Verso l’edificazione del vero e unico Stato socialista del Volk

Iniziamo la pubblicazione del breve saggio di Maurizio Rossi presentato sul numero di settembre-ottobre della Rivista Thule Italia

Verso l’edificazione del vero e unico Stato socialista del Volk

Nobiltà del lavoro e coscienza socialista per la nuova Germania

Il lavoratore non è, come vuole il marxismo, solamente oggetto di sfruttamento. La classe operaia non è la classe dei diseredati che si mobilitano per la lotta universale delle classi. Il lavoro non è solamente l’occasione ed il mezzo per guadagnare un salario. Al contrario: il lavoro è per noi il titolo di ogni attività, e di ogni agire regolato, di cui i singoli, i gruppi e gli Stati assumono la responsabilità ed è per ciò stesso al servizio del popolo. Soltanto così c’è lavoro, e soprattutto lì, dove la libera forza di decisione e di affermazione degli uomini si autoimpone, per la realizzazione, una volontà ed un compito. Per questo ogni lavoro, in quanto lavoro, è spirituale!

(Martin Heidegger, 1934)

Io, d’altro canto, mi sono battuto, con un minimo di intervento e senza distruggere la nostra produzione, per arrivare ad un nuovo ordine socialista in Germania, che non eliminasse solo la disoccupazione ma che permettesse ai lavoratori di ricevere una maggiore partecipazione ai frutti del loro lavoro. La realizzazione di questa politica di ricostruzione nazionale, economica e sociale, che impegnò una vera comunità popolare a superare divisioni di ceto e di classe, è unica nel mondo odierno.

(Adolf Hitler, 1941)

Sembra che sia ormai trascorsa un’eternità da quel tanto vituperato, ma estremamente ricco e interessante, secolo delle ideologie, che tanto orrore aveva suscitato nelle coscienze dei propugnatori del pensiero debole, e in effetti il Novecento è stato certamente caratterizzato sotto il profilo storico e politico da laceranti contrasti, da conflitti politici e culturali spesso sfociati in devastanti conseguenze, da entusiasmanti istanze di cambiamento e da trascinanti ideali ai quali gli europei hanno aderito con grande passione sacrificandosi poi volontariamente per la loro affermazione. È stato il secolo che ha permesso che sorgessero movimenti d’avanguardia artistica, culturale e soprattutto politica particolarmente significativi, il cui intento di fondo era quello di smascherare le mentite spoglie di un presunto, ma tanto pubblicizzato, progresso liberale ed egualitario (alla fine anche il marxismo si può considerare come una deriva cosmopolita dell’egualitarismo liberale) a beneficio di una, ancor più presunta, “umanità” (altro falsificante concetto, nel suo intimo del tutto vago, generico e fuorviante), dare vita a una salutare reazione contro la rigidità borghese, contro l’atteggiamento arrogante e lo snobismo tipico della Belle Epoque e quindi di contrapporsi al passato, di superarlo oppure addirittura di inverarlo attraverso la sperimentazione di nuove e creative sintesi ideologiche che, a loro volta, si proponevano come peculiari e rivoluzionarie visioni del mondo e della vita, e pertanto come sistemi dottrinali.

Fra questi movimenti d’avanguardia, proprio il Nazionalsocialismo seppe imporsi nello scenario politico tedesco, europeo e internazionale per l’originalità e la modernità prorompente contenuta nella sue proposte politiche con finalità totalitarie evidenziate dal netto rifiuto dei contenuti della società borghese e capitalistica, della cultura liberale e del determinismo marxista, proposte e quindi programmi che si ritrovavano riassunti nella sua stessa denominazione, dalla cui definizione non è assolutamente possibile prescindere per un corretto inquadramento della sua Weltanschauung, ovvero la sincronica e organica fusione del nazionalismo e del socialismo.

Il Nazionalsocialismo si pose di fronte al popolo tedesco con l’obiettivo di dare risposte credibili e praticabili alla drammatica situazione di una Germania precipitata in una disperata crisi sociale, economica, politica e certamente anche spirituale, percependo in primo luogo che bisognava ricomporre un universo diametralmente diviso tra spinte razionali e spinte inconsce nel nome di una nuova sintesi che avrebbe consentito il sorgere di una nuova Civiltà, mediante l’utilizzo dell’enorme potere strutturante e fondante scaturente dall’inconscio collettivo del popolo, per farne la base su cui poi innestare una rinnovata consapevolezza comunitaria fondata sulla sacralità della razza, concepita come il giacimento memoriale di profondi depositi identitari richiamanti il binomio di “sangue e suolo”, e ritmata dal potente riferimento al mito capacitante, di natura simbolico-politica, di una coesa comunità organica e popolare che attraverso l’educazione del popolo nello spirito e nella disciplina del socialismo tedesco avrebbe annullato, in un clima di reciprocità e di cameratismo vissuto, il suo disagio sociale, politico-culturale, restituendogli unità, senso, fondamento, progetto, identità e destino. La Comunità popolare, razziale e socialista forte della sua idealistica e solida totalità sarebbe diventata quindi il granitico bastione del popolo tedesco eretto a salvaguardia della Germania e di tutta l’Europa, contro le derive cosmopolite e globalizzanti di un “pensiero debole”, che già da allora si adoperava nel logorare l’indebolito organismo dei popoli europei, il cui cavallo di Troia era ben rappresentato dalle infezioni ideologiche liberal-democratiche, capitaliste e marxiste.

Il socialismo nazionale annuncia la fine del capitalismo e dell’inganno marxista

Il Nazionalsocialismo ebbe la capacità di affermarsi, attraverso l’acquisizione di un consenso reale, vasto e diffuso, in un contesto geografico e politico che manifestava allora numerose e particolari complessità, per il semplice fatto che la Germania era una nazione altamente industrializzata e con la presenza della classe operaia maggiormente organizzata e sindacalizzata del continente europeo, era socialmente frammentata e confessionalmente divisa per la difficile e polemica coabitazione del protestantesimo con il cattolicesimo e, per di più, era anche la nazione dove si registrava la presenza ingombrante delle due maggiori forze marxiste europee, la SPD, la storica e affermata socialdemocrazia tedesca, e il KPD, il partito comunista, quinta colonna dell’espansionismo sovietico. Nonostante tutto questo e anche contro tutto questo, il movimento nazionalsocialista fu in grado di raccogliere e motivare le istanze e le aspirazioni di cambiamento presenti in vastissimi strati della popolazione, giungendo perfino a erodere in maniera più che significativa gli schieramenti avversari anche grazie alle tematiche e alle parole d’ordine richiamanti il socialismo tedesco e arrivando, dopo dodici anni di una lotta dura e cruenta che spesso e volentieri andava a rasentare la guerra civile per l’intensità del conflitto interno, ad imporsi come la forza politica maggiormente rappresentativa e coinvolgente del panorama tedesco.

Il socialismo nazionale, tema centrale della Weltanschauung nazionalsocialista in quanto portatore del principio del servizio verso la totalità del popolo come confermato dallo stesso Führer del Movimento: “Io porto al popolo tedesco il socialismo nazionale, la dottrina politica della comunità di popolo, la comunione di tutti coloro che fanno parte del popolo tedesco, che sono pronti e vogliono sentirsi parte inscindibile e corresponsabile della totalità del popolo”, nell’ampiezza delle sue proposte, seppe interpretare e poi rappresentare le speranze ideali di rigenerazione nazionale e di emancipazione sociale che erano sentite come importanti e indispensabili dalla maggioranza del popolo tedesco che nutriva la fondamentale necessità di chiudere definitivamente con la stagione della depressione economica, dell’instabilità politica e risolvere finalmente il drammatico problema della mancanza di lavoro e di una disoccupazione, in special modo giovanile, in costante crescita, e quindi porre rimedio all’inesistente sicurezza sociale che colpiva tutta la Germania disintegrandola al suo interno.

Il programma del socialismo nazionale chiamava, utilizzando un linguaggio comprensibile, il popolo tedesco alla mobilitazione e alla lotta contro la società borghese e le divisioni di ceto e di classe, contro il tempo segnato da una modernità esasperata totalmente priva di regole e da un materialismo relativista che era stato prodotto dalla degenerazione del pensiero, dove la quantità, la materia, il calcolo, l’economicismo sfrenato, il peso gravoso dei bisogni necessariamente da soddisfare schiavizzavano i lavoratori tedeschi nel meccanismo perverso della grande industria capitalistica, del lavoro meccanizzato, ripetitivo e spersonalizzante che inevitabilmente sfornava solo masse informi e senza volto, che anonimamente e miseramente cercavano di sopravvivere negli slums, nei ghetti del degrado sociale e della povertà spirituale delle grandi metropoli, e in questo Berlino, purtroppo, era una evidente cartina di tornasole, subendo l’avvilente solitudine di chi vive ai margini, la perdita della dignità etica e sociale e l’isolamento individualistico, l’inevitabile abisso che si andava sempre più scavando inesorabilmente fra uomo e uomo, all’interno dello stesso popolo.

Quindi si trattava di una lotta per l’affermazione della vita, di una vita piena e degna di essere vissuta, un nietzschiano andare eroicamente alla conquista della Vita, contro il tempo del capitalismo, dove dominava incontrastato il miraggio del profitto, del guadagno iniquo e non dovuto, come il denaro che indebitamente rigenerava se stesso, della speculazione finanziaria e della Borsa, tempio inviolabile dell’affarismo, dove imperversava contagiosa l’ubriacatura sulle presunte virtù del “libero mercato”, del losco mercanteggiare, del prestare a interesse generando inevitabilmente la scandalosa schiavitù dell’interesse, del far generare qualcosa che non si può generare dal momento che è un qualcosa di astratto, un qualcosa che esiste solo nella relazione e nello scambio, un qualcosa che non ha mai avuto un valore in sé.

Il Nazionalsocialismo si scaglierà con decisione contro le effimere consolazioni e le alternative illusorie teatralmente messe in campo dalla pervasiva società borghese weimariana, e dai suoi politicanti e intellettuali, inchiodando alle proprie responsabilità tutti coloro che avevano messo al bando la speranza fingendo di non vedere la degradazione umana, morale e sociale che affliggeva il popolo tedesco, condannato a ripiegarsi in se stesso e sprofondando sempre più nello sconforto, nella commiserazione, nell’alienazione e nel pessimismo. A quel popolo, il movimento nazionalsocialista seppe offrire una vera alternativa e soprattutto adeguate sollecitazioni, mediante l’accorato appello a una mobilitazione popolare che andasse oltre la frammentazione sociale e le differenze di ceto e di classe, per potere dare vita a una entusiasmante prospettiva progettuale comunitaria e solidaristica che avrebbe consentito al singolo membro del popolo di liberarsi dalle gabbie di un avvilente, alienante ed egoistico isolamento individualistico per approdare finalmente al destino collettivo della totalità popolare ed essere attivamente partecipe del processo rivoluzionario di nazionalizzazione e di socializzazione del popolo.

L’opposizione culturale dei nazionalsocialisti al pensiero individualistico borghese rivestiva pertanto una importante centralità ideologica e strategica, un’importanza che trovava conferma nelle acute riflessioni di Otto Dietrich, il responsabile della stampa nazionalsocialista:

Con la visione del mondo che ci offre l’idea nazionalsocialista, si è compiuta una rivoluzione teoretica assiale: il passaggio dall’io al noi, dall’individuo alla Comunità. Con essa si è verificata una breccia nel mondo dello spirito, che pone rimedio a un plurisecolare errore di pensiero! […] Mancò all’acume di tanti filosofi di questa epoca individualista la nozione che l’uomo come io isolato non possiede in questo mondo alcuna realtà, che in tutti i suoi comportamenti è un essere sociale, nella famiglia, nella naturale comunità di un popolo, di una razza, di una nazione di cui è parte, in una totalità alla quale è unito, in grado maggiore o minore. Era loro sfuggito il fatto essenziale che la comunità, nella quale la vita umana trascorre, dalla culla alla bara, non è solo la condizione del suo essere e delle sue possibilità di azione, ma anche la premessa concettuale, la categoria del suo pensiero. Non avevano riconosciuto che in ogni aspetto della vita umana associata il mondo della realtà non ci si presenta come pensiero individualista, liberale, ma come pensiero integrale, cosciente della comunità, non avevano riconosciuto che nell’adesione dell’essere alla comunità naturale sono racchiuse anche tutte le forze conoscitive dell’individuo. Il pensiero individualistico fu il grande errore costruttivo di tutta un’epoca. È grande fatto del nostro tempo l’esserci liberati dal groviglio dell’individualismo, dal quale i movimenti sociali del secolo passato non poterono liberarsi da sé, e aver visto nella comunità l’unico fondamento possibile del nostro pensiero e comportamento. Con ciò si è compiuta una delle più profonde rivoluzioni nella storia del pensiero. Questa rivoluzione del pensiero è la chiave che apre una nuova era […] Di nuovo oggi si compie nel pensiero una rivoluzione copernicana dello spirito. Oggi scopriamo che il mondo non ruota intorno all’individuo, ma alla Comunità, al Popolo, dal cui destino viene condotto l’individuo.

Il programma del socialismo nazionale, ovvero il “socialismo tedesco” gerarchico, comunitario e popolare illustrato dagli esponenti e dai teorici del movimento nazionalsocialista, offriva pertanto la prospettiva di una liberatoria emancipazione spirituale, nazionale e popolare, il superamento delle inique disuguaglianze sociali e delle contrapposizioni di classe, la riappropriazione della dignità negata dalla società borghese di Weimar, una promettente ed affascinante sintesi delle più pregnanti tendenze politiche dell’epoca reinterpretate e riformulate mediante l’adozione di un nazionalismo völkisch legato all’idea perenne della razza coniugato con un moderno socialismo rivoluzionario, il tutto compreso all’interno di una concezione del mondo e della società estremamente ampia e integratrice che consentì al movimento nazionalsocialista di presentarsi all’intera società tedesca e soprattutto alla sua classe operaia, ai lavoratori e ai contadini in generale e agli innumerevoli giovani disoccupati come la principale e la più motivata forza di attrazione rivoluzionaria e socialista, l’unica forza che volesse veramente realizzare una coesa Comunità del popolo e marciare verso l’edificazione di un vero Stato socialista che incarnasse la granitica unità razziale, culturale e sociale del Popolo, del Volk eterno custode dell’anima della stirpe. Il socialismo nazionale renderà il popolo attivo protagonista della sua rivoluzione.

Un’offensiva ideologica e politica di una tale entità che ebbe come risultato non solamente l’efficace penetrazione delle idee nazionalsocialiste nei ceti popolari, ma che scatenò anche la violenta contestazione della sinistra marxista che si vedeva, con crescente preoccupazione, pericolosamente insidiata e spesso e volentieri estromessa in quelli che, fino ad allora, erano stati i suoi esclusivi e consueti bacini elettorali. Inoltre, i marxisti, nella maniera più assoluta, non potevano tollerare il fatto che esistesse una forza politica dichiaratamente nazionalista e anti-marxista che si proclamasse al contempo anche socialista e anti-capitalista.

L’inevitabile conflitto che vedrà il fronteggiarsi dei militanti del fronte nazionalista e socialista contro quelli appartenenti al campo dell’internazionalismo marxista, per la conquista dell’egemonia sul territorio, diventerà per forza di cose particolarmente violento e sanguinoso, perché, come testimonierà lo stesso Joseph Goebbels, in quegli anni proteso all’espugnazione delle roccaforti operaie berlinesi: “Il marxismo aveva infatti immediatamente riconosciuto nel Nazionalsocialismo il suo unico avversario serio, degno di considerazione, capace di strappargli le masse proletarie che ancora marciavano dietro l’ideologia classista internazionalista, e di incorporarle in un nuovo fronte nazionalista e socialista in via di formazione”.

Non a caso già all’epoca, ma poi ancor di più, soprattutto all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, gli intellettuali di estrazione marxista vollero imporre con fanatica determinazione, nel dibattito storiografico, la denominazione falsa e fuorviante di “fascismo tedesco” come chiave di lettura, appunto, funzionale all’interpretazione reazionaria e controrivoluzionaria che volevano dare del fenomeno nazionalsocialista, in ossequio al dogmatismo marxista, affinché la denominazione autentica, ma a loro sgradevole, di “nazionalsocialismo”, non venisse più impiegata; al massimo poteva essere consentito di utilizzare spregiativamente la contrazione diminutiva di “nazismo”. In ogni caso l’obiettivo, peraltro ampiamente raggiunto, consisteva nel cancellare una bella fetta di storia tedesca e non solo, e nell’impedire che l’analisi storiografica trovasse interesse a soffermarsi e magari ad approfondire seriamente la natura socialista e rivoluzionaria del Nazionalsocialismo e, così facendo, tornare a mettere in crisi le pretese storiche dei marxisti nel voler mantenere l’esclusiva monopolizzazione di determinate istanze.

[ seconda parte ]

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