazionalsocialismo. Essi non fecero mai mistero delle motivazioni politiche che sostanziavano la loro altrettanto chiara e netta contrapposizione al programma politico-sociale nazionalsocialista, tali motivazioni costituendo l’architrave di una accesa e ostile propaganda, dettata proprio dalla comprensione della sostanza socialista, delle idee rivoluzionarie e delle soluzioni giuridiche ed economiche anti-capitaliste che contrassegnavano il movimento delle camicie brune, tanto da considerare il Nazionalsocialismo come una minaccia ben più pericolosa dello stesso comunismo sovietico per i loro interessi politici e finanziari, per la “libertà economica” (pertanto la “libertà” tout court) e per la stessa sopravvivenza dell’intero Occidente liberale.

Insomma, una preoccupazione più che fondata visto che la stampa di lotta nazionalsocialista annunciava che la certa vittoria nazionalsocialista avrebbe comportato la definitiva liberazione della Germania dalle catene dello sfruttamento capitalistico e l’affrancamento da un Occidente liberale e plutocratico condannato a un inevitabile collasso. Certezze che trovavano conferma nelle valutazioni di un promettente e brillante economista nazionalsocialista, Ferdinand Fried, che nel 1932 (un anno dopo i nazionalsocialisti avrebbero trionfato), illustrando la prossima fine del capitalismo, scriveva: “Le nuove idee che divampano contro lo stanco occidente hanno un accento sociale e nazionale. Ciò che già si osserva nell’occidente come fenomeno di decomposizione, prorompe con maggior forza altrove. Dalla protezione doganale si formano autarchie nazionali, vasti territori si separano dall’economia mondiale, forse si aggregheranno ad altri territori: i piani statali e l’intervento dello Stato mettono capo al capitalismo di Stato o al socialismo di Stato, e, in genere, all’economia di Stato. Sta da una parte il tramontante occidente, che si sta dissolvendo, e con esso tutto il complesso dello spirito capitalistico: libera economia, rapporti di debiti, standard aureo, commercio mondiale e Borse mondiali, interferenze internazionali, eccitamento di bisogni, réclame, calcolo dei prezzi di costo, esportazione forzata: tutte cose che, nella crisi presente, stanno sfasciandosi”.

Ferdinand Fried faceva parte di una nutrita e qualificata equipe di ricerca e di analisi, composta da sociologi ed economisti, di ineguagliabile intelligenza e valore, dediti all’approfondimento delle tematiche relative alle dinamiche sociali e ai processi economici e finanziari, e di conseguenza all’elaborazione di soluzioni realistiche e praticabili, in chiave socialista nazionale e anti-capitalista, alla crisi prodotta dalla degenerazione economicistica e dalle Oligarchie mercantilistiche. Personalità di rilievo e intelligenze creative come Gottfried Feder, uno dei principali dottrinari del movimento nazionalsocialista, autore dei fondamentali 25 punti programmatici del NSDAP e creatore dell’importante Nationalsozialistische Bibliothek, la “Biblioteca Nazionalsocialista”, e come anche Bernhard Köhler, il presidente della commissione di politica economica del NSDAP e autorevole teorico di una nuova forma economica a carattere socialista, e Fritz Nonnenbruch, redattore capo della pagina di politica economica del Völkischer Beobachter, il quotidiano del Partito: costoro, assieme a molti altri ancora (Otto Wagener, Ernst Reventlow, Dietrich Klagges, Joseph Wagner, Giselher Wirsing, Werner Daitz ecc.) contribuirono con grande serietà e una più che evidente competenza a qualificare qualitativamente la grandezza ideologica del sistema di pensiero del Nazionalsocialismo e le sue innovative proposte di politica sociale ed economica.

Gli ideologi della “via tedesca” al socialismo nazionale, ovvero il cosiddetto “socialismo tedesco”, avevano individuato con chiarezza il loro nemico principale proprio nel pensiero liberale e nel liberalismo economico (anche quando poteva sembrare che lo fosse il marxismo) che venivano definiti come la patologia cronica della Germania. Nel liberalismo trovavano, a giusta ragione, una lettura disgregatrice della nazione, la dissoluzione di tutti i legami sociali, l’esaltazione del mercato e del profitto e la conseguente distruzione delle identità popolari. Avevano compreso che il liberalismo intaccava il tessuto comunitario, compromettendo l’articolazione organica con cui il tessuto comunitario si sosteneva, disintegrando l’organicità naturale del popolo nell’informe amalgama della massa e questa ultima negli individui che la componevano, affermando poi che non vi sarebbe potuto più essere altro legame tra di loro se non quello del libero arbitrio dettato dal disgregante interesse egoistico e materiale. La soluzione andava pertanto cercata nell’idea rivoluzionaria della comunità organica del popolo, la Volksgemeinschaft, nella Blutgemeinschaft, la comunità del sangue che nello stesso tempo era anche Sozialistischegemeinschaft, comunità socialista, componente essenziale dell’organismo sovra-individuale dello Stato socialista del popolo, facilitando così la nascita di un nuovo ethos, un nuovo ideale culturale e sociale unitario, una rivoluzione culturale e sociale per la liberazione del popolo tedesco dall’astratto economicismo, dall’individualismo egoista e dal dominio perverso del liberalismo economico.

Nell’intento di controbilanciare l’offensiva politica e culturale messa in campo dai nazionalsocialisti, le lobby politico-affaristiche liberali schierarono le loro più preparate e influenti personalità intellettuali, per lo più di provenienza accademica; tra di esse spiccava il fiore all’occhiello della scuola austriaca dell’economicismo liberale, l’ascoltato e rispettato guru del capitalismo mondiale: l’accademico viennese di origini ebraiche Ludwig von Mises, che non si fece certo pregare per mettersi scrupolosamente all’opera facendo sentire la sua voce sugli organi della stampa moderata tedesca e austriaca.

Ludwig von Mises era universalmente riconosciuto come l’autorevole caposcuola della teoria dell’evoluzione liberista del pensiero liberale e accanito sostenitore del modello economico capitalistico, difatti diventerà poi l’ispiratore del “liberismo selvaggio” di Milton Friedman.

Anche nel corso del periodo del suo esilio ginevrino (non a caso aveva abbandonato l’Austria al momento del ricongiungimento con il Reich, riparando nella vicina Svizzera), e ormai da molto tempo impegnato nella campagna anti-nazionalsocialista per conto degli ambienti reazionari-conservatori, non cesserà mai di continuare a mettere in guardia la grande imprenditoria finanziaria mondiale dal pericolo mortale di un’affermazione della Germania nazionalsocialista in Europa (invocando instancabilmente l’intervento armato americano), sottolineando con forza tutta la sua avversione ai principi e ai programmi del socialismo tedesco, ponendo inoltre l’accento, con allarmistica preoccupazione, sul fatto che i nazionalsocialisti volessero “dare il colpo di grazia al liberalismo e al capitalismo: essi vogliono che l’altruismo abbia la meglio sull’egoismo immorale, e intendono rimpiazzare l’anarchia democratica con l’ordine e l’organizzazione, la società delle classi con lo Stato totale, l’economia di mercato con il socialismo”. Successivamente, in piena guerra mondiale, dopo la provvida concessione dell’asilo politico negli USA, continuerà con suoi studi nell’approfondimento dell’analisi critica di parte liberal-capitalista nei confronti del Nazionalsocialismo, e accentuando la condanna liberale alla politica sociale ed economica sviluppata in Germania, giungeva ulteriormente a precisare che “la filosofia dei nazisti, cioè del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori tedeschi, è la più pura e maggiormente consistente manifestazione dello spirito anti-capitalistico e socialistico della nostra epoca”.

Le potenti Oligarchie politiche e culturali riconducibili al cosmopolitismo pratico e all’universalismo filosofico, e soprattutto i gruppi di pressione delle consorterie transnazionali del liberal-capitalismo e dell’Alta finanza internazionale avevano chiaramente ben compreso che il loro vero nemico, il nemico radicalmente antagonista dei sistemi economico-sociali borghesi dominati dal “libero mercato” e dal predominio del denaro, era rappresentato unicamente dal Nazionalsocialismo e dalla sua pregnante concezione organica della vita e dello sviluppo sociale, una concezione riassunta nel discorso ideologico, culturale e profondamente spirituale riferito al socialismo e alla razza.

Un socialismo militante, un socialismo dell’azione che veniva concepito, dai teorici nazionalsocialisti, come un’instancabile milizia politica volta all’edificazione di un giusto ordinamento sociale e al benessere della totalità del popolo, un cameratismo di popolo che mirava alla rianimazione di un profondo e sentito senso comunitario che, conseguentemente, non poteva che trovare una superiore legittimazione nell’andare a riferirsi all’ancestrale legame che univa il popolo vivente alla mistica della terra e al retaggio degli antenati, e quindi a elementi che a loro volta venivano interpretati come componenti uniche della medesima identità. Tale discorso ideologico costituiva l’architrave portante del Nazionalsocialismo e rappresentava, ancor di più, la novità dirompente e rivoluzionaria che sarebbe riuscita a sconvolgere l’insieme del pensiero politico moderno, tedesco ed europeo.

Questo articolato discorso ideologico e culturale, incentrato sulla concezione di una comunità nazionale e sociale depositaria della memoria collettiva e forma vivente di destino, trovava allora, attraverso le parole dell’intellettuale nazionalsocialista Johannes Ohquist, un’ulteriore chiara illustrazione e una decisa conferma politica: “Lo Stato nazionalsocialista poggia dunque su questi tre pilastri: razza, comunità popolare, socialismo. Il popolo è il suo nucleo e la sua sostanza vivente, il Partito, la sua volontà e il suo spirito che plasma la sostanza, lo Stato, lo strumento al servizio del Partito per realizzare l’Idea. Perché lo Stato non è un fine in se stesso. È solo il mezzo per raggiungere gli obiettivi più alti [...] Lo Stato non è il contenuto, ma la forma; è il recipiente, il contenuto è il popolo. Essi non sono in opposizione, bensì inscindibilmente legati l’uno all’altro. Lo Stato è il popolo organizzato. E il popolo non è la somma dei cittadini, ma una comunità di destino nazionale e sociale ove ognuno ha il proprio compito e il proprio dovere, e dove non potrebbe deporre tale dovere senza ferire la legge morale del socialismo. Perché l’individuo non è un tutto in se stesso, ma un membro della comunità popolare passata, presente e futura, una personalità il cui valore consiste nel suo agire in favore della Nazione. Sopra la volontà di ogni connazionale sta l’imperativo Il bene comune viene prima dell’interesse individuale. Il socialismo non è una politica sociale fatta da elemosinieri, ma una dottrina che impegna ogni membro della Nazione a concepire e condurre la propria vita come un servizio reso al popolo”.

[ terza parte ]

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2 comments on: Verso l’edificazione del vero e unico Stato socialista del Volk (seconda parte)

  1. Harm Wulf 27 settembre 2010 at 11:46 pm

    La foto dell’edificio rimanda al canto Brüder in Zechen und Gruben
    assai popolare tra i lavoratori nazionalsocialisti nel Kampfzeit.

    http://www.youtube.com/watch?v=GYQAEdg67UU&feature=related

    Brüder in Zechen und Gruben
    Brüder ihr hinter dem Pflug,
    |: Aus den Fabriken und Stuben,
    Folgt uns’res Banners Zug. :|

    Börsengauner und Schieber
    Knechten das Vaterland;
    |: Wir wollen ehrlich verdienen,
    Fleißig mit schaffender Hand. :|

    Hitler ist unser Führer,
    Ihn lohnt nicht goldner Sold,
    |: Der von den jüdischen Thronen
    Vor seine Füße rollt. :|

    Einst kommt der Tag der Rache,
    Einmal, da werden wir frei;
    |: Schaffendes Deutschland, erwache,
    Brich deine Kette entzwei. :|

    Dann laßt das Banner fliegen,
    Daß unsre Feinde es sehn,
    |: Immer werden wir siegen,
    Wenn wir zusammenstehn. :|

    Hitler treu ergeben,
    Treu bis in den Tod.
    |: Hitler wird uns führen
    Einst aus dieser Not. :|

  2. Pingback: Anonimo

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