Verso l’edificazione del vero e unico Stato socialista del Volk (terza parte)

[ seconda parte ]

Si usa citare sia l’autore che la fonte come fatto presente nel forum Stormfront.

Continuiamo la pubblicazione del breve saggio di Maurizio Rossi presentato sul numero di settembre-ottobre della Rivista Thule Italia

Cameratismo di popolo e socialismo dell’azione nella nuova visione dello Stato organico

Il Nazionalsocialismo porterà sicuramente avanti e con coerenza un potente recupero della cultura popolare germanica andando a cercarne le origini fino ai tempi della grosse Wanderung delle antiche popolazioni appartenenti al ceppo indoeuropeo, (mediante un sapiente utilizzo comparato di discipline scientifiche come la linguistica, la paleoantropologia e l’archeologia) con una particolare attenzione alla protezione del riferimento al Volksgeist, lo spirito del popolo tramandato dalle origini attraverso le innumerevoli generazioni della stirpe germanica, ma con altrettanta coerenza si prodigò nella messa in opera di numerosi e moderni processi di sviluppo strutturale a carattere sociale necessari per la trasformazione sostanziale della società tedesca, senza peraltro creare contraddizioni con le esigenze proprie all’ideologia rurale del Blut und Boden. Un’ulteriore conferma di questa assenza di contraddizione proveniva dalle prese di posizione di alcuni intellettuali nazionalsocialisti che nell’ordinamento prospettato dal socialismo tedesco vedevano una riproposizione, ovviamente moderna e al passo con i tempi, della tradizione gerarchica e dell’egualitarismo sociale che avevano contraddistinto l’organizzazione delle antiche Sippe germaniche.

Nel concreto, per i nazionalsocialisti non poteva sussistere un problema di scelta tra modernità o anti-modernità, per il semplice fatto che l’adozione di un più ampio ventaglio di soluzioni politiche, culturali e sociali sarebbe andato incontro alle reali e prioritarie necessità di quella che sarebbe dovuta diventare la salda e coesa Volksgemeinschaft. Pertanto la consapevole adozione di modernizzatrici politiche sociali e comunitarie che ottennero risultati più che ragguardevoli e che, nonostante gli enormi ostracismi e i troppi silenzi in merito ancora perduranti, gli storici più seri e affermati non esitano più a definire come rivoluzionarie e socialmente moderne anche rispetto ai parametri odierni, erano funzionali alla graduale, ma inarrestabile affermazione nel nuovo scenario politico tedesco di un innovativo modello di moderno Stato socialista avente la comunità popolare come riferimento. Quindi, l’adozione da parte dello Stato nazionalsocialista di politiche educative e legislative nel campo della scienza razziale e pariteticamente l’avviare lo sviluppo di avanzate politiche educative e legislative nel campo della scienza sociale apparteneva a quel tutt’uno indivisibile, le classiche due facce della medesima medaglia, che contrassegnavano quella realtà estremamente complessa e articolata che era il sistema di pensiero nazionalsocialista. Un sistema ideologico che rappresentava la grande corrente del cambiamento e della nuova epoca, le cui aspettative vennero con lucidità illustrate dal filosofo nazionalsocialista Ernst Krieck: “Emerge ora l’ordinamento völkisch della vita, l’essere uomini völkisch del nascente Terzo Reich. Con questa rivoluzione il sangue si solleva contro l’intelletto formale, la razza contro la tensione razionale verso uno scopo, l’onore contro il profitto, il legame contro la libertà (come viene soprannominato l’arbitrio), la totalità organica contro la disintegrazione individualistica, la capacità di difesa contro la sicurezza borghese, la politica contro il primato dell’economia, lo Stato contro la società, il popolo contro il singolo e contro la massa”.

La concezione dello Stato popolare nazionalsocialista apparteneva a buon titolo alla categoria dell’organicismo politico, dove si riassumeva, attraverso una interpretazione di natura metafisica e metastorica, la tesi che la società civile e politica corrispondano in tutto e per tutto ad un vero organismo vivente e che gli individui che la compongono debbano essere parte disciplinata, responsabile e partecipe di un complesso indivisibile. Il pensiero organicistico traeva origine nella sua forma compiuta dalle riflessioni politiche e filosofiche di Platone, per il quale l’intero universo e non solo la società umana, costituivano un grande e armonico organismo vivente, conclusioni che l’eccelso filosofo greco riassumeva nella sua concezione della Politèia intesa come rappresentazione dell’autentica forma che una vera comunità politica doveva assumere per essere concepita come Stato realmente organico.

La Weltanschauung nazionalsocialista non ebbe alcuna difficoltà nel considerarsi continuatrice legittima del pensiero platonico e della sua idea dello Stato, infatti anche essa concepiva lo Stato nazionalsocialista come un organismo dotato di un saldo centro politico ispirante potenza e coesione sociale e che avesse principalmente come sua specifica finalità il perseguimento del bene comune e la platonica Eudaimonìa della totalità del popolo, attraverso il conseguimento al massimo livello del compaginamento totale dell’organismo politico. Venne a tal proposito sviluppata una discreta letteratura politico-filosofica che aveva come obiettivo il mettere in particolare evidenza le numerose corrispondenze e analogie che apparentavano la dottrina di Platone con la dottrina dello Stato popolare nazionalsocialista, quali l’eguaglianza politica e sociale della stirpe distribuita sulle diversità di rango, l’accento su una gerarchia selettiva e qualitativa, il governo dei migliori, il senso dell’esclusivismo comunitario, la mobilitazione delle energie giovanili e non ultime le politiche eugenetiche per la salvaguardia della salute fisica e spirituale della stirpe. Tutta una serie di elementi e di analisi che consentivano ai teorici nazionalsocialisti di parlare della nuova Germania come di un laboratorio attivistico volto alla rilettura del modello ideale platonico-spartano in chiave nazionalsocialista, e infatti e certamente non a caso il sociologo liberale Karl Popper individuerà poi, nel corso degli anni settanta, proprio nel pensiero organicistico di Platone il principale ispiratore del totalitarismo nazionalsocialista.

Gli ideologi del movimento nazionalsocialista nell’elaborazione della dottrina relativa all’organicismo politico e sociale proprio della dimensione comunitaria e al principio radicalmente anti-individualistico comunitario, dove il singolo individuo era essenzialmente vincolato al primato della comunità, posero con determinazione l’accento sulla dicotomia esistente tra la concezione organica e socialista della comunità popolare e la concezione contrattualistica, individualista e meccanicistica della società liberale, ampliando e approfondendo in maniera più dettagliata quelli che erano stati i precedenti studi del sociologo Ferdinand Tönnies, giungendo così ad affermare che la comunità di popolo sviluppava con naturalezza uno specifico carattere organico, socialista e olistico, appunto perché in virtù del cameratismo di popolo che la animava, nell’ambito di una riconosciuta e omogenea fratellanza di stirpe, era una spontanea produttrice di socialità attiva e partecipata tramite la mobilitazione dei suoi membri e l’adozione, da parte loro, di un certo stile di vita.

La comunità di popolo, ovvero l’ossatura essenziale dell’auspicato Stato socialista del popolo visto come l’attualizzazione moderna della concezione metastorica dello Stato organico, avrebbe rappresentato un insieme gerarchico, organico e popolare la cui valenza eccedeva in portata e grandezza quella delle componenti, prese singolarmente, che la costituivano e che a loro volta erano concepite come comunità più ristrette all’interno della più grande comunità di popolo, in pratica erano considerate come articolazioni della Volksgemeinschaft. All’interno della comunità di popolo doveva vigere la pratica socialista del cameratesco sostegno reciproco e il conseguente sviluppo di una matura e consapevole coscienza socialista sui bisogni e sulle necessità reali e concrete della totalità popolare, un insieme di elementi di carattere attivistico, pedagogico-politici ed educativi che sarebbero poi sfociati in riuscite manifestazioni di reale volontà socialista per il perseguimento dell’obiettivo del bene comune, del benessere sociale e politico dell’intera comunità, un bene il cui godimento veniva collocato già in partenza a monte della condivisione all’insegna della motivazione politica anti-capitalista e anti-liberale che era contenuta nella principale parola d’ordine del socialismo dell’azione che proclamava che il bene comune, il bene del popolo doveva essere sempre prevalente sull’interesse individuale, perché nel popolo stavano le fondamenta della comunità e dello Stato. Una interessante chiave di lettura che più volte veniva riconfermata dal Capo della Germania nazionalsocialista: “Il popolo è una comunità reale, e al contempo una comunità storica: comunità reale nel senso di comunità di lingua, di origini, di parentela, di civiltà, di costumi, di storia, di miti, di suolo e di clima. La comunità reale è al contempo retaggio e possesso; la comunità storica è sinonimo di missione e di creazione. È dal fatto che noi poniamo nel popolo le fondamenta dello Stato, che lo Stato deriva la propria dignità, il proprio scopo, la propria forza e la propria potenza. Il sentimento nazionale è ampiamente diffuso nei larghi strati del popolo, contrariamente a quanto accade con gli intellettuali cosmopoliti”.

Il processo di radicale messa in discussione delle categorie politiche e culturali che avevano identificato la trascorsa stagione liberal-democratica della repubblica weimariana e, allo stesso tempo, le altrettanto radicali spinte modernizzatrici che il Nazionalsocialismo, all’indomani della conquista del potere del 1933 (un’affermazione legittimata da un ampio e massiccio consenso di massa) volle mettere in pratica investendo così tutti gli strati della società tedesca, consentirono lo sviluppo di una combinazione rivoluzionaria, senza precedenti nella storia europea, sostenuta inoltre da spontanee manifestazioni di mobilitazione entusiastica popolare e studentesca, che sfociò in un superamento della convenzionale struttura delle classi sociali e in una mobilità sociale reale e sostanziale, mai verificatasi prima di allora. Furono proprio quelle istituzioni politiche, organismi ufficiali del Partito nazionalsocialista o collegati ad esso (il Fronte del Lavoro, il Servizio del Lavoro, l’Assistenza popolare nazionalsocialista, la Kraft durch Freude, ecc…), impegnati esclusivamente nella costruzione di una nuova politica sociale (le famose articolazioni della Volksgemeinschaft) a tradurre nella realtà le tendenze rinnovatrici nazionaliste e socialiste attraverso le iniziative, i provvedimenti e le innumerevoli trasformazioni concrete che investirono con grande efficacia tutte le categorie lavoratrici a beneficio dei settori produttivi ed economici e in particolare della classe operaia, il mondo giovanile, le donne, tutta la comunità popolare nel suo insieme, nessuno escluso, rivelando come in Germania fosse stata pianificata in base a principi, spinte ideali e finalità prefissate, una autentica rivoluzione sociale. Un socialismo dell’azione che aveva contagiato praticamente tutti i tedeschi, appartenenti a tutti gli strati sociali e senza distinzione anagrafica, motivandoli e spronandoli, con un rinnovato senso di ottimismo verso la vita e il futuro, a una partecipazione attiva e consapevole (la famosa spinta socialista dal basso che coinvolse emotivamente anche coloro che in precedenza si erano mostrati critici e anche ostili) volta alla configurazione di un nuovo ordine socialista per la Germania.

Grazie a tutto questo, nel corso degli anni a seguire dal 1933, vennero conseguiti dalla Germania nazionalsocialista tutta una serie di innumerevoli e considerevoli successi nella politica sociale, in quella economica e nell’educazione popolare che suscitarono meraviglia, invidia e ammirazione nel mondo intero, e soprattutto suscitarono anche tanta preoccupazione nelle democrazie capitalistiche e nei circoli esclusivi della Plutocrazia internazionale. L’evidenza dei successi conseguiti nella politica interna della Germania fu tale da consentire ad Adolf Hitler, in un suo discorso pubblico del 30 gennaio 1937, di trarne un bilancio più che lusinghiero:

Certi di non sbagliare, noi procediamo verso un ordine che, come in ogni altro settore della vita nazionale, garantisce, anche nel campo del governo politico del paese, un processo di selezione ovvio e naturale, attraverso il quale gli elementi veramente capaci del nostro popolo sono destinati a diventare i dirigenti della Nazione, indipendentemente dalla nascita, dalle origini, dal nome e dai beni di fortuna. La bella verità proclamata dal grande Corso, che ogni soldato ha nella giberna il bastone di maresciallo, troverà in questo paese il suo coronamento politico. Esistono un socialismo più bello e più splendido, una democrazia più vera e genuina di questo nazionalsocialismo che, grazie alla sua organizzazione, fa sì che ognuno dei milioni di fanciulli tedeschi, purché a ciò destinato dalla Provvidenza, possa arrivare al sommo della scala gerarchica della Nazione? E ciò, si badi, non è pura teoria! Nell’odierna Germania nazionalsocialista è per tutti noi una ovvia realtà. Io stesso, chiamato a questo posto dalla fiducia del popolo, vengo dal popolo. Tutti i milioni di lavoratori sanno benissimo che alla testa del Reich non si trova un letterato straniero o un apostolo rivoluzionario internazionale, bensì un tedesco uscito dalle loro file. Del resto, numerosi figli di operai o di contadini si trovano oggi ai posti di comando, in questo Stato nazionalsocialista, e alcuni, anzi, sono ministri, luogotenenti e dirigenti del Partito.

[ quarta parte ]

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